Ad occhio nudo

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Un articolo molto interessante di Roberto Cotroneo a proposito di globalizzazione, tecnologia, medioevo e rinascimento, estetica e memoria, futuro ed eternità, cultura e lasciti. Suscita mille riflessioni che abbiamo sfiorato proprio stamattina parlando di progresso tecnologico…

huizingaÈ davvero curioso che mentre cerchi di vedere un video su uno smartphone ti venga in mente un vecchio libro pubblicato nel 1919: quello di un saggista olandese, divenuto celebre perché capovolgeva la lettura di un’epoca storica. Il libro si intitola: L’autunno del Medioevo e il suo autore si chiamava Johan Huizinga.
Perché mettere assieme un video in streaming da internet e un saggio molto importante che parla di tutt’altro? Perché Huizinga sostiene che il medioevo non era un medioevo, ma un’epoca importante, florida, e che il Rinascimento con la sua esplosione di vitalità, di arte e di creatività non era l’uscita dal tunnel dei secoli bui, ma per certi versi persino un declino.
Oggi il nostro vissuto sta per essere spazzato via da nuovi linguaggi, da un diverso modo di percepire le cose, dalla globalizzazione, dal mondo che è diventato più piccolo, e da una nuova estetica. Da un futuro che sembra possa permetterci tutto e da mezzi di espressione che fino a qualche anno fa neppure si immaginavano. L’ho scritto varie volte, e ne sono sempre più convinto.
Ma stiamo perdendo la nitidezza di quello che percepiamo: abbiamo alleggerito il mondo per renderlo più mobile, per diffonderlo più rapidamente. La musica che ascoltiamo è di peggiore qualità rispetto a quella che potevamo sentire in cd, perché i formati audio devono essere più leggeri. Una macchina fotografica digitale che abbia la definizione di quelle con la pellicola costa moltissimo, e in ogni caso non ci permetterebbe di trasferire gli scatti attraverso internet, sarebbero troppo pesanti. I video hd sono sempre più diffusi, eppure noi li vediamo a definizioni più basse mentre viaggiamo o ci muoviamo. L’esigenza, sempre più ampia, di connettersi in mobilità ci costringe a moderare il peso di quanto vediamo e ascoltiamo. La compressione serve a farci vedere le immagini e ascoltare musica in modo più semplice, ma per farlo bisogna impoverire le informazioni.
Se corri troppo per il mondo non hai il tempo di sentire la consistenza della terra che hai sotto i piedi. Questo porta a un cambio estetico e culturale che passa attraverso un abbassamento dell’intensità e dunque della qualità. Vale per i gigabyte, vale per i pixel, vale per i formati audio, vale per le emozioni. E allora non c’è via di uscita: più sei veloce più devi essere leggero, più sei leggero più devi rinunciare ai dettagli, alla lentezza che permette di tenere fermo ragionamento e pensiero finché non sedimenta. Paradossalmente questo finisce per riguardare anche sentimenti, affetti, amicizie e lavoro, rapporti interpersonali in genere.
Huizinga contrapponeva l’intensità del romanico e del gotico, la grandezza della pittura e dei mosaici medioevali, la straordinaria capacità di cogliere il senso del tempo del misticismo francescano o domenicano, rispetto all’effervescenza del nuovo rappresentato dal Rinascimento.
E se oggi fossimo all’autunno della contemporaneità? Forse. Non sappiamo se stiamo uscendo da un nuovo Medioevo per entrare in un Rinascimento digitale. E neppure come cambierà il nostro modo di produrre arte e cultura, di vivere sentimenti e futuro, di condividere la nostra storia in modo che sia leggibile dai nostri nipoti.
E non siamo sicuri che tutto quello che facciamo rimarrà: non abbiamo certezza che i supporti digitali, gli archivi elettronici che memorizzano tutto, saranno ancora leggibili tra 50 o tra 100 anni. È possibile che da questa bulimia di dati, di server, di archivi immensi possa rimanere poco e che ci abitueremo a vivere e a percepire in definizioni più incerte. Ma se il nostro futuro sarà un nuovo medioevo o un rinascimento scintillante è difficile dirlo. Dovremmo forse chiederlo a un altro Huizinga.”

Gemme n° 2

La gemma di oggi l’ha regalata B. (classe quarta). Per la verità ne ha regalate due, entrambe facenti riferimento a vecchi film. La prima, tuttavia, ha come punto di interesse una canzone: siamo nel film “Colazione da Tiffany” e Audrey Hepburn canta con in braccio la chitarra “Moon River”. “E’ una canzone che riesce a mettermi calma e serenità ogni volta che la ascolto”.

La seconda gemma è un’istantanea: le parole conclusive di Rossella O’Hara in “Via col vento”, il film preferito di B. La motivazione della scelta? “Ammiro la forza di questa donna, disposta a fare mille sacrifici, e che non perde mai la speranza come confermano le sue parole finali «Dopotutto, domani è un altro giorno»”.

Accompagno questa gemma con una canzone di Roberto Vecchioni, un suo inno alle donne: “Le mie donne”. Fa parte dell’album “Io non appartengo più”, uscito un anno fa e ha delle cadenze folk irlandesi. Consiglio di ascoltare bene tutto il testo, ma segnalo alcune delle parole che più mi piacciono: “La mia donna ha combattuto con le nuvole dietro l’orizzonte della verità, senza un tonfo di speranza e con i brividi di portare in seno quello che sarà; dalle donne stanche di arare in una terra fradicia di sole, dalle donne in un ospedale con le mani piene di dolore, dalle ragazze dentro un urlo lungo le strade a pugni chiusi, da una storia senza fine da un universo di soprusi. Dove lanciano aquiloni dietro i fulmini, per vedere quanti sogni vengon giù, e ci insegnano il mestiere d’esser uomini, cosa che non ricordiamo quasi più”.

Finire il liceo a 18 anni?

scuola (1)Oggi è il 1° settembre. Per gli insegnanti questa data significa un’unica cosa: inizio del nuovo anno scolastico. Nella maggior parte delle scuole si svolge il Collegio Docenti; così è stato anche nella mia. Tra i vari temi toccati dalla Dirigente c’è stato anche quello della possibile futura riduzione da 13 a 12 anni del percorso scolastico. Negli anni si sono ipotizzati anticipi della scuola primaria, tagli della scuola secondaria di primo grado, taglio del quinto anno di quella di secondo grado… Personalmente non sono un sostenitore convinto al 100% della necessità di terminare gli studi a 18 anni piuttosto che a 19. Semplicemente mi interrogo sulla questione. “Tutta l’Europa termina a 18 anni, ci dobbiamo adeguare”. Non è vero e non sempre, in quei paesi, i risultati sono lusinghieri. Alla fine del liceo scientifico mi sono iscritto a scienze geologiche e mi ci sono voluti due anni per capire che quella non era la strada fatta per me e che dovevo cambiare rotta. Di conseguenza, l’ingresso nel mondo del lavoro è avvenuto, per me, con due anni di ritardo (in realtà ho recuperato dopo, ma questo è un altro paio di maniche). Non mi sento tuttavia così penalizzato rispetto ad altri. Questo mi fa pensare che una delle cose più importanti per una scuola dovrebbe essere l’orientamento, non nel senso di una serie di attività da organizzare, ma nel senso precipuo di una scuola orientante, che permetta ai suoi studenti, attraverso tutta la sua offerta formativa, di capire quale sia la strada da percorrere. Ciò chiederebbe molta flessibilità e di conseguenza una diversa organizzazione: questa la riterrei una vera riforma. E in tal senso un anno non farebbe proprio la differenza: vi sono esperienze talmente significative e formanti che non hanno bisogno di periodi così lunghi e altre che invece richiedono esperienze pluriennali, proprio nel senso di una qualità della scuola.

E ai miei dubbi aggiungo le domande che Nicoletta Viglione scrive su IR di maggio-giugno: “Sono le finalità della scuola che vanno riviste: è più importante puntare sulla professionalizzazione oppure privilegiare una buona preparazione di base come spazio di educazione civile? E’ opportuno anticipare le scelte prevedendo un doppio binario che consenta, a chi non ha interesse per gli studi, di iniziare al più presto percorsi di avviamento al lavoro? Come garantire il reale assolvimento dell’obbligo e diminuire la dispersione scolastica?”.

Noi a restare

Mi piace occupare il tempo libero, così come occupo le attese. Non vado mai dal medico, dal dentista, a prendere mia moglie in stazione, dal meccanico senza un libro o una rivista. Non è che ho paura di aver tempo per pensare, è che penso leggendo; il che mi porta, inevitabilmente, a dover rileggere certi passaggi.
Oggi vado a Trieste, incontro a Sara che finisce di lavorare verso le 14.45-15.00. Ci vado in treno, al Lisert prevedono code verso la Croazia. Quel “verso le” e la scelta del treno sono un chiaro invito a portarmi dietro un libro, ma “L’armata dei sonnambuli”, che sto leggendo, è un tomo troppo pesante. Non mi resta che sceglierne e iniziarne un altro; e qui ringrazio la Sellerio con i suoi splendidi “libretti blu”. Vada per “Ad occhi chiusi” di Carofiglio. Ho fatto bene. A portarmi dietro il libro, intendo. Sara finisce alle 15.45 e mi consente di consumare una crema di caffè, mezzo litro di acqua e una ottantina di pagine.
Ora accelero. Passeggiata, acquisti alla libreria Lovat (vinco io 3 libri a 2 e Sara perde pure una settantina di euro, che io chiamo investimento), ripasseggiata, tipico aperitivo abbondante triestino (che a Palmanova te lo scordi), stazione.
Ora rallento. Oblitero male il mio biglietto, avviso il controllore che dice “Tranquillo, ci sono io su questo treno” (lo so, anche a me è sembrata una minaccia). Saliamo, prendo lo smartphone, apro Instagram e faccio uno scatto.
Poi leggo una decina di minuti mentre Sara è al telefono con sua mamma, entrambe felici per una bella notizia. Partiamo, riprendo in mano lo smartphone e faccio un’altra foto, questa.

Fuori

La guardo e penso che è strano: in treno hai la sensazione che sia il paesaggio fuori a muoversi, a venirti incontro e poi allontanarsi, mentre ti pare di essere fermo. Lo sintetizzo sotto la foto: a volte pensare che sia il fuori a passare e noi a restare. Riprendo in mano il libro e Carofiglio fa dire ad Emilio, un personaggio appena entrato nel romanzo: “«Sai, Guido, allora pensi un sacco di cose. E soprattutto pensi al tempo sprecato. Pensi alle passeggiate che non hai fatto, alle volte che non hai fatto l’amore, a quando hai mentito. A quando hai fatto il ragioniere con la moneta degli affetti. Lo so che è banale, ma pensi che vorresti tornare indietro e dirle quanto la ami, tutte le volte che non lo hai fatto e avresti dovuto. Cioè sempre. Non è solo il fatto che vuoi che non muoia. E’ il fatto che vorresti che il tempo non fosse stato sprecato, in quel modo.» Parlava al presente. Perché il suo tempo si era spezzato” (pag. 88).
Ho scritto anche io al presente, non perché il mio tempo si è spezzato, ma perché ho voluto sospendere in questa notte il pensiero, anzi i pensieri che desidero mandare a tutte le persone che ho nel cuore e che vivono o hanno vissuto una situazione simile a quella di Emilio e che vorrebbero, almeno per un po’, che fosse il fuori a passare e noi a restare.

Prof, le mancheremo?

Torino_042 fbCi sono classi che, tra vacanze pasquali e ponti vari, rivedrò tra un mese. In una di queste mi è stato chiesto: “Prof, le mancheremo?”. Mi sono chiesto da dove nasca questa domanda. Mi sono risposto che probabilmente emerge dalla speranza di sentirsi rispondere “Sì, certo che mi mancherete”, da un bisogno di sentirsi apprezzati, riconosciuti, amati. Chi di noi non lo prova? Ci stacchiamo da qualcuno a cui teniamo e siamo felici se, dopo poco che ci siamo allontanati, ci chiama o ci manda un whatsapp per dirci “Mi manchi già”. Ci sono ore che funzionano perfettamente e nel momento in cui finiscono se ne ha già nostalgia perché si sente sulla pelle un brivido del volo appena fatto. Ce ne sono altre che funzionano meno, almeno apparentemente, ma che magari hanno lavorato nel profondo. A volte i sentieri della mente sono imperscrutabili. La mancanza degli studenti è una cosa a cui ci si deve abituare facendo questo mestiere, soprattutto quando il saluto è definitivo, all’ultima lezione del quinto anno; e c’è una sola cosa che allevia la malinconia di quegli ultimi sessanta minuti: il vedere gli studenti come speranze, come possibilità a cui si sono cercati di dare gli strumenti per il domani. Per cui, sì, nel momento stesso in cui suona la campanella di fine ora sento la mancanza di quegli alunni, sostituita subito dal desiderio di un nuovo incontro che poi diventa voglia di vederli volare con le proprie ali. Ed è allora che la mancanza si volge in gratitudine e commozione, felice, per una volta, di guardare le loro spalle e i loro talloni che vanno per mille strade.

A testa in giù

KayakDomenica pomeriggio ho fatto una piacevole chiacchierata con Carlo. Mi ha raccontato di una sua grande passione, il mare, e del suo andare sull’acqua con il kayak. Mi ha detto dell’importanza di quando assecondare il vento e di quando compensarlo, di quando devi lasciare andare il kayak e di quando devi metterci forza, tutta quella che hai. Gli ho chiesto cosa devi fare quando ti ribalti, mi ha spiegato l’importanza della pagaia e della forza delle gambe che si devono ancorare, oppure che si devono stringere se vuoi sfilarti e uscire dal kayak. Mi ha raccontato che l’imbarcazione è stabile proprio perché è stretta e riacquista presto l’equilibrio.

E adesso prendo queste parole di Carlo e le porto nella mia vita di questo momento. Mi vedo su quel kayak, a compensare con la mente la forza del vento che vorrebbe spazzare la superficie, ad assecondare a volte quell’aria quando sento che è buona. Mi sono appena capottato e sto cercando di appoggiare la pagaia sul pelo dell’acqua per tornare in superficie. Mi ha detto Carlo che per imparare bene a tornare dritto è necessario capovolgersi più volte: nei prossimi mesi mi capiterà di nuovo e allora ho voglia di allenarmi. Grazie Carlo, mi hai parlato del mare, ho ascoltato vita.

Questa mattina ho saputo anche di un’altra persona che si trova a testa in giù su quel Kayak: forza Ale, guarda al pelo dell’acqua, punta alla luce, spingi la pagaia verso la superficie e fai forza. Non sei solo, tu sai come si fa.

La ricerca di un bandolo

E’ la notte tra il 24 e il 25 dicembre 1978. C’è un uomo, un giornalista, che non dorme. Non lo sa che quello sarà il suo penultimo Natale perché il 28 maggio 1980 sarà ucciso dal gruppo terroristico XVIII marzo. Si chiama Walter Tobagi, ha 31 anni e due figli (i “michelangiolini” del testo sotto). Nell’ultimo periodo ha dedicato molto tempo alla sua professione sacrificando la famiglia. Quella notte scrive, pertanto, una lettera alla moglie. Ne riporto una piccola parte da cui emerge l’attaccamento degli affetti, la passione per il lavoro e per la vita, il senso etico, la responsabilità in uno dei periodi più tribolati della storia italiana.
Walter-Tobagi“… al lavoro affannoso di questi mesi va data una ragione, che io sento molto forte: la ragione di una persona che si sente intellettualmente onesta, libera ed indipendente, e cerca di capire perché si è arrivati a questo punto di lacerazione sociale, di disprezzo dei valori umani.
Mi sento molto eclettico ideologicamente; ma sento anche che questo eclettismo non è un male, è una ricerca: è la ricerca di un bandolo fra tanti verità parziali che esistono, e non si possono né accettare né respingere in blocco…
Penso all’attaccamento di Luca, alle tenerezze della Babi. E mi sembra di non fare tutto quello che dovrei (e forse potrei) per loro: se un giorno non dovessi più esserci, ti prego di spiegargli, di ricordargli il motivo di tante assenze che oggi li fanno soffrire. Mi sentirei ancora più in colpa se non spendessi quei talenti che, bene o male, mi sono stati affidati… con la speranza che possa essere meno assurda la società in cui, fra un decennio, i nostri michelangiolini si trovassero a vivere la loro adolescenza…
In questa alba del Natale 1978, voglio ripetertelo con le parole più semplici: ti voglio bene, tanto bene.
E non riuscirei a fare nulla di quello che faccio se non ti sapessi così vicina a me in ogni momento.”

Mai più Eureka?

Cartoline-dalle-citta-del-futuro_h_partbMetti che in quinta parliamo di globalizzazione. Metti che capita spesso di parlare di nuove tecnologie. Metti che stamattina nella mia scuola c’è stato un incontro con Serge Latouche. Metti che con le terze abbiamo visto il film Minority Report, ambientato nel 2054. Metti che a Udine, in ottobre e novembre si è svolto un forum sul futuro. Metti che pochi giorni fa ho pubblicato questo post. Metti che forse facciamo ancora fatica a capire come la nostra società si stia trasformando.
Allora ti può interessare questo articolo di Enrico Franceschini preso da La Repubblica delle idee.
«LONDRA – “Inventeremo ancora qualcosa di tanto utile come la tazza del gabinetto? “. La provocatoria domanda, accompagnata dall’immagine di un assorto pensatore seduto per l’appunto alla toilette, occupa la copertina dell’Economist di questa settimana per segnalare un diffuso timore: che l’era delle grandi invenzioni, veramente in grado di cambiare il mondo, sia finita, o perlomeno che la macchina che le produceva si sia temporaneamente inceppata.
Può sembrare una domanda assurda a chi, con uno smartphone in tasca, un iPad nella borsa e una pagina Facebook per comunicare simultaneamente con centinaia, migliaia o magari milioni di “amici”, si sente di vivere in un’epoca da fantascienza. Se ci aggiungiamo le nanotecnologie, i cibi geneticamente modificati e i trapianti di cellule staminali, è legittimo credere che il 21° secolo stia realizzando e oltrepassando i sogni dei futurologi del 20°. Eppure una teoria condivisa da un crescente numero di studiosi è che l’uomo contemporaneo sia rimasto a corto di idee autenticamente rivoluzionarie dal punto di vista della scienza e della tecnologia. Ovvero che non si inventi più nulla di importante come la toilette, che ha trasformato le vite di miliardi di persone.
Robert Gordon, un economista della Northwestern University, ritiene possibile che vi fossero soltanto un numero limitato di invenzioni autenticamente fondamentali per l’umanità – l’energia elettrica, il processo di combustione, il treno, l’automobile, l’aeroplano, la radio, il telefono, gli antibiotici – e che scoperte quelle non vi sia più molto altro in grado di trasformare altrettanto radicalmente le nostre vite. Prendiamo una cucina del 1900: perfino nelle case più lussuose era un concetto piuttosto primitivo, un camino per cucinare, pezzi di ghiaccio per conservare gli alimenti. Nei settant’anni successivi si produce una rivoluzione, e nel 1970 tutte le cucine della classe media, almeno in Occidente, hanno fornelli a gas, frigorifero, lavatrice e presto anche lavastoviglie. Ma facciamo un balzo in avanti di altri quarant’anni, fino al presente, e le cucine sono scarsamente cambiate: hanno pannelli digitali e la macchinetta per produrre in casa il caffè come al bar, ma nella sostanza sono identiche al 1970.
Non si può escludere, naturalmente, che non verranno nuove invenzioni altrettanto prodigiose, che a tutt’oggi nemmeno possiamo immaginare. Ma un’altra scuola di pensiero osserva che quelle che potevamo immaginare non sono state realizzate, e al loro posto abbiamo avuto delle innovazioni la cui utilità sociale è alquanto limitata: “Dal futuro ci aspettavamo le macchine voltanti e invece abbiamo avuto i messaggi in 140 caratteri di Twitter”, osserva Peter Thiel, direttore del Founder’s Fund, un fondo di investimenti coinvolto in alcune delle più innovative iniziative della Silicon Valley nell’ultimo decennio. Questo non significa che l’impatto della rivoluzione digitale portata avanti da aziende come Apple, Google e Facebook sia da sottostimare: tuttavia è probabilmente vero che non l’abbiamo ancora sentito in pieno, perché in fondo quella rivoluzione è appena cominciata. Forse lo sentiremo meglio quando innovazioni come le fotocopiatrici tridimensionali scateneranno quella che Chris Anderson, direttore della rivista Wired, chiama nel suo ultimo libro “la nuova rivoluzione industriale”. Allo stesso modo, ammonisce l’inchiesta dell’Economist, non si può sottovalutare il fatto che Internet ha globalizzato il Pianeta e che la globalizzazione ha portato un profondo miglioramento di vita nei Paesi emergenti, dalla Cina all’India al Brasile. Il timore che non si inventi più nulla è esagerato, basti pensare che oggi governi e aziende private spendono 1 trilione e mezzo di dollari l’anno in R&D, research and development (ricerca e sviluppo), più di quanto mai speso prima. Prima o poi da quei pensatoi uscirà un nuovo “eureka”, un’invenzione altrettanto utile e innovativa per l’umanità intera quanto l’umile tazza del gabinetto.»

Poco nitido

E’ un articolo molto interessante quello pubblicato da Roberto Cotroneo su “Sette” il 31 ottobre. Lo riporto qui e lo commento sotto.

Torino_049 fbPrima o poi dovremo fare i conti con quello che ci è rimasto dell’assenza. E prima o poi capiremo quali danni possono fare i social e il web 2.0 sulla nostra vita. L’essere sempre connessi infatti non è soltanto un modo di stare nel mondo, non è solo la meravigliosa sensazione di raggiungere chi vogliamo, sempre e comunque, ma è la cancellazione dei tempi verbali della nostra vita: tutti, eccetto il presente. Voglio dire che ormai non viviamo più con i passati remoti o con i futuri anteriori. Non c’è un luogo della memoria da riempire con immaginazione e verità, non c’è un presente che sfuma verso un passato lentamente fino quasi a lasciare solo piccoli puntini lontani. E non c’è neppure l’attesa del futuro, perché il futuro o si fa presente oppure non esiste. Cosa voglio dire. Voglio dire che i nativi social, che sono una categoria ancora diversa dai nativi digitali, quelli che sono cresciuti usando facebook sin da bambini, quelli abituati a esserci sempre e comunque, hanno un problema con il distacco dalle cose. Hanno un problema con il tempo. Tutto quello che è accaduto nella loro vita, dalle grandi alle piccole cose, non smette di essere, come non si smette di esistere nelle bacheche e nelle timeline. Sta tutto lì. Hai voglia a cancellare, a togliere, a limare. Il passato viene di continuo rovesciato sul presente come fossero detriti e calcinacci che occupano lo spazio della nostra vita, e con cui si deve fare i conti. C’è una vecchia storia, di quando i social non esistevano, che Umberto Eco racconta nel suo Secondo Diario Minimo: «Salvatore lascia all’età di vent’anni il paese natio per emigrare in Australia, dove vive in esilio per quarant’anni. Poi, sessantenne, raccolti i suoi risparmi, torna a casa. E mentre il treno si avvicina alla stazione, Salvatore fantastica: ritroverà i compagni, gli amici di un tempo, nel bar della sua gioventù? Lo riconosceranno? Gli faranno delle feste, gli chiederanno di raccontare le sue avventure tra i canguri e aborigeni, avidi di curiosità? E quella ragazza che…? E il droghiere dell’angolo? E cosi via… Il treno entra nella stazione deserta, Salvatore scende sul marciapiede battuto dal gran sole meridiano. Lontano, ecco un omino curvo, inserviente delle ferrovie. Salvatore lo guarda meglio, riconosce quella figura malgrado le spalle ingobbite, il viso segnato da quarant’anni di rughe: ma certo, è Giovanni, l’antico compagno di scuola! Gli fa un segno, si avvicina trepidante, indica con la mano tremante il proprio volto come per dire: “Sono io”. Giovanni lo guarda, sembra non riconoscerlo, poi alza il mento in un gesto di saluto: “Ehi, Salvatore! Che fai, parti?”». Salvatore era partito, scomparso, e nessuno si era accorto della sua assenza. Forse Salvatore non era un tipo capace di farsi notare. Ma oggi queste considerazioni, l’idea di partire e tornare, la speranza di essere riconosciuti ma in modo nuovo, con il tempo che ci ha attraversato, con il passato che racconta di noi, è impossibile. Oggi Salvatore sarebbe là, come sempre, dall’Australia come dall’Italia. Sarebbe là a twittare o a postare fotografie, a scrivere sui social o a raccontarsi. Come sempre, con le foto che aggiornano il suo volto, che lo mostrano visibile e sempre uguale. Se oggi tornasse ritroverebbe Giovanni, vecchio compagno di scuola, con una battuta, tipo: belle le foto dei canguri. Oppure: ma quanto sono cresciuti i tuoi figli! E se il tempo e la memoria non contano, non conta neppure la nostalgia: non esiste il prima e il dopo, e non esiste il passato, il passato è soltanto un presente rinnovato, riciclato in un certo senso. Niente si chiude, niente si compie in modo definitivo. Tutto resta per tornare. Ex mariti ed ex mogli, fidanzate dimenticate, amici di un tempo, colleghi, e poi compagni di scuola, commilitoni, parenti lontani. Restano tutti lì, aggiornati all’oggi, nitidi, come se non fossero mai usciti da un orizzonte ingombrante di cui non si sente il bisogno. Un tempo lo slogan era: cerca su facebook le persone della tua vita. Ma senza l’assenza il tempo non passa. Senza perdere qualcosa il ritrovare è un concetto vuoto.”

Ho letto queste parole in treno, più di 15 giorni fa, mentre andavo a Torino con Sara; lungo il viaggio tempo e spazio passavano accanto a me e dentro di me, in piena sintonia con le parole del pezzo. Eppure sentivo in me qualcosa di dissonante. L’esperienza diretta dei social mi porta a pensare che le parole di Cotroneo possano valere per una persona totalmente assorbita da essi, una sorta di isolato sociale che abbia solo quella possibilità di socializzazione. Un po’ come quando mi succede di leggere delle nuove generazioni che vivono rapporti falsi, fittizi ed esclusivamente virtuali a causa dei social. Quel che mi capita di vedere e ascoltare in classe è che la maggior parte dei ragazzi coltivano e approfondiscono su internet rapporti già esistenti nella realtà e che le due cose si integrino tra loro. La nitidezza di questo mondo che si sta costruendo è, a mio avviso, molto meno chiara di quanto si possa pensare, ed è in continua evoluzione, come se ci fosse un velo di foschia a non rendere chiari i contorni delle cose. Sarà stato forse per questo, quasi per reazione, che il 7 novembre scrivevo le parole di Pasolini: “Solo l’amare, solo il conoscere conta, non l’aver amato, non l’aver conosciuto”. E sono uno che il passato lo pensa, lo rievoca, lo elabora, lo ama per meglio cogliere il futuro (a esemplificazione di ciò il prossimo post…).

Oggi e domani

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Una bella giornata in compagnia di cari amici. In questo scatto il loro bimbo, nella mente queste parole di Guccini: “che l’oggi restasse oggi senza domani o domani potesse tendere all’infinito”. Non come una condizione esistenziale, ma come desiderio momentaneo sì…

Un’anima che si sta ancora cercando

artista-del-giorno-il-talento-italiano-alessa-L-pDpq5b.jpegC’è un insegnante italiano diventato famoso per i libri che ha scritto. Molti studenti lo conoscono: è Alessandro D’Avenia. Sul suo blog sta trattando del talento presente all’interno di ciascuna persona, in particolare degli studenti che incontra. Spesso il talento è visto come qualcosa di nascosto che va fatto emergere e portato alla luce. In riferimento ai ragazzi che stanno terminando il percorso liceale e che quindi sono pronti a spiccare il volo verso nuovi lidi, afferma:

“Molti di loro sono più preoccupati di fallire che pieni di entusiasmo per l’inizio di qualcosa di nuovo. Tali sono le pressioni dell’ideologia stritolante del successo come riconoscimento della folla, che la paura finisce con l’offuscare la chiarezza della loro vocazione professionale che si è mostrata almeno parzialmente nel corso di 13 anni di scuola, dei quali ho assistito agli ultimi, i più importanti in questo senso. Devo sempre ricordare loro che il successo non è negli occhi degli altri, ma nell’essere se stessi. La scuola spesso allena a superare prove e non alla vita, a cui ci si allena solo con una progressiva conoscenza di se stessi (limiti e talenti) e scelte conseguenti. Shakespeare scriveva che “quando l’anima è pronta, allora le cose sono pronte”. La paura di ragazzi che non riescono a scegliere è frutto di un’anima che si sta ancora cercando, molti invece sono più sicuri della scelta e ne hanno sì paura, ma proprio perché è la sfida nuova della loro vita: riuscirò a realizzare il mio talento? L’anima è pronta, le cose a poco a poco, con sacrificio e passione, lo diventeranno.”

A questo punto, D’Avenia si rivolge ai colleghi insegnanti: “Potremmo provare a impostare il lavoro educativo in chiave di talenti invece che di pratiche di addestramento, necessarie sì, ma non sufficienti. Che me ne faccio di un ragazzo che sa affrontare un test e non sa neanche se quel test è quello che gli serve per realizzare la sua vocazione professionale e portare a compimento i germi di destino che ha intravisto negli anni di scuola?”

Quella meno battuta

Stamattina abbiamo letto in terza questo brano di Robert Frost (penso anche di verci già fatto un post):

“Due vie si dipartivano in un bosco giallo, e dispiaciuto di non poter a un tempo percorrere l’una e l’altra, a lungo mi fermai e seguii tutta la prima con lo sguardo fino a dove essa girava tra gli arbusti; poi presi l’altra, che era altrettanto buona, con forse un motivo in più per farsi preferire, essendo tutta erbosa e assai poco segnata; sebbene, quanto a quello, il transito di là le avesse, in fondo, rese più o meno uguali, e fossero ambedue coperte quel mattino di foglie da nessuno calpestate e annerite. Oh, mi riservai la prima per un altro giorno! Ma sapendo che più si va, più si è costretti ad andare, dubitavo se mai sarei tornato indietro. Tutto questo racconterò con un sospiro un giorno e un luogo lontanissimi da ora: due vie si dipartivano in un bosco e io presi quella che meno era battuta, e tutta la differenza stette in questo.”

Quello che mancava era il collegamento a “L’attimo fuggente” che ho trovato sul blog Libero il verso:

Domani non vado

Ho trovato su Linkiesta questa lettera di un imprenditore italiano a suo figlio. La trovo interessante: ci sono cose che condivido, altre che faccio fatica a capire. Però in classe ne può nascere una bella discussione.

Italys-brain-drain.jpg“L’altro giorno mi hai telefonato alle 8 di sera per dirmi quanto ti angosciasse la verifica di greco della mattina dopo. Venivi da una settimana nera per te, in cerca come sei di un difficile equilibrio tra i genitori separati, gli amici e l’amore in conflitto, lo studio e lo sport ormai inconciliabili. Forse per la prima volta, a diciott’anni, tutto ti è sembrato troppo pesante per le tue spalle. Mi hai detto che non stavi bene, che avevi provato a studiare tutto il pomeriggio, ma senza riuscirci. Avevi il mal di testa e il cuore nero. “Domani non vado”, hai concluso. Ti ho risposto di no. Ti ho detto che quando scappi la prima volta, nella vita, prima o poi ce ne sarà sicuramente una seconda. E poi una terza. Dopo un po’, diventa il tuo modo di vivere. Dopo, non è mai colpa tua. Dopo, c’è sempre un buon motivo per scappare, una persona con cui è meglio non confrontarsi, un appuntamento importante al quale non presentarsi. Ti ho detto che mancavano ancora quattro ore alla mezzanotte. Quattro ore per provare a fare del tuo meglio. E stringere i denti. “Fa quello che puoi, ho insistito, e domattina vai alla tua verifica a testa alta. Non importerà il voto. Se sarà un 5, lo festeggeremo perché sarà un 5 che avrai preso senza darti per vinto. Ti sarà costato fatica e dolore, ma sarà il più bel 5 della tua vita, molto meglio di un qualsiasi 8 preso la settimana successiva. Ma se prenderai un 6 o un 7, quello sarà il più bel voto della tua vita. Te lo sarai guadagnato contro ogni pronostico.” Questa volta mi hai ascoltato: la mattina ero in riunione quando è arrivato il tuo messaggio. La stanza era piena di colleghi alle prese, insieme a me, con l’ennesima emergenza aziendale di quella che sembra una storia infinita. “Ho preso 7 e mezzo.”

La mattina dopo ho letto su un giornale la lettera che un ex collega aveva scritto a suo figlio. Adesso questo ex-collega, dopo una carriera importante, guida un’università che dovrebbe formare i giovani dirigenti dell’Italia di domani. Vedi, in questa lettera c’era scritto esattamente l’opposto di quello che ti avevo detto poche ore prima. Diceva a suo figlio di andarsene dall’Italia. Diceva che per un giovane di talento non vale più la pena di lavorare nel nostro paese. Che la mediocrità, il clientelismo, la rissa istituzionalizzata come unico strumento di confronto, l’impunità sono ormai l’unica legge e che le regole del gioco sono ormai talmente alterate che non vale nemmeno più la pena di provarci. Tu sai quanto io ami il nostro Paese. Però continuo ad incazzarmi ogni volta che vedo il suo potenziale sprecato. Continuo a non capire perché la nostra struttura pubblica sia al tempo stesso così ipertrofica e così assente, perché i meccanismi legislativi siano così ridondanti e perché ogni volta che si parla con i sindacati italiani sembra che l’istinto di autoconservazione dell’apparato prevalga sempre sull’interesse dei lavoratori. Sono tante le cose che mi mandano in bestia, almeno tante quante quelle che fanno arrabbiare il mio ex-collega, ma nonostante tutto continuo a lottare ogni giorno. Fra non molto toccherà a te, ai tuoi amici, raccogliere il testimone. Le sfide che vi attendono sono enormi, ma forse non più grandi di quelle che hanno affrontato i vostri nonni, che ereditarono un Paese distrutto dalla guerra, diviso, penalizzato da un’alfabetizzazione incompiuta e ancora alle prese con un’identità nazionale incerta. Certo, le esperienze all’estero sono importanti nel mondo globalizzato e integrato di oggi: come fai a competere con inglesi, francesi, tedeschi, ma anche cinesi, indiani e arabi, se non sai come ragionano? Loro vengono da decenni a casa nostra per carpire i segreti di un modello che ha punte di eccellenza riconosciute ovunque, meno che da noi. A te, ai tuoi compagni della generazione del ’90, dico che il vostro futuro è qui, nel vostro Paese. A te, dico che se non siete orgogliosi del vostro Paese, anche quando avete legittimi motivi per criticarlo, è difficile essere orgogliosi di voi stessi. La sfida è rimanere per cambiarlo, questo Paese, dove serve, col tempo che ci vuole fosse anche un sempre. Ci sarà tanto da fare, e tocca a voi.”