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Tag: charli hebdo

Posted on 16 gennaio 2015

Rischio Babele

Una riflessione di Assunta Staccanella: un’altra profonda voce tra quelle che abbiamo letto insieme in questi giorni. Conoscere, leggere, capire, immedesimarsi: non conosco altra via in questi casi.

“Una babele di voci, alla cui torre ogni giorno si aggiungono nuovi mattoni, verbali e grafici:
“Io sono Charlie!”
“Un attacco al valore europeo della libertà!”
“Sono morte diciassette persone!” (… e altre tre …)
“Dietro tutto questo ci sono delle manovre degli americani, è un complotto!”
“Le solite ipocrisie: i sauditi frustano un blogger e tutti tacciono!”
“Ma perché non c’è una marcia di milioni di persone anche per la Nigeria?”
“La religione è alla base della strage di Parigi!”
“In nome di un pugno di Dei ci si è sempre combattuti!”
“Siamo in guerra santa, siamo in guerra santa!!!”
“Dieu n’existe pas – Sì”
Oggi, durante la pausa caffè, tra Marta che è stata promossa e Chiara che aspetta un bambino, hanno fatto torre-di-babele 2capolino Boko Haram e Charlie Hebdo, mescolandosi senza soluzione di continuità ai mille discorsi quotidiani.
La chiacchiera. Immediata, limpida e amara mi coglie la percezione di essere immersa nella chiacchiera.
Heidegger diceva che essa si palesa quando il discorso perde il rapporto autentico con il reale, diffondendosi e ripetendosi in cerchi sempre più ampi, dai quali trae autorità. La chiacchiera è la possibilità di credere di aver compreso tutto, senza alcun vero confronto con la cosa da comprendere: “le cose stanno così perché così si dice”. Per la chiacchiera non esiste più nulla di incerto.
Vorrei saper smettere di fabbricare mattoni… ma in questa torre artificiale è tanto difficile sostare, perché cambia continuamente, si ingigantisce in nuovi piani e stanze e scale ed androni, tutti aperti e intercomunicanti, in cui fatico a trovare lo spazio necessario alla riflessione, all’autentica appropriazione, al lavorio che occorre per provare a capire.
Devo fare ordine. Comincio dal principio. Torno a pensare in compagnia dei grandi.
Dio.
Che piccola, immensa parola. Karl Rahner, nel suo Corso fondamentale sulla fede, scrive: “per l’uomo la cosa più semplice e inevitabile nella questione di Dio è il fatto che nella sua esistenza spirituale esista la parola Dio”.
L’uomo infatti non ha esperienza immediata della realtà di Dio, come può averla di un albero, o di un sentimento interiore. Queste realtà vengono a noi per prime, quasi evocando una parola che le nomini. Per Dio non è così. La parola “Dio” è il primo, generalissimo modo in cui facciamo esperienza del mistero di Dio stesso.
L’esistenza di questa parola è attestata in tutte le lingue e in tutte le culture, indica sempre un essere superiore, causa e ordine della realtà. Anche l’ateismo – o la satira! – contribuisce a far sì che essa viva: nel momento stesso in cui nega l’esistenza di Dio, infatti, l’ateo lo nomina rinnovandone la presenza. Paradossalmente, per sperare che essa scompaia, egli dovrebbe tacere in maniera radicale, non dichiarandosi neppure a-teo.
Nella nostra cultura però questa parola è quasi divenuta opaca, dice troppo poco, per cui senza pensarci le affianchiamo degli attributi: padre, signore, celeste … Eppure proprio la sua spaventosa mancanza di contorni ci fa intuire la natura di ciò che indica: qualcosa di ineffabile, il silente, colui che è nel mondo in modo assolutamente diverso, presente e non visto, il tutto fondante.
La parola Dio risulta essere l’unica parola che pone l’uomo, ogni uomo credente o meno, di fronte all’ipotesi, o alla possibilità, che la realtà sia sensata, organica e armoniosa, frutto di un progetto unitario in cui sentirsi inseriti, l’unica parola che rende possibile chiedersi “perché” sperando in una risposta.
È una parola potente, da non nominare invano.
Abita il fondo dell’umanità, è un appello ancestrale, può suscitare rabbia o nostalgia, fastidio o invocazione, ma raramente lascia indifferenti, piuttosto convoca e scuote. E’ una parola attiva, capace di muovere al dono di sé come alla guerra, con intensità impensata.
Anche per questo sono sorte le religioni: la religione compone, mette ordine, collega intuizioni ed istinti, regola e incanala. Ha ragione il card. Tauran (Avvenire, 10/01/15), quando dice che le religioni non sono il problema, sono parte della soluzione.
Solo che troppo spesso gli uomini non le conoscono, le religioni. Molte volte neppure la propria.
“Io ti conoscevo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti vedono” (Gb 42,5).
Non trovo preghiera più urgente, oggi: “Rabbunì, che noi vediamo” (Mc 10,51).”

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