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Gemme n° 77

E’ una gemma storico-letteraria quella proposta da R. (classe quarta). E’ il libro “Il mio nome è Nessuno. Il ritorno” di Valerio Massimo Manfredi. “Di solito è un genere che non piace molto, ma a me sì. E’ la storia della vita di Ulisse, del suo ritorno: mette in luce il percorso verso gli affetti e le cose importanti della vita e penso sia una cosa che si possa vivere ogni giorno. Mi è piaciuta questa modernizzazione della storia. Lo consiglio anche per l’equilibrio tra le descrizioni e i dialoghi. Ci tengo a leggere un breve pezzetto del dialogo tra Penelope e Ulisse poco prima della partenza dell’uomo per l’ultimo viaggio”.

Ulisse

Nella canzone “Buon sangue” Jovanotti canta:
Un mio parente era il cuoco sulla nave di Ulisse
al grande eroe e ai suoi uomini faceva pranzi e cene
anche a lui fu dato l’ordine che non ascoltasse
passando da quell’isola il canto delle sirene.
Ma lui si addormentò e non si mise la cera
e quando si svegliò credette di avere sognato,
ma invece l’esperienza era stata vera:
quel canto misterioso lui l’aveva ascoltato
e misteriosamente anche dimenticato.
Restò dentro di lui quel richiamo del vuoto
che hanno tutti gli uomini che hanno vissuto
un tuffo inconsapevole nell’assoluto.
Da lui ho imparato a vivere la realtà come un sogno
e i sogni come fossero una cosa reale,
a vivere ogni viaggio come fosse un ritorno
e che anche i grandi eroi han bisogno di mangiare.”

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Architetture

dio creatore.jpgUltimo appuntamento con la canzone Buon sangue di Jovanotti. E’ la storia di un bambino diventato adulto senza la sua infanzia che gli è stata rubata. Nel suo destino c’è scritta la parola delinquente, ma, per far dispetto a Dio, il protagonista diventa una persona corretta. E’ la ribellione dell’uomo nei confronti di un disegno che vede come imcomprensibile. Ci sarebbe da discutere e da approfondire su cosa si intenda quando si parla di “disegno”, “progetto”, “volontà” di Dio sull’uomo… gli architetti possono contribuire al lavoro dell’Architetto? Le modifiche in itinere sono ammesse? E’ possibile radere al suolo e riedificare? Si può ristrutturare? …

Infine, la conclusione: una breve carrellata di altri personaggi molto variegati di cui Jovanotti è discendente. Ha preso qualcosa da ciascuno di loro, ha imparato qualche grammo di esperienza da ognuno, e non ci ci stanca mai di conoscere in sé le impronte lasciate dagli altri: la vita non dà assuefazione.

Tra i parenti più lontani c’è un bestemmiatore

ce l’aveva con Dio che gli era debitore

di favole raccontate prima di mettersi a letto

di cui tutti i bambini del mondo hanno diritto.

Lui era nato senza motivo apparente,

tranne quello di diventar delinquente.

Fu per questo che a Dio volle fargli dispetto

e divenne un cittadino corretto.

Un mio nonno combatteva le battaglie di Troia,

un altro faceva l’aiutante del boia.

Ce n’era uno contadino, un’altra ballerina,

uno morì di vecchiaia, uno di ghigliottina.

Da tutti questi ho imparato la più grande lezione,

niente accade due volte e per questa ragione

si nasce senza esperienza, si muore senza assuefazione

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Sculture di vento

Ho letto e riletto questo passaggio di Buon sangue in cui Jovanotti presenta il nono antenato della serie. E dopo un po’ ha cominciato a farsi strada un pensiero, una liberissima interpretazione. Mi son chiesto: in cosa è impegnato il matto? Sta cercando di scolpire delle sculture con il vento, è cioè impegnato in un atto creativo, generativo. Immediatamente ho pensato all’atto creaturale che ho studiato maggiormente. Nel mito cosmogonico raccontato in Genesi è proprio il soffio vitale di Dio a generare! E nell’induismo è fondamentale il concetto di atman; e nello yoga i momenti chiave sono quelli delle due apnee (kumbhaka) perché in essi il respiro è stabile e quindi è stabile anche la mente. Il respiro va poi emesso come se si lasciasse andare via la vita: più lo si trattiene, più si vive un anticipo di immortalità (piccolo ripassino per i ragazzi di quarta ;-). E proprio il riferimento all’induismo mi ha portato alla memoria che uno dei miti cosmogonici più diffusi è quello della danza cosmica. Per gli induisti la danza è più antica del mondo stesso, perché è proprio danzando sul monte Kailāsa che Shiva creò il cosmo e l’epoca attuale. Il Dio creatore pose il piede destro sul capo del demone primordiale, simbolo di ignoranza e cecità, uccidendolo (Eva col suo calcagno sul serpente?); poi sollevò il piede sinistro, a simboleggiare la conoscenza che conduce alla salvezza; nella mano destra levata in alto teneva il tamburo a clessidra (damaru), per scandire il ritmo del mondo, creando, un battito dopo l’altro, l’aria, il fuoco, l’acqua, la terra. Ma dalla stessa danza che risveglia la vita, scaturisce la scintilla che distruggerà la terra (la lingua di fuoco nella mano sinistra). Tamburo e fiamma sono i due elementi del gioco creazione-distruzione. (dalla Garzantina delle religioni). Sarei ora curioso di sapere se il buon Lorenzo l’ha fatto apposta o è solo fantasia mia… (potremmo metterci pure la danza dei dervisci…)

C’era un matto che faceva sculture di vento,Shiva.jpg

si fermavano a guardarlo quando in movimento

modellava ogni dettaglio della sua opera d’arte

dopo un po’ la fissava seduto in disparte,

quasi sempre scontento del suo risultato

con un soffio distruggeva quel che aveva creato.

E la sera la gente a casa ritornava,

con scolpito negli occhi il matto che danzava.

Mentre lui andava a letto sempre insoddisfatto,

proprio come un uomo, proprio come un matto.

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Il violinista mancato

vele.jpgUn suonatore di violino è l’ottavo antenato di Jovanotti. Sogna di diventare un virtuoso del suo strumento, ma incontra un amore malato per il quale rinuncia al suo sogno e si chiude in un mondo di gelosia e tristezza. Quando oramai la strada che porta al suo desiderio è preclusa (un sentiero non più calpestato si copre, negli anni, di rovi e cespugli) se ne va anche la donna da lui amata, e lo lascia proprio per un uomo che è diventato un violinista… Morale? “Mi insegnò che rinunciare all’ambizione è sbagliato, che poi la dea si vendica se c’hai rinunciato”. Come fare, allora, a non pensare a George Gray, uno dei morti di Spoon River, di cui Edgar Lee Masters “trascrive” gli epitaffi? Si parte da un’immagine: una barca ferma in un porto con le vele ammainate. Visto che a parlare è una persona che ha concluso la propria esistenza, viene da pensare che quella barca sia arrivata alla fine del suo viaggio. Invece no: “In realtà non è questa la mia destinazione, ma la mia vita”. E lo spazio del rimpianto si fa largo: “Perché l’amore mi si offrì e io mi ritrassi dal suo inganno; il dolore bussò alla mia porta, e io ebbi paura; l’ambizione mi chiamò, ma io temetti gli imprevisti.” Penso che a volte si confonda l’ambizione con l’arrivismo, la sana coltivazione di un desiderio con la voglia di avere ed essere sempre e comunque più di quel che si ha e si è. Vedo qui l’ambizione come un modo di vivere appieno la possibilità che viene data all’uomo con la vita; l’epitaffio si conclude così: “Malgrado tutto avevo fame di un significato nella vita. E adesso so che bisogna alzare le vele e prendere i venti del destino, dovunque spingano la barca. Dare un senso alla vita può condurre a follia ma una vita senza senso è la tortura dell’inquietudine e del vano desiderio – è una barca che anela al mare eppure lo teme.”

Lo zio di un mio trisnonno suonava il violino,

il suo sogno era di essere un grande virtuoso.

Poi si innamorò di una che gli cambiò il destino,

lasciò perdere il violino divenne triste e geloso.

Dopo un sacco di anni che stavano insieme,

quando aveva rinunciato al suo sogno di artista,

lei se ne andò via con i profumi e le creme

e si mise con uno che faceva il violinista.

Mi insegnò che rinunciare all’ambizione è sbagliato,

che poi la dea si vendica se c’hai rinunciato.

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Tra Gerolamo e Faber

Sono arrivato al settimo capitolo dedicato alla canzone Buon sangue di Jovanotti e al settimo avo. E’ la volta di un uomo vissuto ai tempi di Gerolamo Savonarola. Mi vien da sorridere perché ho studiato un libro sul frate domenicano per l’esame finale dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose. L’antenato di Jovanotti è un ammiratore di Savonarola, ne ammira la tempra morale, la forza, il rigore, la fede, ne è affascinato; poi però, quando torna a contatto con una realtà di “artisti, bordelli, mercati” si sente più a suo agio. Si definisce un condannato. Forse Savonarola non gli bastava… forse un predicatore non gli bastava… forse serviva qualcuno che percorresse le sue stesse strade… forse serviva qualcuno disponibile a condividere la sorte di un condannato… forse serviva qualcuno che si facesse punire come due ladroni senza gridare “ehi, fermatevi, i ladroni sono loro, non io”…

Un mio antenato visse al tempo di Savonarola,savo.jpg

ascoltava i suoi anatemi parola per parola.

Ammirava nei suoi occhi quella luce interiore

che hanno gli uomini di fede, di forza, rigore.

Poi però quando tornava a casa dopo i sermoni,

passava piazza della Signoria, via Tornabuoni,

le botteghe degli artisti, bordelli, mercati:

si sentiva a suo agio tra i condannati.

(e non posso nascondere l’ennesimo incrocio: mentre scrivo ascolto su Spotify una playlist di Jovanotti sulla musica italiana. Cosa c’è ora? Fabrizio De Andrè che canta: “questa gente di cui mi vai parlando è gente come tutti noi, non mi sembra che siano mostri non mi sembra che siano eroi, e non mandarmi ancora tue notizie nessuno ti risponderà se insisti a spedirmi le tue lettere da via della Povertà” …)

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La doppia chiave

batalha-20100610154625.jpgOggi è la volta di un fabbro vissuto ai tempi delle crociate. Oltre che di armi si occupava di cinture di castità per le mogli dei cavalieri che partivano in battaglia; il furbastro, però, si teneva una chiave di riserva e approfittava dell’assenza degli uomini durante le scorribande per minare la fedeltà delle coppie. Morale finale: “tra guerra e religione c’ha ragione il sesso”. Viene alla mente lo slogan hippy “Fate l’amore non fate la guerra”. Desidero però interpretare questo personaggio come fosse una metafora. Mentre gli strenui difensori delle religioni si scontrano e si ammazzano per far valere le proprie ragioni (già qui sarebbe da fermarsi a riflettere, ho usato il termine “ragioni” appositamente…), c’è chi si occupa del piacere e della felicità di chi resta fuori dalla battaglia. Mentre c’è chi si occupa a parole di difese e accuse su chi ha ragione o torto, c’è chi vive l’amore professato. Scrive Anthony de Mello: “ Un innamorato corteggiò invano una ragazza per molti mesi, soffrendo le pene atroci del rifiuto. Alla fine la sua amata cedette. “Vieni nel tal posto, alla tale ora”, gli disse. Nel tempo e nel luogo stabiliti l’innamorato si trovò finalmente seduto accanto all’amata. Allora s’infilò una mano in tasca e ne trasse un pacco di lettere d’amore che le aveva scritto durante i mesi passati. Erano lettere appassionate, che esprimevano la pena che provava e il suo ardente desiderio di sperimentare le delizie dell’amore e dell’unione. Egli iniziò a leggerle all’amata. Le ore passavano e lui continuava a leggere. Alla fine la donna disse: “Che razza di sciocco sei? Queste lettere parlano tutte di me e del desiderio che hai di me. Be, eccomi seduta accanto a te. E tu continui a leggere le tue stupide lettere”. “Eccomi seduto accanto a te”, disse Dio al suo devoto, e tu continui a riflettere su di me nella tua testa, a parlare di me con la tua lingua e a leggere di me nei tuoi libri. Quand’è che tacerai e mi assaporerai?”.

Ricapitolando a caso tra i miei antenati,

ce n’è uno che è vissuto al tempo dei crociati.

Fabbricava poi vendeva cinture di castità

era il garante tecnico della fedeltà.

E quando i cavalieri andavano a imbarcarsi in nave,

non sapevano che lui aveva la doppia chiave.

Mi ha insegnato che i costumi cambiano spesso

e che tra guerra e religione c’ha ragione il sesso.

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La maschera della bretone

Ancora una donna per il quinto personaggio annoverato da Jovanotti in Buon sangue. Sijovanotti, buon sangue, identità, maschera, recitare, verità, libertà tratta di un’attrice teatrale bretone che recitava al tempo in cui era concesso farlo soltanto agli uomini; per salire sul palco pertanto, doveva adottare un doppio travestimento: quello da uomo per poter recitare e poi quello del personaggio che doveva incarnare. Solo così, maschera su maschera, riusciva a sperimentare la libertà. Un cambio di identità che ti fa respirare la libertà, ma che ti fa anche “camminare di fianco a te stesso”, come se non potessi mai essere veramente te stesso. La maschera, il travestimento, il truccarsi per nascondersi permettono di potersi sperimentare in parti sconosciute, di azzardare parole o comportamenti a noi lontani, e non per forza negativi. A volte diventano strumento per conoscere parti nascoste di noi che chiedono soltanto di essere scoperte, apprezzate, amate, riconosciute come proprie. A volte camminare di fianco a se stessi può servire, basta, a mio avviso, che non diventi condizione esistenziale.

Nel mio albero genealogico quasi alla radice

c’è una donna di Bretagna che faceva l’attrice,

ma siccome solo i maschi lo potevano fare,

recitava di essere un uomo per recitare

cardinale, puttana, mendicante, musa,

la platea di fronte a lei non era mai delusa.

Da quella donna ho imparato che l’identità

ha una maschera e la maschera dà libertà.

Puoi cambiare faccia, parte, umore e sesso,

nel frattempo camminare di fianco a te stesso.

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Piacere vs potere

Finalmente il quarto avo di Jovanotti è una donna: corpo piccolo ma capace di donare calore a molti uomini, di varie etnie e di varie classi sociali, con identico risultato finale: la loro sottomissione. E’ la vecchia storia del dominio del piacere sul potere.

Mi torna alla mente una vecchia canzone portata al successo da Fabrizio De André: Carlogiuditta-e-oloferne.jpg Martello è di ritorno dalla battaglia di Poitiers e incontra una giovane donna. La pulzella respinge le avance di quel che crede un cavaliere, cedendo soltanto quando si accorge che sotto l’armatura si nasconde sua maestà. Re Carlo si rimette in sella per andarsene, ma la ragazza lo afferra “Beh proprio perché voi siete il sire fan cinquemila lire, è un prezzo di favor”. Nessun trattamento di favore per il sire, nessuna agevolazione.

Se poi qualcuno volesse incontrare due storie di ammaliamento contenute nella Bibbia cito la coppia Dalila e Sansone e la coppia Giuditta e Oloferne. Casi contemporanei preferisco evitarli, anche se sarebbero interessanti visto che comincia a farsi strada il ribaltamento dei sessi…

Una mia ava era una donna alta un metro e dieci,

frequentava romani, galli, egizi e greci.

il suo corpo era piccino, ma pieno di calore,

sottomise tutti quanti, anche un imperatore.

Dalla mia ava ho imparato che non c’è potere,

che resista all’arte buona di dare piacere.

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Il manovale

babele, jovanotti, buon sangue, conoscere, relazioniTerzo personaggio di Buon sangue e secondo riferimento biblico: un manovale che ha costruito la Torre di Babele. Riporto sommariamente l’episodio (Gn 11, 1-9): nei dintorni di Babilonia un popolo che parla la medesima lingua decide di costruire una città con una torre che arrivi al cielo. Durante il tentativo Dio si accorge delle intenzioni degli uomini e, per impedire loro la riuscita, fa sì che inizino a parlare in lingue diverse. Non potendo più comprendersi l’un l’altro demordono. Il manovale parente di Jovanotti non conosce il progetto nel suo insieme, non sa quale sia il fine, semplicemente apporta il proprio contributo mattone dopo mattone. Qui inizia la bella invenzione del cantautore: coi soldi guadagnati il manovale acquista un vocabolario multilingue, sicuramente utile per comprendere gli altri nel momento in cui Dio confonderà tutte le lingue. Ora quel vocabolario è nelle mani di Jovanotti: la comprensione linguistica è sicuramente agevolata, ma capire gli uomini è tutt’altra cosa. La conoscenza dell’idioma non è sufficiente per capirsi, per andare cioè oltre ad un incontro superficiale. Mi viene alla mente una storiella orientale che sul blog è già presente ma che non mi dispiace riproporre: «Un vecchio rabbino domandò una volta ai suoi allievi da che cosa si potesse riconoscere il momento preciso in cui finiva la notte e cominciava il giorno. “Forse da quando si può distinguere con facilità un cane da una pecora?”. “No”, disse il rabbino. “Quando si distingue un albero di datteri da un albero di fichi?”. “No”, ripeté il rabbino. “Ma quand’è, allora?”, domandarono gli allievi. Il rabbino rispose: “E’ quando guardando il volto di una persona qualunque, tu riconosci un fratello o una sorella. Fino a quel punto, è ancora notte nel tuo cuore.”»

Un vocabolario per capire gli umani potrebbe far comodo, ma non sarebbe comunque sufficiente a garantirci il buon funzionamento del tutto: un elenco di parole non è la conoscenza di una lingua, l’elenco delle caratteristiche di una persona non è la conoscenza di quella persona. Nulla può sostituire l’incontro diretto che, in ogni caso, non è detto sia sufficiente per affermare di conoscere una persona…

Un parente tra i più antichi era un manovale

nel cantiere della grande Torre di Babele.

Il progetto nell’insieme non lo conosceva,

ma mattone su mattone la Torre cresceva.

ad un certo punto con i soldi del salario

pensò bene di comprarsi un vocabolario:

inglese, spagnolo, turco, arabo, giapponese,

swahili, italiano, greco, indo, russo, portoghese.

Quel dizionario in qualche modo adesso è nelle mie mani,

ma è sempre complicato capire gli umani.

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Un tale Caino

Riprendo con il secondo personaggio di Buon Sangue. Jovanotti entra nella prima parte cainoeabele.jpgdella Bibbia e cita due episodi: l’uccisione di Abele da parte di Caino e la costruzione della torre di Babele. Mi fermo su Caino. Nella tradizione cristiana si è tramandata l’idea che Dio abbia rifiutato l’offerta agreste di Caino preferendo quella animale di Abele per riconoscere la bontà di quest’ultimo rispetto alla cattiveria del primogenito. Jovanotti riporta l’attenzione su un dato che emerge dal testo biblico: “Una domanda insanguinava il suo cuore e cervello. Perché Dio quella mattina preferì mio fratello?”. Nel libro della Genesi non vi è alcun riferimento a presunti meriti o demeriti dei due fratelli. E’ la domanda dell’uomo davanti all’incomprensibile. Ieri un’amica scriveva su fb “Questo preciso istante è uno di quei tanti momenti nella vita di un individuo che richiedono (più di ogni altro giorno) una manna dal cielo, un aiuto provvidenziale, un conforto disinteressato, un ‘segno’ ormai insperato”. E’ il momento in cui si percepisce la lontananza, quello del “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”, quello della profonda solitudine, del “Padre, se possibile allontana da me questo calice”. Qui Jovanotti apre alla consolazione: “Ma nei giorni più cupi, nei momenti più bui, lui sentiva che invece il più amato era lui”. La speranza è possibile anche là dove pare esserci solo disperazione, c’è luce anche nell’oscurità. Anche per l’assassino di suo fratello? Risponde la canzone: “come segno di amore gli era stato concesso il dolore e la colpa per il male commesso”. Ciò che Caino ha fatto non viene cancellato, non viene rimosso, ma gli viene fatto un gesto d’amore: la possibilità di espiare la propria colpa, il provare dolore per quanto ha fatto (attenzione: il male di Caino inizia con l’assassinio, non prima come spesso si pensa). Senza questo non è possibile vivere l’esperienza dell’essere perdonati. Senza pentimento ed espiazione del reo, quale perdono?

Tra i miei antenati più illustri c’è un tale Caino,

fondò la prima città e fu il primo assassino.

Una domanda insanguinava il suo cuore e cervello.

perché Dio quella mattina preferì mio fratello?

Ma nei giorni più cupi, nei momenti più bui,

lui sentiva che invece il più amato era lui

e come segno di amore gli era stato concesso

il dolore e la colpa per il male commesso.

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Il cuoco di Ulisse

Ho una t-shirt blu, ormai consunta, con una scritta tratta dal libro “Il mondo di Sofia” di Jostein Gaarder: Chi sei tu? Il libro è uno dei miei preferiti. Sono andato a ripescare la risposta della protagonista, Sofia Amundsen.

“Non lo sapeva di preciso. Era Sofia Amundsen, naturalmente, ma chi era? Non era ancora riuscita a scoprirlo del tutto. E se si fosse chiamata con un altro nome? Anne Knutsen, per esempio. In quel caso sarebbe stata un’altra persona? Di colpo le venne in mente che, quando era nata, suo padre voleva chiamarla Synneve. Sofia cercò di immaginarsi mentre stringeva la mano a qualcuno e si presentava come Synneve Amundsen… No, non era possibile. Quella ragazza era una persona completamente diversa. Si alzò di scatto e andò in bagno con la strana lettera in mano. Si mise davanti allo specchio e cominciò a fissarsi negli occhi. «Io sono Sofia Amundsen», disse. La ragazza nello specchio rispose con una piccola smorfia. Faceva tutto quello che faceva Sofia. Sofia cercò di precedere l’immagine con un movimento fulmineo, ma l’altra fu altrettanto veloce. «Chi sei tu?» chiese. Non ricevette alcuna risposta, ma per una frazione di secondo si domandò sconcertata se era stata lei o l’immagine ad aver posto la domanda. Sofia premette l’indice sul naso riflesso nello specchio e disse: «Tu sei me». Dal momento che neanche questa volta aveva avuto risposta, capovolse la frase: «Io sono te». Sofia Amundsen non era mai stata soddisfatta del suo aspetto. Spesso le facevano complimenti per i suoi occhi a mandorla, ma senza dubbio le dicevano così soltanto perché il naso era troppo piccolo e la bocca troppo grande. Le orecchie poi erano esageratamente vicine agli occhi. La cosa peggiore erano i capelli lisci che non le stavano mai a posto. A volte suo padre le accarezzava la testa e la chiamava «la bambina dai capelli di lino», riferendosi al titolo di un preludio di Claude Debussy. Facile a dirsi per uno che non era condannato per tutta la vita ad avere capelli neri che penzolano diritti come spaghetti. Perfino la lacca e il gel non servivano a niente. A volte pensava di essere fisicamente così strana che si chiedeva se non fosse nata deforme. La mamma aveva parlato di un parto difficile. Ma era solo la nascita a determinare l’aspetto di una persona? Non era strano che lei non sapesse neanche chi fosse? Non era assurdo che non potesse neppure decidere il proprio aspetto? Quello, invece, era arrivato bello e pronto. Forse poteva scegliersi gli amici, ma non aveva scelto se stessa. Non aveva neanche scelto di essere un essere umano. Che cos’era un essere umano? Sofia fissò nuovamente la ragazza dello specchio. «Forse è meglio che vada di sopra a fare i compiti di scienze», mormorò. No, meglio andare in giardino, decise. «Micio, micio, micio, micio!» Sofîa spinse il gatto sulla scala e chiuse la porta. Nel momento in cui si trovò sul sentierino ghiaioso con la misteriosa lettera in mano, avvertì una strana sensazione. Si sentiva come una bambola diventata viva per incanto.”

Questo brano mi è tornato alla mente poco fa, quando ho ripreso in mano una canzone di Jovanotti che da tempo volevo affrontare con calma. E ho deciso di farlo veramente con calma: spezzetterò il testo musicale in piccole parti, soffermandomi brevemente su ciascuna di esse. La canzone è Buon Sangue, tratta dall’omonimo album del 2005. Il concetto di fondo è piuttosto semplice: siamo uomini poco originali nel senso che abbiamo preso un po’ da tutti i nostri parenti vicini o lontani nel tempo, comunque venuti prima di noi. Eppure abbiamo una nostra specificità: “niente accade due volte” canta alla fine della canzone Jovanotti. Sta di fatto che tutto il pezzo sembra una continua risposta alla domanda posta a Sofia Amundsen. Parto con la prima strofa.

ulisse_sirene.jpgIl primo parente è un cuoco imbarcato sulla stessa nave di Ulisse, il prototipo di tutti i viaggiatori: mentre tutti i marinai si mettono la cera nelle orecchie per non sentire il canto delle sirene, il cuoco si addormenta e pensa di aver sognato il canto delle sirene, e di averlo pure dimenticato. Canta Jovanotti: “Restò dentro di lui quel richiamo del vuoto che hanno tutti gli uomini che hanno vissuto un tuffo inconsapevole nell’assoluto”. Dal cuoco ha imparato alcune cose: che i sogni e la vita spesso si confondono tra loro e non sempre è facile distinguere realtà e sogno, anzi spesso si alimentano a vicenda; che il viaggio è sempre un ritorno, magari a se stessi, alla propria identità, non sempre identica a se stessa e in continua evoluzione; che di quella nave ci si ricorda di Ulisse, ma che Ulisse aveva avuto bisogno anche di lui, di un cuoco…

“Un mio parente era il cuoco sulla nave di Ulisse

al grande eroe e ai suoi uomini faceva pranzi e cene

anche a lui fu dato l’ordine che non ascoltasse

passando da quell’isola il canto delle sirene.

Ma lui si addormentò e non si mise la cera

e quando si svegliò credette di avere sognato,

ma invece l’esperienza era stata vera:

quel canto misterioso lui l’aveva ascoltato

e misteriosamente anche dimenticato.

Restò dentro di lui quel richiamo del vuoto

che hanno tutti gli uomini che hanno vissuto

un tuffo inconsapevole nell’assoluto.

Da lui ho imparato a vivere la realtà come un sogno

e i sogni come fossero una cosa reale,

a vivere ogni viaggio come fosse un ritorno

e che anche i grandi eroi han bisogno di mangiare.”

Domani continuo…