Cara ansia ti scrivo

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Su Rocca ho trovato un curioso articolo di Rosella De Leonibus: si tratta di una lettera alla propria ansia e si apre con una citazione. “L’ansietà è un sottile rivolo di paura che si insinua nella mente. Se incoraggiata, scava un canale nel quale tutti gli altri pensieri vengono attirati” (Robert Albert Bloch). Ma ecco il testo.

“Ansia: travaglio d’animo, tormento, tribolazione (dal latino: anxietas, anxietudo).
La psicologia ti definisce come un senso di incertezza relativo al futuro, con sentimenti spiacevoli di timore, in genere vaghi e non proiettati su oggetti o eventi riconoscibili. Nel senso comune, ti si descrive come viva preoccupazione, attesa inquietante e angosciosa.
Bene, ora che so come ti definiscono, ho intenzione di scriverti una lettera. Non perché io ti voglia bene, per favore no, direi invece che, se devo dire la verità, ti odio, con tutto il mio cuore, sì, quel cuore che tu mandi in affanno quando meno me lo aspetto. Ti voglio scrivere perché voglio che tu mi stia a sentire, sì, proprio tu che mi blocchi la parola in gola quando ti pare, senza alcun riguardo per le pessime figure che mi fai fare…
E quindi, a noi due. Mi leggerai fino in fondo, lo pretendo, perché io ti sto a sentire anche in piena notte, quando mi svegli all’improvviso con un bagno di sudore, il fiato mozzo, gli occhi sbarrati nel buio.

C’E’ POSTA PER TE
Cara la mia ansia,
cara nel senso che mi costi davvero cara. Ecco, cominciamo con questo. Le occasioni mancate a causa tua, che ti infili in mezzo tra me e la persona che vorrei sedurre, ti metti tra i piedi quando sono in un posto nuovo e mi impedisci di godermi l’avventura per le paranoie che mi sventoli davanti al naso. Per non parlare degli esami e dei colloqui di lavoro in cui mi hai sabotato, svuotandomi il cervello davanti a domande banali per cui mi mordevo la lingua solo pochi minuti dopo, una volta fuori dalla stanza dell’incontro. Perché tu, vile e traditrice come sei, appena fuori da quella stanza sei balzata giù dal mio cervello e la lucidità di colpo è tornata. Quindi, cara mi costi e mi sei costata, il giorno in cui ti addebito tutti i fallimenti, le mancate azioni, le figuracce, ti mando in rovina.
“L’ansia in bancarotta… Costretta a risarcire i danni!”, quanto vorrei questi titoli su tutti i social…
Già, perché, tanto per non abbonarti alcun addebito, mi torturi anche lì, che dovrebbe essere il mio spazio di decompressione. Perché mi sento male se non vedo il “mi piace”, e vado in apprensione per i discorsi di odio che mi becco ogni volta che esprimo pubblicamente una posizione. E poi quella tremenda sensazione di essere tagliati fuori dai circuiti comunicativi, Fomo, la chiamano, fear of missing out, e io soltanto so com’è collegata al mio grande assente, il sentimento di autostima, e alla paura ancestrale di dover subire un’esclusione…
Quindi, odiata ansia, farò di tutto per cancellarti dalla mia vita. Se fossi un partner, ti avrei già mandato al tuo paese, ma tu saresti ritornata mille volte, più possessiva e invadente che mai a grattare alla mia porta, a infilarti nelle fessure delle imposte, a sgusciare furtiva dentro l’uscio quando esco, così nel frattempo ti saresti impossessata della casa e non avrei avuto pace neppure al mio ritorno.
Che vuoi da me? Tu sei muta, ma io lo posso dedurre facilmente dai risultati che ottieni. Mi tieni alla larga dalle novità, mi precludi ogni prospettiva che non sia già praticata, ogni slancio un po’ più ampio, e finisci per oscurare l’orizzonte delle mie speranze occupandolo con le tue nuvole nere e i tuoi annunci di tempesta.

E IL PERFEZIONSIMO? COLPA TUA.
“È detto che la nostra ansietà non svuota il domani dei suoi dispiaceri, ma soltanto svuota l’oggi della sua forza” (Charles Haddon Spurgeon).
Ti ho sfidato, qualche volta, ho voluto buttare il cuore oltre l’ostacolo, ho fatto l’esatto contrario di quel ritiro dal campo che tu mi gridavi nelle orecchie, e il risultato è stato solo che l’energia non mi è bastata per arrivare in fondo. Per cui hai vinto anche allora, lasciandomi solo la corda più lunga e giocando con me come fa il gatto col topo, sapendo bene fin dall’inizio che saresti stata tu ad assestare la zampata finale.
Ecco, vedi, ho una rabbia enorme nei tuoi confronti, e ora che l’ho messa per iscritto mi accorgo che dietro c’è tanta tristezza. Perché, per quanto io continui a guardarti come una nemica, come un parassita, un’ospite indesiderabile, sei dentro di me, sorgi dal mio interno, da una parte antica del mio cervello, quella più direttamente connessa alle funzioni vitali del mio corpo. Che dolore riconoscere che vivi dentro di me… che dolore riconoscere che sei nata per proteggermi da pericoli futuri, e anche se non ci sono guai in vista, comunque mi ordini di stare in guardia, non si sa mai…
Tu lo sai bene, anche se io non lo posso ricordare, quanto fosse difficile per me nell’infanzia aver fiducia nel mondo… il mondo allora per me erano i genitori, il loro modo di amarmi, fatto di insicurezze e ambivalenze, il loro modo di scoraggiare le mie prime esplorazioni, e quella reazione aggressiva che avevano nei miei confronti quando mi capitava qualcosa di spiacevole, come se, invece di consolarmi e rassicurarmi, si arrabbiassero per via dello spavento che avevo procurato loro…
Ho imparato là a non osare più di tanto, è là che ti sei manifestata dentro di me, perché non dovevo sbagliare, non dovevo incappare mai in alcun problema, altrimenti non ci sarebbe stato nessuno a venire a prendermi. La tua funzione era di proteggermi, visto che nessun altro lo avrebbe fatto, evitando ogni rischio, e così ho imparato a camminare sulle uova, testa china e spalle chiuse, passo incerto e voce spenta. Meglio meno, meglio non chiedere, vietato sbagliare.
E poi è scattata la trappola: forse se faccio le cose al meglio, forse se imparo a dare il massimo qualcuno mi amerà di più, mi amerà meglio, mi offrirà finalmente un riparo? Se offro solo il profilo migliore, piacerò di più? Se mi occupo degli altri e dimentico me, sarò una creatura finalmente indispensabile e quindi visibile?
La risposta è negativa, purtroppo, con l’aggravante che con questa ricerca dell’eccellenza ho accumulato tensioni intollerabili, sforzi inumani, che mi hanno lasciato la mandibola sempre bloccata, le spalle doloranti, l’intestino in fiamme, il bacino rigido, i piedi contratti… Mi hanno plasmato a poco a poco come una figura pietrificata, efficiente ed efficace agli occhi del mondo, ma sola, irraggiungibile dietro la mia corazza.

E SE CI ALLEASSIMO?
La sento incrinarsi, da un po’, la corazza, e tu, ansia, che ti eri trasformata in tensione e spasmi, torni a manifestarti nel tuo regno preferito, quello delle emozioni.
Credevo di averti domato con l’autodisciplina, con il senso del dovere, ma eccoti, non ammetti briglie, vuoi dirmi qualcosa finalmente?
Vuoi dirmi che tu sei l’energia vitale che non ho potuto ancora vivere? Che sei la mia difficoltà a stare nel presente perché il presente che mi si offriva non era vivace, attraente, sereno?
Vuoi raccontarmi oggi che tu sei la mia energia?
Che hai sofferto accanto a me e con me per tutte le volte in cui non ho potuto lasciarmi andare, per tutte le volte in cui l’ambiente è stato poco accogliente, per ogni errore che non è stato aiutato a diventare apprendimento, per ogni modello mancato, per ogni sostegno non ricevuto?
Vuoi dirmi che hai dovuto farmi tu da scudo, poiché non potevo contare su una forza interiore che non aveva avuto le condizioni per consolidarsi?
Vuoi dirmi che ognuno di quei sintomi che tanto mi spaventavano, ognuno dei cento malesseri psicosomatici di cui ho ricevuto la visita devastante, ognuno di loro era un grido di libertà soffocato?
E mi vieni a raccontare che questa energia può ancora essere ravvivata e può trovare una forma adattiva per manifestarsi?
Vuol dire che quel grido muto dei sintomi può diventare man mano slancio vitale, curiosità nuova, e può avere presa sul mondo invece che avvilupparsi alla mia gola?
Vuoi farmi vedere quanto hai condensato, in forma di malessere, i “no” che non potevo dire, i “sì” che mi erano stati strappati per compiacenza, vuoi stare qui a narrarmi di come hai mantenuto accesa la mia vitalità nonostante tu ne abbia limitato a tua volta, con la tua presenza, le possibilità di espressione?
Vuoi che facciamo un patto?
Che io non cerchi più di annullarti, che io riconosca che mi hai salvato e protetto quando ero troppo fragile, che io accolga il tuo messaggio di alleanza?
Perché sei una forma elementare di energia per sopravvivere, ma se ti tengo accanto e ti do respiro puoi evolvere e diventare la mia migliore body guard. E io saprò che mi metterai in allerta solo quando servirà, e che non mi giudicherai per una svista, un tentativo fallito. Saprò che è mio compito assicurarti pause di benessere, di natura, di gioco, di leggerezza. E che l’amore in tutte le sue forme è il tuo migliore nutrimento trasformativo.
E allora, dai, vecchia mia, ho fatto bene a scriverti questa lettera, ti ho visto da vicino e tu lo stesso, abitiamo lo stesso corpo, abbiamo tutt’e due bisogno di esperienze creative, e vive, e libere.
Ti puoi sciogliere, ora, puoi allargarti, diluirti, oppure sprizzare con forza come le bollicine frizzanti che escono dalla bottiglia appena stappata, ci possiamo concedere quel brivido di eccitazione, quello scintillio di vita che ci radica nel presente e ci spinge verso il futuro con occhi desideranti.
Alleate.
Ciao cara, senza paura. Ciao cara, con un pizzico di brio. Ciao cara, con leggerezza.

“La tua ansietà è direttamente proporzionale alla tua dimenticanza della natura, perché tu porti in te stesso paure e desideri illimitati” (Epicuro)”

Ogni nome una vita, ogni vita un mistero

Cimitero austro-ungarico di Palmanova (fonte)

Uno dei lavori che faccio a inizio anno con le prime riguarda il nome che ciascuno di noi porta. Riflettiamo sul significato, sul motivo per cui ci è stato dato, sul fatto se ci sentiamo rappresentati o meno da esso. E’, in fin dei conti, la prima cosa che riveliamo di noi nel momento in cui ci presentiamo a qualcuno. Nel mio lavoro è una delle prime cose che cerco di memorizzare, perché sentirisi chiamare per nome è anche un sentirsi visti, considerati, riconosciuti. Per dei genitori scegliere il nome è un momento importante ed emozionante: si comprano i libri sui nomi o si consultano i siti per conoscerne i significati. Nel rito del Battesimo è una delle prime cose che viene chiesta ai genitori. Nella Bibbia il cambio di nome indica un cambiamento di stato, di vita, di identità (cosa poi ripresa in alcuni ordini religiosi, soprattutto femminili). Il 21 marzo di ogni anno vengono letti tutti gli oltre mille nomi delle vittime innocenti di mafia. Sul nome riflette anche questo articolo di Anita Prati su SettimanaNews.

“Che cos’è un nome?
È dando nomi che l’Adam, creatura di terra e di sangue, può conoscere e riconoscere il mondo, è ricevendo il nome che l’indistinto del mondo emerge nella sua irripetibile singolarità.
Il nome discrimina, distingue, estrae dalla massa confusa, individua l’individuabile, ciò e chi è in sé non più discriminabile, separabile, divisibile. L’atto di nominazione sancisce visibilità ed esplicita legami: dare il nome conferisce statuto speciale al nominante e al nominato, ha a che fare con la domesticazione e si tiene sul crinale scosceso che da una parte racconta l’appartenenza e dall’altra l’usurpazione.
«C’è una rosa… e credo che mi abbia addomesticato…» – dice il Piccolo Principe alla volpe. Dal mondo vegetale emergono le piante, tra le piante i fiori, tra i fiori i fiori con le spine, tra i fiori con le spine le rose, tra le rose la mia rosa. Ma, ci avverte la poeta [Gertrud Stein, Rose is a rose is a rose is a rose in Sacred Emily, ndr], Una rosa è una rosa è una rosa è una rosa. Nominare può sì dichiarare vicinanze, narrare appartenenze, sancire proprietà, ma il mare dell’essere si intride di sabbia quando lambisce la battigia del dicibile e più il nome si fa vicino alla cosa, più deve dichiarare l’impasse: la nominazione ha a che fare con il mistero – parola tremenda, in cui il verbo greco myo riecheggia onomatopeicamente il mugolio di chi, tenendo la bocca chiusa, non può o non deve parlare.
Il nome dice tutto, e non dice niente. Ci porta sulla soglia e ci lascia lì.
Un cimitero di montagna, abbandonato. Il cancello di ferro arrugginito cigola sui cardini. Sulle lapidi ingrigite le lettere si distinguono a fatica, a fatica compitiamo nudi nomi. Epigrammi incisi su stele funerarie di antiche civiltà, conservate nei magazzini polverosi dei musei, appoggiate alla bell’e meglio alle pareti di porticati e sale che attraversiamo con passo veloce. Liste onomastiche di regnanti o di generali in armi. Il sigillo dell’artigiano inciso sul bassorilievo, accanto al nome della madre o del padre che ha commissionato il monumento funebre più bello in ricordo del figlio tanto amato.
Il mistero della vita affidato ad un gesto, ad un segno, ad un nudo nome. Un monumento ed un nome. Yad vaShem. L’orrore di sei milioni di morti aperto nella carne della storia.
Quante morti, quanti morti.
Marzabotto. Gorla. Srebrenica. Kigali. I cimiteri militari con le loro croci bianche, perfettamente allineate in un grande prato verde. La scalinata di Redipuglia. Il Sacrario di Nervesa.
Nomi, solo nudi nomi, testimoni della labile inconsistenza di storie ormai trapassate e consunte, eppure garanti, nella morte, di ciò che è la Vita.
Lo scorso 30 luglio il Washington Post ha pubblicato i nomi dei bambini uccisi a Gaza. Non bastano otto ore per leggerli tutti, uno ad uno.
Nelle piazze e in luoghi significativi, sulla strada che porta alla pace, leggiamo ad alta voce i nomi di questi bambini e di queste bambine palestinesi, insieme ai nomi dei bambini ebrei uccisi il 7 ottobre. Ogni nome una vita, ogni vita un mistero che chiede alla nostra anima di mettersi in ginocchio.
È qualcosa che ha a che fare con il senso più profondo del sacro che ci sia dato sfiorare.”

Mi ameresti anche se fossi me stesso?

Immagine realizzata con l’intelligenza artificiale della piattaforma POE

Mignolo del piede versus qualsiasi spigolo. Inizio questo post con questa dolorosa immagine evocativa. Anche molto reale, visto che è quello che ho provato ieri sera, quando ho sbattuto contro una scatola di plastica che tengo sotto la scrivania. Dentro la scatola c’è qualcosa di legato al passato, a un’abitudine che avevo e che poi ho perso: i ritagli di giornali, riviste, mensili che ritenevo interessanti e che sarebbero potuti tornarmi utili. Ho smesso di raccoglierli quando mi sono reso conto che non li andavo più a cercare perché avrei dovuto digitalizzarli e poi perché, in fin dei conti, li trovavo già digitalizzati in rete (tutti gli abbonamenti che ho li possiedo anche in versione digitale). Mi sono anche accorto che ciò che salvo digitalmente mi resta molto meno in mente rispetto a quello che sottolineo e ritaglio materialmente, ma tant’è. Infine ammetto che internet mi ha messo a disposizione molto, ma molto di più, di quello di cui potevo disporre nel passato senza web. Basta pensare agli archivi: mi servirebbero due case se dovessi conservare tutto… O alla comodità di recuperare un articolo di un quotidiano anche solo di una settimana prima. Senza internet mi sarei, ad esempio, perso un pezzo come quello che ho appena finito di leggere di Alessandro D’Avenia, uscito una settimana fa sul Corriere della Sera e reperibile anche sul blog del professore. Credo che lo leggeremo insieme in più di qualche classe. Eccolo.

“Ho chiesto ai miei studenti la loro paura più grande. La maggioranza ha risposto: rimanere soli. Un timore connaturato all’uomo, ma che stupisce nell’epoca della condivisione costante. Sebbene iper-connessi siamo iper-slegati, e “social” non è sinonimo di relazione significativa ma di solitudine di massa. E questo perché l’unico modo per non sentirsi soli è il riconoscimento della propria unicità: volersi ed essere voluti al mondo come si è. Se ciò non accade non dipende dai social ma dalle relazioni primarie (personali, familiari, amicali). L’onlife, come Luciano Floridi (La quarta rivoluzione) definisce l’identità oggi, si sposta fuori dalla vita spirituale che è il luogo dell’amarsi e del sentirsi amati, e si affida a rappresentazioni (“Chi sono per te?” diventa “Chi sono online?”).
Ma se ad essere amata è la rappresentazione di me e non io, allora ci si sente soli anche in mezzo alla folla (o ai follower). Il concetto di auto-stima, oggi tanto diffuso, è l’ingannevole correttivo di questa mascherata, perché non può auto-amarsi chi non si sente amato, e non esiste doping spirituale per una identità relazionale come quella umana: l’io nasce e rinasce da un tu che ci fa sentire voluti. I social non possono darci l’amore, perché non arrivano al sé, possono darcene l’impressione, ma amata è la post-produzione che facciamo di noi, non noi. Figuriamoci per un ragazzo che sta cercando di dare alla luce il sé autentico e viene invece allenato a farsi “un profilo”, cioè a identificarsi con l’ego voluto dal mondo. Questo alimenta la paura della solitudine. Che fare?
Il sé è una nascita graduale che richiede parti dolorosi. Quando mi è capitato di perdermi, sono riuscito a dare alla luce un sé più autentico solo rinunciando alle rappresentazioni rassicuranti dell’ego, compromessi d’amore che amore non erano, e ci sono riuscito grazie alla forza ricevuta da persone che non amavano quelle rappresentazioni, ma me: mi vogliono bene “a prescindere”, cioè per loro è un bene che io ci sia, a prescindere da cosa io rappresenti.
Ci accade come nel Cyrano de Bergerac di Rostand in cui il protagonista, innamorato di Rossana, non ha il coraggio di dichiararsi a causa della bruttezza del suo volto deturpato da un naso gigantesco, e si limita a prestare le parole del corteggiamento al giovane spasimante di lei, Cristiano, bello quanto vuoto. Cristiano è come il profilo social di Cyrano. A un certo punto Cyrano, nella scena memorabile in cui, nascosto, detta le parole d’amore a Cristiano, fa chiedere alla donna: “Mi ameresti anche se fossi orrendo?”. Tradotto: anche se fossi me stesso?
Ecco il punto: i ragazzi oggi hanno bisogno più che mai di sapere se c’è qualcuno che li ama (li vuole al mondo, si impegna per il loro esserci) così come sono e non così come il mondo li vuole. A quell’età poi ci si sente brutti non tanto o non solo per l’aspetto fisico in trasformazione, ma perché, messi da parte i genitori, ci si scopre “soli”, cioè unici, ma si teme che questa unicità non interessi a nessuno là fuori. E così si cerca approvazione (non amore) ovunque, anche a costo di vendersi, tradirsi, nascondersi. La paura di rimanere soli non è la paura di non trovare qualcuno, ma di non essere “belli” abbastanza perché qualcuno ami proprio noi, anche perché l’unicità, scambiata per “farsi vedere”, è fatta proprio di ciò che nascondiamo: i nostri limiti. In una cultura della performance, auto-promozione e post-produzione di se stessi, si teme di non essere amabili e farsi amare diventa un lavoro. Tutti i ragazzi sono generati biologicamente ma pochi spiritualmente, cioè non riescono a contattare il sé, quel nucleo della persona che non è frutto di costruzioni, prestazioni, risultati, ma che si scopre e si abita se è amato gratuitamente, a prescindere da qualsiasi risultato.
La domanda di Cyrano è la domanda di tutti: “Posso essere amato anche se sono brutto?”, dove “brutto” non è estetica ma la verità di chi io sono, l’unicità dei miei limiti. I social che parlano il linguaggio del mondo, cioè dove gli umani ricevono attenzione solo perché se lo meritano o perché ti seducono, non possono nutrire la vita spirituale, che è vita amata gratuitamente. Nessuno di noi si è dato la vita e quindi per sentirsi amato ha bisogno di sapere che quella vita è stata voluta a prescindere da tutto (per questo i ragazzi adottati hanno la cosiddetta ferita dell’origine e prima o poi vanno alla ricerca dei genitori biologici, per sapere quella verità oscurata dal fatto di essere stati “abbandonati”). Ma un amore che ci ama anche “brutti”, che ci vuole esistenti a prescindere è una chimera? No, se il poeta può così testimoniare della sua amata: “Possesso di me tu mi davi, dandoti a me” (Pedro Salinas, La voce a te dovuta). Ecco la vita spirituale: il possesso di sé che nasce dall’amore gratuito.
Questo amore è stato da sempre ritenuto “divino” da noi umani perché noi non riusciamo ad amare così, eppure si dà anche nel quotidiano quando qualcosa o qualcuno smette di farmi sentire un mezzo e mi rende un fine: “sei il fine e quindi la fine del mondo!”. Può accadere in un bosco, in un quadro, in un angolo di città, in un volto, in una carezza, in una parola… insomma in tutte quelle situazioni in cui cose e persone non “si aspettano” nulla ma “ci aspettano”, lasciano “in pace” (danno pace al-) la nostra alterità (unicità), non ci manipolano, non ci rendono oggetti ma soggetti, ci rendono liberi, in ultima istanza ci testimoniano un amore che ci vuole esistenti, a prescindere da quanto siamo belli e bravi. Questo amore è la vita vera, la vita che non muore, la vita eterna, l’unica realtà che vince la paura di rimanere soli. E se in noi troviamo questo desiderio, allora questo amore c’è, altrimenti non ne avremmo notizia o nostalgia. La paura della solitudine dei ragazzi si rivela per quello che è: desiderio di spogliarsi delle rappresentazioni con cui l’ego crede di meritarsi di esistere ed essere amato, per far nascere il sé, che è dove la vita limitata che abbiamo si sente amata a prescindere.
Abbiamo appena festeggiato San Francesco che comincia la sua vita nuova proprio da giovane, con un denudamento sulla pubblica piazza: rinuncia a tutte le finzioni dell’ego per abbracciare la vita vera, quella in cui tutti sono figli e quindi fratelli e sorelle, dal fuoco alla morte. Non fa altro che seguire la frase paradossale di Cristo secondo cui chi perde la vita la trova, cioè solo chi smette di nascondersi e si libera dalle illusioni d’amore trova l’amore. Cyrano, alla fatidica domanda sul poter essere amato anche brutto (convinto com’è che la sua vita sia tutta definita dal naso deforme) si sente rispondere da Rossana: «Ma certo! E ti amerei ancora di più». Solo quando mi vengono restituite amate le mie insufficienze, le cose di cui io stesso mi vergogno, allora mi sento amato, e la mia vita è in pace, perché è voluta sino alle sue fondamenta. La paura di rimanere soli di questa generazione non è altro che la ricerca dell’amore “a prescindere”, non sotto condizione, che Social, dio delle inesauribili aspettative e solitudini, non potrà mai dare.”

Fides instrumentum rei publicae

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A inizio estate, su Vox, è stato pubblicato un articolo interessante di Katherine Kelaidis sul legame tra religione e politica negli USA di Donald Trump. Da studioso delle religioni e dei fenomeni ad esse legati, è un argomento che mi piace approfondire. In pochissime parole l’autrice sostiene che si tratti di una fede politica: una religione dell’identità e della nazione, che usa il linguaggio della fede per ottenere potere. Il pezzo è molto lungo, per cui ne propongo una sintesi. In fondo, accompagno il testo con un video del giornalista Francesco Costa, direttore de Il Post: affronta il tema del rapporto tra statunitensi e religione ed è dell’aprile 2024 (pre-elezioni USA).

Per oltre sessant’anni la “destra religiosa” americana è stata quella dei boomer: un movimento cristiano tradizionalista, teocratico, che voleva “rimettere Dio nelle scuole” e ispirare la legge civile ai principi biblici.
Con Donald Trump nasce però qualcosa di nuovo. Il suo progetto non è far conformare lo Stato alla Chiesa, ma piegare la Chiesa alla volontà del nazionalismo americano — un’ideologia che identifica la libertà e la prosperità degli Stati Uniti come privilegio esclusivo dei cittadini bianchi, eterosessuali e patriottici.
L’articolo sottolinea che questo modello somiglia più alla Russia di Putin (dove la Chiesa ortodossa è subordinata al Cremlino) che a una teocrazia come quella iraniana. In altre parole: la religione viene svuotata e sostituita con un culto politico di “America First”.
Trump ha creato una Religious Liberty Commission e tre consigli consultivi formati da leader religiosi, esperti giuridici e laici. Ufficialmente, dovrebbero analizzare la storia della libertà religiosa negli Stati Uniti. Ma, secondo l’autrice, l’obiettivo reale è riscrivere quella storia da una prospettiva nazionalista e ideologica. I presidenti precedenti (Bush, Obama, Biden) avevano invece un Office of Faith-Based and Neighborhood Partnerships, cioè un ufficio di collaborazione con le organizzazioni religiose per problemi sociali (povertà, traffico di esseri umani, ambiente). Trump lo ha abolito. Nel suo modello, non è la religione a migliorare la società, ma è l’America stessa a diventare la fonte di religione e moralità. Le chiese prosperano o falliscono in base a quanto si adeguano alla “vera” identità americana. Dei 39 membri della Commissione, non c’è nessun protestante “storico” (metodisti, presbiteriani, episcopali), che un tempo rappresentavano la “religione civile americana”. Al loro posto: evangelici conservatori, cattolici tradizionalisti, ebrei ortodossi, un arcivescovo greco-ortodosso, due musulmani convertiti bianchi e Ben Carson, avventista del settimo giorno. Questa composizione rivela che la nuova alleanza non è teologica, ma culturale. È un fronte interreligioso unito dal sentirsi “assediato” su temi come genere, sessualità e razza. Le differenze dottrinali vengono accantonate: ciò che conta è difendere una certa visione identitaria della nazione.
Contrariamente a quanto afferma la propaganda, il movimento non mira a restaurare il passato, ma a trasformare radicalmente la società americana. Se la vecchia destra religiosa era teologica e poi politica, la nuova crea una teologia a misura della politica. Trump è visto come una figura quasi messianica: non un salvatore delle anime, ma dell’America stessa. In questo contesto, il linguaggio religioso serve solo come strumento di legittimazione politica.
Kelaidis cita due casi emblematici che rappresentano una religione civile dove l’oggetto di fede è l’America stessa, non Dio. Ismail Royer, musulmano convertito e membro della Commissione, è stato condannato per aver aiutato persone a unirsi a un gruppo terroristico in Pakistan. Ora promuove la libertà religiosa come arma politica e dichiara: “L’America è un paese cristiano fondato su principi cristiani”. Per lui, la teologia conta poco: ciò che importa è la comune battaglia culturale contro il liberalismo. Eric Metaxas, scrittore e attivista evangelico, ha percorso un cammino simile: il suo interesse non è la dottrina cristiana, ma la difesa di una certa idea di ordine sociale e politico.
Una differenza cruciale con la “vecchia” destra religiosa: il nuovo movimento non parla quasi mai di salvezza, inferno o vita eterna. L’obiettivo non è più influenzare le anime, ma modellare la società nel presente. In questo senso, l’autrice paragona la “religione di MAGA” al culto imperiale romano, centrato sulla potenza e fertilità della nazione. La preoccupazione per la natalità, il rifiuto dei trattamenti medici che rendono sterili i giovani trans, la retorica contro l’aborto come “perdita di cittadini americani”: tutto questo rientra nella logica di un culto della forza e della riproduzione nazionale, più che in una dottrina cristiana.
Trump ha poi promosso parate militari, nuove feste nazionali e ora una riscrittura agiografica della storia americana. Questi elementi costituiscono, secondo l’autrice, una forma moderna di religione civile imperiale: l’America come realtà sacra, il patriottismo come fede, Trump come pontefice politico.
L’autrice, infine, si sofferma sui metodi per lottare contro questo modo di vedere le cose: i metodi che funzionavano contro la vecchia destra religiosa (smascherare ipocrisie morali, appellarsi alla Bibbia) non funzionano più. Il nuovo movimento non prova vergogna, non risponde a richiami teologici o morali: è animato solo dall’utilità politica. Per combatterlo, serve una nuova alleanza tra progressisti e credenti conservatori che restano fedeli a principi morali autentici — cioè che riconoscono un’autorità superiore allo Stato o al leader politico. Questi “tradizionalisti non MAGA” (vescovi cattolici, protestanti moderati, mormoni) potrebbero essere alleati inattesi nel contrastare la “Chiesa di MAGA”.
In conclusione, Trump e il movimento MAGA hanno dichiarato una guerra religiosa non solo contro il secolarismo, ma anche contro la religione tradizionale che rifiuta di sottomettersi al nazionalismo. Non è una teocrazia, ma qualcosa di più nuovo e insidioso: una religione della nazione e dell’identità, mascherata da fede. Per affrontarla, conclude Katherine Kelaidis, non basteranno le Scritture né gli appelli alla coscienza. Bisognerà riconoscerla, smascherarla e costruire alleanze inattese con chiunque creda ancora in un potere più alto di Donald Trump.

Gemma n° 2757

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“Di solito la scelta della gemma non mi è mai stata difficile ma quest’anno volevo portare qualcosa di veramente caro a me. Ho sempre portato come gemme cose materiali, quest’anno invece non saprei come nominare la mia gemma. Potrei dire che la mia gemma è stata la mia estate 2024, o anche tutto l’anno intero, ma in verità quello che intendo dire è che la mia gemma di quest’anno sono io. Sono io perché sono cresciuta e ho realizzato delle cose che ora sono diventate dei valori fissi nella mia vita.
Per esempio
Quest’estate mi sono lasciata andare, ho esagerato, ho sbagliato, ho perso la pazienza e mi sono arrabbiata. Ma quest’estate ho anche riscoperto l’amore per il mare, l’amore per le risate serali tra amici ma soprattutto l’amore per me stessa.
Quest’estate ho imparato a raccogliere il buono e il cattivo da tutte le cose. Che sia un bel concerto o un brutto litigio ho imparato a masticare le delusioni e a trasformarle in  lezioni di vita senza le quali adesso sarei ancora totalmente persa.
Prima di quest’anno ero una persona molto arrabbiata e chiusa. Arrabbiata con me e con gli altri. Questo mi impediva di essere felice. Invece mese per mese ho imparato a vivere delle piccole cose e questa è stata come una medicina per me. Imparare a notare il canto degli uccellini la domenica mattina o le foglie che poco a poco iniziano a cadere dagli alberi. Anche semplicemente sentire la risata di un bambino, prima mi passava inosservato perché vedevo solo il colore nero intorno a me.
Il modo in cui sono cambiata nell’ultimo anno è stato il cambiamento più radicale della mia vita e nonostante tutti gli errori che ho commesso risbaglierei tutto da capo.
Mi sono guardata dentro per mesi e mesi non comprendendo nulla della mia persona ma alla fine sono riuscita per la prima volta in tutta la mia vita a far uscire parti di me nascoste da sempre.
Potrei dire di essere maturata quest’anno ma mi sento di aver ancora tanta strada da fare. Sì, perché in verità non vedo l’ora di sbagliare ancora, arrabbiarmi, perdermi se serve. Ma soprattutto di sentire i brividi quando i miei piedi toccano la sabbia del mare per la prima volta, di scoprire nuovi posti con le mie amiche e di ricordare il rumore delle nostre risate.
La mia visione del mondo è cambiata radicalmente insieme a quella della mia persona, e a volte mi piace ricordare i momenti di totale spensieratezza insieme ai miei amici e quelli di riflessione in solitudine.
La mia gemma di quest’anno sono io, ma non la me di adesso che é solo risultato dei miei 17 anni di vita. La mia gemma sono le esperienze che mi hanno fatto soffrire ma scoprire la felicità dietro a tutto come se fossi tornata bambina.”
(A. classe quarta).

Gemma n° 2725

“Quest’anno ho deciso di portare come gemma un film, Eternal Sunshine of the spotless mind. Ho scelto questo film perché, oltre a essere uno dei miei preferiti, ha per me una grande importanza per il fatto che mi sento molto vicina a entrambi i protagonisti: Joel e Clementine, i quali mi rappresentano in diversi momenti della mia vita. La prima volta che lo vidi ero in un periodo molto difficile della mia vita, mi sentivo profondamente legata a Joel, vulnerabile, introverso e che per sfuggire al dolore si nasconde dietro la propria riservatezza, e faticavo a comprendere Clementine che, invece, è un personaggio frenetico e anche impulsivo, vive nel presente e non ha paura di mostrare la propria fragilità, anche se a volte questo la rende difficile da comprendere. Più di un anno dopo, ovvero adesso, ho vissuto nuove esperienze e la mia vita è cambiata molto, io stessa sono cambiata molto, e riguardando il film ho compreso perfettamente il comportamento di Clementine, e mi sono sentita da lei rappresentata. Rivedere il film in momenti diversi del mio vissuto è stata un’esperienza particolare perché è come se vedessi me stessa come sono ora interagire con la me di uno/due anni fa, anche se, allo stesso tempo, in certi momenti mi sento comunque un po’ come entrambi (M. classe quarta).

Gemma n° 2711

“Per concludere il percorso delle gemme, ma anche quello delle superiori, ho deciso di parlare dei miei diari. Li ritengo perfetti come ultima gemma perché coincidono esattamente con il mio percorso alle superiori: ho cominciato il primo diario nel settembre 2020, quindi all’inizio della prima.
Da quando ho cominciato questa tradizione, scrivo principalmente per lasciare una testimonianza della me attuale alla me del futuro. O almeno, la pensavo così fino ad un mese fa, quando, prima di inaugurare il diario 2025, ho deciso di rileggere i diari vecchi. E ho scoperto tanto.
Ho realizzato con una nuova profondità quanto sono realmente cambiata in questi 5 anni. Il primo giorno di prima superiore mi sembra una vita fa, ma è anche l’altroieri. Ho scoperto anche che, rileggendo le parole che ho scritto 5 anni fa, mi sembra di leggere le parole di qualcun altro, oppure è come se avessi scritto in una lingua diversa, non completamente comprensibile dalla me di adesso (il fatto che avessi una calligrafia veramente terribile non aiuta, ma lasciamo stare).
Ho anche realizzato che adesso non scrivo principalmente per la G. del futuro. Scrivo principalmente per la G. di adesso. Scrivo anche per lasciare una testimonianza storica e psicologica, perché ho realizzato che rileggere le mie parole e rendermi conto dei miei cambiamenti è importante. Scrivo per organizzare le mie emozioni e i miei pensieri attraverso carta e inchiostro. Scrivo per introspezione, per conoscere me stessa meglio. Scrivo, ma non solo: i miei diari sono una continua ricerca artistica e stilistica, di scrittura ma anche di disegno. Scrivo per essere consapevole di cosa faccio nei miei giorni, di come utilizzo il tempo e per valorizzarlo, per ricordarmi sempre che è la risorsa più preziosa che abbiamo: non possiamo comprare tempo extra, abbiamo solo quello che ci viene dato, ma siamo noi che scegliamo come usarlo” (G. classe quinta).

Gemma n° 2688

“Per questa gemma, che purtroppo è l’ultima, vorrei riprendere da dove avevo lasciato l’anno scorso, quando terminai il mio discorso scrivendo : «…perché ce lo meritiamo, noi meritiamo di stare bene. Durante quei mesi sono riuscita a piantare delle radici, da cui sta crescendo una piccola piantina, che diventa ogni giorno più forte, che si lascia piegare ma non abbattere dalle intemperie. Perché i momenti di tristezza e difficoltà sono indispensabili, ma servono soprattutto tanti tanti momenti di spensieratezza e serenità. Ho capito insomma che devo “colorare la mia vita con il caos dei problemi”».
Dall’anno scorso ne è passato di tempo: qualche ramo di quella piantina purtroppo si è spezzato, ma in compenso ne sono spuntati un paio nuovi; poi l’autunno è arrivato, le foglie della piantina sono cadute e tra poco sbocceranno quelle nuove, più verdi e resistenti.
Questi anni di liceo sono stati un viaggio tanto complicato quanto straordinario. Quando mi guardo indietro, vedo una versione di me stessa che, a volte, non riconosco. Ho attraversato montagne russe emotive, fasi di crescita che sembrano infinite, e il tutto sotto un cielo che cambiava ogni giorno, inesorabile. Ricordo ancora quando la scuola sembrava un mondo parallelo, un luogo dove entravo ogni giorno senza sapere chi sarei diventata. E ora, a pochi passi dalla fine, mi ritrovo a chiedermi: chi sono, davvero? Come faccio a sapere dove sto andando?
Crescerà sempre con me questa sensazione di incertezza. È come se fossimo sempre sospesi tra il passato e il futuro, cercando di raccogliere ciò che c’è di bello nelle cose di oggi, ma con il cuore che corre verso domani, nel timore di non essere abbastanza preparati. La paura di crescere è davvero il filo conduttore di tutto. Sembra che da un momento all’altro ti venga chiesto di capire chi sei, di compiere delle scelte, ma come possiamo davvero sapere che stiamo facendo la cosa giusta quando la vita è così confusa e tutto cambia così in fretta?
Quando ero più piccola, pensavo che crescendo avrei trovato una risposta, avrei capito chi ero, ma adesso, più che mai, mi sembra che le risposte siano sempre più sfuggenti. Ho paura che non ci siano risposte assolute, che tutto sia un grande puzzle che si fa sempre più difficile da completare.
E poi c’è quella paura che sembra essere sempre dietro l’angolo: la paura di non essere pronta, la paura di lasciare indietro parti di me stessa per diventare qualcosa di diverso. Forse è proprio quella che Sylvia Plath descrive nell’analogia dell’albero di fico, nel suo racconto The Bell Jar: “Vidi la mia vita diramarsi davanti a me come il verde albero di fico del racconto. Dalla punta di ciascun ramo occhieggiava e ammiccava, come un bel fico maturo, un futuro meraviglioso. Un fico rappresentava un marito e dei figli e una vita domestica felice, un altro fico rappresentava la famosa poetessa, un altro la brillante accademica, un altro ancora era Esther Greenwood, direttrice di una prestigiosa rivista, un altro era l’Europa e l’Africa e il Sud America, un altro fico era Constantin, Socrate, Attila e tutta una schiera di amanti dai nomi bizzarri e dai mestieri anticonvenzionali, un altro fico era la campionessa olimpionica di vela, e dietro e al di sopra di questi fichi ce n’erano molti altri che non riuscivo a distinguere.
E vidi me stessa seduta sulla biforcazione dell’albero, che morivo di fame per non saper decidere quale fico cogliere. Li desideravo tutti allo stesso modo, ma sceglierne uno significava rinunciare per sempre a tutti gli altri, e mentre me ne stavo lì, incapace di decidere, i fichi incominciarono ad avvizzire e annerire, finché, uno dopo l’altro, si spiaccicarono a terra ai miei piedi. Non aveva senso alzarsi. Cosa aveva da offrirmi la giornata?”
Dal mio albero si diramano molti fichi. Ogni fico è una possibilità, un sogno che potrei inseguire, ma l’albero cresce ed io non riesco a afferrare tutti i fichi. L’incertezza si fa realtà, perché, alla fine, devo fare una scelta. E il dolore di non poter avere tutto, di dover lasciare andare alcune speranze, mi ha accompagnato spesso in questi anni. Ed è così che fichi, ormai maturi, iniziano pian piano a cadere e a spiaccicarsi per terra.
Il futuro è uno spazio misterioso, pieno di promesse ma anche di paure. Forse ho paura di non essere all’altezza, di non sapere come affrontarlo quando arriverà davvero, quando busserà alla mia porta.
Mi sento come se stessi camminando su una corda, in equilibrio con le braccia tese, cercando di non cadere, procedendo passo per passo, con molta cautela, ma il terreno sotto di me è troppo incerto per stare tranquilla.
Ma, nel bel mezzo di tutta questa paura, c’è anche una consapevolezza che sta crescendo: che il futuro non è solo una strada dritta da percorrere, ma una serie di scelte che dipendono da chi sono oggi. E questo pensiero, anche se spaventoso, mi fa sentire un po’ più pronta ad affrontarlo, perché, alla fine, forse non dobbiamo avere tutte le risposte. L’importante è continuare a camminare. Ogni passo che faccio mi sembra un piccolo frammento di qualcosa di più grande.
È quella scena di “Lady Bird” quando Christine, davanti al suo volo verso un futuro che non sa bene come sarà, dice alla madre: “I want to go where I can be somebody”. Forse siamo tutti un po’ come Lady Bird, cercando il nostro posto nel mondo, e a volte, anche quando non sappiamo bene dove andiamo, sappiamo che dobbiamo semplicemente partire.
Mi rendo conto ora che crescere non significa giungere ad una meta fissa. Non ci sarà mai un momento in cui tutto sarà completamente chiaro. La vita, con tutte le sue difficoltà, mi ha insegnato che la bellezza risiede nell’incertezza. Crescere è imparare a fare pace con l’idea che non possiamo avere il controllo su tutto, ma che possiamo scegliere come affrontare le tempeste e le calme. Forse, alla fine, la cosa più difficile ma più importante da capire è che non è necessario avere tutto sotto controllo per andare avanti.
Alla fine, ciò che mi consola è pensare che, sebbene la paura di crescere e l’incertezza del futuro siano reali, sono anche ciò che ci rende vivi. Beh, in questo vivere, tra paura e speranza, ci troviamo. Anche se non so dove sto andando, so che sto camminando. E, a volte, camminare è semplicemente abbastanza.
Crescerò, ma non credo che finirò mai di cercare di capire chi sono. Perché quando guardo a questi anni, mi accorgo che sono stati anche anni di insicurezze profonde, quelle che ti fanno sentire come se ti stessi perdendo in un mare di dubbi, di domande senza risposta. L’adolescenza è quella fase in cui ti svegli ogni giorno con una versione di te stesso che cambia, e ogni riflesso nello specchio sembra mostrarti qualcuno di diverso. Eppure, c’è quella ridondante sensazione di non essere mai abbastanza, di non appartenere mai completamente a nessun gruppo, di non rientrare in nessuna definizione.
Le insicurezze sono quei fantasmi che ci seguono ovunque: “Mi accetteranno? Sono abbastanza per gli altri? Sono abbastanza per me stessa?” Queste domande mi accompagnano spesso, come un’ombra che non riesco a scrollarmi di dosso. È quella sensazione che cantano i Mazzy Star in Fade Into You: “I want to hold the hand inside you, I want to take the breath that’s true”. E’ il desiderio di sentirsi visti, di appartenere, di far parte di qualcosa. Ma c’è sempre quella distanza, quella separazione, che ti fa sentire incompleto.
La paura costante di non bastare mai, di non riuscire mai a eccellere nonostante tutti gli sforzi, è una presenza fissa nella mia vita. Tant’è che la canzone Not Strong Enough delle Boygenius è diventata la colonna sonora di tutto ciò che sono. Nella mia mente, la frase “Always an angel, never a god” continua a ripetersi, come un eco che non trova mai pace.
“Quando meno te lo aspetti, la natura ha astuti metodi per trovare il tuo punto più debole. Tu ricordati che sono qui. Adesso magari non vuoi provare niente, magari non vorrai mai provare niente e, sai, magari non è con me che vorrai parlare di queste cose. Però prova qualcosa, perché l’hai già provata. […] Strappiamo via così tanto di noi per guarire in fretta dalle ferite che finiamo in bancarotta già a trent’anni. E abbiamo meno da offrire ogni volta che troviamo una persona nuova, ma forzarsi a non provare niente per non provare qualcosa…che spreco. […] Come vivrai saranno affari tuoi, però ricordati: il cuore e il corpo ci vengono dati soltanto una volta e, in men che non si dica, il tuo cuore è consumato e, quanto al tuo corpo, a un certo punto nessuno più lo guarda e ancor meno ci si avvicina. Tu adesso senti tristezza, dolore. Non ucciderli, al pari della gioia che hai provato.” Queste sono le parole che il padre di Elio usa per confortarlo in Chiamami col tuo nome, dopo un momento struggente. Ma quella paura di esprimersi, di essere vulnerabile, è sempre lì, invisibile ma pesante. La fragilità del cuore adolescente, quel bisogno di amore che può sembrare così lontano e irraggiungibile, è un peso che non si lascia mai troppo facilmente. Ogni piccolo rifiuto, ogni parola non detta, ogni silenzio che sembra far crescere il distacco, sono prove che sembrano troppo grandi da affrontare.
Anche nel film Noi siamo infinito c’è questa esplorazione delle insicurezze giovanili, quando Patrick dice a Charlie: “We accept the love we think we deserve.” Questo mi fa pensare a quanto siamo disposti ad accettare, a quanta poca fiducia abbiamo in noi stessi, e come spesso accettiamo la mediocrità nelle nostre relazioni, come se non meritassimo nulla di meglio. Non ci riteniamo mai abbastanza forti, abbastanza belli o abbastanza amabili. Peró alla fine, siamo tutti un po’ “uguali”, con le stesse paure e le stesse insicurezze. Ma la crescita avviene proprio nel momento in cui cominciamo a liberarci di quelle etichette e aspettative che ci siamo imposti.
Crescere non è mai facile, e la solitudine che accompagna l’adolescenza è, spesso, un silenzioso compagno di viaggio. Le canzoni degli Smiths, come Asleep, descrivono perfettamente questa solitudine: “Sing me to sleep, Sing me to sleep, I’m tired and I, I want to go to bed”, una solitudine così profonda che a volte sembra solo sfociare nella voglia di chiudere gli occhi e scomparire. È quella stessa solitudine che sembra accompagnarci nei giorni più difficili, dove tutto sembra grigio e le risposte non arrivano mai.
A volte, mi immergo come nei passi de L’attimo fuggente, quando il professor Keating, con la sua passione travolgente, dice ai suoi studenti: “Carpe Diem. Cogli l’attimo, cogli la rosa quand’è il momento. Siamo cibo per i vermi, ragazzi. Perché, strano a dirsi, ognuno di noi in questa stanza un giorno smetterà di respirare: diventerà freddo e morirà. Cogliete l’attimo ragazzi, rendete straordinaria la vostra vita.” In quei momenti, mentre il mondo sembra sfuggirmi di mano, cerco di ricordare che ogni momento è prezioso, che ogni passo fatto è un atto di coraggio, nonostante la paura che ci paralizza.
Siamo destinati a fare scelte, e quelle scelte ci definiscono. Non posso fermare il tempo, ma posso decidere come voglio viverlo.
E in quei momenti di disperazione, come quando Harry Styles canta in Sign of the Times, “Just stop your crying, It’s a sign of the times”, mi ricordo che il dolore, la solitudine e l’incertezza sono parte del cammino, ma non sono il cammino stesso. E che, forse, la crescita non è altro che una serie di piccoli attimi di coraggio, in cui impariamo ad affrontare i nostri fantasmi e a lasciarli andare. Così, nonostante tutto, cammino, un passo dopo l’altro. Con paura, con speranza, ma sempre in movimento, come se ci fosse qualcosa di più grande che ci sfida, ma ci invita anche a non arrenderci, a continuare a cercare la nostra strada, anche quando tutto sembra sfuggente.
Crescere non è un processo lineare, e non possiamo sempre tenerlo sotto controllo. Ma è in quei momenti di caos, di confusione, che impariamo a vivere. E forse questo è ciò che l’adolescenza ci insegna: ad accettare che le risposte non arriveranno tutte, che saremo sempre in parte imperfetti, ma che questo non ci rende meno meritevoli di essere amati, di essere vissuti.
Penso a tutte le volte in cui ho sentito quel peso, quel “non essere abbastanza”, ma poi mi rendo conto che la vera bellezza di crescere è proprio nell’accettare le nostre imperfezioni, nel capire che non dobbiamo essere pronti per tutto, che il futuro non è qualcosa che si deve conquistare subito, ma qualcosa che si costruisce, passo dopo passo, errore dopo errore.
E alla fine, forse, la cosa che più mi tocca, è la consapevolezza che questo viaggio, con tutte le sue difficoltà, le sue insicurezze, le sue delusioni, mi sta trasformando in qualcuno di nuovo. Non so chi sarò, non so cosa mi aspetta, ma so che c’è una parte di me che sta iniziando a trovare la sua strada, anche se a piccoli passi. E, per quanto io abbia paura, per quanto io sia in lotta con le mie paure, sento che posso farcela, che posso essere finalmente qualcuno che accetta sé stessa, con tutte le sue fragilità e tutte le sue speranze.
E, in fondo, credo che sia proprio questo il cuore di ogni canzone, di ogni film, di ogni libro che ci ha fatto sentire meno soli: che non siamo mai veramente soli, anche se a volte sembra che lo siamo. Siamo in compagnia delle nostre paure, dei nostri sogni e delle nostre incertezze, ma anche in compagnia di chi ci è accanto, anche se non sempre lo vediamo. E forse, alla fine, è questa compagnia invisibile che ci aiuterà a crescere, e a diventare finalmente chi siamo destinati a essere.

1593 giorni; 38232 ore
È il tempo che è passato dalla prima volta che ci siamo visti.
L’ho contato ieri. La prima volta era il primo giorno di scuola.
Ogni tanto mi chiedo se ci vedremo ancora dopo la maturità. Chi lo sa. Chissà se ci rivedremo dopo che saremo in università diverse, in città diverse, strade diverse.
Probabilmente ci perderemo piano piano, senza accorgercene. Saremo convinti di rimanere in contatto solo perché guarderemo le nostre storie e ogni tanto organizzeremo delle uscite per cui alla fine – e date le persone – qualcuno ‘balzerà’ all’ultimo secondo.
Però proviamo a non farlo succedere, a non sprecare tutto quello che abbiamo fatto. Tutti i pianti, i litigi, gli scherzi. Tutti i casini che abbiamo fatto insieme. Proviamoci.
Sarà strano, quando la campanella a settembre suonerà e noi non varcheremo più quella porta, non saremo più tra questi banchi. So che tutti abbiamo una gran voglia di uscire da qua, di iniziare un nuovo capitolo. Non posso che sperare che vada tutto per il meglio. Vi auguro di sfondare questo soffitto che ci tiene prigionieri e ci soffoca e di tuffarvi in un nuovo mondo, pieno di sorprese e avventure che aspettano solo di essere vissute”.
(S. classe quinta).

Gemma n° 2687

“Come gemma quest’anno ho deciso di portare una foto di New York durante il periodo di viaggio studio che ho fatto l’anno scorso in occasione del progetto studente-ambasciatore presso le Nazioni Unite. Nel preciso momento in cui ho scattato la foto, mi trovavo sull’Empire State Building, uno dei grattacieli più alti della Metropoli: l’atmosfera era indescrivibile, mi sembrava di vivere un sogno, e per la prima volta ho percepito realmente la sensazione che tutti chiamano “sonder” (peraltro nome di uno dei miei gruppi preferiti) ovvero quel momento in cui si prende consapevolezza del fatto che ognuno ha la propria vita che procede indipendentemente dal fatto che qualcun altro ne sia consapevole.
Essendo il mio primo viaggio da sola ero molto tesa, soprattutto per i vari imprevisti che mi sono capitati, ma mi è bastato poco alla fine per rendermi conto dell’impatto profondo che questa esperienza avrebbe avuto: ho imparato infatti ad essere indipendente, a cavarmela da sola e, nonostante non mi sia trovata granché bene con la compagnia se non gli ultimi giorni, ho imparato che non devo per forza piacere e stare simpatica a tutti. Inoltre quest’esperienza mi è stata resa possibile soprattutto dai numerosissimi sacrifici che ha fatto mia mamma: sin da quand’ero piccola, lei ha fatto un sacco di sacrifici per me in modo tale da farmi fare più esperienze possibili e garantirmi una buona istruzione e per questo le sono immensamente grata”.
(R. classe quarta).

Gemma n° 2682

“Quest’anno, essendo l’ultimo anno di liceo, ho deciso di portare un foto con l’intento di farmi conoscere meglio dalla classe, raccontando un pezzo della mia vita a cui i miei compagni non hanno potuto assistere.
Questa foto è un immagine di me da bambina, scattata nei miei primi mesi.
Tutto sommato penso non sia cambiato molto, ma al contempo credo sia cambiato tanto.
Nonostante nella foto sia sempre io, una cosa che è mutata e che mi diversifica da quel ricordo è che all’epoca mi trovavo in un altro paese, avevo una vita completamente diversa e conoscevo persone diverse che ad oggi non vedo più, e sebbene io cerchi di mantenermi in contatto con alcuni è difficile avere lo stesso rapporto di prima.
Una cosa che invece posso dire non sia cambiata è il sorriso. Ho sempre avuto questa cosa di sorridere/ridere in maniera evidente o esagerata in situazioni sbagliate, per esempio quando mi sento a disagio oppure e soprattutto quando mento” (D. classe quinta).

Gemma n° 2624

“Come gemma ho deciso di portare l’estate 2024, una delle più belle, se non la più bella che io abbia mai trascorso. Verso l’inizio di settembre, e soprattutto in questo periodo, mi è capitato parecchie volte di ritrovarmi ad aprire la galleria e sfogliare le foto con un senso di pesantezza e nostalgia sul cuore. Durante quest’estate ho avuto la possibilità di fare tante nuove e indimenticabili esperienze, che mi hanno dato la possibilità di condividere tanti bei ricordi, con tante persone diverse tra loro, ognuna con le proprie peculiarità. Durante questo periodo ho superato i miei limiti e ho notato di essere, oltre che in sintonia con gli altri, in sintonia con me stessa. Sono incredibilmente grata per tutte queste esperienze che mi hanno formata e che rimarranno incise nel mio cuore; saranno sempre parte della mia persona” (S. classe terza).

Gemma n° 2610

“Quest’anno ho deciso di portare come gemma una foto di me bambina, quella del mio primo saggio di danza. Come si può vedere dalla mia espressione, ero davvero felice, e questa immagine rappresenta perfettamente come mi sento quando ballo. La danza è sempre stata una parte fondamentale di me, il mio posto sicuro, il luogo dove il mondo intorno smette di esistere. Fin da piccola, quando sentivo la musica, tutto diventava più chiaro; potevo chiudere gli occhi e sentire che, attraverso la danza, potevo essere me stessa, senza paura e senza giudizio. A tre anni, ricordo che dissi a mia madre che volevo fare “il ballo delle danze”. Inizialmente, era solo un modo per divertirmi e stare con le mie amiche, ma col passare del tempo è diventato il mio rifugio. Quando ero triste, ballare mi aiutava a liberarmi; quando ero felice, era il mio modo di esprimere una gioia che non riuscivo a contenere. Con il tempo, ho capito che la danza non era solo un passatempo: era il mio linguaggio segreto, quello che mi permetteva di raccontare chi ero, anche quando le parole non ci riuscivano. Negli ultimi anni, mi rendo conto di quanto sia importante nella mia vita, soprattutto quando iniziano ad accumularsi i problemi e le paranoie. Quando ballo, riesco a dimenticarmi di tutto, come se i problemi non esistano più per quel lasso di tempo. Mi ha insegnato ad ascoltare il mio cuore e a fidarmi di ciò che sento. È la mia compagnia più fedele, il posto dove tornare ogni volta che ho bisogno di ritrovarmi” (B. classe terza).

Gemma n° 2608

“Uno dei miei luoghi preferiti in assoluto. Il molo di Lignano Sabbiadoro ha rappresentato per me un posto sicuro in cui pensare, ridere, piangere, sfogarmi, guardare molte più albe che tramonti, mangiare un trancio di pizza post serata o semplicemente stare in silenzio ad ascoltare assieme a delle amiche Iris di Biagio Antonacci o L’emozione non ha voce di Adriano Celentano. Un luogo in cui posso racchiudere gran parte dei miei ricordi estivi e che terrò per sempre nel mio cuore. In questo luogo ho imparato a fidarmi delle persone, ad aprirmi, a raccontarmi agli altri, ad ascoltare, ad aiutare e soprattutto ho imparato a conoscermi. Vi ho passato tantissimo tempo in compagnia e altrettanto tempo da sola. É un luogo intriso sia di spensieratezza e tranquillità che di dubbi e domande. Non pensavo fosse possibile che un luogo potesse farmi crescere a livello personale eppure le notti, le albe e le mattine passate lì a parlare con M. e P. mi hanno reso un po’ più consapevole e grata di averle accanto a me.
L’amicizia che ho instaurato con loro nel giro di qualche mese, si è rivelata da subito un legame molto forte, che questo luogo ha sicuramente consolidato e reso ancora più profondo. Passavamo talmente tanto tempo a parlare che, senza nemmeno rendercene conto, le luci dell’alba si intravedevano già in lontananza, ma noi non ci stancavamo mai di tutte quelle notti insonni”.
(G. classe quinta).

Gemma n° 2602

“Per la mia gemma di quest’anno ho deciso di portare me stessa ma non tanto per un motivo egocentrico o narcisista, ma solo per concludere un cerchio che ho iniziato 2 anni fa. In questa foto con mio fratello, avevo quattro anni ed ero al centro commerciale. Ho deciso di portare me stessa, perché penso che questo sia l’anno in cui più si scopre chi siamo: si è a un passo dal concludere un percorso che ci ha accompagnati da quando abbiamo sei anni per cominciare a vivere da adulti in un ambito completamente diverso (chi addirittura in città diverse, in ambienti diversi, anche lontani dalle proprie famiglie). Io penso di essere maturata parecchio nel corso di questo percorso liceale e soprattutto penso modestamente che la piccola di quella foto potrebbe essere fiera di quello che sta facendo, delle scelte che ha preso fino ad adesso. Penso di aver acquisito molta sicurezza in ciò che sono e in ciò che faccio e in questo anche il COVID ha influito parecchio, perché è avvenuto in un momento di transizione che mi ha permesso ancora di più di comprendere effettivamente che la vita è una e che quindi basta fregarsene. Io spero che quella bambina con così tanti sogni e con così tanta voglia di fare, di scoprire, così tanta curiosità resti in me per sempre, perché penso che ciò che ci mantiene vivi sia proprio avere ancora e per sempre dentro di noi quei bambini che eravamo. Io non mi ritengo tanto diversa da com’ero da piccola: sono rimasta curiosa, volenterosa, chiacchierona e tendenzialmente sorridente, come nella foto. Ho deciso di portare una foto anche con mio fratello, non perché io non ne abbia da sola, ma perché questa  è l’unica foto che abbiamo insieme io e lui in cui entrambi sorridiamo. Ho deciso di portarla, perché rientra nell’ambito della crescita personale, perché io ho avuto lui che è stata la mia figura di riferimento ed è sempre stato un bravo fratello. Ho deciso di portare me stessa come chiusura di un percorso personale, perché due anni fa ho portato le mie amiche, l’anno scorso il primo amore e quest’anno ho deciso di portare me stessa proprio come un urlo di libertà, di “ce la puoi fare” che so che quella bambina dentro di me mi sta dicendo: voglio renderla fiera e penso di starci riuscendo”.
(E. classe quinta)

Gemma n° 2566

“Come gemma quest’anno, siccome è l’ultima, ho deciso di portare qualcosa che io considero una parte di me.
Quindi ecco quello che credo sia l’oggetto a me più caro e intimo e di cui sono più gelosa: un diario in cui sono custoditi tutti i miei ricordi.
Recentemente mi è capitato di leggere una frase che secondo me cade proprio a pennello: “usa i ricordi non per rimpiangere ciò che è passato ma per ricordarti di quanto sei stato fortunato a viverlo”.
Io credo da sempre che i nostri ricordi siano uno muro portante per la nostra esistenza perché, riportandoci indietro nel tempo, fungono da promemoria di ciò che siamo stati e di quello che abbiamo vissuto; non mi riferisco solo ai ricordi piacevoli, ma anche a quelli che, se ci ripensi, ti lasciano un po’ di amaro in bocca.
Questo diario è il mio di muro portante: mi ha accompagnato per tutta la mia adolescenza ma si espande anche all’infanzia, ed è una raccolta di veri e propri frammenti della mia vita che a me piace collezionare: qui dentro ci sono io al 100% e sono convinta che se qualcuno ci sbirciasse sarebbe in grado di cogliere perfettamente la mia personalità, i miei desideri o le mie paure.
Il contenuto spazia tra pensieri, riflessioni ma anche cose più materiali che tante volte sono le più semplici: biglietti scritti a mano, la cartina dei miei cioccolatini preferiti, biglietti del cinema, fiori seccati, i braccialetti luminosi di qualche festa… insomma c’è davvero tanto.
Riempire queste pagine è un’esperienza che mi fa tornare un po’ bambina, infatti il titolo di questo quaderno è proprio il soprannome che ho sin da quando sono piccina.
Ogni tanto mi capita di sfogliarlo e, passando attraverso le diverse fasi della mia vita, proprio come dice la citazione, mi fa sentire fortunata e grata di averle potute vivere”.
(A. classe quinta).

Gemma n° 2560

“Questa è una foto dei miei capelli, subito dopo averli tagliati per la prima volta dopo circa 2 anni di crescita ininterrotta. Dal momento che li ho cominciati a far crescere, mi sono dato la seguente regola: “tagliarli solo quando diventano troppo scomodi per giustificarne la presenza.”
Me li sono fatti crescere perché l’idea dei capelli lunghi, su di me come sugli altri, mi è sempre piaciuta molto di più dei capelli corti, quindi mi son detto che finché sono giovane, dovrei almeno vedere come ci sto. Ora che non ci sono più, non mi mancano più di tanto, forse perché ormai avevo accettato che era tempo di tagliarli e che me li sono goduti finché li avevo. Sarà strano vedermi diversamente nello specchio dopo così tanto tempo, ma non la vedo affatto come una cosa negativa” (F. classe quinta).

Gemma n° 2525

“Ho scelto come gemma la mia felicità, precisamente qualcosa di irreale. L’ho scelta perché vedo la gemma come un qualcosa di prezioso, difficile e doloroso da ottenere.  Non penso che in molti abbiano mai provato e vissuto una vera e propria felicità, tra questi ci sono anche io. Ho passato molto tempo a pensare alla felicità degli altri trascurando la mia persona, cambiando la mia personalità per la mia famiglia e gli amici (non ci sono riuscita); ed è stata la cosa più sbagliata e dolorosa che potessi fare. Anche se mi ha fatto soffrire, mi ha insegnato la preziosità delle piccole cose e che non otterrò mai felicità da cose materiali o dal fatto di quante persone hanno ammirazione verso di me, ma tutto parte da noi stessi, dobbiamo trovare il tempo per lavorare su noi stessi e trovare la nostra felicità anche se non è facile. E la mancanza di felicità ha influenzato molto il mio atteggiamento, infatti posso essere la persona più gentile e simpatica che tu possa conoscere se voglio ma il giorno in cui mi farai sentire meno di quello che sono veramente dimenticati di me perché non tornerò più. La vita è troppo corta per perdere tempo con persone che non ti meritano e vi assicuro che ho perso moltissimo tempo con persone che pensavo mi amassero e a loro ho dato fino all’ultima goccia della mia dignità, fino a ritrovarmi da sola, arrivata ad un punto in cui pensavo di essere una nullità.
Se mi aveste chiesto che sogni avevo fino a un mese fa vi avrei risposto che non ne avevo, che avevo rinunciato; beh, ho cambiato idea, me ne sbatto, scusi per il termine, di quello che pensano gli altri, non sanno quello che ho passato, quello che mi sono sentita dire e le personalità che ho dovuto recitare per sentirmi dire anche solo una parola positiva sul mio conto, quindi non rinuncerò a quello che potrebbe rendermi felice per gente che a malapena sa come mi chiamo. Ricordate, la vita è una e corta, non rinunciate alla vostra felicità per qualcuno che non riconosce il vostro valore.
C’è una canzone che fa “riferimento” a quello che penso: 100 messaggi di Lazza; potrebbe non essere una canzone bellissima ma ha un significato che per me ha grande rilevanza.”
(M. classe prima).

Qualche considerazione su Byung-Chul Han

Prendo ancora un articolo dal Post. Questa volta si tratta di un pezzo sul filosofo Byung-Chul Han (di cui ho molto apprezzato Infocrazia), di cui si evidenziano punti di forza e di debolezza.

“Byung-Chul Han è un filosofo sessantacinquenne tedesco di origine sudcoreana, autore di oltre venti saggi di successo e da qualche anno oggetto di estese attenzioni sui social. Le sue idee, in parte basate sulle teorie di grandi autori del XIX e XX secolo, sono discusse su piattaforme come TikTok e YouTube da studenti e appassionati di media e di filosofia, ma anche da giovani professionisti, booktoker e gruppi di lettura. Scritti a cominciare dal 2010, i suoi libri sono tradotti in Italia (editi da Nottetempo e da Einaudi), in Spagna, in America Latina, negli Stati Uniti e in altri paesi del mondo.
In un recente articolo in cui descrive l’importanza del passaparola tra i giovani per il successo di Han, il New Yorker lo ha definito «il nuovo filosofo preferito di Internet». E ha notato il paradosso per cui i social sono allo stesso tempo un argomento di molte riflessioni critiche di Han e una delle ragioni del suo successo, motivato almeno in parte anche dalla brevità e chiarezza dei suoi scritti e dal fatto che sia una persona piuttosto restia ad apparire in pubblico.
«Con Byung-Chul Han è stata questa accoglienza dal basso a stimolare la domanda», ha detto al New Yorker John Thompson, direttore di Polity, un editore indipendente inglese che dal 2017 ha pubblicato 14 libri di Han. E non è un modo tanto convenzionale di ricevere attenzioni e recensioni, per libri di questo genere, ha aggiunto. Secondo il quotidiano El País uno dei primi e più grandi successi di Han, il libro del 2010 La società della stanchezza, ha venduto oltre 100mila copie in America Latina, Corea del Sud, Spagna e Italia, dove nello specifico ne ha vendute 15mila.
Han, nato in Corea del Sud nel 1959, vive e lavora fin dagli anni Ottanta in Germania. Arrivò in Europa quando aveva 22 anni e qualche conoscenza in metallurgia, la materia che aveva studiato a Seul. Dopo aver frequentato l’Università di Basilea, in Svizzera, ed essersi laureato nel 1994 con una tesi sul concetto di “stato d’animo” (Stimmung) del filosofo tedesco Martin Heidegger, ha quindi insegnato filosofia alla Universität der Künste di Berlino. Le sue principali aree di interesse sono la fenomenologia, l’etica, l’estetica, la religione e le teorie dei media.
L’attualità degli argomenti trattati da Han e la sua lettura della contemporaneità – una critica degli effetti politici, psicosociali e tecnologici del neoliberismo sulle società moderne – lo hanno reso un autore molto popolare e citato anche tra persone che non hanno particolare familiarità con i libri di filosofia. I suoi sono quasi tutti saggi monografici, lunghi un centinaio di pagine e scritti in uno stile divulgativo e lapidario, in cui il discorso ruota intorno a due o tre concetti fondamentali. A ottobre, descrivendosi come una persona pigra in un’intervista con El País, Han disse che di solito scrive tre frasi al giorno.

Il suo libro più recente, La crisi della narrazione, uscito a febbraio, riprende e amplia alcune nozioni da lui trattate in libri precedenti. Parla del declino della narrazione come attività di condivisione e fonte di senso e coesione all’interno delle comunità, e del parallelo successo dello «storyselling», descritta come una pratica fine a sé stessa, basata su una trascrizione priva di profondità di ogni cosa che le persone hanno da offrire e da vendere attraverso le storie (intese come formato sui social).
Molti libri di Han, in particolare La società della trasparenza, si concentrano sulla spinta collettiva alla divulgazione volontaria indotta dalle forze del mercato neoliberista, che trasformano in norma culturale l’autopromozione e la «pornografica esibizione di sé stessi». Ogni saggio esplora aspetti diversi di questo stato di frenesia guidato dalla tecnologia del tardo capitalismo, e il disagio che tende a provocare: dal burnout da «sovrapproduzione» e «concorrenza a sé stessi», all’algofobia, un’avversione ossessiva per il dolore che nega anche ogni suo valore etico, artistico e metafisico.
Nel libro Psicopolitica Han attribuisce la stabilità del sistema neoliberale a una situazione paradossale in cui, in assenza di una lotta tra classi antagoniste in senso stretto, è la libertà – o meglio: una forma di libertà «illusoria» – a generare costrizioni. Sentendosi libero da obblighi esterni, l’individuo immagina sé stesso come un «progetto» e si sottomette a obblighi interiori che derivano dalla libertà di potere (Können) e producono più vincoli del dovere disciplinare (Sollen), fino a sfociare in una sistema di costrizioni illimitato.
Il neoliberalismo, come mutazione del capitalismo, fa del lavoratore un imprenditore. Non la rivoluzione comunista, bensì il neoliberalismo elimina la classe operaia che è sfruttata da altri. Oggi, ciascuno è un lavoratore che sfrutta se stesso per la propria impresa. Ognuno è padrone e servo in un’unica persona. Anche la lotta di classe si trasforma in una lotta interiore con se stessi.
Anche il declino della narrazione, secondo Han, è espressione di una profonda crisi della libertà. Nel libro La crisi della narrazione categorie e nozioni di filosofi e scrittori come Walter Benjamin, Jean-Paul Sartre e Marcel Proust sono applicate all’analisi delle dinamiche sociali favorite da piattaforme come Netflix, Snapchat e Instagram. «Postare, mettere like e condividere, proprio perché sono pratiche consumistiche, non fanno altro che intensificare la crisi dell’esperienza narrativa», scrive Han, proponendo una distinzione tra informazione e racconto.
L’informazione è effimera, accidentale, e procede per addizione e accumulo. Intensifica quindi l’esperienza della contingenza, che il racconto invece attenua nella misura in cui conferisce significato a ciò che è accidentale, rendendolo necessario. Il bisogno di senso e identità è peraltro, secondo Han, la ragione dell’attuale successo di modelli narrativi populisti, nazionalisti, tribali e complottistici, che si presentano come offerte di orientamento a buon mercato a fronte dello smarrimento provocato dall’informazione dilagante e ininterrotta.
Diversa dall’informazione è anche la notizia, che secondo Han ha sempre una «vibrazione narrativa» perché è portatrice di una storia e presenta una struttura spazio-temporale completamente diversa rispetto a un’informazione. Ha significato perché rimanda a qualcos’altro – viene «da lontano» – e trova nella lontananza il suo tratto distintivo, contrapposto al tratto invece tipico della modernità: «la perdita di qualunque intervallo di separazione», la condivisione e l’accumulo di informazioni «a portata di mano».
Intrecciandosi con il neoliberismo si afferma un regime dell’informazione, il quale non opera in modo repressivo ma seduttivo. Esso […] pretende da noi che comunichiamo senza sosta le nostre opinioni, i nostri bisogni e le nostre preferenze. Ci chiede di raccontare le nostre vite, di postare, condividere, mettere like. La libertà in questo caso non viene repressa ma interamente sfruttata. Si ribalta in controllo e manipolazione. Il dominio […] è altamente efficiente, dato che non ha bisogno di apparire come tale. Si nasconde nell’apparenza della libertà e della comunicazione.
La conversione costante del vissuto in informazioni e dati immediatamente accessibili, aggiunge Han, è incompatibile con la felicità perché «la felicità non è un evento puntuale», ma si estende nel passato e filtra attraverso la memoria umana, che è selettiva. «Chi vuole raccontare sé stesso o ricordarsi qualcosa, deve poter dimenticare o tralasciare molto», perché «nessun racconto è trasparente»: solo le informazioni e i dati lo sono.
Una delle principali ragioni della popolarità di Han è la facilità con cui, attraverso citazioni di importanti autori della tradizione filosofica occidentale ma anche continui riferimenti alla contemporaneità, consente di immedesimarsi nell’umanità che descrive. Han sembra parlare in particolare alle persone giovani dell’esperienza di crescere sui social media, ha scritto il New Yorker, e della mancanza di controllo che molte di loro provano nel rapporto che hanno con Internet. Nel mondo accademico le reazioni sono invece contrastanti: da un lato Han è molto apprezzato per la sua capacità analitica e di sintesi, dall’altro è criticato per alcuni suoi giudizi perentori, privi di sfumature e vagamente tecnofobici.

Nel libro Le non cose, per esempio, Han descrive la reperibilità costante come una «servitù» e lo smartphone come «un campo di lavoro mobile in cui noi c’imprigioniamo di nostra sponte», limitando la nostra esperienza del mondo e della realtà. Nell’intervista con El País disse che «il capitale usa la libertà individuale per riprodursi» e ciò rende le persone «gli organi sessuali del capitale». Ma per quanto suggestive e per molti aspetti appropriate alcune sue letture della contemporaneità tendono a rafforzare posizioni esistenti in discussioni molto polarizzate, e assecondano un certo desiderio generale di ridurre quella sulla tecnologia a una questione di tecnologia buona o cattiva.
La bidimensionalità delle sue analisi e la tendenza a occuparsi di un solo lato delle questioni sono peraltro la ragione per cui Han funziona molto proprio sui social, «all’interno della valanga di non cose», ha scritto il New Yorker. Quando descrive la pubblicazione sui social media come «autopromozione pornografica», per esempio, non aggiunge che gli spazi digitali possono anche produrre esperienze significative. E non coglie il paradosso dei social media di «promuovere forme di espressione sia di sfruttamento che di emancipazione», e di consentire «la costruzione e la proiezione di un’identità personale, con una libertà che non è mai stata possibile nella gerarchia top down dei media tradizionali».”

Gemma n° 2514

“Ho portato questa maschera sia per presentarla come gemma sia per utilizzarla dopo, visto che è parte del costume che indosso nello spettacolo di fine anno e questo pomeriggio ho una presentazione di questo spettacolo. Rappresenta il corso di teatro, che sebbene sia “solo un PCTO” ha avuto un grande impatto su di me come persona e ha provocato un’importante crescita in me” (F. classe quarta).