“Ho portato come gemma l’ultimo episodio di una serie tv a cui sono legato anche per il modo di trattare “leggermente” argomenti profondi da un punto di vista etico. Qui c’è il monologo del protagonista poco prima di lasciare l’ospedale in cui ha lavorato. Il dottor Cox è il suo mentore per tutte le 8 stagioni e per lui non aveva mai mostrato affetto. Qui però succede qualcosa di diverso.”
E dopo il primo video G. (classe quarta) ha aggiunto: “L’altra sequenza la sento corrispondente ai miei pensieri attuali: in questo periodo sto pensando spesso a cosa fare della mia vita, all’università… e alle cose che ci lasciamo indietro, magari uscendo di casa. Mi chiedo cosa sarà di noi a livello di conoscenze, persone incontrate ed emozioni provate. Provo a darmi delle risposte: qui il protagonista se ne dà alcune.”
A commento una sequenza tratta da “Il curioso caso di Benjamin Button”:
“Ho portato il mio vecchio ipod: mi interessa quello che c’è dietro e quello che c’è dentro. Dietro perché è con me da 9 anni, per cui ad esso sono legati tutti i ricordi, i viaggi in barca, in nave, in aereo, le amicizie e le persone. Dentro per la musica: mi rilassa, mi proietta, mi fa pensare e riflettere. Mi fa sentire a mio agio.” Si parla spesso di quella occidentale come di una società materialista nel senso proprio del termine per il suo eccessivo dedicarsi agli oggetti e alle cose materiali. La gemma di E. (classe quarta) mi ha fatto pensare alla mia difficoltà a separarmi dal mio vecchio walkman regalatomi dai miei dopo gli esami di terza media, o dalle musicassette da me assemblate quando ero adolescente. La paura è quella di provare nostalgia un giorno futuro. Nostalgia per quegli oggetti che contengono dentro di sé emozioni e sensazioni. E concludo sempre dicendomi: “E perché buttarli? Un posticino in qualche armadio lo trovo!” 😛
“Desidero regalare come gemma dei pezzettini di un viaggio che ho fatto in India. Ho quindi portato alcune foto di questo paese che mi ha trasmesso molte emozioni, colori, profumi, paesaggi. Vi sono stata per due settimane, e ho visitato cinque città.” Quando V. (classe quarta) ha detto ciò che le ha trasmesso l’India (emozioni, colori, profumi, paesaggi) mi è venuto in mente il modo con cui Mango ha cantato il Mar Mediterraneo: non il mare da spiaggia, quello caotico delle giornate sotto gli ombrelloni, dei tormentoni estivi che entrano nelle orecchie e non se ne vogliono andare, delle voci agli altoparlanti che cercano genitori a bambini dal costumino rosso, dei piazzisti di frutti esotici venduti a 30 euro al chilo e di uomini e donne di tutte le parti del mondo che cercano corpi da massaggiare e tatuare stando con un occhio all’orizzonte in cerca della polizia. No, Mango canta un Mediterraneo dell’anima, canta quello che posso definire, prendendo a prestito il bellissimo film di Alejandro Amenábar, il mare dentro. Alla fine del film si sente una voce fuori campo: “Mare dentro, mare dentro, senza peso nel fondo, dove si avvera il sogno, due volontà fanno vero un desiderio nell’incontro. Il tuo sguardo e il mio sguardo, come un’eco che ripete senza parole: più dentro, più dentro, fino al di là del tutto, attraverso il sangue e il midollo.” Penso che viaggiare sia un po’ questo.
La gemma proposta da D. (classe quarta) è imperniata attorno al video di “Story of my life” degli One Direction: “Troppi sono i pregiudizi su questa band in Italia: sembra che suonino solo per teenagers superficiali e vuote. Io con questa canzone voglio dire che questa è stata la colonna sonora di questi tre anni e dietro vi sono tante esperienze ed emozioni condivise anche con altre persone”.
Ha ragione D. Ci sono musiche che si fissano nella nostra memoria come i profumi e restano legati a quelle sensazioni in modo indelebile. Poi la musica è certamente soggettiva, può piacere o non piacere, ma questo è il suo lato più bello. E allora allego la canzone che ha segnato i miei tre anni corrispondenti a quelli di D. “Sono qui, tutto solo. La mia mente trasformata in pietra, ho riempito il mio cuore di ghiaccio per evitare che venga spezzato di nuovo. Ti ringrazio, mio caro vecchio amico, ma adesso non puoi aiutarmi, questa è la fine di una storia sbagliata. Stanotte non dormirò. Nel mio cuore, nella mia anima, odio davvero dover pagare questo prezzo. Dovrei essere forte, giovane e audace ma l’unica cosa che sento è il dolore. Va tutto bene, rimarremo amici, ho fiducia in me stesso e diciamo che va tutto bene: stanotte non dormirai da sola”.
“Ho portato questo pezzo di carta giallo: dietro vi sono 6 mesi di attesa, 1 giorno di ansia a scuola per sapere se l’avrei ottenuto, lacrime di felicità, attesa, grida, nuove conoscenze, incontri, foto, i due migliori giorni della mia vita cone le due ore e mezza più intense e veloci, sogni belli, serenità. Quando si sono aperti i cancelli di San Siro sono entrata tremante e durante il concerto sentivo che cantavamo insieme. Ci sono tante emozioni dietro a un pezzo di carta giallo”. Questa è la gemma di F. (classe quarta); ha portato il biglietto del concerto degli One Direction, tramite i quali ha conosciuto anche il suo secondo gruppo musicale preferito, i 5 Seconds of Summer, di cui abbiamo ascoltato questa
Sono andato con la mente al mio primo vero e sentito concerto: 23 maggio 1995, Milano, Bon Jovi. Gran caldo, Little Steven e Ugly Kid Joe come gruppi di apertura. Inizia il concerto e la band tiene il palco meravigliosamente, prendendo in giro i Take That (che poi sono gli One Direction di allora…). Concerto lungo, ecco la scaletta: Livin’ on a prayer You give love a bad name Wild in the streets Keep the faith I’d die for you Diamond ring Bed of roses Stranger in this town Blaze of glory Hey God Lay your hands on me I’ll sleep when I’m dead / Jumpin’ Jack Flash / Glory days Bad medicine / Shout / Bad medicine Always Blood on blood Wanted dead or alive Rockin’ all over the world Someday I’ll be Saturday night I’ll be there for you Runaway Finito verso mezzanotte, inizia il caos. Devono sfollare 35.000 persone e gli organizzatori pensano bene di far chiudere alla stessa ora la metropolitana. Raggiungiamo a fatica la stazione su bus stracarichi e stipati all’inverosimile. Arriviamo verso le 2.00, giusto in tempo! Sì, in tempo per vedere i fanali rossi del nostro treno che si allontana. Ci spostiamo a Milano Lambrate, bivacchiamo sulle panchine fin verso le 5.00 e finalmente saliamo su un altro treno… Ha ragione F.! Ci sono tante emozioni dietro a quei pezzi di carta!
La prima gemma di oggi è quella proposta da S. (classe quarta). E’ una sequenza tratta da “La tigre e la neve”. E’ una scena che la emoziona, che le fa pensare alla bellezza, alla poesia. “E’ come dice Benigni: Per trasmettere la felicità, bisogna essere felici e per trasmettere il dolore bisogna essere felici”.
Allego semplicemente la trascrizione del monologo; penso possa essere utile soffermarcisi sopra con un po’ di calma:
“Su, su, svelti, veloci, piano, con calma, non vi affrettate. Non scrivete subito poesie d’amore che sono le più difficili, aspettate almeno un’ottantina di anni. Scrivete su un altro argomento, che ne so… sul mare, vento, un termosifone, un tram in ritardo. Non esiste una cosa più poetica di un’altra. La poesia non è fuori, è dentro. Cos’è la poesia? Non chiedermelo più, guardati allo specchio, la poesia sei tu. Vestitele bene le poesie. Cercate bene le parole, dovete sceglierle. A volte ci vogliono otto mesi per trovare una parola. Scegliete, perché la bellezza è cominciata quando qualcuno ha cominciato a scegliere, da Adamo ed Eva. Lo sapete quanto c’ha messo Eva prima di scegliere la foglia di fico giusta? Ha sfogliato tutti i fichi del paradiso terrestre. Innamoratevi. Se non vi innamorate è tutto morto. Vi dovete innamorare e diventa tutto vivo, si muove tutto. Dilapidate la gioia, sperperate l’allegria. Siate tristi e taciturni con l’esuberanza. Fate soffiare in faccia alla gente la felicità. Per trasmettere la felicità, bisogna essere felici e per trasmettere il dolore bisogna essere felici. Siate felici. Dovete patire, stare male, soffrire. Non abbiate paura a soffrire. Tutto il mondo soffre. E se non vi riesce, non avete i mezzi, non vi preoccupate, tanto per fare poesia una sola cosa è necessaria: tutto. E non cercate la novità. La novità è la cosa più vecchia che ci sia. E se il verso non vi viene da questa posizione, da questa, da così, buttatevi in terra, mettetevi così. E’ da distesi che si vede il cielo. Guarda che bellezza, perché non mi ci sono messo prima?! Cosa guardate? I poeti non guardano, vedono. Fatevi obbedire dalle parole. Se la parola è “muro” e “muro” non vi dà retta, non usatela più per otto anni, così impara! Questa è la bellezza come quei versi là che voglio che rimangano scritti lì per sempre.. Forza, cancellate tutto!”
Guardarla ora sarà diverso, per me. Inoltre, ero al liceo, in seconda, quando la nostra prof. di italiano ci ha accompagnati al cinema a vedere, nel pomeriggio, “L’attimo fuggente”. Inevitabile, la mattina dopo, farci trovare sui banchi con lei che diceva “Che scemi che siete!”. E mi torna anche alla mente il film che mi ha fatto scoprire Robin Williams: “Good morning, Vietnam”. Stamattina Veronica, una mia ex studentessa, ha scritto così su fb: “Solitamente sono refrattaria a simili annunci, eppure non posso fare a meno di richiamare alla mente le mille e più volte in cui ho riso, pianto, sorriso, riflettuto e apprezzato maggiormente la vita grazie all’intensità e alla misura di Robin Williams, attore a tutto tondo che come pochi ha saputo suscitare in me riflessioni di cui non posso che essere eternamente grata. Che sia soltanto questione di sceneggiatura o opportunità, poco importa; sono intimamente convinta che trasmettere un messaggio sia possibile soltanto se si crede davvero nel suo contenuto: le parole non trapassano silentemente e facilmente lo schermo, a meno che non siano di notevole rilevanza concettuale…eppure il professor John Keating e il dottor Sean McGuire hanno travalicato ogni mia riserva mentale, raggiungendo il più profondo del cuore, lì dove covano sentimenti, passioni, emozioni, pulsioni latenti. Fra dialoghi di straordinaria potenza espressiva e interpretazioni autenticamente sentite, ho compreso sin da bambina insegnamenti che difficilmente ho sentito espressi ma che fortunatamente ho assimilato e racchiuso nell’Es del mio essere, per portare un po’ di ordine e pace laggiù, dove scalfire l’impalpabile è quasi sempre un’impresa…quasi. Il linguaggio del cinema, universale per definizione, non è rimasto inascoltato, e anzi è riuscito spesso e volentieri a entrare in zone inesplorate, suonando le mie corde più dolci e al contempo quelle dal suono più screziato, grazie a perle dell’arte visiva come “L’attimo fuggente” e “Good Will Hunting”… Ho appreso che la vita va guardata adottando angolazioni differenti, che un uomo senza libertà è soltanto una sincope, che l’autoconsapevolezza dei propri desideri e delle proprie emozioni è la chiave per il raggiungimento della Felicità, che la Poesia non è semplicemente questione di metrica e figure retoriche, che l’intelligenza scolastica e/o accademica nulla ha a che vedere con l’esperienza esistenziale e con la capacità sensoriale, che l’empatia (ciò che più si avvicina alla saggezza umana) non si impara sui libri, che il talento non può giacere a lungo sottaciuto da convenzioni e imperativi sociali (prima o poi si sprigionerà con tutta la sua forza con effetti più o meno desiderati e desiderabili), che l’Amore rende sublime e grande anche l’uomo più comune… Un piccolo omaggio a una delle persone che più fra tutte mi ha saputa emozionare, permettendomi di veder lontano e, così facendo, tracciando una via nel firmamento…”
Grazie a Veronica e a tutte le anime che si lasciano interrogare e a chi, quegli interrogativi, pone.
A proposito dell’ultimo post sul vivere le relazioni fino in fondo assumendosene il rischio, aggiungo le parole di un libro che ho finito di leggere da poco. Quando leggo mi appunto sulla prima pagina interna del libro il numero di facciata dove ho fatto un segno di matita su un passo che mi ha colpito. Poi ricopio il passo su un quadernetto dove numero le citazioni. La numero 1524 è presa da “Una certa idea di mondo” di Alessandro Baricco, che a pag. 165 scrive: “… siamo goffi al cospetto della felicità, e dignitosi nelle avversità: così manchiamo lo spettacolo della vita spesso, ma ne rispettiamo la dignità come pochi altri. Ciò fa di noi gente sfumata, spesso destinata ai titoli di coda.”
Una citazione proposta all’interno del lavoro sulla felicità da una studentessa del quarto anno. La pubblico qui, anche perché riprende un argomento toccato con le prime…
“Ricorda bene queste parole:
Nessuno mai avrà il diritto di controllare la tua felicità.
A nessuno dovrai permettere di provare a dosare i tuoi sentimenti.
La tua gioia non deve avere confini, è già tanto difficile trovarne un po’, spesso ci accontentiamo di surrogati, di sorrisi striminziti, di manifestazioni di euforia appena accennate.
Quando avrai la possibilità di ridere di gusto, fallo fino alle lacrime.
I giorni in cui avrai riso davvero coloreranno di vita i tuoi futuri ricordi!”