Non pubblico la gemma di C. (classe seconda) in quanto si tratta di una foto privata: “Ho portato l’unica foto con mio nonno che se n’è andato questa estate, il 23 agosto, dopo un anno e mezzo di malattia. Per me, avendo passato l’infanzia con lui, è come un padre e l’ho assistito fino alla fine. Questa foto è stata scattata in Slovenia, all’ultimo pranzo fatto in famiglia.”
Dice Alex Haley: “Nessuno può fare per i bambini quel che fanno i nonni: essi spargono polvere di stelle sulla vita dei più piccoli.”
La gemma di K. (classe terza) è la storia del suo rapporto col padre: “Non è mai stato un rapporto facile, fin da piccola; in seguito si è ancora di più complicato. A un certo punto mi sono trovata davanti a una scelta: o mi dimenticavo di lui o dovevo perdonarlo. Ho scelto quest’ultima strada che ho fatto. Ho scritto la nostra storia su questo foglio che le chiedo di leggere: non arriverei fino in fondo.” E’ stata forte l’emozione in classe. Così si conclude lo scritto di K.: “Credo che la mia esperienza come molte altre possa rappresentare un invito a scegliere con il cuore riconoscendo che il segreto è nel presente e se prestiamo attenzione al presente possiamo migliorarlo, e se miglioriamo il presente anche quello che accadrà dopo sarà migliore.” C’è una canzone di Francesco Guccini che ho sempre trovato molto struggente e il cui testo è ricco di suggestioni e immagini. Certo non corrisponde alla lettera a quanto descritto da K., ma quelle ultime quattro parole sono tutte per lei: «E un giorno ti svegli stupita e di colpo ti accorgi che non sono più quei fantastici giorni all’asilo di giochi, di amici e se ti guardi attorno non scorgi le cose consuete, ma un vago e indistinto profilo. E un giorno cammini per strada e ad un tratto comprendi che non sei la stessa che andava al mattino alla scuola, che il mondo là fuori t’aspetta e tu quasi ti arrendi, capendo che a battito a battito è l’età che s’invola. E tuo padre ti sembra più vecchio e ogni giorno si fa più lontano, non racconta più favole e ormai non ti prende per mano, sembra che non capisca i tuoi sogni sempre tesi fra realtà e sperare e sospesi fra voglie alternate di andare e restare. E un giorno ripensi alla casa e non è più la stessa in cui lento il tempo sciupavi quand’eri bambina, in cui ogni oggetto era un simbolo ed una promessa di cose incredibili e di caffellatte in cucina. E la stanza coi poster sul muro ed i dischi graffiati, persi in mezzo ai tuoi libri e a regali che neanche ricordi, sembra quasi il racconto di tanti momenti passati come il piano studiato e lasciato anni fa su due accordi. E tuo padre ti sembra annoiato e ogni volta si fa più distratto, non inventa più giochi e con te sta perdendo il contatto. E tua madre lontana e presente sui tuoi sogni ha da fare e da dire, ma può darsi non riesca a sapere che sogni gestire, che sogni gestire. Poi un giorno in un libro o in un bar si farà tutto chiaro, capirai che altra gente si è fatta le stesse domande, che non c’è solo il dolce ad attenderti, ma molto d’amaro e non è senza un prezzo salato diventare grande. I tuoi dischi, i tuoi poster saranno per sempre scordati, lascerai sorridendo svanire i tuoi miti felici come oggetti di bimba, lontani ed impolverati, troverai nuove strade, altri scopi ed avrai nuovi amici. Sentirai che tuo padre ti è uguale, lo vedrai un po’ folle un po’ saggio nello spendere sempre ugualmente paura e coraggio, la paura e il coraggio di vivere come un peso che ognuno ha portato, la paura e il coraggio di dire: “io ho sempre tentato”».
Il sottofondo di “Divenire” di Ludovico Einaudi ha chiesto A. (classe terza) per presentare la sua gemma. Non è stata una passeggiata perché è emersa l’emozione che ha trovato la via della lacrima di commozione per manifestarsi. “Ho portato una foto di me e di mio fratello. Ultimamente ci siamo molto legati e lui la prossima settimana si trasferisce: non andrà lontano, ma mi dispiacerà tornare a casa sapendo che lui non ci sarà. Gli altri miei fratelli sono molto più grandi e a lui sono molto legata; quindi, semplicemente, è lui la mia gemma”. In classe silenzio e rispetto hanno permesso a quelle lacrime d’amore di essere accolte. In pochi minuti ho rivisto il rapporto con mia sorella, quattro anni di differenza, rimasti pesanti fino, più o meno, ai miei 16-17, quando quei quattro anni si sono fatti leggeri fino a sparire. Mano a mano che si cresce, interessi, problemi, gioie tendono a diventare simili e a eclissare le differenze. La cosa che più mi è mancata quando lei si è sposata? Le chiacchierate notturne quando rientravo la sera tardi e la trovavo addormentata sul divano… la notte poteva allungarsi di molto, nonostante le proteste di mamma e papà 😛
Non posso pubblicare la gemma portata da G. (classe quinta): ha mostrato la foto di suo fratello che “fa volare” la figlioletta. “Ho portato loro perché è grazie a loro due che ho messo un po’ la testa a posto. Prima devo ringraziare mio fratello che mi è sempre stato vicino e poi mia nipote che mi ha preso come riferimento e che quindi mi spinge ad essere più responsabile, almeno un po’…”.
La foto che ci ha mostrato mi ha immediatamente fatto pensare a questo quadro di Chagall e alle parole della moglie Bella: “«Non muoverti, resta dove sei…».Non riesco a stare ferma. Ti sei gettato sulla tela che vibra sotto la tua mano. Intingi i pennelli. Il rosso, il blu, il bianco, il nero schizzano. Mi trascini nei fiotti di colore. Di colpo mi stacchi da terra, mentre tu prendi lo slancio con un piede, come se ti sentissi troppo stretto in questa piccola stanza. Ti innalzi, ti stiri, voli fino al soffitto. La tua testa si rovescia all’indietro e fai girare la mia. Mi sfiori l’orecchio e mormori…”.
“La mia gemma è un anello, il regalo che mi ha donato mia nonna per la Cresima, immediatamente prima di andarsene. Non ho avuto sempre un grande rapporto con lei, ma ho fatto l’esperienza della verità della frase «capisci il senso di una cosa solo dopo averla persa». Per me lei significava soprattutto il ritrovarsi di tutta la famiglia: siamo in tanti e ogni volta è una grande festa”. A. (classe terza) ha presentato così la sua gemma: non poteva saperlo, ma proprio oggi ero al funerale della nonna di mia moglie. Sono quelle morti “accettabili”, nel senso che fanno parte di quello considerato come lo scorrere normale delle cose. Le associo sempre all’immagine di un albero; gli alberi sono diversi e vari, nella forma, nella forza, nel numero di rami, di foglie, nella resistenza, nell’adattabilità, nella durezza, nella generosità. Hanno tutti una storia e, indipendentemente da quello che sono stati in vita rispetto a noi, il loro abbattimento mi mette tristezza nel cuore.
D. (classe terza) ha iniziato facendoci ascoltare “Guardastelle” di Bungaro.
“Questa canzone non rappresenta il mio genere musicale ma mi ricorda i miei genitori: mio padre, che vedo due volte all’anno, e mia madre che ha qualche problema di salute. Poi ho scritto questa cosa, prof, ma vorrei che la leggesse lei per me: Mi sono chiesta varie volte cosa fosse la vita. Che senso abbia essere al mondo. La mia conclusione è che viviamo, beh, per vivere. Trovo incredibile quanto difficile possa essere trovare un sinonimo della parola “vita”. Gioia? Amore? Dio? Come si potrebbe descrivere un concetto tanto immenso con solo quattro misere lettere? La vita è colore. Una scala infinita di rossi, di blu, che si uniscono al giallo, si confondono col nero e invocano il bianco. Molti animali hanno una vista monocromatica, vedono tutto ciò che li circonda in un unico colore e non se ne rendono neanche conto; non possono neanche immaginare quante altre sfumature ci siano al mondo, e se neanche noi lo sapessimo? Ci potrebbe essere un ulteriore gamma di colori che non possiamo percepire. Noi siamo più fortunati, ma non per questo i migliori. La vita è musica. Un insieme di note e sinfonie. Composizione di suoni dolci, suoni caldi, suoni acidi, suoni armonici e contrastanti. Sospiri. Urla. Sussurri. Un Mi Bemolle può far nascere un musicista. Un arpeggio, e poi le scale. Do. Re. Mi. Fa. Sol. La. Si. E via avanti. Ci sono i Diesis, i Bemolle. Ma non è finita. Ci sono un’infinità di chiavi nascoste di cui non conosciamo l’esistenza. Dei mondi paralleli a cui ci sono stati sbarrati i confini. La vita è sogno. Attraverso il nostro cervello passano milioni di immagini mentre dormiamo, eppure ne ricordiamo solo un paio. Desideri. Ricordi. I nostri peggiori incubi. In una sola notte. Storie mai raccontate. Colline incantate. Fiabe mai scritte. E vuoi dirmi che la chiameresti ancora così? Quattro insulse lettere. Una parola. No, è molto di più. E’ un vortice di emozioni e sensazioni che aspettano di essere sentite, raccontate, amate. E’ qualcosa di astratto, eppure così dannatamente concreto. Qualcosa d’infinito, racchiuso in un infinito ancora più grande, che fa spazio all’immenso. Vita. Che parola stupida, non credi?” Riprendo delle parole della canzone proposta da D.: “Da qui, mi stacco da terra ad immaginare; da qui, chissà se c’è un mistero grande da scoprire; da qui, una libera preghiera per una pace da inventare. Ho fantasia e posso anche volare, la fantasia, lo sai ti fa volare”. Un gran bel volo ci ha fatto oggi, D. Eravamo in classe ma mentre leggevo le sue parole sentivo quelle pareti abbattersi e vedevo occhi e animi dei suoi compagni decollare e farsi un giro attraverso le ali che ci ha prestato.
Stamattina E. (classe terza) ha presentato “Old man” di Neil Young. “E’ il mio cantante preferito, e lo è anche di mio padre. Questa canzone in particolare mi ricorda lui e la mia famiglia”.
Così l’ha presentata il cantante: “ero in tournée, ero anche… sapete cosa intendo, appena diventato un ricco hippie per la prima volta. Acquistai un ranch, e ci vivo ancora tutt’oggi. E c’era una coppia di anziani che viveva lì, erano i custodi, un vecchio gentiluomo di nome Louis Avila e sua moglie Clara. E c’era una vecchia jeep blu, con la quale Louis mi portò a fare un giro. Andammo nella parte alta del posto, dove c’era un lago che alimentava tutti i pascoli, e lui disse: “Beh, dimmi, come fa un giovanotto come te ad avere così tanti soldi da comprare un posto come questo?” Al che io dissi: “Beh, solo fortuna, Louie, davvero solo fortuna”. E lui rispose: “Beh, questa è la cosa più bizzarra che abbia mai sentito”. E così scrissi questa canzone per lui” (fonte wikipedia). Ne pubblico una versione live:
Oggi non riporto la gemma portata da C. (classe terza) per un semplice motivo: ha “regalato” ai compagni una foto del suo battesimo. “Ho portato questa foto perché è un momento in cui sono sia con mamma che con papà. Si sono separati quando avevo quattro anni e questo è uno dei pochi ricordi che ho della nostra vita insieme”. Sono anche io una persona che fa molta fatica a recuperare i ricordi dell’infanzia. Talvolta emergono dal passato in modo inatteso, magari grazie a un oggetto, un suono, una voce, un profumo, una foto…
“Ci sono legami di seta… che ti aspettano su incroci del destino che mai avresti immaginato.Il Ricordo unisce ciò che la vita separa. E ti sembra una strana, inaspettata, piacevole connessione notturna, come una carezza, senza tempo.” (Anton Vanligt)
Anobii mi dice che dal 1 gennaio ad oggi ho letto 20 libri. Sorrido perché mi viene in mente mia madre che dalle elementari alla terza media mi supplicava di leggere qualcosa: “ma perché non leggi mai?” “leggere fa bene, ti aiuta” “come pensi di poter fare il liceo senza leggere niente, guarda tua sorella”…
Poi, non so cosa sia successo. Mi ricordo in maniera ben distinta che uno dei primi autori ad avermi appassionato è stato Pavese. Da bambino passavo le estati in campagna, dai nonni, e i ritmi erano quelli della vita dei campi. Oggi, tra l’altro sarebbe stato il 96° compleanno della nonna Mina… (intersecazione prima). Lì, nella libreria della zia, ho scoperto Pavese. Mi è tornato alla mente (intersecazione seconda) in questi giorni in cui mi è venuta voglia di rileggere “La luna e i falò” e mi sono ritrovato in queste parole: “Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”. Il 1° maggio sono stato a Barbana (intersecazione terza). Era da almeno trent’anni che non ci mettevo piede. Non vi sono legato per il culto mariano (non è decisamente il mio forte), ma per una sorta di culto della memoria. Vi andavo in pellegrinaggio con i nonni, si muoveva l’intero paese, era una festa che durava tutto il giorno, anzi, iniziava il giorno prima con la preparazione di tutte le cose da portare via per pranzare sotto i pini marittimi. E’ un ricordo caldo e felice della mia infanzia, un po’ annebbiato, ma al quale il compleanno della nonna, il libro di Pavese e la visita del 1° maggio hanno tolto un po’ di patina. “Anche la storia della luna e dei falò la sapevo. Soltanto, m’ero accorto, che non sapevo più di saperla”.
E’ tempo di iscrizioni a scuola. Su molti moduli mamma e papà non troveranno più madre e padre ma genitore 1 e genitore 2. Ecco cosa ne scrive su Popoli Giacomo Poretti, sì, quello del trio Aldo, Giovanni e Giacomo. Il titolo del pezzo è “Onora il genitore 1 e il genitore 2”. “A un certo punto l’essere umano ha cominciato a parlare e a dare nomi alle cose e agli oggetti, così che tutti intendessero la stessa cosa e non succedessero guai. Infatti poteva capitare che un marito desiderasse un risotto per cena, ma lo chiedeva con un grugnito inarticolato, così che la moglie capiva minestrina in brodo: quando portava in tavola la brodaglia il marito spaccava tutto con la clava. Oppure magari c’era un dinosauro dietro a un cavernicolo e il suo amico con frasi sconnesse cercava di farlo scappare, al che quell’altro gli ripeteva: «Ma perché non ti applichi nella grammatica?». Alla fine veniva inghiottito da un Triceratopo.
Così, dopo tutti questi equivoci spiacevoli, gli umani hanno deciso di chiamare le cose con i loro nomi. Per esempio, fin dal principio, «zanzara» era quell’animale fastidioso che tutti cercavano di sfracellare contro le pareti della caverna senza riuscirci. «Flatulenza» era il fuggi fuggi che accadeva nella caverna quando qualcuno mangiava il Tirannosauro rex cucinato in fricassea con purea di castagne. O, ancora, con la parola «papà» si definiva il genitore maschio e «mamma» la genitrice femmina, e questo da molto molto prima che Charlton Heston, il mitico Mosè nel film I dieci comandamenti, scendesse dal Sinai con le Tavole della Legge.
Oggi, in un Paese vicino al nostro, giusto per svecchiare la lingua e i concetti, il papà e la mamma si è deciso di rinominarli «genitore 1» e «genitore 2». Resta da definire se il maschio indosserà la maglietta numero 1, o se invece verrà attribuita alla femmina; ancora più complessa è la vicenda di quando i genitori saranno entrambi maschi o entrambi femmine: forse si deciderà ai rigori o, più democraticamente, 6 mesi a testa, come per la presidenza Ue.
Abolite, perché sorpassate, la festa della mamma e del papà, al loro posto verranno istituite la «festa del genitore 1», che verrà celebrata il 2 novembre al posto dei morti che fa un po’ tristezza, e la «festa del genitore 2» il 25 aprile, al posto dell’inutile «festa della liberazione». I primi anni potrà capitare che i bambini sbaglieranno e regaleranno una cravatta al genitore femmina e un paio di orecchini al genitore maschio, ma dopo qualche decennio di assestamento i bambini, per non sbagliare, regaleranno in entrambe le occasioni una trousse di trucchi.
E i nonni, se non verranno aboliti, come li chiameremo? «Colei che vizia 1» e «Colui che porta sempre i regali 2»? Io, che non ho studiato le lingue, continuerò a parlare la lingua delle caverne e a onorare gli unici mamma e papà che conosco.”
Stamattina, in una prima, parlando dell’amore siamo finiti a parlare di quello nei confronti dei genitori, e mi sono venute in mente due canzoni dei Queen che avevo ripreso in mano proprio ieri pomeriggio. Una riguarda il papà, l’altra la mamma, entrambe contenute nell’album “Queen II”, registrato nell’agosto 1973 e pubblicato l’anno dopo. Siamo nella prima fase della carriera del gruppo.
Nel brano “Father to son” (che nel video è in versione live) si leggono le parole di un padre al proprio figlio, dalle quali emerge una presenza costante e vicina (“Ho combattuto al tuo fianco molto prima che tu nascessi”) e un invito a darsi da fare per costruire il futuro (“Non distruggere ciò che vedi, quello che sarà il tuo paese, semplicemente continua a costruire sul terreno che è stato conquistato”) senza dimenticare le radici (“Non vorresti ascoltarci cantare la canzone della nostra famiglia? Noi te la trasmettiamo ma è tutto già sentito”). E poi si sentono le parole tipiche di un genitore, quelle che danno tanto fastidio a un figlio, quando l’adulto dice al giovane che un giorno futuro si comporterà nella stessa identica maniera nei confronti dei propri figli… (“Prendi questa lettera che ti do, prendila ragazzo mio, conservala con cura, non capirai una parola di ciò che vi è scritto ma la riscriverai uguale prima di morire”). Verso la fine sembra che ci sia un commiato, come se il padre non potesse stare vicino al figlio durante la sua crescita, come se se ne dovesse andare in un altro luogo o in un’altra dimensione (“E’ divertente che tu non senta una singola parola che dico, ma la mia lettera per te ti starà accanto attraverso gli anni finché la solitudine se ne sarà andata”). E restano nell’aria delle parole di grande amore: “l’aria che respiri vivo per dartela”.
Invece, il brano “The loser in the end” parla del rapporto tra madri e figli, e in particolare della crescita della prole fino al momento in cui i figli se ne vanno di casa lasciando alle madri una mancanza (“La mamma ha un problema, non sa che dire, il suo piccolo ragazzino se ne è semplicemente andato di casa oggi”). Vengono messi in luce i tratti scuri del crescere un figlio, e da figlio maschio mi rivedo in molte cose (“Maltrattala e la perderai come amica”… “L’ha lavato e nutrito e vestito e curato per quasi vent’anni e tutto ciò che ottiene è “Ciao ma’” e notti di lacrime”). La madre è vista come la vera perdente in questo rapporto e viene invitata a non trattenere i figli, ma a permettere loro di fare delle esperienze, anche se sceglieranno la via più comoda (“Quindi madri di ogni dove prestate ascolto a un semplice figlio di un’altra madre: Sarete dimenticate col tempo se non lascerete che loro si divertano, dimenticate i dispiaceri e ricordate solo che non è passato molto da quando eravate giovani. Siete destinate ad essere le perdenti alla fine, loro si sceglieranno da soli le scarpe nuove che non sono difficili da allacciare”). MA, un ma grande come una casa, “Siete le mamma su cui loro possono sempre contare”.
Mi ha scritto l’altro giorno uno studente, in risposta a un lavoro che avevo assegnato:
“Ecco. Il mio valore più importante è la famiglia… Ho scelto questa immagine perché penso che il Rugby sia come una famiglia: ci può essere qualsiasi persona in una squadra: c’è quello veloce, quello snello, quello tarchiato, quello alto, quello ciccione, quello grosso… Tutti questi con differenti personalità…. belle o brutte… E nonostante il carattere e l’aspetto fisico differenti l’uno dall’altro questa squadra è una sola: agisce, lotta, si aiuta a vicenda, ognuno ha il suo compito, proprio come una famiglia. Non deve mollare. Deve avanzare. Continuare il percorso anche durante le difficoltà…
Io gioco a rugby. Sono al primo anno dell’under diciotto e sono il più piccolo. Io ammiro molto i compagni più grandi di me. Essi hanno più tecnica, più fisico ed esperienza… Sono più forti, superiori a me, anche in partita, e ad allenamento (infatti le prendo molto spesso). Nonostante questo anche se ogni tanto fanno gli spavaldi con me, gli voglio bene, li rispetto con tutto il cuore e so che anche se mi legnano ad allenamento, nel vero match, nel momento del bisogno, quando sarò placcato, loro saranno lì a prendere la mia palla per poi portarla oltre la linea di meta. Con loro son sicuro: avrò sempre un sostegno, sia morale che fisico. Per questo ritengo che la famiglia sia importante, sia dal punto di vista sociale che sportivo.
Devo dire che riflettendoci, ci sono vari tipi di famiglia in questo mondo, anche se non ce ne rendiamo conto. La prima cosa che viene in mente appena qualcuno dice la parola famiglia, sono i genitori e i parenti. Se pensiamo bene invece ci sono anche altre famiglie. A scuola, al lavoro, nello sport, ovunque.
La famiglia condivide tutto nonostante le difficoltà.
Oggi uscendo dallo spogliatoio ho visto i due soliti fuori quota della squadra… Sono acerrimi nemici in campo. Quando si devono scegliere le squadre ad allenamento loro sono sempre separati, l’uno contro l’altro. Se le danno di santa ragione. Alla fine pero’ si chiamano a vicenda “mate”, vengono ad allenamento insieme, ridono insieme, c’è un’ intesa incredibile … Sono inseparabili… Io penso che ci sia qualcosa di magico in questo sport… Si condivide tutto: dalla fatica degli ultimi minuti impossibili da giocare, dove le ossa scricchiolano, i lividi si sentono di più e le gambe si indolenziscono, alla pasta del terzo tempo, dove si ride e scherza anche con la squadra avversaria.
Il rugby insegna tante cose. Ti insegna ad attribuire i valori alla vita, ti insegna a rispettare, a dare sostegno, a non mollare al primo tentativo, a perseverare…. ad essere UNITI… Come una famiglia…
Il rugby è come la vita. C’è tutto dentro: Difficoltà, dolore, amore, passione… Non per questo è definito dai gallesi “LO SPORT CHE VIENE GIOCATO IN PARADISO”… E lei cosa ne dice prof, pensa che qualche volta Dio si metta a fare qualche partita di rugby per insegnare a noi la vita?”
Era il 7 settembre 1996; aveva appena assistito all’incontro di boxe tra Mike Tyson e Bruce Seldon. Si stava recando in un club, quando la sua auto venne avvicinata da una Cadillac bianca: dagli occupanti di quell’auto si prese 4 proiettili che lo portarono, sei giorni dopo, alla morte. Il protagonista di queste righe è Tupac Shakur, della cui morte oggi è, appunto, l’anniversario. Pubblico il video di Unconditional Love, un brano che parla di droga, povertà, famiglia, voglia di riscatto, bisogni amore senza condizioni, Dio, amicizia, fama, amore… La traduzione l’ho presa qui.
(cosa volete tutti?)
Amore incondizionato (senza dubbio)
parlando delle cose che non vengono via quello non scompare
durerà per tutti questi pazzi giorni queste pazze notti
sia che tu abbia torto o ragione
ti amerò ancora proverò ancora qualcosa per te
sarò ancora lì per te non importa cosa,
tu sarai sempre nel mio cuore con amore incondizionato
Vieni a sentire i miei pensieri più veri, i miei sentimenti più veri
tutti i miei soci scontano anni di pena per spaccio di droga
di quante bare possiamo essere testimoni prima di vedere
che è difficile vivere questa vita senza Dio,
quindi dobbiamo chiedere perdono
ho chiesto a mia madre perché Dio meritò di morire
sono stato testimone delle lacrime che scendevano libere dai miei occhi
prima che lei potesse rispondere
anche se non eravamo nati con i cucchiai d’argento
la mia TV scassata faceva vedere i cartoni nel mio salotto (ehi!)
un giorno ho sperato di farcela un giocatore in questo gioco
mamma non piangere, finché proviamo può darsi che le cose cambino
forse è solo una fantasia una vita dove non abbiamo bisogno
di quella merda di stato sociale con tutta la nostra famiglia
forse sono io che l’ho causato
il picchiare e il farmi male nella mia camera piangendo
perché non volevo essere un fardello
ho visto mamma aprire le braccia per abbracciarmi
e non sono più preoccupato di nessuna dannata cosa, con l’amore incondizionato
[Rit.]
In questo gioco la lezione è da vedere nei tuoi occhi
anche se le cose cambiano, il futuro è ancora dentro di me
dobbiamo ricordare che dopo l’oscurità viene il domani
quindi sarai sempre nel mio cuore, con amore incondizionato
Ho appena ricevuto il messaggio che hai chiamato tutta settimana
sono stato fuori a sbattermi su queste strade e non ho avuto occasione di parlarti
ma sai, tra me e te è sempre viva, fratello
non potremmo mai essere nemici, perché sei sempre stato un così buon amico per me
dove sarei senza i miei soci
non chiedermi perché, quando i tempi diventano difficili
perché non è facile essere quelli che siamo
guidati dalle mie ambizioni, desiderando posizioni più alte
quindi procedo a fare milioni, eternamente in missione
è essere più che un musicista rap
l’elevazione della generazione di oggi
se potessi farli ascoltare!
la prigione non è ciò che ci serve, non più bloccati nella miseria
è ora di giocare e programmare, la mia famiglia deve mangiare
quando tiriamo fuori qualcosa dal nulla
non c’è piacere nella sofferenza, il vicinato sarebbe buono
se si potessero tagliar via tutti gli spari
i liquori, il fumo e le volgarità
mando amore per il mio quartiere
la lotta non finisce mai – amore incondizionato
Probabilmente non capirò mai i tuoi modi
ed ogni giorno giuro che ti sento
che cerchi di cambiare i tuoi modi mentre vieni ripagata allo stesso tempo
appena avuto un bambino con gli stessi occhi
qualcosa dentro, per favore lasciatemi morire sono tempi strani
com’è possibile che non ce l’ho mai fatta
forse è il modo in cui ho agito nel mio cuore
sapevo che un giorno sarei dovuto essere una star
le mie speranze e i miei desideri così tante immagini vivide,
e tutto il contante che non riuscirò mai a vedere
questa vita veloce ci schiaccia presto
perché dopo tutte le luci e le urla
nient’altro che i miei sogni importano
sperando in giorni migliori
magari una notte pacifica, baby non piangere
perché tutto andrà bene
semplicemente appoggia la tua testa sulla mia spalla
non preoccuparti di niente bimba io sono un soldato (uh)
non mi hai mai trattato male, non importa chi fossi
sei comunque venuta a me con quell’amore incondizionato