Uno sguardo geopolitico

Scrive Germano Dottori su Limes.

ratzinger_solo_460.jpg“Con un gesto a sorpresa, Benedetto XVI ha annunciato l’11 febbraio di fronte ad un Concistoro sgomento la propria abdicazione al Soglio Pontificio: un gesto senza precedenti nella storia moderna della Santa Sede che, se appare comprensibile alla luce della crescente fatica fisica dell’uomo, solleva nondimeno molti interrogativi e problemi circa il futuro immediato della Chiesa Cattolica. Diversi giornalisti ascoltati nei mesi scorsi pronosticavano una fine imminente per il regno di Joseph Ratzinger, perché c’erano dei dubbi circa le sue capacità fisiche di assorbire il forte stress collegato all’imminente visita pastorale in Brasile. Ma nessuno si aspettava un esito del genere. Benedetto XVI ha chiesto la convocazione di un conclave, che non dovrebbe vederlo protagonista diretto, dal momento che valgono anche nei suoi confronti le previsioni del diritto canonico che non consentono la partecipazione di alcun cardinale ultraottantenne alla scelta del futuro papa. Pare però difficile che un pontefice vivente, ancorché dimissionario, si estranei completamente dal processo che porterà alla selezione del suo successore. Non è anzi da escludere che una delle ragioni dietro questo passo inconsueto possa proprio essere proprio la volontà di influirvi. Benedetto XVI ha avuto un regno difficile, contrassegnato da aspre lotte intestine probabilmente generate dalle stesse modalità in cui avvenne la sua elezione, e forse desidera sbarrare la strada ai suoi nemici. La circostanza potrebbe pesare. È quindi probabile che gli avversari personali del pontefice abbiano vita difficile il prossimo marzo nella Cappella Sistina e che molte strategie già poste in essere dai cardinali più ambiziosi risultino pregiudicate da questa improvvisa rinuncia, che diventerà esecutiva alle ore 20 del prossimo 28 febbraio.

L’esistenza in vita di Joseph Ratzinger, tuttavia, non necessariamente favorirà coloro che si considerano nel Sacro Collegio più vicini alle sue posizioni, come l’attuale arcivescovo di Vienna. Fare previsioni risulta quindi difficile, come e più che in passato. È spesso ai candidati battuti nel precedente conclave che occorre guardare per ipotizzare la figura del successore. Il cardinal Martini, che alla prima votazione prese più voti del papa ora dimissionario, è scomparso ed è quindi fuori gioco. Ma in campo c’è ancora il gesuita argentino Bergoglio, che giunse vicino all’ottenimento di quella minoranza di blocco che avrebbe costretto i cardinali a cercare comunque una figura di mediazione tra gli opposti partiti in cui si dividono da anni i principi della Chiesa: quello dei sostenitori dell’eredità del Concilio e l’altro di coloro che invece ne vorrebbero l’archiviazione.

La conclusione repentina del pontificato di Benedetto XVI chiude un’esperienza purtroppo contrassegnata da incidenti e sconfitte più che da successi. Ratzinger ha polarizzato i giudizi, spesso spiazzando l’ala più conservatrice della cattolicità senza acquisire consensi tra i riformatori. È quindi rimasto solo, forse insopportabilmente solo, vittima delle ambiguità della sua complessa figura di intellettuale ed ecclesiastico. Questa abdicazione produrrà inevitabilmente anche dei riflessi geopolitici significativi. Si allontana dai vertici della Chiesa, infatti, un forte propugnatore della riconciliazione con il Patriarcato ortodosso di Mosca e al contempo un deciso avversario della politica mediorientale di attivo sostegno all’Islam politico perseguita dall’amministrazione Obama. Difficile che non ne risenta anche l’Italia, ancorché Roma sia stata già in altro modo indotta nel 2011 a distanziarsi dal progetto euro-russo per allinearsi agli orientamenti degli Stati Uniti.”

Una trama che non sappiamo

Scrive Marina Corradi su Avvenire

“Non accadeva da secoli. E si pensava non potesse accadere. Il mondo, da un capo all’altro, sbalordito. «Ad cognitionem certam perveni vires meas ingravescente aetate non iam aptas esse ad munus Petrinum aeque administrandum». L’austerità del latino rende appieno la drammaticità e l’essere già storia di quelle poche righe: «Sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino…».

Le parole a lungo ponderate in silenzio, maturate in un confronto serrato fra la coscienza di un uomo e Dio, erompono, inattese. Il web impazzisce. I potenti dichiarano. Ma noi credenti, noi che amiamo Benedetto XVI, che ne ascoltiamo da anni le parole e ne conosciamo il profondo amore per la Chiesa, siamo rimasti, ieri, profondamente smarriti. Tu, te ne vai? In quanti conventi e cattedrali e chiese e missioni e case e favelas in tutto il mondo questa domanda è risuonata ieri, dolorosa. Tu, Pietro, rinunci. E noi nelle nostre fatiche e sofferenze ci siamo sentiti più soli, come un esercito il cui generale, gravato dagli anni, lasci il campo. Semplicemente, dolore: un dolore filiale è ciò che milioni di fedeli hanno sentito addosso, ieri. Noi, non sappiamo. Non conosciamo in che modo la «ingravescens aetas» abbia incalzato il Papa, sempre più da vicino, e come, rodendone le energie, abbia avuto la meglio sulle forze dell’uomo.

Nemmeno possiamo immaginare quale carico di responsabilità e sfide gravi oggi sul Papa. Se sapessimo, forse capiremmo. Ciò di cui non dubitiamo è che questo gesto sia ancora e sempre di amore per la Chiesa; che Benedetto abbia pensato al bene Chiesa, prima che a sé, nel decidere. Ci sono, fra le righe degli ultimi discorsi, parole che lette oggi sembrano quasi voler consolare quelli come noi, gli smarriti. «Essendo cristiani – aveva detto il Papa nella lectio divina al Pontificio seminario romano maggiore, venerdì scorso – noi sappiamo che nostro è il futuro, e che l’albero della Chiesa non è un albero morente, ma albero che cresce sempre di nuovo». Pensava già anche a noi Benedetto XVI, quando scriveva queste parole? Come un padre che avverta il declino, e al dolore dei figli risponda facendo memoria che, in Cristo, nulla muore per sempre; e che se qualcosa sembra finire, è per rinascere ancora. Dentro una immensa storia che continua possiamo farci una ragione, nel nostro smarrimento, dell’andarsene di un padre. Non lo ameremo, per questo, di meno; anzi forse di più, come quando sulla faccia di tuo padre un giorno d’improvviso vedi quanto pesano gli anni, e i dolori.

E vengono in mente le ultime due pagine di ‘La mia vita’, autobiografia di Ratzinger prima del pontificato, in cui spiegava perché, nel suo stemma di arcivescovo di Monaco e Frisinga, avesse messo un orso. Secondo la leggenda, Corbiniano, fondatore della diocesi di Frisinga, stava recandosi a Roma quando un orso aggredì e sbranò il suo cavallo. Allora il santo ordinò all’orso di caricarsi il fardello del cavallo, fino a Roma. Alla leggenda il futuro pontefice associava un commento di Agostino al Salmo 72, in cui il santo scriveva: «Sono divenuto per Te come una bestia da soma, e proprio così io sono in tutto e per sempre vicino a Te». Che non sia questa, di domandava Ratzinger, un’immagine del mio personale destino? Come già avvertendo sulle spalle il giogo incombente. Il libro finiva così: «Quando sarà lasciato libero l’orso, non lo so, ma so che anche per me vale: “Sono divenuto la Tua bestia da soma, e proprio così sono vicino a Te”». L’orso ha portato un carico grande. Ora cede agli anni, e al gran peso; per ciò che ritiene il bene della Chiesa, umilmente cede. Ci resta, luminosa, quella parola sull’albero che non muore, ma germoglia sempre e di nuovo. Sotto al cielo di piazza San Pietro, grigio in una mattina di febbraio, la Chiesa continua. E invisibili si incrociano promesse e vocazioni e destini, come fili di una trama che non sappiamo; ma che attende noi, e i nostri figli, e il Papa che verrà, in un disegno buono.”

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Nella società del carrierismo

Riporto la prima parte dell’articolo del giornalista austriaco Gerhard Mumelter per Internazionale. La seconda parte tocca la politica italiana e non mi interessava riportarla qui.

“Trovo tranquillizzante quello che è successo l’11 febbraio a Roma. Che una delle personalità più potenti del mondo possa congedarsi senza emozione visibile con una breve dichiarazione in latino, cogliendo di sorpresa tutta la stampa mondiale, è un fatto singolare e simpatico.

Il fatto che in una società in cui fingere efficienza è un’abitudine diffusa, qualcuno riconosca di non avere più le forze necessarie per guidare un’istituzione affidatagli è un avvenimento raro e di forte valore simbolico. Un gesto innovativo e nobile che cancella molte perplessità dell’opinione pubblica sul pontificato di Benedetto XVI. Immaginarsi un papa in pensione finora era un assoluto tabù. Il brevissimo discorso del papa ci ha fatto tornare in mente la famosissima scena del film Habemus papam di Nanni Moretti. Ma non c’erano espressioni esterrefatte, nessuna ombra di panico o disperazione nelle facce dei cardinali. Si sapeva che Joseph Ratzinger non avrebbe mai voluto fare il papa e sognava ritirarsi per dedicarsi ai suoi libri. Si è piegato alla volontà del conclave per spirito di servizio. E ha chiuso il suo pontificato con uno dei gesti più forti e inattesi nella lunga storia della chiesa. Perché riconoscere la propria debolezza e stanchezza è un fatto proibito e anticonvenzionale nella società del carrierismo, in cui fingersi forti, efficienti e invincibili è una moda dilagante.”

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Che sensazione strana

Scrive Luca Bortoli su Vinonuovo

“Che sensazione strana, santo padre, saperti lì ancora per pochi giorni, avere un limite inesorabile oltre il quale non sarai più… così come sei. Che strano saperti a tempo, come se poi non fosse sempre stato così, come se la vita stessa non fosse a tempo, per tutti noi.

Che cosa così particolare iniziare con te questa quaresima nell’Anno della fede e sapere che la termineremo nel triduo con il tuo successore. Il tutto evocando su questo momento di passaggio categorie, fatti, gesti che da sempre per noi prendono forma quando arriva la morte. Ma questa non è la tua morte, tu sei qui con noi, continui a pregare con e per noi, in un presente che guardandoti non riusciremo mai a spogliare del tuo passato: tu sei stato papa, ma sei ancora qui con noi.

Chi sarai, il vescovo emerito di Roma? Mons. Ratzinger? O chissà, forse semplicemente don Josef, quel giovane don Josef che ha coltivato instancabilmente la vigna del Signore, crescendo senza misura nella fede e mantenendo intatta la passione per la Chiesa. Già, la stessa passione che ti ha fatto rinunciare. Così ti fai da parte, e ci mostri la grandezza della vita in Dio, che va oltre le missioni, le nomine e le elezioni, scorre continuamente cara ai Suoi occhi, al di là della forma contingente e del passato. E rimetti ancora una volta davanti a tutto il bene della Chiesa. Mi chiedo che cos’hai provato in questi mesi e che cosa stai provando ora. Mi sembra perfino che continuare sarebbe stato più facile per te, perché aprire nuove vie, fare la rivoluzione, è comunque sempre più faticoso che seguire un solco già tracciato, ma così, avrai forse pensato, avresti imposto la tua presenza, più debole, e molti avrebbero creduto che ti volessi arrampicare sulle vette di Giovanni Paolo. No, quella non era la tua via, la via giusta per una Chiesa di cui tu hai indicato tutte le sporcizie e le debolezze. “Quando sono debole, allora sono forte perché sei Tu la mia forza”. Hai dato sostanza a queste parole di san Paolo, santo padre, hai rimesso ancora una volta la Chiesa di fronte alla debolezza che le è congenita, poiché fa parte dell’uomo, e hai composto un inno alla stessa vita umana, degna creatura, e hai raggiunto vette alte quanto quelle dell'”amato predecessore”.

Che strano saperti lì, in quelle stanze da cui presto traslocherai, tra i tuoi libri e i rosari, mentre fuori il mondo parla della tua rivoluzione e vorrebbe farti mille mille domande: perché, quando hai deciso, con chi ne hai parlato… e chissà, forse anche come stai… È così strano sapere che tra poco la tua vita cambierà, che tornerai a vedere in tv il papa affacciarsi da quel balcone, e che cosa gli dirai quando lo incrocerai nei viali dei giardini vaticani? Scomparirai, lo sento. Non farai mai nulla che possa sollevare il dubbio che tu voglia ancora influire sulla vita della Chiesa. Ma è così rassicurante saperti tra noi, nella tua dimensione, come se in quell’appartamento che fu un monastero ti fossi accostato alla strada e ora ci guardassi continuare quel cammino che finora abbiamo fatto dietro a te, per essere e fare Chiesa. Ogni giorno.”

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Quando la storia ti passa accanto

602-408-20130211_153107_B1B11D8D.jpgSono seduto davanti al pc e guardo fuori la campagna coperta di bianco; ripenso a ieri, quando la storia ha fatto un’altra delle sue curve. Capita, nella vita, di assistere a queste svolte che poi si ritrovano sui libri di testo: penso al 1989 di piazza Tienanmen e del muro o al 2001 delle torri, ai crolli dei regimi dell’est o al 1990 della liberazione di Mandela. Ieri è stata una di quelle. Molti su fb scrivono che non gliene frega niente: a livello personale sarà sicuramente vero, l’importante è essere consapevoli che questa è storia che ti scorre accanto. E per la storia non è così indifferente quel che è successo e quel che può succedere (il 1989 o la questione dei paesi dell’est europeo con un papa diverso da Wojtyla sarebbero stati così?). Scrivo senza aver letto ancora nulla, nessun articolo, nessun editoriale. Lo farò: la mia professione me lo richiede, e pure il mio interesse. Metterò qui il materiale che giudicherò utile a suscitare riflessioni, materiale non per forza “ortodosso”. Ma questo, per me, è il momento in cui molte sono le domande che mi affollano la mente.

Perché? Nel senso: il vero perché? non sono un complottista, né uno che vuole vedere segreti là dove magari non ci sono, certo mi hanno colpito reazioni opposte: l’Osservatore Romano che parla di decisione presa da molto tempo e cardinali e collaboratori che parlano di sorpresa, di fulmine a ciel sereno, di sconcerto. Quello che dovrebbe essere l’entourage stretto del papa è sembrato cascare dalle nuvole.

Perché tanta urgenza? L’11 ottobre era iniziato l’anno della fede… Si era in attesa di una nuova enciclica… Erano in programma viaggi importanti…

E’ poi così strano che una persona di 86 anni non ce la faccia più a sostenere un tale peso? Dovrebbe essere normale, decisamente prima di quell’età…

Quali difficoltà per un fine teologo e filosofo ad essere pastore di un gregge così vasto, eterogeneo, variegato? Quali i pensieri intimi?

Si può fare un bilancio onesto di questi quasi 8 anni?

E ora? come si sposteranno gli equilibri all’interno della Chiesa? Che rotta prenderà la barca?

E’ il momento degli interrogativi: verrà, poi, anche il momento delle risposte.

Ortodossia

“La preoccupazione di fondo del mondo cristiano è l’ortodossia, cioè la coincidenza di quello che dico e quello che dice l’autorità e non la coincidenza fra quello che dico e quello che vivo. E allora il cristianesimo si è trasformato. Visto che non si poteva rinnegare il messaggio delle origini lo abbiamo trasformato in un grande sistema di parole che stanno a sé, sospese sul reale” (padre Ernesto Balducci).

ortodossia, cristianesimo, chiesa, autorità


Una grammatica umana

“La domanda cruciale diventa: come ridire la fede nel quadro di una rottura e di un inceppamento della memoria tradizionale? Da questo punto di vista, sarebbe utile imparare dagli ebrei, che hanno saputo custodire la memoria dei padri, di generazione in generazione. Penso sia indispensabile educare a una grammatica umana, in cui si innesti la fede: un’operazione che tenga presente come i contenuti, nel messaggio cristiano, sono importanti quanto lo stile con cui vengono proposti. Ecco, dunque, la necessità di un esame di coscienza sulla nostra creatività ecclesiale, sullo stile, appunto. La Chiesa, in effetti, vive troppo su posizioni difensive, da “cittadella assediata”, e non possiede l’audacia del dialogo con l’uomo d’oggi! Occorre elaborare un’istanza narrativa, prima di una proposta morale…, perché la Chiesa deve avere maggiore fiducia nell’uomo, che è sempre immagine di Dio, anche se è non cristiano… Con un’immagine biblica, vorrei dire che noi cristiani facciamo parte di Sodoma, non siamo posizionati su di un’altura che guarda in basso la città di Sodoma!” (Enzo Bianchi)

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Il Concilio e la complessità

Sul Corriere della Sera di venerdì scorso ho letto questo interessante articolo di Giuseppe concilio_vaticano_2.jpgDe Rita e Luca Diotallevi sul Concilio (I pericoli e l’illusione (vinta) del Concilio). Oggi l’ho trovato in rete: eccolo qui.

“Nel cinquantesimo anniversario del Concilio ci avviamo verosimilmente verso un ulteriore momento di confronto — tutto interno al mondo cattolico — fra progressisti e conservatori, cioè fra chi considera sempre più attuale quella mobilitazione di fede collettiva che il Concilio avviò; e chi considera invece necessario un anche crudo revisionismo delle scelte conciliari. Quanto è successo alla recente morte del cardinale Martini non fa prevedere nulla di nuovo. Forse è giunto il momento di prendere atto di quanto stia diventando inutile rimestare «da dentro» l’andamento e gli esiti della svolta conciliare. Crediamo sia più giusto guardarli anche «da fuori», cercando di capirne le relazioni con l’evoluzione complessiva della società del ventesimo secolo, nella progressiva autocomprensione della Chiesa non più come societas perfecta, ma come mistero e sacramento. E da questo angolo visuale si colgono subito tre coincidenze temporali e tre insegnamenti strutturali. Ci sono anzitutto coincidenze temporali importanti, pur senza star qui a discutere su chi ha anticipato l’altro fra Chiesa e dinamica socioeconomica mondiale.

La prima riguarda la accettazione della globalizzazione. A parte le guerre mondiali e le relative conferenze di pace, all’inizio degli anni Sessanta non c’era nella cultura che si diceva moderna la consapevolezza del carattere sempre più globalizzato dei fenomeni, dei problemi, delle decisioni da affrontare; in questo deficit di cultori aver convocato un evento così improssivamente globale come il Concilio fu un atto non solo di profezia ecclesiale ma anche di collettiva e laica consapevolezza planetaria.

La seconda coincidenza riguarda il fatto che il Concilio, forse per andar contro la ferrea logica piramidale della gerarchia cattolica, si rivelò una assise segnata da una grande molteplicità di variabili e di responsabilità (socioculturali oltre che religiose); e divenne quindi una proposta forte di un modello di governo di tipo policentrico, ad architettura distribuita del potere, su cui non a caso si va misurando oggi tutta l’evoluzione degli apparati istituzionali, nazionali e internazionali.

E la terza coincidenza risiede nel fatto che, come tutte le riforme vere, il Concilio fu «slegamento dei soggetti», orientamento di cui fanno testimonianza sia quella secolarizzazione soggettiva e di massa che contraddistingue gli ultimi decenni (e che qualcuno, in sacrestia, ha addirittura addebitato al Concilio), sia una proliferante soggettività ecclesiale — anche di tipo associativo — che rende oggi articolata e ricca la quotidiana presenza della Chiesa.

Non mette conto, lo ripetiamo, star a discutere su chi è arrivato prima, fra Chiesa e società moderna, a coltivare la dimensione globale, quella policentrica e quella soggettiva del mondo in questo passaggio di secolo. Quel che importa è che, dopo tanti secoli, la Chiesa non è andata a rimorchio della cosiddetta modernità, si è misurata nel Concilio con gli stessi parametri di riferimento cui si rifanno tutti i più dinamici sistemi sociali. Ma c’è qualcosa di più delle coincidenze temporali, c’è anche una elaborazione culturale complessa che si è esercitata e si è sviluppata nel Concilio e che può essere di insegnamento per tutti i grandi soggetti storici oggi operanti nel mondo.

Il primo di tali insegnamenti è stato di sapere sviluppare un policentrismo governato (fuori dei pericoli di inerzia tipica dei sistemi a troppi poteri). Il Vaticano II è stato un grande tentativo di fare governo senza sovranità. I pastori di comunità locali che si riunivano in San Pietro, lo facevano per decidere; non per protestare né per delegare, ma per prendersi delle responsabilità su cui sapevano di possedere potere da spendere. Altrimenti non sarebbe seguito così tanto governo della Chiesa, dalla riforma della liturgia alla riforma del diritto canonico.

La seconda lezione è stata quella di avere lavorato in una logica di continuità con la grande tradizione storica della Chiesa, di «continuismo» si dovrebbe dire, se il termine non avesse assunto valenza negativa. Il Concilio scelse la via lenta e media, la via che introduce ai cambiamenti più profondi, quelli che il conservatorismo nega o rimanda, quelli che il massimalismo ingenuo o ipocrita non si sogna neppure di conseguire. Chi sceglie la riforma nella continuità scopre che con tale scelta le risposte possono arrivare prima delle domande, le soluzioni prima dei problemi. Così, anche nella Chiesa, gli sprovveduti, quando sono arrivati i problemi, li hanno interpretati come il fallimento di quelle soluzioni che invece solo allora mostravano tutto il proprio valore.

E la terza grande lezione sociopolitica (e di vera teologia politica) del Concilio sta nel superamento dell’idea che ci fosse una società perfetta, una polis ben governata, interpretata nei secoli dallo Stato e/o dalla Chiesa. Con il Concilio questa illusione di perfezione scompare ed oggi la cosa è ancor più evidente per la perdita di sovranità che colpisce tutti i soggetti istituzionali esistenti. Se non c’è più sovranità non c’è più polis, non c’è più società perfetta: c’è solo «civitas», la formazione progressiva di un’identità collettiva figlia di condivisione e non di sovrapposto disegno ideologico o confessionale. Lezione straordinaria se si vuole affrontare con cultura adeguata il pericolo di nuovi fondamentalismi, anche civili e non solo religiosi.

Riflettiamo quindi laicamente e storicamente sul Concilio, orgogliosamente consapevoli, noi cattolici, di esser portatori non solo di una fede privata, ma di una visione dal mondo che aiuta tutti a capirlo e gestirlo, in una crescente coscienza della sua complessità.”

Come va a finire?

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Guercino, Il ritorno del figliol prodigo

Stamattina, mentre ero in giro per la campagna in questo inizio di settimana grigio, umido e appiccicaticcio, riflettevo su quello che avevo scritto ieri e sul ruolo di Martini all’interno della Chiesa, sulla sua idea di Chiesa. Il pensiero mi è andato a una pagina di Enzo Bianchi che avevo letto due anni fa (dalla quale ho poi preso spunto per un racconto). Il 20 agosto 2010 il priore di Bose scriveva così:

“Nella sua predicazione Gesù è ricorso a racconti e narrazioni: le parabole, frutto della sua ricerca della volontà di Dio, della sua immaginazione, della sua osservazione contemplativa del cuore umano, della natura e delle storie personali e collettive. Ma tra queste, ve n’è una che appare come «incompiuta», una parabola che sembra attendere altri eventi, quasi una parabola in atto di compiersi: è quella dei due figli, che abbiamo memorizzato come «la parabola del figliol prodigo». Una parabola con il finale sospeso: il figlio perduto ritorna a casa, il padre lo abbraccia e gli usa piena misericordia senza chiedergli conto del male commesso, l’inizio della festa per questo figlio ritrovato… Poi ecco apparire l’altro figlio, il maggiore, rimasto sempre a casa: risentito, non vuole partecipare alla gioia del padre e del fratello. Allora il padre esce di casa anche per lui, pregandolo di entrare e unirsi alla festa… La fine del racconto tace sulla reazione del figlio maggiore: è rimasto ostinatamente fuori? Cos’è successo dopo l’avvio della festa con la musica e il pranzo preparato?Una parabola incompiuta, appunto. Suonerebbe poco riverente verso il Vangelo osare immaginare non un’altra fine, ma un seguito che renda la parabola compiuta? Significherebbe forse indicare un esito, far accadere ciò che non è stato narrato come accaduto… Ma siccome tutte le volte che leggo questa parabola penso sempre all’esito che avrebbe potuto avere e mi ritrovo a ipotizzare sempre lo stesso finale, oso affidarlo ai lettori, certo della loro capacità di farne buon uso e di non confonderlo con il Vangelo stesso.

Il figlio minore scappato di casa, dopo aver dilapidato tutta l’eredità pretesa dal padre, si era deciso a ritornare a casa: meglio essere un servo in casa di suo padre che vivere da salariato guardiano di porci! Non conosceva in profondità suo padre, infatti da lui si attendeva solo un po’ di pietà per colui che restava nonostante tutto suo figlio. Il padre invece, da quando il figlio era fuggito, l’aveva sempre aspettato e il suo amore – che esprimeva anche l’amore della madre che non c’era più – non era mai venuto meno: aspettava, aspettava, sovente scrutando l’orizzonte dalla terrazza di casa, là dove la strada scompariva dietro le colline… Così un giorno, scorgendo una sagoma in lontananza, comprese che era lui, suo figlio. Allora gli corse incontro: era scalzo, vestito di cenci, barba e capelli incolti, avanzava come un relitto umano, emanava anche un tanfo insopportabile… Quella corsa finì con un abbraccio, sfociò in un volto contro volto, occhi contro occhi, in un unico pianto di gioia. Il padre non sentì le parole biascicate dal figlio, ma gli salì dal cuore una parola: «È vivo! Festa, allora!». E festa sia: i garzoni vanno a macellare il vitello grasso, accendono il fuoco della cucina, mentre altri preparano il bagno, le vesti profumate e i calzari nuovi… E il padre gli mette al dito l’anello di famiglia, custodito per lui, mentre i musicanti invitano alla festa. Festa grande, festa per tutti! Ma l’altro figlio dov’è? A quest’ora avrebbe dovuto essere rientrato dai campi… Dov’è? Il padre esce di nuovo, di corsa, per cercarlo e dargli la buona notizia del fratello tornato, non più perduto come un morto, ma vivo! Invece, il dramma: nell’ora in cui il padre ha riacquistato un figlio rischia di perdere l’altro. Non appena il maggiore, infatti, vede il padre e sente la sua «buona notizia», ecco l’indignazione, la rivolta! La sua voce risuona dura, tagliente: «Come puoi chiedermi di essere contento e di far festa per questo tuo figlio che ha preso i suoi soldi prima che gli spettassero, che è andato a spenderli comprandosi amici interessati e amore di prostitute, che ha lasciato a noi la fatica e il lavoro, senza mai dare un cenno di vita? E io dovrei far festa?». Ma il padre: «È mio figlio, certo, ma è anche tuo fratello! Io sono il padre di tutti e due: vi ho amati e vi amo, siete la mia vita! Tu sei rimasto qui accanto a me, è vero, lui se n’è andato lontano, ma io vi amo tutti e due, di tutti e due mi sento padre e non posso fare diversamente. Se non vi sentite fratelli tra voi, è come se io non potessi essere vostro padre!». Come aveva abbracciato il figlio fuggito, il padre ora supplicava l’altro figlio che non voleva partecipare alla festa. Come aveva atteso il figlio perduto, ora era disposto ad aspettare che il primogenito entrasse in casa per la festa. Fino a quando restò là a pregarlo? Fino al momento – che il padre non aveva osato sperare – in cui sopraggiunse il figlio minore, fino a quando il figlio rinato non accorse verso suo fratello! Questa volta non aveva preparato parole di circostanza, come prima di tornare a casa: avanzò semplicemente, gli occhi bassi colmi di contrizione, giunse davanti al fratello e, senza alzare lo sguardo, gli disse solo: «Fratello, rivolgimi una parola, anche di condanna, e saprò di essere rinato anche per te: allora sarò veramente rinato!». Il primogenito rimase come paralizzato: non riusciva né aprire la bocca né ad allargare le braccia… Si lasciò abbracciare, tenendo le braccia rigide, come legate al corpo. Ma quando sentì il calore delle lacrime del fratello rigare il proprio volto, qualcosa in lui si schiuse, le labbra si aprirono per sussurrare semplicemente «Sì!». Davvero tutto quello che era del padre era anche suo! Non solo la casa e i campi, non solo vitelli e capretti, ma anche l’amore per quell’uomo perduto e ritrovato, l’amore per un figlio ridiventato fratello. Sì, l’amore del padre era amore anche suo, un amore condiviso. E cominciarono a far festa, tutti insieme, una festa senza fine…

Non potremo mai sapere se questo era davvero il finale della parabola narrata da Gesù, né questa domanda è decisiva. Possiamo e dobbiamo invece interrogarci proprio a partire dall’intero racconto e da quel fiato sospeso che lo conclude: chi è il figlio primogenito e chi è il minore, perduto? Chi dei due è autenticamente figlio e fratello? Quando lo diventa o lo ridiventa? E ciascuno di noi, dove si colloca? Decisivo in questa parabola familiare è che entrambi i fratelli sono stati ritrovati dal padre, il quale è nella gioia solo quando ha in casa tutti i suoi figli, capaci di perdonarsi e di fare festa insieme.”