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Gemme n° 446

Spotlight è il nome del gruppo di giornalisti che si è occupato delle indagini riguardanti alcuni preti pedofili negli Usa, e soprattutto la loro copertura da parte dell’arcivescovo Bernard Francis Law della diocesi di Boston. Trovo la cosa oltraggiosa, un insabbiamento che è un tradimento sia nei confronti delle famiglie che credevano nella Chiesa Cattolica sia nei confronti della Chiesa stessa. Nel 2002 Bernard Law si è dimesso ed è stato mandato in Italia come arciprete della Papale Basilica Liberiana di Santa Maria Maggiore. Solo ultimamente, secondo alcune fonti, è stato allontanato. Alla fine del film compare anche il numero delle vittime e dei preti coinvolti (non solo in America). La vicenda è anche raccontata dal libro “Tradimento” edito da Piemme”. Con queste parole A. (classe seconda) ha presentato la propria gemma.
Così, qualche anno fa don Antonio Gallo: “Lo scandalo dei preti pedofili, nascosto per anni dagli apparati ecclesiali, è stato a ben vedere una questione di difesa dell’istituzione temporale. Certo, la Chiesa è fatta di uomini e gli uomini sbagliano. Tuttavia, una delle più gravi vergogne in epoca moderna è stata il silenzio degli uomini di curia su un peccato che grida al cospetto di Dio! E questo per salvaguardare l’apparato istituzionale-gerarchico, per proteggere ipocritamente uomini malati, che avrebbero dovuto essere sospesi dalla loro funzione e affidati agli psicoterapeuti, piuttosto che spostati da una parrocchia all’altra, da una comunità religiosa all’altra, in incognito. C’è la crisi innegabile delle vocazioni sacerdotali, l’esercito dei preti nel mondo sta diventando una piccola truppa, ma ciò non giustifica il mantenimento di persone consacrate con gravi problemi di sanità mentale.”

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Nel 2050 più cattolici in India che in Germania

Articolo lungo ma, a mio avviso molto molto interessante; serve ad avvicinarsi un po’ a una realtà complessa come quella indiana e a intuire che le realtà religiose nel mondo non sono sempre semplici, chiare e ben delineate, come a volte può sembrare di poter dedurre da una cartina geografica delle religioni. E’ scritto da Francesca Marino su Limes.

“Secondo gli ultimi dati, la percentuale di cattolici in India cresce a un tasso maggiore di quello della popolazione totale. Significa che qui nel 2050 ci saranno circa 30 milioni di fedeli alla Chiesa di Roma: più che in Germania, ad esempio, e quasi quanto in Polonia. Il che rende l’India, per il Vaticano e la comunità cattolica, un paese di fondamentale importanza sia politica che geopolitica. Nonostante i cattolici indiani rappresentino soltanto un misero 1,6 % della popolazione locale, si tratta di circa 17,6 milioni di individui che seguono riti e tradizioni della Chiesa di Roma e guardano al papa come guida e fonte di ispirazione. Più o meno. In realtà il cattolicesimo in India, che ha una storia più che centenaria risalente alla conquista portoghese di Goa nel 1510, è ben lontano dal costituire un fronte unitario o scevro da problemi e complicazioni di natura sia sociale che teologica.

La Chiesa indiana comprende 3 grandi tradizioni: quella di rito siro-malabarese, la tradizione siro-malankarese e il rito latino. A seguire il primo rito sono circa 4 milioni di persone, che si rifanno a una tradizione locale secondo cui la Chiesa in questione fu fondata dall’apostolo Tommaso. Per questo motivo i suoi fedeli sono definiti: “cristiani di san Tommaso”. La Chiesa siro-malabarese ha una complessa e peculiare gerarchia, è profondamente sincretica e fortemente radicata nella tradizione e nella cultura locale. Tanto radicata da seguire regole proprie nella costruzione delle chiese, nella liturgia di matrimoni e funerali e nella formazione del clero. Di recente, il Sinodo sino-malabarese ha modificato anche gli abiti di vescovi e sacerdoti, cambiando colori e stili per renderli più consoni alla tradizione locale. Inoltre, ha deciso di inserire la raffigurazione dell’apostolo Tommaso all’interno dell’immagine della croce. Distinzioni liturgiche a parte, la Chiesa cattolica sta allargando la propria sfera di influenza dagli Stati del sud, dove prevale quella tradizionale, fino al nord-est che è stato fino a qualche anno fa “terreno di caccia” quasi esclusivo di cristiani appartenenti alle Chiese protestanti. Mentre le confessioni cristiane in generale sono guardate con diffidenza, la Chiesa cattolica riveste agli occhi degli indiani, anche di quelli non cattolici, una posizione molto peculiare. Gli indiani nutrono un estremo rispetto nei suoi confronti soprattutto per via della capillare rete di scuole, ospedali e organizzazioni di carattere sociale gestite da preti e suore. Le cosiddette convent schools hanno formato molte generazioni dell’attuale e passata classe dirigente indiana e costituiscono ancora uno dei capisaldi dell’istruzione privata locale. Il motivo è che al contrario di ciò che accade nel resto del mondo le convent schools, pur essendo gestite da religiosi, non impongono a nessun allievo la frequentazione della Chiesa, regole di catechismo o altro genere di istruzione religiosa. La misura della considerazione e del rispetto in cui sono tenute le organizzazioni cattoliche si è avuta nel 1997 in occasione della morte di madre Teresa di Calcutta, a cui sono stati tributati i funerali di Stato, omaggio in precedenza reso soltanto a un altro privato cittadino: il Mahatma Gandhi. Madre Teresa, pur essendo europea e cattolica, era riuscita a entrare nei cuori e nella coscienza della gente di Calcutta e del resto dell’India. La sua figura era controversa e per molti aspetti discutibile, ma la religiosa era riuscita a incarnare alla perfezione lo spirito e la forma del cattolicesimo indiano. Spirito e forma che, per certi versi, continuano a dare più di un mal di testa al Vaticano e alle gerarchie ecclesiastiche. Chi si avventura fino alla Casa madre delle suore di madre Teresa, troverà la tomba della piccola suora albanese e una statua della Vergine a grandezza quasi naturale venerata allo stesso modo, più o meno, in cui la dea Kali viene adorata a qualche chilometro di distanza, nel tempio che porta il suo nome. Perché per l’uomo della strada non esiste alcuna incompatibilità nella coesistenza, all’interno di un altare domestico, tra effigi di madre Teresa, Kali, Cristo e, perchè no, di Karl Marx. Non è un caso, d’altra parte, che gli Stati indiani in cui i cristiani e i cattolici sono più presenti sono anche quelli in cui è più forte il partito comunista. O la guerriglia, maoista o separatista che sia.

Il concetto dell’esistenza di un unico vero Dio, che implica la falsità delle altre religioni e degli altri dèi, è profondamente estraneo alla mentalità e alla cultura indiana: non soltanto alla cultura induista, ma anche in qualche misura alla cultura musulmana locale nella sua accezione più ampia. Il concetto, come realizzò papa Wojtyla nel suo viaggio in India, è di difficile digestione anche per molti preti cattolici locali. D’altra parte, la questione del pluralismo religioso peculiare alla società e alla religiosità indiana, inclusa quella cattolica e cristiana, è stata sollevata e discussa anche da fior di pensatori che, pur non essendo indiani, hanno una certa familiarità con l’India e con la spiritualità indiana: Raimond Panikkar, Jacques Dupuis, Felix Wilfred tra gli altri. L’attribuzione di un alto valore teologico e spirituale alle religioni non cristiane (a Panikkar si devono alcuni fondamentali studi e commenti sui Veda induisti) è inevitabile, se si considera la peculiare composizione della società e della cultura dell’India, e preoccupa le gerarchie vaticane. Uno dei primi compiti del “nuovo corso” dovrebbe essere l’incoraggiamento del dialogo religioso e l’apertura a discussioni teologiche e dottrinarie all’interno della Chiesa indiana che, senza violare precetti o dogmi, prendano in considerazione il patrimonio spirituale e culturale della patria di Gandhi. D’altra parte, la sopravvivenza della Chiesa cattolica nel mondo e la sua diffusione si devono, in ultima analisi, proprio alla storica capacità di incorporare riti e tradizioni appartenenti a diverse religioni e culture.

Dalit Christians1.JPGIl vero problema della Chiesa in India non è però legato a questioni dottrinarie quanto a motivi di carattere sociale. Circa il 70% dei cattolici indiani è composto da dalit, considerati intoccabili dagli induisti. La conversione e una Chiesa che predica l’uguaglianza tra gli uomini ha ovviamente sempre avuto un certo appeal su tutti coloro tenuti ai confini della società. La Chiesa cattolica si batte da anni contro la discriminazione praticata dagli induisti nei confronti dei fuori casta e tuona contro l’aberrazione del sistema castale. Tuttavia, raccontava l’arcivescovo Marampudi Joji nel 2005, le cose non sono esattamente come appaiono o come dovrebbero essere. Joji riportava l’aneddoto di un incontro tra Indira Gandhi e alcuni leader cattolici che protestavano contro il sistema castale. Indira, a quanto pare, avrebbe risposto secca: “Prima risolvete la questione dei dalit all’interno delle vostre fila e poi tornate da me con le vostre lamentale. Soltanto allora sarò disposta ad ascoltarvi”. In molti Stati i dalit sono più discriminati tra i cattolici di quanto non lo siano tra gli stessi induisti. Su un totale di 200 vescovi indiani, soltanto 6 sono dalit. In alcuni Stati esistono cimiteri separati per i fuori casta, posti separati all’interno delle chiese o addirittura chiese separate o messe celebrate per dalit e per non dalit. Secondo le denunce fatte da alcuni sacerdoti fuori casta, la Chiesa boicotta il loro ingresso nei seminari o espelle i giovani sacerdoti dalit. Nel 1992 un gesuita dalit, don Anthony Raj SJ, ha pubblicato uno studio sulla discriminazione dei fuori casta all’interno della Chiesa cattolica: inutile dire che le sue parole sono cadute in un assordante silenzio. Eppure, in alcune parrocchie di Stati tradizionalmente legati al concetto di intoccabilità come il Tamil Nadu, sono in essere consuetudini che dovrebbero far rabbrividire ogni cristiano degno di questo nome: ai dalit non è permesso fare i chierichetti, leggere i testi sacri durante la messa, stare in fila per ricevere l’ostia assieme agli altri fedeli. Giovanni Paolo II nel 2003 aveva ufficialmente preso posizione, sia pure in maniera molto morbida, al riguardo invitando la Chiesa a “vedere ogni essere umano come figlio di Dio”. Certo è che ancora oggi, se i dalit sono considerati figli di Dio, si tratta di figli di un dio minore. Il nuovo papa farebbe bene a invitare i propri vescovi in India a mettere in pratica l’evangelico racconto della trave nel proprio occhio la prossima volta che si batteranno contro le discriminazioni praticate dagli hindu. Dovrebbe, inoltre, invitare le gerarchie ecclesiastiche a non far finta di non sapere ciò che accade in Tamil Nadu, in Kerala o a Goa accogliendo finalmente le istanze dei cattolici dalit che domandano soltanto, in ultima analisi, quell’uguaglianza che gli è stata promessa quando si sono convertiti.

Il progressivo aumento delle conversioni ha causato negli ultimi anni un aumento delle persecuzioni di cattolici e cristiani in generale a opera di organizzazioni legate all’estrema destra nazionalista hindu che temono ufficialmente una “cristianizzazione” sempre più capillare del nord-est e del sud dell’India. Spesso la religione viene adoperata come mezzo per regolare questioni di altra natura. Accade lo stesso in Pakistan, dove la famigerata legge anti-blasfemia è diventata un mezzo potentissimo in mano a chiunque abbia conti da regolare con qualcuno. Accusare un vicino o un concorrente di blasfemia, musulmano, cristiano o induista che sia, è diventato il metodo più semplice e sicuro per regolare ogni genere di rivalità o conto in sospeso. In India non esiste una legge anti-blasfemia e la libertà religiosa è più o meno garantita ovunque. Tuttavia, in molte zone esistono particolari condizioni di natura socio-economica molto complesse, legate in qualche modo anche al fattore religioso in cui le lotte di potere tra rappresentanti di diversi interessi vengono spacciate per conflitti di confessione. Un esempio per tutti è Orissa, Stato in cui la presenza di tribali è molto significativa così come la presenza della guerriglia maoista. È uno degli Stati più poveri dell’India, se si considerano gli indicatori di povertà della popolazione locale, ma uno dei più ricchi di risorse minerarie di tutto il subcontinente indiano. A Orissa si svolge da anni una battaglia quasi epica tra il mondo dei tribali (destinato a tramontare malinconicamente come quello dei nativi americani) e il mondo delle acciaierie, delle società minerarie e della “nuova India” che investe sempre più massicciamente nella regione. I cristiani sono da anni molto attivi e presenti tra i tribali e i contadini, specialmente nella fascia centro-sud della regione. Le conversioni sono state numerose e hanno spesso suscitato invidie e rivalità profonde tra convertiti e non convertiti. I primi infatti sono aiutati economicamente, i loro figli possono andare a scuola, le loro famiglie si trovano all’improvviso a godere di un’agiatezza, sia pur minima, sconosciuta ai non convertiti. O a coloro che dall’animismo sono passati all’induismo. I cristiani hanno anche supportato le istanze di contadini e tribali nei confronti degli investimenti selvaggi a opera delle imprese sia indiane che straniere che operano nella regione. Istanze appoggiate anche dai guerriglieri maoisti, che della lotta contro le multinazionali e lo sfruttamento del territorio in Orissa hanno fatto una delle loro bandiere. Lo Stato è governato da una coalizione di partiti di destra, fortemente incline a difendere gli interessi degli investitori e fortemente compromessa con la mafia locale. Questa in alcuni casi è stata arruolata dai suddetti investitori per sgombrare il campo da dimostranti e contestatori. La divisione molto generalizzata tra induisti-governanti e cristiani-maoisti e contestatori è alla base di molte delle persecuzioni cosiddette religiose avvenute nell’area.

Purtroppo, i conflitti di natura socio-economica sono destinati ad aumentare nell’India del futuro. In luoghi in cui lo Stato è del tutto assente, il vuoto delle istituzioni è stato riempito in generale da organizzazioni sociali di natura più o meno religiosa; un po’, con le dovute differenze, come in Pakistan hanno fatto madrasa e organizzazioni integraliste islamiche. È un discorso impopolare, ma deve essere affrontato in qualche modo se si vuole risolvere il problema dei conflitti interreligiosi locali. Subordinare, come spesso accade, un piatto di minestra e benefici economici più o meno rilevanti ai cambi di religione e alle conversioni non fa bene a nessuno. E contribuisce a infiammare o a creare ex novo conflitti e lotte tra poveri mascherate da differenze religiose. Madre Teresa di Calcutta l’aveva capito immediatamente e non aveva mai subordinato aiuti e sostegno alla conversione dei suoi protetti. Così come l’hanno capito molti singoli religiosi che svolgono in India il loro lavoro e fanno della compassione e della carità senza etichette la loro regola di vita. Varrebbe forse la pena di valorizzare alcune voci e esperienze di dialogo tra confessioni diverse invece di bandirle tacitamente o di nasconderle. Per esempio le opere di padre Antony de Mello, a un certo punto scomparse dal radar delle Chiesa ufficiale. Oppure l’incredibile opera di padre Henry Le Saux, un monaco benedettino francese che aveva preso il nome di Abhishiktananda, che è stato un pioniere del dialogo interreligioso tra induisti e cattolici. Considerato un santo da induisti e cristiani, egli ha avuto un costante dialogo con Ramana Maharishi, una delle voci più alte della spiritualità indiana, e ha fondato il monastero di Shantivanam in cui la regola benedettina si fonde con la tradizione spirituale induista. Approfondire le sue intuizioni sarebbe forse il miglior modo per dare una decisiva svolta al corso del cattolicesimo indiano.”