“Mi fa strano pensare che la mia prima gemma sarà anche la mia ultima. Sento un po’ di pressione perché ascoltando i pensieri delle mie compagne vorrei fare qualcosa di memorabile, che sia altrettanto bello di ciò che hanno portato loro. Personalmente mi trovo in difficoltà di fronte ad una consegna di questo genere. Io non sono molto brava a parlare di emozioni e soprattutto a condividere ciò che ho dentro, quindi spero che, anche se formulato in modo forse mediocre, il mio messaggio possa passare. La mia gemma sono io, o meglio, la persona che sono oggi grazie alle persone che mi hanno accompagnata nel mio percorso. Portandomi come gemma spero di non risultare narcisista, il mio intento è un altro. Io sono il risultato di molteplici difficoltà, cambiamenti e momenti complessi, ma soprattutto di persone che mi hanno sostenuta quando non riuscivo a farlo da sola. Ci sono stati periodi in cui non è stato semplice stare bene con me stessa e andare avanti, ma oggi sono qui. Sono cresciuta, ho imparato a conoscermi, anche se non molto a fondo, e soprattutto a resistere, anche quando sembrava più facile farsi travolgere dalle emozioni. Non posso dire di essere felice, ma posso dire di stare bene e sapermi prendere cura di me stessa nonostante a volte sembri impossibile. Le fragilità esistono ancora, ma fanno parte della mia crescita. Ci tengo particolarmente a sottolineare l’affetto, anzi l’amore, e il supporto ricevuto dai miei amici, che mi hanno aiutato nei momenti in cui non vedevo la luce alla fine del tunnel e sono tuttora parte della persona che sono oggi. Questi amici meritano di avere un nome per la loro importanza nella mia storia. La mia migliore amica J. è stata la mia roccia, la persona a cui voglio più bene al mondo e a cui tengo di più. C., che mi ha insegnato cosa significa amore fraterno e per la quale provo molto rispetto. M., che è più di un amico, e mi ha insegnato che l’amore non è un privilegio destinato solo a certe persone e non deve essere necessariamente negativo, ma lo posso provare anche io. M., che mi è stato molto vicino e, nonostante non ci siamo parlati per qualche anno, ora è di nuovo parte della mia vita, si preoccupa ancora per me e di questo gli sono molto grata. E ultima ma non per importanza S., che si è mostrata da subito una persona su cui posso contare e che rende la scuola un posto un po’ meno brutto. Grazie. Anche se fatico a dirlo a volte, vi voglio tanto bene. Ho deciso di portare me, insieme alla mia storia e soprattutto alle persone che l’hanno resa possibile”. (L. classe quinta).
“Questa volta, come gemma, ho deciso di portare qualcosa di diverso: non più una singola e precisa cosa o persona, bensì un insieme di persone. Quest’anno è un anno speciale ma allo stesso tempo doloroso, perché sarà il mio ultimo anno qui. Questo mi provoca una sensazione di curiosità, ma anche di nostalgia. Questa gemma non vuole essere melodrammatica né ricordare la sofferenza che inevitabilmente la distanza mi provocherà; al contrario, vuole celebrare con felicità tutte le persone che per me ci sono sempre state in modo incondizionato. Queste persone mi hanno insegnato ad apprezzare la vita e mi hanno regalato momenti indimenticabili. Ho scelto di non dedicare questa gemma a una persona specifica proprio perché ogni mia amica è stata indispensabile per me. C., a cui avevo dedicato la gemma l’anno precedente, mi ha insegnato il significato dell’amore incondizionato e fraterno, pur non essendo sangue del mio sangue. C. è sempre stata quella bambina calma e serena che, fin dal primo giorno, mi ha trasmesso fiducia e lealtà. Ricordo che la prima volta che la vidi le chiesi di mettermi un cerotto sulla schiena, per coprire la mia più grande insicurezza da bambina, affinché gli altri bambini non potessero vederla e giudicarla. Da quel giorno diventammo inseparabili, due pezzi di puzzle che si completano, proprio come il braccialetto che portiamo al polso. M., invece, era quella bambina che da piccola faticavo a tollerare a causa dei nostri caratteri forti e spesso in contrasto. Con il tempo abbiamo imparato ad accettare questa nostra diversità e a costruire un legame solido e indistruttibile. S. è stata la mia compagna di avventure e di divertimento sfrenato. È sempre stata l’amica più simile a me, e con lei ho imparato a fregarmene di tutto e di tutti, come se insieme il resto del mondo scomparisse. E. e V. sono le mie amiche d’avventura: con loro ho scalato montagne senza conoscere la strada, ho dormito nel Tagliamento nel bel mezzo di una tempesta perché il telefono non prendeva, ho organizzato scherzi indimenticabili e sono scappata da inseguimenti di animali. L. è la persona a cui mi sono legata di più negli ultimi anni. Nonostante all’inizio non mi avesse fatto una buona impressione, ho scoperto quanto la sua presenza quotidiana fosse capace di rendermi felice e viva, tanto da provare una sensazione di vuoto nei giorni della sua assenza. Anche se la conosco solo da due anni, mi sembra di conoscerla da una vita intera, e questo mi fa capire quanto tenga a questo nostro legame. S. è il mio compagno di vita e il mio amico di viaggi: con lui ho lasciato libero il mio lato più selvaggio e istintivo, permettendomi di fare le pazzie tipicamente associate al mondo maschile. Anche L., con il suo umorismo, mi ha fatto vivere momenti unici e irripetibili, riuscendo ad allontanarmi dai momenti no e dai pensieri negativi. Tutte queste persone, e molte altre, nel loro piccolo mi hanno trasformata e mi hanno resa la persona solare e socievole che sono oggi. Hanno accettato e abbracciato i miei difetti, talvolta con difficoltà, diventando parti fondamentali del mio cuore e della mia vita”. (S. classe quinta).
“Questa è in assoluto la mia prima gemma di religione e per quanto possa sembrare facile trovare qualcosa di profondamente rappresentativo per sé, mi sono trovata in difficoltà. In difficoltà perché per la prima volta mi sono chiesta cosa potesse rappresentarmi al meglio , e da quella riflessione sono nate tantissime idee, tutte pronte a raccontare qualcosa di me: dalle mie passioni, a momenti a persone per me importanti… tutto era chiaro nella mia testa, le idee nitide e ben allineate pronte a risplendere proprio come una gemma, ma a questo punto mi sono ricordata che, mi trovo in un ambiente nuovo e lì le idee tornano a correre all’impazzata per la mia testa. Mi sono resa conto che, nonostante siano passati diversi mesi dal mio arrivo, non sono riuscita a trasmettere molto di me, del mio carattere, del mio modo di essere. La mia paura di risultare inappropriata, noiosa o deludente mi ha portata a chiudermi un pochettino, ma anche questo, se ci penso fa parte di me. Fa parte di me l’essere pensierosa, silenziosa e distaccata, ma non per questo me ne faccio una colpa. Fa parte di me e basta. Quindi per questa mia prima e purtroppo ultima gemma ho deciso di raccontarmi attraverso una parte indelebile di me: i miei tatuaggi. Sul mio corpo da neo diciannovenne sono presenti 3 tatuaggi, 3 momenti della mia vita vissuta fino a presente. Le mie 3 filosofie del passato, presente e futuro.
Il primo tatuaggio l’ho fatto a 17 anni sulla clavicola sinistra, dal lato del cuore. Avevo appena finito il percorso di latino, un mondo che mi ha affascinata proprio perché non lo riuscivo a capire a causa della sua complessità. La frase che ho scelto di incidermi sulla pelle è stata proprio «ad maiora» verso il meglio. Allora ero molto diversa da come mi vedete adesso, ero molto più insicura e meno determinata. Ancora non ero riuscita a crearmi uno spazietto nel mondo. Mi sentivo strana e fuori posto, come tutti gli adolescenti a quell’età. Ma qualcosa in me, ha voluto riprendere le redini, riprendere il controllo della mia vita e andare verso qualcosa di meglio. «Ad maiora» perché non mi sono mai bastata, non mi sono mai piaciuta e tuttora faccio difficoltà a riconoscermi nel riflesso dello specchio, nonostante i cambiamenti e i miglioramenti (i primi di una lunga serie a venire). Per la prima volta sono riuscita a provare a me stessa di essere forte e determinata e questo è diventato un mio bellissimo punto di forza. Ho lavato molto non solo sul mio aspetto estetico, ma anche sul mio carattere, per creare la versione migliore di me stessa. E nonostante ci abbia lavorato, ammetto che caratterialmente non sono facile da capire o da sostenere, proprio per gli innumerevoli problemi invisibili che si generano automaticamente nella mia testa e che a volte prendono il controllo. «Ad maiora» perché racchiude il desiderio di non essere mai come ora, ma di trovare sempre nuovi stimoli per migliorare.
Il secondo tatuaggio, l’ho fatto sul costato destro, perché la simmetria è sempre stata un mio punto debole. Si tratta sempre di una frase, ma questa volta in francese, tratta da una poesia. L’ho fatto dopo essere tornata da una delle esperienze che più mi ha cambiata e aperto gli occhi sul mondo: l’anno all’estero in Francia. Là ho avuto modo di conoscere una realtà totalmente differente, ho incontrato delle persone fantastiche che hanno contribuito a creare delle memorie uniche e inimitabili. Questa citazione racchiude un sacco di ricordi, significati e di speranza: nous allons fleurir (fioriremo). É tratta da una poesia di Jules Laforgue, «triste triste», titolo molto allegro, mi sono davvero superata in questo. Come suggerisce il titolo, il tono della poesia é malinconico e estremamente grigio, ma proprio in mezzo a tutto quel grigiore, si apre uno spiraglio luminoso dato da questa frase. Come un sole in mezzo alle nuvole di pioggia, «nous allons fleurir» ha il compito di ricordarmi che nonostante le difficoltà, nonostante gli ostacoli sul mio percorso, se ho la forza e la volontà di superarli, alla fine riuscirò a fiorire. Ma come lo auguro a me stessa, lo auguro a tutte le persone che mi circondano, perché nessuno merita di appassire sotto il peso di una giornata tempestosa. Per fiorire, oltre alla forza, ci vogliono tempo e un sacco di pazienza e determinazione, per riuscire a coltivarsi e a coltivare ciò che ci circonda nel modo migliore possibile. Ognuno di noi, è un bocciolo di fiore diverso, c’è chi è più delicato, chi più tenace, chi sboccia prima e chi dopo, ma tutti siamo pronti a fiorire i nostri migliori colori.
L’ultimo tatuaggio di cui voglio parlarvi, è la sintesi del mio presente, ciò che sono e ciò che voglio ricordare. È sempre legato all’esperienza all’estero, un pezzo del mio presente che ricordo con affetto e molta felicità. L’idea mi é venuta da una frase del nonno ospitante, un uomo molto fragile, ma sempre sorridente, saggio e spiritoso, che prima della mia partenza per tornare in Italia, mi disse delle bellissime parole: lui era riuscito a leggere i miei silenzi per trarne qualcosa di bello, delle memorie preziose che custodisce tuttora. Aveva visto il mio potenziale, la mia voglia di crescere e di sperimentare. Aveva visto che sono fragile come lui, che la mia sensibilità e le mie insicurezze talvolta prendono il sopravvento creando delle tempeste che distruggono le mie casette di carta pesta, e proprio per questa mia fragilità anche lui mi ha donato una gemma di saggezza, dandomi delle certezze. Per tutto ci vuole tempo: per crescere, per imparare, per cadere e per rialzarsi, ma non dobbiamo affrontare tutto questo da soli: ci sono delle persone che ci accompagnano e che ci aiutano a ricostruire quelle casette di carta pesta oramai disintegrate dalla potenza della tempesta. Quelle persone, non sono delle persone qualunque, sono dei «funghi». Che strana cosa che mi disse quel giorno il nonno Dardinier: siamo dei funghi, tutte le persone che incontriamo e che ci aiutano, ci sopportano e che fanno il tifo per noi sono dei funghi che si legano a noi. E per quanto ci possiamo allontanare e perdere di vista, per quanta distanza ci sarà, le radici ci terranno uniti e ci terranno in contatto.
Questa è stata la mia prima e purtroppo ultima gemma di religione, non sarà perfetta, ma l’ho scritta io. Le parole che sono qui presenti sono una parte imperfetta di una imperfetta me. Sono una ragazza che sbaglia senza paura di sbagliare, che ha delle insicurezze che prima o poi metterà a tacere, che ha delle passioni… ma che soprattutto ha delle persone che fanno il tifo per lei…. Sono un fungo che presto fiorirà verso il meglio. Grazie per l’ascolto.” (G. classe quinta).
“1^ PARTE Questa è l’ultima gemma che porto, quindi ci ho riflettuto abbastanza su quali potessero essere i contenuti adatti, tra i tanti che avevo in mente, da essere degni di nota per la gemma di 5^. Non molto tempo fa ho iniziato ad ascoltare assiduamente i Rolling Stones, non mi avevano mai attirato tanto, per quanto mi piaccia il rock e la “roba vecchia”, come la definirebbe più di qualcuno. Dopo qualche canzone, spunta fuori questa, e dopo svariati ascolti ho detto: “ecco, questa è da portare!”. Si tratta di Dead Flowers, del 1971.
La canzone affronta svariati temi, tra cui quello dell’amore non corrisposto. Inviare fiori morti simboleggia un gesto contorto e beffardo, è un modo passivo-aggressivo di esprimere sdegno verso qualcuno. Esplorando la canzone più a fondo ho capito che il testo ci suggerisce che anche se si può essere lasciati indietro feriti, si può trovare la forza di affrontare le avversità e canalizzare l’energia negativa per sbocciare di nuovo, quello che i fiori morti ormai non possono più fare. Quello che mi ha colpito è che il fulcro a cui il cantante nel ritornello si aggrappa è una figura femminile, Susie, in questo caso. Allora ho riflettuto: “perché non dedicare la gemma finale alle ragazze (tutte, in generale) in particolare alle ragazze della mia classe?”. Sembrava carino, dopotutto… Noi ragazzi lo dimentichiamo troppo spesso (e purtroppo lo si vede) che è grazie alla figura femminile che siamo ciò che siamo. Non sarei così se fossi stato in una classe di soli maschi. La ragazza DEVE essere rispettata, amata, ringraziata (che ci sopporta), protetta… e NON è oggetto. Ha le proprie libertà, i propri spazi, esigenze, proprie ragioni (ha SEMPRE ragione), le proprie voglie e l’uomo non deve permettersi di invadere queste barriere. La donna, volendo, darebbe 10-0 all’uomo, ma forse ci evita una tale umiliazione perché ha un po’ più di sesto di noi e sa ragionare con il cervello e non con il madrac e basta… Auguro a tutte le ragazze di questa classe e del mondo di non sentirsi mai come dei semplici fiori morti, ma di trarre da umiliazioni, abusi, insulti e violenze di ogni genere che siano, la forza necessaria per fiorire di nuovo su un terreno migliore e di vivere la loro vita come è giusto la vivano. Ovvero come dei fiori rigogliosi!
2^ PARTE L’altra parte di gemma è dedicata ad una persona molto speciale: la mia ragazza. Esattamente oggi (01/02/2024) facciamo due anni assieme e io non potrei essere più felice.
Le dedico Happy, sempre dei Rolling Stones, una canzone semplice scritta dal chitarrista della band, che non sapendo come chiamarla, dopo la fine della registrazione in studio, alla domanda: “come ti senti?”, rispose: “felice!”. Da qui il titolo della canzone ed è esattamente come mi sento anche io quando sono con la mia ragazza: FELICE. In questi due anni mi ha aiutato tantissimo nella mia crescita, a vedere i miei lati negativi e a farmi riflettere su come io possa migliorarmi. Mi dà una mano con la scuola, crede sempre in me, dice di non abbattermi davanti alle difficoltà ma di andare avanti. È una ragazza davvero speciale! Ha un bellissimo rapporto con la mia famiglia, aiuta le mie sorelle con i compiti, parla con loro se hanno dei problemi da risolvere e tutto questo è davvero bello. Stamattina quando sono uscito di casa mia mamma mi ha urlato dietro: “hai una ragazza d’oro!”. Auguro a tutti di trovare un ragazzo o una ragazza come lei, perché guardandomi intorno ho scoperto che sono davvero rare le persone così, con un cuore grande e con la testa sulle spalle.” (S. classe quinta).
“Come gemma ho deciso di portare alcune delle cose che ho scritto negli ultimi mesi, nel loro insieme sono simboleggiate da questi due diari che nelle loro pagine racchiudono il continuo trasformarsi dei miei pensieri.
9 febbraio 2023
Facciamo scivolare i secondi sulle mie ciglia, sbatto le palpebre e il tempo è ora un segmento delle mie iridi. Soffro la fermezza delle tue pupille invece, la profondità di una materia così sinistra. Abbraccio l’elefante che cammina sul mio petto, abitudine è ripassare con il dito le sue fatidiche orme. Essere vigili mi è impossibile. Ho smarrito la mia bussola in un frenetico formicaio, esageratamente percettiva vuol dire condanna. Accarezza, carezza quel fiore in cui non riconosci il tuo volto. Ho perso a causa di un bifrontismo, la semplicità e la natura, limpida e universale che il bocciolo racchiude e i molteplici fiati sospesi, chiusi, strozzati che fatico a trattenere.
10 marzo 2023
Quando un fiore che accompagna un altro Si immette in terra diversa Si sradica dal calore delle fondamenta del suo vicino Che sia per colpa dell’inverno, dei raggi quasi dolenti o per il marcio che lo pervade Perché a volte annaffiare troppo un fiore Lo porta alla morte Ma l’altro Quello rimasto da solo nel terreno Dove combatte la guerra delle rose Va osservato per contare i petali che perde E ricordargli che il cambio di stagione Arriva presto.
13 marzo 2023 Dal mio cuore si apre un varco di edere che vi avvolgono senza rendervi prigioniere del mio amore. Cerco di non prendervi troppo in me perché ho paura della precarietà delle cose ma la verità è che un giorno sanguinerò la vostra assenza. La mia crescita va a voi. “Spero che potremo curare le nostre piantine a vicenda e insieme” (Elena) Grazie perché siete presenti. Alle mie muse e ai miei fiorellini. La vita con voi è pensare che “la guerra sia finita” o di “averla vinta” come dicono i Baustelle, lo Stato Sociale e Fiore.
30 marzo 2023 LIBERTÀ E DEMOCRAZIA Su un campo di guerra di rose il petalo che vibra alla stessa frequenza dell’empireo di quelle canine sprona nell’universo dei fiori la libertà di poter scegliere quale ramo adorare, su quale campo insorgere e quale fusto possedere. Solo perché nel terreno lavorato esiste la possibilità di scorgere il pacifismo di un bocciolo, non vuol dire che l’atto suo di respirare e innalzarsi sia presente nella realtà empirica. E come mai il giardiniere, invece di prestare attenzione agli insetticidi da lui in controllo continua ad inondare il fiore di pesticidi e acqua? Come se mettere un seme in un ruscello pieno ma vuoto possa dargli l’anima di trovare i suoi simili. La ricerca di coloro in cui riconoscere la sua stessa essenza, l’ebbrezza di amare assieme, oltrepassando varchi ormai obsoleti. Il fiore che parla ad un altro immaginandosi di avere il coraggio di trasmetterlo un giorno al giardiniere dice: “si sta piccoli, non mi sento piccolo, ma si sta stretti in questo prato, vorrei uno spazio in cui le mie radici cercano quelle altrui, senza sentire al mio centro la precarietà della mia esistenza, vorrei potessimo avere il cuore diverso ma dello stesso colore, così da poter decidere di essere liberi assieme”.
27 aprile 2023 La poesia è quel frammento simbolico del mio essere terreno che porge una carezza alla mia spropositata follia concedendole una briciola del quieto stare e del tacito passante. Il grillo parlante saltella sul tetto del mio sguardo credendo sia gradevole e magari anche fragoroso confondere l’osservatore che nella mia mente risiede, maneggia il gioco delle sedie non curante del fatto che il partecipante è uno solo, io. Nel silenzio assordante delle cicale, in un campo senza tempo e stagione giro lentamente attorno a una disposizione labirintica di sgabelli. Leggere di Franco Arminio e della sua arte sconfortante mi ha immobilizzata cullandomi nella frenetica e controversa partita che la vita gioca fuori dalla mia finestra. Il grillo parlante non ride più, siede accanto a lui la follia di prima e sul tetto ora regno io con la mia poesia. Mi alzo sul bordo e vicino una falena si posa felicemente. Le sussurro che fare un passo in avanti sarebbe una vittoria, che magari donarmi all’aria vorrebbe dire indossare la sua specie. Mi chiede come ho fatto a trarre tutti in inganno e la risposta è che la mia poesia è la mia stessa follia.
8 giugno 2023
Infine, semplicemente un commento a una poesia presente nel libro di Franco Arminio “Cedi la strada agli alberi, poesia d’amore e di terra”.
“Questo anello è la prova materiale, tangibile, visibile e reale dell’inizio e del corso della storia del mio primo amore e attualmente amore della mia vita. Mi è stato regalato 5 anni fa da lui, nemmeno a quella tenera età vivevamo di una spensierata e ingenua serenità, forse l’ho destinato a me per la mia natura caotica. Lo indosso ogni giorno, a volte sul pollice destro altre su quello sinistro, rimane lì statico, metaforicamente inciso nella mia pelle. Incollato a me come l’infinito e intenso sentimento che provo e condivido con questa persona. Mi è vicino al corpo come nell’anima l’emozione che persiste anche dopo 7 anni di conoscenza, persino dopo la fine concreta della nostra relazione ma non del legame che percepiamo attraverso i filamenti che ci guidano uno verso l’altro. Le persone, però, non sono simili ai materiali, agli anelli, non le puoi portare con te, non ti posso trasportare in tutte le strade che percorro, non puoi accompagnarmi in tutte le mie metamorfosi. La malinconia mi pervade nel ragionare che stiamo cambiando, stiamo crescendo e sbocciando. I nostri petali cadono delicatamente sul terreno che ha fatto da base e ascoltatore per il nostro amore, per le parole dolci che sfilavamo fuori dalle labbra l’uno dell’altro con il fine di coltivare le nostre sensazioni e insegnarci a rimanere, a sostenerci. Il nostro giardino sta appassendo e stanno fiorendo colori differenti rispetto a quelli abitudinari, quelli che abbiamo sentito confortevoli nel nostro struggimento a lungo. Non so ancora oggi comprendere se ci è stato rubato del tempo o se abbiamo finito di scrivere capitoli di noi, forse non so accettare il mio presente manchevole della tua presenza. Però, si è instaurata un po’ di titubanza nel mio flusso di pensieri, non so spiegare se questa nostra crescita è davvero intrinseca di angoscia, se viaggio all’esterno di chi siamo noi mi commuovo di gioia nell’osservare la nostra evoluzione di amanti e individui. Come ti avevo detto, ho un rullino tutto nostro custodito nei cassetti della mia mente. Scrivo di ciò perché questo oggetto contiene all’interno di sé tutte queste informazioni sensibili, un’infinità di dati sentimentali e ricordi brutti come belli. Questo anello racchiude soprattutto te, che sei una foresta di me, sei lo stupore della vita e la creatura in cui riconosco la mia libertà, l’Amore con la a maiuscola, la bellezza del mondo filtrata dal mio cuore e dai miei occhi. Ti catturo tra un battito e l’altro come tengo il tuo amore al pollice, tuttavia mi viene spontaneo chiedermi se ho finito di contare le tue espressioni, perciò proprio perché ti amo ho deciso di lasciarti camminare in un senso esistenziale diverso dal mio, di permetterti di esplorare un tragitto completamente tuo. Magari ci incontreremo, di nuovo, ad un bivio.” (L. classe quarta).
“E’ una foto scattata ieri mentre andavo a fare una passeggiata. Non sapevo cosa portare e tornata a casa ho scritto alcuni pensieri fatti durante la passeggiata: ho pensato di condividerli oggi. Giornata splendida dopo una settimana volata tra pioggia, allenamenti e verifiche, perché non andare a fare una passeggiata nel bosco per schiarirmi le idee? Non è un periodo facile, non riesco a trovare la motivazione giusta per fare nulla, non trovo uno scopo, il mio scopo, ma magari sono stati solamente giorni faticosi, sono solo stanca. Esco, cuffiette nelle orecchie, alzo il volume fino a che il rumore dei miei passi non scompare, chiudo la porta di casa e parto. È stata una camminata di circa 50 minuti in cui ho ascoltato musica ininterrottamente, ma non saprei nominare nemmeno un titolo tra le canzoni ascoltate perché i pensieri erano più assordanti. Mi sono ritrovata sola, sperduta per il bosco del mio piccolo paesino a fare i conti con me stessa ed è stata la cosa più difficile del mondo. Inconsciamente la mia mente ha iniziato a vagare, a scavare sempre più a fondo nei ricordi, ripensando a quanto successo negli ultimi sei mesi, poi in terza, seconda, prima superiore, fino ad arrivare alla terza media. Qui le riflessioni si sono protratte per più tempo, accompagnate da lacrime e singhiozzi che non riuscivo a sentire a causa del volume troppo alto, come se non riuscisssi ad accettare il mio dolore, come se non avessi il diritto di piangere. Ad un tratto parte una pubblicità di Spotify che mi strappa un sorriso, ritorno con la testa alla mia passeggiata e mi sento stupida a camminare per i campi sola e piangendo. Riparte la musica. Ormai penso di essermi sfogata e di poter godermi finalmente la passeggiata, ma ad un tratto, senza volerlo eccoli lì di nuovo, questa volta però sono i ricordi dell’estate tra la prima e la seconda elementare…quella maledetta estate. Piango. Cerco di distrarmi, ma l’unica cosa a cui riesco ad aggrapparmi sono i miei amici, più o meno recenti, e tutto d’un tratto mi sento incredibilmente sola, sento un vuoto dentro che ho paura di non riuscire a colmare, ho paura di non farcela, di deludere tutti. Non riesco più ad ascoltarmi e comincio a correre. Mi sfogo. Ricomincio a camminare. Arrivata a casa mi accorgo di aver passato l’ultimo tratto di strada senza aver ascoltato né le parole della canzone, né i miei pensieri, come se per un momento tutto il mondo si fosse messo in pausa. Quanto fa paura restare soli con se stessi”.
E’ difficile commentare la gemma di R. (classe quarta) tanto è ricca di suggestioni, emozioni, riflessioni. Ha premesso di non sapere cosa portare: ci ha portato in classe se stessa, la sua interiorità senza sovrastrutture o artificiali costrutti, un suo momento di fragilità e al contempo di forza. Non poteva farci regalo più grande. E mi ha anche ricordato di ricominciare a fare una cosa che da un po’ non faccio: deserto. Per me ‘fare deserto’ ha sempre significato prendere del tempo per me, isolarmi, appartarmi, mettere a tacere le voci delle cose da fare, degli impegni, delle incombenze e, in questo silenzio, ascoltarmi. Un proverbio tuareg dice Dio ha creato le terre con i laghi e i fiumi perché l’uomo possa viverci. E il deserto affinché possa ritrovare la sua anima. Può far paura restare soli con se stessi, ma penso sia la via da percorrere e che a forza di essere percorsa porti alla nostra anima. E’ tornando da lì che poi il deserto si fa sentiero, si fa viottolo erboso e si fa giardino; è tornando da quel deserto che il “vuoto dentro” si fa pienezza e la “paura di non farcela” si fa sfida e voglia di farcela.