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Gemme n° 503: l’ultima

Quella che segue è l’ultima gemma che pubblicherò sul blog. Continueremo a viverle in classe su grande richiesta di studentesse e studenti, ma non compariranno più sul blog: troppo è il lavoro che richiedono e il tempo che mi ci vuole per pubblicarle e commentarle. Desidero inoltre che il blog riprenda la funzione principale per cui è nato: l’approfondimento degli argomenti inerenti l’ora di religione e un pungolo di riflessione.
La mia gemma è la lettera di Kobe Bryant al basket. E’ uno dei miei sport preferiti, una passione trasmessami da mio padre e Kobe per me è uno dei grandi dello sport. Trovo ammirevole la passione che lui ci mette nel basket e il suo enorme talento. Spero di trovare la stessa sua passione nelle cose della mia vita”. Queste le parole di G. (classe terza).
Riprendo alcune delle parole della lettera: “Ho fatto tutto per TE perché è quello che fai quando qualcuno ti fa sentire vivo come tu mi hai fatto sentire”. Le auguro a tutti i miei studenti per le vacanze che stanno per vivere: scoprire cosa li fa sentire vivi e innamorarsene.

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Gemme n° 324

Eccomi qui. Mi sono preparata questo piccolo discorso perché non voglio dimenticare qualche pezzo a causa dell’emozione. Prometto che non sarà lungo. Ci tengo molto a questo momento perché è uno di quei momenti in cui posso realmente portare qualcosa che mi sta a cuore. Amo leggere le gemme degli altri e mi commuovo sempre, perché ci trovo qualcosa di unico ed è come se riuscissi a spiare per una frazione di secondo nei cuori di quelle persone, pur non conoscendone l’identità.
La mia gemma è un pezzo tratto dal libro “Per chi suona la campana” di Ernest Hemingway. Ho finito il libro lunedì e dire che mi è piaciuto è poco. Mentre lo leggevo pensavo di trovarmi in Spagna e avevo l’impressione che il mondo attorno a me era il mono del libro. Ho vissuto dentro al libro per tre settimane e anche adesso sento sulla pelle la piacevole sensazione che avvertivo leggendo. Non voglio dirvi di cosa parla la storia, me lo tengo per me in un atto di puro egoismo, ma vi dico che questo estratto mi ha colpita per la tematica affrontata: il tempo. Per me il tempo è un mistero, è un compagno e spesso ci rifletto; mi affascina e intriga. Mi sono resa conto che da giovani il tempo è uno scherzo, non ci pensiamo più di tanto; io ci penso e spero di riuscire a dire e fare tutto quello che voglio e sento nel tempo che avrò a disposizione, un po’ come Robert Jordan e Maria (i due protagonisti della scena).

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Una persona a cui tengo molto dice quasi sempre “L’attimo è infinito”. Fa sembrare tutto così eterno e in qualche modo mi tranquillizza, perché mi ricorda che nonostante lo scorrere del tempo, quel momento preciso, e di conseguenza tutti gli altri, durano per sempre, e dato che questo a me non sembra fatale, mi fa stare meglio. Ora, ora, ora. Sembra quasi una dolce bugia.” Così B. (classe quarta) ha presentato la sua gemma ai compagni.
Amo ascoltare Angelo Branduardi ed esplorando la sua discografia molti anni fa ho scoperto che aveva musicato un film tratto dal libro “Momo” di Michael Ende (l’autore di “La storia infinita”). In quel libro che ho letto alle medie e che ora avrei voglia di rileggere ci sono queste parole: “Esiste un grande eppur quotidiano mistero. Tutti gli uomini ne partecipano ma pochissimi si fermano a rifletterci. Quasi tutti si limitano a prenderlo come viene e non se ne meravigliano affatto. Questo mistero è il tempo. Esistono calendari ed orologi per misurarlo, misure di ben poco significato, perché tutti sappiamo che talvolta un’unica ora ci può sembrare un’eternità, ed un’altra invece passa in un attimo… dipende da quel che viviamo in quell’ora. Perché il tempo è vita. E la vita dimora nel cuore.”

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Gemme n° 276

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Come gemma non ho voluto portare alcun oggetto, ma un’esperienza di quest’estate in ospedale. E’ un mercoledì, sono in un disco bar e ho bevuto un bicchiere di prosecco, ho un leggero mal di testa, ma nella norma. Durante la serata però va aumentando e si aggiungono dei giramenti di testa. Penso sia l’alcol, nonostante una certa meraviglia perché convinta di reggere un po’ di più. Ad un certo punto inizio a cadere da un lato; la cosa diventa alquanto imbarazzante, tutti mi fissano come fossi ubriaca. Mi cedono persino le gambe. Il giorno dopo, la cosa non si è risolta e i miei mi accompagnano in pronto soccorso: ci sono già andata, e come le altre volte, mi aspetto solo una ricetta o una medicina. Invece i medici dicono a mia mamma che devo restare in ospedale. Mia mamma è tedesca e sul momento non capisce, quindi resta in silenzio. Rimango in ospedale 7 giorni. Il giorno dopo il ricovero sarei dovuta partire per un viaggio in Sicilia. Invece il mio viaggio ha cambiato meta e itinerario. Ma anche questa esperienza, come tutti i viaggi mi ha portato qualcosa. In questi momenti ti rendi conto dei momenti belli. Sono uscita all’ospedale e la prima cosa che ho apprezzato è stata il sole. A volte diamo per scontate troppe cose.” Questa è stata la gemma di V. (classe quinta).
Penso che questa gemma rappresenti il senso di questo lavoro sulle gemme: fermarsi un attimo, appuntarsi una cosa che si sta vivendo, che si vede, si ascolta o si conosce, e decidere di farle spazio dentro di noi in modo che vi resti. E magari regalarla agli altri; magari a loro non farà lo stesso effetto, ma… non si sa mai…

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Gemme n° 256

Mi ha fatto sorridere il motivo della gemma proposta da I. (classe quinta): “Ho portato il video di questa band perché è diventata una delle mie preferite: ho scoperto i Pvris a dicembre. Voglio fare loro pubblicità e visto che so che in questo modo il loro video finisce sul blog del prof, beh ho approfittato. Hanno uno stile molto particolare, anche se questa è una canzone più tendente al rock che all’elettronica. Anche i testi sono molto belli. Fateli conoscere così vengono in Italia e non sono costretta ad andare in Germani per ascoltare un loro concerto”.
Gibran diceva che “Ragione e passione sono timone e vela della nostra anima navigante”. Le ho viste entrambe stamattina.

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Tra ieri sera e stamattina: sguardi

Percoto 2015_0108 copia fbLasciarsi meravigliare, farsi stupire, permettere al nuovo di essere ospitato dentro di noi. Sono convinto che questa sia una delle più grandi risorse che possiamo avere. Penso si tratti di una capacità, non di un talento. Il talento lo puoi coltivare, ma o ce l’hai o non ce l’hai. La capacità la puoi costruire, allenare, far crescere. Cogliere il positivo in quello che si vive, accennare un sì invece che un no, aprire alla possibilità. Mi piacerebbe che diventasse abitudine, stile di vita; pena il perdersi delle cose. Arrivare ogni sera nel letto , rivolgere lo sguardo alla giornata che si è vissuta e poter dire: oggi mi porto a casa queste cose belle. E allenarci a guardarle, a scorgerle, a notarle: e sottolinearle.
Questo è lo scopo del lavoro delle gemme che ho impostato quest’anno. Questo è il motivo per cui vengo preso dal rammarico quando vedo dei ragazzi di 18-19 anni che dicono no a una possibilità di ascolto e conoscenza, QUALSIASI possibilità di ascolto e conoscenza (stamattina), e per cui decido di scrivere queste parole. Questo è quello che mi fa sobbalzare il cuore di gioia quando vedo ragazzi mettere la passione in quello che fanno (ieri sera).
Che quello sguardo non si chiuda: ritengo sia lo sguardo della vita sulla vita.

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Gemme n° 0

Apro una nuova sezione nel blog: GEMME. Ho chiesto ai miei studenti di pensare a qualcosa (una canzone, una scena di un film, una pagina di un libro, un quadro, una foto, un oggetto…) per loro significativo e che desiderano far conoscere ai compagni come fosse una gemma preziosa. Il pomeriggio, poi, metterò qui sul blog i loro spunti. Intanto metto una mia gemma, quella che presenterò loro questa settimana.

In sottofondo “I giorni migliori”, Tiromancino.
Ci sono nell’aria delle cose che dentro di noi conosciamo a memoria perché sono quelle che sentiamo più nostre, più personali, che sentiamo veramente come parte di noi e che non possiamo condividere magari per paura o solo proprio perché desideriamo che continuino a restare nostre. Mi viene da pensare ai sogni, alle speranze, ma anche al senso che possono avere per noi una determinata foto, una certa canzone, una stella alpina chiusa tra le pagine di un libro…
Queste cose, che poi formano la nostra identità, non vanno mai rinnegate, soprattutto nei momenti difficili, in quei momenti in cui niente va per il verso giusto, in cui resta ben poco a cui aggrapparsi, in cui sembra proprio di essere tagliati fuori, di essere rimasti fermi mentre tutti continuano a correre felici verso la loro meta “in continuo movimento”. E’ proprio questo il momento in cui difendere le fragili cose che sentiamo nel cuore. Come? Facendo volare “in alto i nostri pensieri più limpidi”.
In questa canzone Federico Zampaglione parla di speranza, di ideali, di valori ma anche e soprattutto delle piccole cose che poi rendono concreti la speranza, gli ideali, i valori. Per una persona che è finita a terra, che si è ritrovata precipitata in una situazione difficile, è forse più facile pensare al futuro, cercare di rimettersi in piedi, riscoprendo l’interesse per le piccole cose. Non penso che sia parlando dell’amore o della fiducia che mi torno ad innamorare, ma ricevendo o dando una carezza, uno sguardo, un bacio, un abbraccio… “perché sono le sfumature a dare vita ai colori e a farci tornare in mente le cose più pure dei giorni migliori”. Si potrebbe allora pensare che si tratti di una canzone che parla di nostalgia, di un passato comunque migliore del presente che stiamo vivendo o del futuro che potrebbe arrivare. Ma c’è l’ultimo verso a venirci in soccorso, che ci invita a non cercare facili scorciatoie, ma a basarci sulla strada in cui crediamo e sul coraggio di percorrerla: “Non ci sono percorsi più brevi da cercare, c’è la strada in cui credi e il coraggio di andare”. E la forza di mettersi in cammino sulla strada è quella che emerge in tutti i brani di chiamata che troviamo nella Bibbia, da quelli dei profeti a quelli dei discepoli, e tutti richiedono un movimento, di piedi e di cuore. Cito solo l’inizio del Vangelo di Marco: “Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: “Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini”. E subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello, mentre anch’essi nella barca riparavano le reti. E subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedeo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui”.
E il discorso si può estendere a tutti i viaggiatori, da Siddharta a Ulisse, da Frodo a Marco Polo, da Gilgamesh a Terzani.