“Come gemma ho deciso di portare Kurt Cobain. Era il cantante dei Nirvana, uno dei miei gruppi preferiti. Era un ragazzo normale, molto intelligente ma che aveva anche dei problemi. La prima volta che l’ho ascoltato cantare, ho pensato che non lo facesse solo per farsi dire che era bravo, ma che lo facesse perché ne aveva bisogno e amava farlo. Non voleva solo che la sua voce fosse intonata, voleva che fosse vera. Ciò che mi colpisce di Kurt, è che non era come una divinità irraggiungibile, era una persona come un’altra. Diceva che amava essere diverso e distinguersi dagli altri, ma nel profondo era insicuro, proprio quanto lo siamo tutti noi. Kurt si definiva femminista e supportava qualsiasi minoranza, e non per farsi amare, ma perché era una persona molto empatica. Nei testi delle sue canzoni, raccontava spesso di persone “ai margini della società”, perché in fondo anche lui si riteneva ai margini. Kurt non ci insegna ad essere perfetti, ma a restare umani sia con le cose buone che quelle cattive che abbiamo dentro di noi. Quindi, ho scelto lui come gemma perché Kurt Cobain non è solo un poster sul muro, ma è anche un pensiero che mi dice “Va bene non essere ok” e penso che questa sia una cosa che tutti dovremmo sentirci dire”. (A. classe prima).
“Per la mia prima gemma ho deciso di portare la musica, perché la musica riesce a dire quello che a parole spesso non si sa come spiegare. È un modo di comunicare che arriva a tutti, anche quando non si trovano le parole giuste. Tramite lei si possono anche fare amicizie e, cosa molto importante, si impara a migliorare, capendo che non si deve essere perfetti quando ci si esibisce. Non importa quanti errori fai, l’importante è vivere quel momento. Una sensazione bellissima è quando sali sul palco e cominci a suonare: è un’emozione che non scomparirà mai. Non importa quante volte lo fai, non ti ci abitui mai. E secondo me è proprio questo il bello: se diventasse un’abitudine, perderebbe tutto il suo significato. La cosa bella della musica è che una performance o un concerto non saranno mai uguali a un altro: dipende sempre da chi si esibisce, dalla circostanza, dall’emozione e anche un po’ dalla fortuna. Questo mostra la bellezza della diversità, una cosa che purtroppo non tutti riescono ancora ad apprezzare. Spesso, infatti, chi è ‘diverso’ viene giudicato, mentre la musica ci insegna che è proprio quella differenza a rendere unico e prezioso ogni essere umano” (S. classe prima).
“Come gemma ho deciso di portare una mia esperienza in Ecuador ma anche in Colombia e in Norvegia. L’ultima volta a lezione ho citato questa associazione con cui ho fatto un po’ di viaggi. L’associazione si chiama CISV nato dall’acronimo Children’s International Summer Villages, ma in realtà ora è diventata una parola intera. CISV è un’associazione internazionale indipendente affiliata all’UNESCO, che offre l’opportunità a bambini, ragazzi e adulti di sperimentare il fascino e la ricchezza delle differenze culturali. L’educazione alla pace è la base su cui si formano tutti i principi CISV ed è dal 1951 che organizza programmi di scambi internazionali e progetti sul territorio in più di 70 paesi nel mondo. Parlando della mia esperienza, questi programmi a cui ho partecipato mi hanno aiutata veramente tanto a crescere come persona, in particolare quello di questa estate, e soprattutto mi hanno aiutata a capire molte cose che prima non capivo. Ho imparato davvero molto su vari fronti; a parte le altre culture che ho incontrato, ho iniziato a capire il significato di amicizia e ho davvero trovato una seconda famiglia. In Norvegia ci sono stata nel 2022 quindi nell’estate tra la quinta elementare e la prima media. Il programma per questa fascia d’età prevede di stare via per quattro settimane, come sempre insieme ad un adulto e altri tre ragazzi della stessa età. Diciamo che questo è il programma più giocoso e a cui partecipano più persone. Oltre ad aver superato molti ostacoli e ad aver migliorato decisamente il mio inglese e la mia capacità di comunicare con persone che non conoscono la mia lingua, ho imparato l’importanza e la profondità che alcuni legami possono avere. Essendo più piccolini ho perso quasi del tutto i contatti che avevo con queste persone (che venivano da più o meno qualunque parte del mondo) ma non dimenticherò mai la spensieratezza di quei giorni. Ho visto un enorme cambiamento invece con il viaggio che ho fatto in Colombia un anno fa. Qui erano previste due settimane ed ero molto più lontana da casa. Essendo due settimane non ho avuto la possibilità di legare veramente con molte persone. Questa è una cosa soggettiva perché effettivamente per avere un vero legame con qualcuno io ho bisogno di molto più tempo rispetto ad altre persone, però ho mantenuto molto di più i contatti ed è stata veramente un’esperienza da cui sono tornata come una persona diversa. Ma il viaggio che mi ha cambiata di più è stato senza ombra di dubbio quello in Ecuador di quest’estate. Oltre ad aver imparato moltissime cose ho capito molto più a fondo quello che è questa associazione e cosa significa farne parte, ho avuto la fortuna di incontrare di nuovo due persone che avevo incontrato l’anno prima in Colombia ed è stato veramente emozionante. Ci sono stata tre settimane e non scherzo quando dico che sono state tra le più belle della mia vita. Con le persone di quest’anno sono rimasta molto più in contatto (anche perché è passato poco tempo) e vorrei veramente tanto rivederle un giorno. Oltre a questo, data la fascia d’età, è un programma che ti fa maturare perché sei molto più indipendente e prendi più decisioni da solo. Ho incontrato persone fantastiche e creato ricordi indimenticabili e spero di avere la possibilità di fare molte più esperienze simili”. (B. classe prima).
“Come gemma di quest’anno ho deciso di portare la Polonia, il Paese d’origine dei miei genitori. In questi anni mi sono sempre chiesta se sia anche il mio Paese d’origine o meno. Tutta la mia famiglia vive lì, ci passo ogni vacanza di Natale e parte delle vacanze estive e a casa parlo polacco con i miei genitori; sicuramente le mie origini sono legate alla Polonia ma non ho mai capito se quello fosse mai stato il mio posto o meno. Per questo ho sempre avuto un rapporto di amore e odio con il fatto di vivere in Italia e avere una diversa nazionalità. Questo stile di vita mi ha sempre creato molta confusione riguardo a quello che sarà il mio futuro. Non credo che riuscirò mai ad attardarmi allo stile di vita che c’è lì, e in particolare al freddo e all’alimentazione; per me è un posto dove posso andare in vacanza, visitare i miei parenti e prendermi una pausa terapeutica dalla mia vita qui in Italia. Pur sentendomi molto meglio in Italia, mi ricorderò sempre delle mie radici perché mi hanno aiutata tanto ad avere una sensibilità e una prospettiva più ampia riguardo a certe cose, a prendere in considerazione due modi di vivere molto diversi nelle mie scelte future” (K. classe quinta).
“Per quest’anno come gemma ho scelto il gruppo di teatro di cui faccio parte da 4 anni. In questi 4 anni sono cresciuta e sono diventata una persona migliore. All’inizio pensavo di non legare con nessuno, ma mi sbagliavo. Quelle nella foto sono le persone con cui ho legato di più. Ho imparato a essere me stessa e a non rimanere chiusa, anche se con le persone nuove ho sempre difficoltà ad esprimermi. Il gruppo del teatro mi ha fatto capire che essere se stessi non è una cosa brutta, anzi è bella. Essere diversi significa diversificare un ambiente o un gruppo. Ho partecipato a diversi spettacoli, il mio preferito è Grease. Ricordo quando ero alle elementari e vedevo gli spettacoli a cui mio fratello partecipava, rimanevo sempre a bocca aperta. Sempre alle elementari avevo partecipato ad alcuni laboratori, io mi divertivo e ancora mi diverto. Se dovessi incontrare la me bambina, le direi “non preoccuparti del futuro, tu incontrerai delle persone magnifiche che non ti giudicano per quello che tu sei; forse non avrai un buon finale, ma almeno ti sentirai sicura e avrai tutte quelle amicizie che la tua fanciullezza ti ha negato”. L’unica cosa che so dire è: grazie a tutte quelle persone che mi hanno aiutato” (L. classe seconda).
“Eravamo due ragazzi delle medie, che consapevoli che alle superiori sarebbero stati gli unici rappresentanti del sesso maschile avevamo capito di dover fare squadra. Io e R. eravamo amici già prima, ma le superiori ci hanno reso migliori amici. E frequentandolo ho cominciato a conoscere il suo amico/vicino di casa, M. Tutto comincia quando al suo quindicesimo compleanno, nel 2021, mi chiede se fosse un problema per me che ci fosse anche M. “Assolutamente no” gli dico io. D’altronde lo conoscevo già da prima, ero stato con lui e R. al cinema qualche volta e ci avevo anche parlato a ricreazione alle medie ogni tanto, ma non potevo considerarlo effettivamente un mio amico. Da quel compleanno è nato un trio, il nostro trio. Tre personalità totalmente differenti, ma che in un modo o in un altro si completano. Interessi per certi versi simili, per altri distanti anni luce. Di acqua ne è passata sotto i ponti, abbiamo vissuto avventure da divertenti al limite del grottesco, da quando ci siamo accampati in riva ad un lago per due giorni facendo finta di essere pescatori provetti a quando io e M. siamo scesi in corriera fino a Lignano per trovare R. (che lavorava là), e poi alle cinque del mattino ci siamo trascinati in autostazione e abbiamo preso una corriera per tornare a casa. Ho tanti amici, anche se con alcuni perderò i contatti so che con loro, dovessimo anche vivere uno in Giappone, uno in Australia e uno negli Stati Uniti non ci perderemo mai. Io sarò sempre con loro. E loro saranno sempre con me” (L. classe quarta).
“Introduco la mia gemma partendo da qualche settimana fa. Questo è l’anno della 5a superiore, l’ultimo anno. Poi c’è l’università. Proprio qualche settimana fa stavo parlando con i miei genitori del mio futuro, quali facoltà mi piacerebbe intraprendere e quali invece scarterei, c’è ancora molta indecisione sulla mia scelta ed è proprio lì che, tra me e me, penso: “quanto vorrei essere G. in questo momento”. G. é mio fratello. È un ragazzo buono, generoso e dal cuore grande. È un ragazzo dai grandi valori e le sue idee sono sempre ben schierate. 18 anni che io sopporto lui e 18 anni che lui sopporta me. Se la me di qualche anno fa vedesse la gemma di quest’anno mi riderebbe addosso. Io e G. siamo completamente due opposti ed è per questo che ci siamo scontrati e ci scontriamo tutt’ora. Io dico cane e lui dice gatto, io dico bianco e lui nero; e lì iniziano le litigate. Siamo opposti in tutto, anche in aspetto fisico: io sono mora con gli occhi marroni, lui è biondo con gli occhi azzurri. Lui parla troppo, io sto più per le mie, lui vuole avere sempre ragione, SEMPRE, io ogni tanto capisco anche di sbagliare (forse). Io mangerei frutta per tutta la vita, lui non riesce neanche a guardarla. Non sembra neanche mio fratello :).Che cos’è cambiato dalla me di qualche anno fa e la me di adesso? Niente. Forse lo vedo con altri occhi, forse più maturi. Non sto dicendo che le discussioni non ci sono più anzi, si raddoppiano perché le mie idee e le sue sono sempre più contrarie e in contrasto. Per farvi un esempio, l‘ultima discussione (anche interessante) ce l‘ho avuta ieri sera e il punto focale erano gli avvocati di difesa. Lui continuava a dire che non difenderebbe mai qualcuno in torto per una semplice questione morale “è giusto che chi ha procurato del male paghi la punizione (chiamiamola così)”, io invece, la pensavo in maniera diversa ovviamente. Ahimè, c’è da dire che mio fratello è acculturatissimo e sa davvero tante, troppe cose ed è affascinante ascoltarlo parlare. Se c’è una cosa che invidio di G., non è sicuramente la capacità di parlare per ore senza stancarsi, ma la sua determinazione e voglia di fare. Lui dice che le cose, “se si fanno si fanno bene, altrimenti non le faccio proprio”. Fa quello che gli piace e questo si vede. Ha un cuore grande (che non è da tutti e forse fin troppo grande) ed è così determinato che riesce a portare a termine gran parte delle cose che inizia e se proprio una non riesce terminarla gli rimane l’amaro in bocca. Questa è una cosa che lo ha sempre caratterizzato e contraddistinto dagli altri. Ecco, io vorrei avere questa determinazione, saper iniziare e finire un lavoro, dedicarmi al 100%, portarlo a termine e vedere nei miei occhi quello che io ora vedo negli occhi di mio fratello: soddisfazione e tanto amore”. (V. classe quinta).
“Twice. Quest’anno come gemma, ho deciso di portare un gruppo veramente importante per me. Ma perché è così tanto importante? Nel 2020 non mi sarei mai aspettata che questo gruppo sarebbe diventato la mia terapia per tutte le medie e oltre. Le medie sono un periodo che vorrei cancellare dal mio archivio. Ogni scusa era buona per buttarmi giù: i vestiti di marca, perché non avevo l’ultimo modello di scarpe o non indossavo dei vestiti di un costo maggiore ai 70 euro, perché ero sempre pronta ad aiutare, perché ascoltavo il K-pop, perché ero diversa. In quel periodo mi passavano continuamente pensieri oscuri e drastici. Nessuno mi aiutava e nessuno mi capiva, il mondo lo vedevo grigio scuro e incolore. Nell’agosto del 2020, dopo molto tempo che ne avevo sentito parlare, conobbi le Twice, un gruppo femminile coreano nato nel 2015 composto da 9 ragazze. Non so né come né perché ma quelle ragazze riportarono nel mondo… i colori che alle elementari vedevo e tutt’oggi sono tornata a vedere. Nel 2021 le Twice pubblicarono la canzone che, ancora oggi, è la mia preferita: Alcohol-Free la canzone dell’estate 2021 per eccellenza. Ricordo ancora la faccia di mia madre quando dicevo i nomi dei cocktail presenti nel testo della canzone e cantavo in una lingua straniera… CHE SICURAMENTE NON ERA COREANO!
E come in una relazione sana, il nostro rapporto era benevolo e non ero una di quei fan tossici e possessivi, anzi volevo condividere questo mio amore con qualcuno. Nel 2022 il mio bellissimo mondo colorato stava perdendo di nuovo colore, la terza media è stato un periodo di bullismo che non scorderò mai, sono stata più di qualche volta ferita e… in quel periodo la musica, ma in particolare modo le Twice con i loro time to twice (i loro vlog), mi hanno veramente salvato la vita. Ed è grazie a loro e ad alcune persone, amici e famiglia, se oggi sono qui, in classe a raccontarvi di come 5 ragazze coreane, 3 giapponesi e una taiwanese hanno impedito atti estremi, improvvisi e disperati. Il 2023 è agli sgoccioli e anche quest’anno, anche se ascoltate di meno, le Twice con il loro album Ready to be mi hanno dato la forza e la gioia. Loro non mi hanno solo donato la felicità che oggi tutti vedono, ma mi hanno anche regalato un sogno, la danza, il salire sul palco e rendere le persone felici e in pace. Spero tanto di vederle dal vivo un giorno, se in Italia o all’estero non mi interessa, spero al prossimo tour mondiale di esserci. Quindi si, amo le Twice, il K-pop e dopo molto tempo posso affermare apertamente che non me ne vergogno… d’altronde ognuno ha i propri gusti!” (E. classe seconda).
La mia gemma quest’anno è il mio anno all’estero: in dieci mesi sono cresciuta e cambiata tantissimo e decidere di partire è stata la decisione migliore che avessi potuto prendere. Mi fa piacere che in tanti abbiano notato il mio cambiamento: dicono che sembri più felice, espansiva e disinvolta. Oggi ho portato in classe una delle testimonianze più belle che mi sono rimaste, una delle più preziose per me, ovvero tutte le lettere e i biglietti che le persone più importanti che ho incontrato negli Stati Uniti mi hanno scritto e regalato poco prima che io ripartissi per tornare in Italia. È stato davvero il regalo più bello che avessero mai potuto farmi perché ora ho le loro parole da rileggere tutte le volte che voglio. In quei mesi ho scoperto una nuova cultura, un diverso stile di vita, mi sono sentita parte di una comunità, ho viaggiato, riso, pianto, ho esplorato ed apprezzato un nuovo sistema scolastico, ho provato nuovi sport e vissuto al massimo. In dieci mesi ho incontrato delle persone che hanno lasciato un segno indelebile nella mia vita e con cui sono ancora in contatto tutti i giorni: amici, famiglia ospitante e insegnanti mi hanno sempre accolta, incoraggiata e fatta sentire inclusa. Custodirò per sempre la mia esperienza all’estero nel cuore come l’anno più felice che ho vissuto finora…adesso posso davvero dire di avere una seconda casa dall’altra parte del mondo, e se ci penso mi commuovo.
“Come gemma ho deciso di portare una canzone che ho iniziato ad ascoltare da un po’ di mesi. Già dal mio primo ascolto ciò che mi ha colpita sono state le parole usate e il loro forte significato. Il fatto che sia una canzone che parla di una cosa a me così vicina è stata una delle cose che mi ha fatto avvicinare sempre di più, capendo piano piano che cosa davvero volesse dire. Questa canzone mi ricorda tante cose, come il fatto che la diversità non è qualcosa da nascondere, piuttosto qualcosa da celebrare” (P. classe terza).
“Ho portato questi due oggetti spediti dalla madre di una mia amica del Brasile; la mia amica è autistica, quindi non so quanto sia consapevole di tutto ciò. Non so quale sia il messaggio dietro questi due oggetti, mi piace pensare che siamo noi due, completamente diverse ma allo stesso tempo uguali. Mi offrivo sempre per aiutarla, per accompagnarla fuori dalla classe e non mi dispiaceva affatto stare accanto a lei. Tutti chiamerebbero questa una responsabilità, la più preziosa per me” (A. classe seconda).
“Come gemma ho deciso di portare il valore che ha per me viaggiare e conoscere cose nuove. Da quando sono bambina i miei genitori hanno reputato il viaggio una parte fondamentale della crescita sia mia che di mia sorella: esso mi ha aiutata a sviluppare un certo senso di tolleranza verso il diverso, che comprende verso città e culture nuove, ma soprattutto verso le persone. Amo viaggiare anche perché in qualsiasi posto dove io sia stata sono andata alla ricerca dell’arte e dell’architettura, cose che porterò nella gemma del prossimo anno. Partire rappresenta anche un momento per unire la mia famiglia dato che per la scuola non passo tanto tempo con loro. Ho scelto questa foto perché rappresenta il primo viaggio che ho fatto senza restrizioni per il covid. Durante il periodo della quarantena e poi di tutte le restrizioni tra regioni ho sofferto parecchio il distacco da quella che ormai era diventata un’abitudine. Questa è una foto che ho scattato a Sappada, luogo molto caro a me e tutta la mia famiglia perché era una delle mete predilette dei miei nonni. Mi ricorda quindi tutti quei momenti che non potrò più passare con loro ma allo stesso tempo mi torna in mente la felicità di quegli attimi” (G. classe quarta).
“Ho deciso di portare il film Bones and all, un film uscito recentemente. E’ una storia di due ragazzi cannibali, ma il significato non è incentrato sul cannibalismo ma sulla loro emarginazione, sul sentirsi diversi e sulla loro storia d’amore” (C. classe terza).
Su «La Lettura» #285 (maggio 2017) dieci studiosi hanno proposto i sopraelencati precetti etici in sintonia con i nostri tempi. Il primo è esplicato da Donatella Di Cesare, insegnante di Filosofia teoretica alla Sapienza di Roma. Lo si può trovare a questo link.
“Nell’età del libero odio e della regressione violenta il fango non ha risparmiato né l’accoglienza né l’altro. Come se si trattasse di un buonismo caricaturale, di un precetto per anime belle, di quell’etica che ha fatto il suo tempo. Quante storie, insomma, per la cosiddetta «differenza», quella delle donne, degli ebrei, degli omosessuali, dei diversi da «noi», quante storie per gli altri, gli stranieri, gli estranei, quelli che vengono da fuori, non invitati, i malvenuti. Prima veniamo «noi», poi gli altri! E prima del noi – s’intende – vengo «io». Ecco la nuova «morale» del XXI secolo, ben centrata sull’ego, uguale a se stesso, coincidente con sé. Un ego che si chiude, anzi si blinda, erige muri, innalza frontiere, installa videocamere, nell’angoscia quotidiana che l’altro, l’ospite indesiderato, o meglio, il nemico, possa sopraggiungere d’un tratto. Questo io snervato dalla paura, barricato in se stesso, ogni tanto si rende conto che, da solo, proprio non ce la fa; piuttosto che spiare fuori, apre un po’ la porta. Lascia entrare l’altro – solo per breve tempo e solo a certe condizioni. Chissà, potrebbe magari tornargli utile. Si mostra addirittura tollerante, parla di «assimilazione», «integrazione». È l’altro che deve rendersi simile, è l’altro che deve adeguarsi. Se questo non accade, se l’altro, nella sua alterità, fa ostacolo, se per caso si ribella, rivendicando la sua differenza, prima ancora della sua libertà, allora l’io potrebbe spazientirsi e fargliela pagare. Il femminicidio – estremo gesto di una violenza diffusa e sistematica sulle donne – va considerato in questo complessivo naufragio dell’etica. «Tolleranza» è una brutta parola. È la parola pronunciata dall’io sovrano che, dall’alto del suo potere, sopporta la differenza dell’altro. Il cristiano tollera l’ebreo (fino a un certo punto), il bianco tollera il nero. Il presunto autoctono tollera lo straniero. L’io lascia all’altro un piccolo posto nella propria casa – ma potrebbe scacciarlo quando vuole. Si esaurisce qui il modello illuminato della coabitazione tollerante. Questa morale non va più. Certo, è meglio che essere intolleranti. Ma il punto è che non si può pretendere di immunizzarsi dall’altro. L’io rintanato in sé finisce per girare su se stesso in una fallimentare girandola. Accogliere l’altro significa aprirsi alla sua irriducibile alterità. Perché l’altro non è il limite contro cui urtiamo, ma al contrario, solo l’altro, non senza scuotere e inquietare, può davvero portarci oltre i nostri limiti.”
“Questa è la foto col mio corrispondente francese: è stata un’esperienza bella per tutti, ci siamo affezionati a loro. Gli voglio bene e mi ha colpito anche il fatto che io sono italiana e cristiane, mentre lui francese ed ebreo: c’è bel rapporto di amicizia che va oltre le religioni e le cittadinanze”. Così si è espressa I. (classe terza). Mi piace riportare una frase di Tiziano Terzani alla quale sono molto legato e anche molto grato per alcune suggestioni suscitatemi: “Solo se riusciremo a vedere l’universo come un tutt’uno in cui ogni parte riflette la totalità e in cui la grande bellezza sta nella sua diversità, cominceremo a capire chi siamo e dove stiamo.”
“La mia gemma è il libro “Wonder”, semplice e poco impegnativo. L’ho letto in II media, e mi è rimasto impresso il suo messaggio: non giudicare un libro dalla copertina e quindi le persone dal loro aspetto esteriore. Invece, purtroppo noi lo facciamo spesso, quasi un istinto, e dovremmo cercare di limitarci. Il libro racconta la storia di ragazzino con la sindrome di Treacher-Collins che rende sua faccia diversa, quasi deforme: chiunque lo guardi resta impressionato e ha voglia di girarsi dall’altra parte. Dopo anni di studio assistito a casa il protagonista va a scuola e si deve confrontare con i compagni che faticano a vederlo come una persona normale; ma poi lo conoscono e le relazioni cambiano. Volevo leggere la motivazione dell’autrice: “Un giorno ero seduta su una panchina con i miei due figli e ho visto passare una bambina che aveva evidentemente la sindrome di Treacher-Collins, una rara malattia ereditaria che colpisce le fattezze di una persona lasciando inalterato tutto il resto. Ciò che mi ha colpito non è stata la ragazzina, ma la mia reazione: sono stata presa dal panico, temevo che mio figlio di tre anni vedendola avrebbe reagito urlando, come aveva fatto alla festa di Halloween. Mi sono alzata di scatto, come punta da una vespa, ho chiamato l’altro figlio e mi sono allontanata di corsa. Alle mie spalle ho sentito la madre della ragazzina che, con voce molto calma diceva: “Forse è ora di tornare a casa”. Mi sono sentita un verme e non sono riuscita a dimenticare questa esperienza”. Con queste parole C. (classe seconda) ha presentato la propria gemma. Un leggero racconto di Anthony de Mello per riflettere sui preconcetti:
“Lo zio Joe era loro ospite per il fine settimana e il piccolo Jimmy era estasiato all’idea che il suo eroe preferito avrebbe dormito nel suo letto. Appena ebbero spento la luce, Jimmy si ricordò di una cosa. «Accipicchia!» esclamò. «a momenti me ne dimenticavo!» Saltò giù e si inginocchiò accanto al letto. Per non dare cattivo esempio al piccolo, lo zio Joe scese faticosamente dal letto e si inginocchiò dall’altra parte. «Ehi!» mormorò il bambino intimorito, «domani, quando la mamma se ne accorge, vedrai che cosa ti succederà! Il vasino è da questa parte».”
“La mia gemma è il libro Il confine di un attimo: è la storia di due ragazzi che si incontrano su di un bus, lei scappa da una vita di obblighi, lui è in viaggio verso un incontro che vorrebbe rimandare. Imparano a conoscersi, capirsi e amarsi. Ho scelto l’opera per i valori che vuole trasmettere: è un invito a non lasciare perdere sogni e desideri anche quando sembra non ci sia una via d’uscita, ma prendere sempre il meglio dalle situazioni. E’ un invito all’unicità: non dobbiamo far di tutto per essere come gli altri ma dobbiamo capire che siamo belli per quello che siamo. La diversità ci rende uomini anche in un mondo in cui sembra che non ci sia spazio per il diverso: perché omologarci? La felicità deriva dall’essere sereni con se stessi senza tentare di essere come gli altri. Non si deve temere il giudizio degli altri. Una frase dal libro: “Perché la gente è sempre pronta a obbedire? Io non sono così. Io voglio una cosa sola nella vita. E non sono i soldi, né la fama, né un’istruzione universitaria che forse – ma forse anche no – potrebbe essermi utile in futuro. Non so bene che cos’è che voglio, ma lo sento in fondo alla pancia. Per ora se ne sta lì, dormiente. Lo capirò quando lo vedrò”. Non aver paura di essere se stessi: sembra paradossale lottare per esserlo!”. Questa la gemma di A. (classe seconda). Scrive Alessandro D’Avenia: “Viene il giorno che ti guardi allo specchio e sei diverso da come ti aspettavi. Sì, perché lo specchio è la forma più crudele di verità. Non appari come sei veramente. Vorresti che la tua immagine corrispondesse a chi sei dentro e gli altri, vedendoti, potessero riconoscere subito se sei uno sincero, generoso, simpatico… invece ci vogliono sempre le parole o i fatti. È necessario dimostrare chi sei. Sarebbe bello doversi limitare a mostrarlo. Sarebbe tutto più semplice.” Dal film Fame:
Lo ricordo spesso ai miei studenti. Un articolo lungo è leggibile (a meno che uno sia fortemente interessato all’argomento trattato) solo se ha un buon incipit o un’efficace chiusura. L’articolo di Lorenzo Fazzini, pubblicato su Avvenire, mi ha catturato per le primissime righe. Eccolo qui. «Usare la parola ‘verità’ al singolare in un mondo polifonico e un po’ come pretendere di applaudire con una mano sola… Con una mano sola si possono dare pugni sul muso, ma non applaudire». Teorico della società liquida, Zygmunt Bauman, sociologo di fama mondiale, è sempre stato abbastanza alieno da riflessioni di carattere teologico. Ma alla veneranda età di 89 anni sa ancora sorprendere: in questi giorni Laterza manda in libreria il suo nuovo saggio Conversazioni su Dio e l’uomo (pp. 176, euro 15), dialogo con il teologo polacco Stanislaw Obirek. Seppur agnostico convinto, nel libro Bauman spende parole positive per alcune esperienze di fede, ad esempio quella di Solidarnosc. Riporta un suo articolo comparso sul settimanale cattolico di Cracovia, molto vicino a Giovanni Paolo II, Tygodnik Powszechny, riferito proprio al movimento sindacale di Lech Walesa. Nel rievocare quella pagina gloriosa della storia, Bauman denuncia: «La nostra società di consumatori totalmente individualizzata è una fabbrica non di solidarietà, ma di reciproche sospettosità e concorrenza. Un prodotto collaterale, ma estremamente comune, di tale fabbrica è il deprezzamento della solidarietà umana che affonda le sue radici nell’atrofizzarsi della cura del bene comune e della qualità della società in cui la vita dell’individuo si svolge». Insomma, per recuperare la metafora iniziale, con una mano si può anche abbracciare l’altro, aiutarlo a sollevarsi dalla povertà e farlo rientrare nel novero degli umani. Professor Bauman, nel suo nuovo libro lei indica diversi tipi di persone dogmatiche: quelle religiose, marxiste, i dogmatici della genetica, del consumismo, dell’informazione e del mercato. Quale il dogmatismo più pericoloso oggi? «Potremmo aggiungere altri esempi. I dogmatismi sono vari e diversificati, ma non saprei dire qual è il più pericoloso. Essi hanno in comune il peccato originale di tapparsi le orecchie e chiudere gli occhi sull’inalienabile umanità di quanti ci vivono accanto, per quanto diversi possano essere. Tutte le varietà di dogmatismi, in fin dei conti, sono il rifiuto o la non capacità di comunicare e intraprendere un dialogo: sono queste due le arti cruciali per sopravvivere in questo mondo segnato dalla diversificazione crescente e da una diaspora che fa nascere una crescente interdipendenza». Cosa significa questa interdipendenza? «Significa che non possiamo più separarci dagli altri, siano essi stranieri, credenti in altre fede rispetto alla nostra oppure sostenitori di modi diversi di vivere; essi non sono lontani o sull’altra sponda rispetto a un confine controllato da qualche guardiano, ma si trovano in mezzo a noi, li incontriamo ogni giorno sul lavoro, nelle scuole frequentate dai nostri figli, nelle strade dove viviamo. La diversità umana ci è accanto, anche nei posti più vicini. Imparare e praticare l’arte del dialogo dovrebbe essere una delle scelte da inserire tra i compiti più urgenti con i quali dobbiamo confrontarci. L’alternativa al prenderci in carico gli uni gli altri è spararci a vicenda!». Lei, non credente agnostico, è spesso invitato in ambienti cattolici, ad esempio di recente all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Un esempio di quel dialogo autentico che Francesco chiede, un confronto tra persone che la pensano in maniera nettamente diversa. Come ha reagito a questo invito di Francesco? «Un dialogo genuino e degno di questo nome non consiste nel parlare solo con persone con cui ci piace discutere, negando il diritto di intervenire e rifiutandoci di ascoltare. Il dialogo consiste nell’aprirci, senza nessuna preclusione o pregiudizio, al fatto della diversità umana che possiede molte facce; esso si esplica nel cercare di capire le ragioni che stanno dietro all’attaccamento di qualcuno a determinati argomenti; nell’accettare di agire non subito come un maestro ma come un alunno; nell’assumere dall’inizio un atteggiamento cooperativo e non combattivo, cercando di raggiungere alcuni benefici reciproci in saggezza ed esperienza invece di dividere i partecipanti tra vincitori o sconfitti. Jorge Mario Bergoglio, anche prima di diventare papa, è stato per noi un luminoso esempio dell’arte di un siffatto dialogo genuino. Egli parla e ha parlato con l’intenzione di una comprensione reciproca e della condivisione della conoscenza dell’altro, e non per la volontà di far valere la propria pre-designata e indiscutibile superiorità». «Perché ci sia vero dialogo, dobbiamo mettere in conto la sconfitta», ha ammesso lei stesso. Nella sua carriera ha vissuto una ‘sconfitta’ del suo pensiero? «Questo è ciò che deriva da quanto dicevo prima: il dialogo è destinato a diventare una serie di monologhi – un esercizio che significa parlare accanto a qualcuno invece che con qualcuno – fino a quando non ci ricordiamo che errare humanum est. E quindi esser pronti a mettersi in discussione perché ci vengono posti di fronte delle posizioni migliori delle nostre. Io devo essere preparato a confessare la mia sconfitta, ad ammettere che mi sbagliavo e a ringraziare quanti mi hanno portato fuori dall’errore. Questo consiste in qualcosa di difficile: la maggior parte delle persone preferisce essere nel giusto piuttosto che nell’errore. Esser trovati in errore ci fa percepire un soffio doloroso sulla nostra autostima. Ma non si apprende in toto l’arte del dialogo se non vengono praticate le sue condizioni più difficili. Guardando in maniera retrospettiva alla mia storia, posso dire che l’ammissione di alcuni miei errori di giudizio, e la loro sincera ammissione, sono arrivati troppo tardi rispetto a quello che avrei voluto, sebbene speravo che nel corso della mia lunga vita la distanza di tempo tra l’aver commesso un errore e la sua ammissione si potesse ridurre». Nel suo dialogo con Stanislaw Obirek, lei suggerisce un nuovo modo di dialogare, ovvero attuare il “polilogo” tra posizioni diverse. «È l’estensione ovvia di monologo e di dialogo, ovvero di un confronto che sia più largo di due soli punti di vista: si tratta di un evento che avviene spessissimo in ogni città moderna o nelle strade sotto casa nostra. In realtà ogni discussione pubblica è per definizione un “polilogo”. Il mondo in cui noi viviamo è tutt’altro che digitale. Potremmo dire che è un mondo analogico, con molte divisioni che si incrociano, alcune semplicemente giustapposte, altre che si sovrappongono o che emergono in maniera leggera. Un vero dibattito pubblico ha bisogno di prendere in considerazione il fatto di aiutare a cristallizzare i punti di contesa e instaurare le potenziali teste di ponte fra la varietà di punti di punti di vista e di opinioni». «La verità è un incontro». Papa Francesco ha ricordato più volte questa sua definizione. Lei concorda? «Sì. Le verità, così come ogni conoscenza e tipo di comprensione, sono sempre e nient’altro che discorsive; gli incontri umani sono il loro luogo di nascita e il loro habitat naturale. Essi sorgono e vivono, nel corso della loro durata ed esistenza, all’interno della comunicazione interumana. Noi umani siamo per nostra natura sociali, interagiamo, comunichiamo con altri esseri umani; nessuno può reclamare una verità come sua propria creazione o proprietà. Essa viene formata e si sostiene attraverso continui negoziati, tramite la solidarietà e l’interazione propria degli umani. La verità non ha altro posto in cui abitare. Se dimentichiamo questo fatto, avviene quello per cui ammoniva Martin Buber, ovvero l’incontro si trasforma in un incontro mancato, inefficace e alla fin fine privo di scopo».
Sono allergico alle graminacee, alle composite e alle betullacee. Sono allergico a chi giudica, a chi crede di aver sempre ragione, a chi pensa che la via percorribile sia una sola, che guarda caso è la sua. Sono allergico a chi si ritiene indispensabile. Penso che le cose non siano solo nere o bianche, che ci siano le sfumature e i colori, che ci sia spazio, che le strade siano molte e con esse le curve e gli incroci e che ognuno sia libero di cercare, scoprire e percorrere le sue. Credo nell’inedito, nel potenziale di tutto quanto non è stato ancora espresso, nella possibilità di potermi meravigliare, nello stupore, nella strada non ancora battuta, convinto che anche lì ci sia il senso di cosa ancora non so.
“In India si dice che l’ora più bella è quella dell’alba, quando la notte aleggia ancora nell’aria e il giorno non è ancora pieno, quando la distinzione fra tenebra e luce non è ancora netta e per qualche momento l’uomo, se vuole, se sa fare attenzione, può intuire che tutto ciò che nella vita gli appare in contrasto, il buio e la luce, il falso e il vero non sono che due aspetti della stessa cosa. Sono diversi, ma non facilmente separabili, sono distinti, ma non sono due. Come un uomo e una donna, che sono sì meravigliosamente differenti, ma che nell’amore diventano Uno.” (Tiziano Terzani)
Auguri a Marianna e Gianfranco e a tutti coloro che si amano.