Personalità empirica

PERSONALITA’ EMPIRICA (Franco Battiato, Ferro battuto)
Il faut abandonner la personalitè pour retrouver votre “je”
Changer dame cheval et chevalier
Changer d’habit baton et penseé
(retiens la nuit pour nous deux jusqu’à la fin du monde).
Quando non coincide più l’immagine che hai di te
Con quello che realmente sei
E cominci a detestare i processi meccanici e i tuoi comportamenti
E poi le pene che sorpassano la gioia di vivere
Coi dispiaceri che ci porta l’esistente
Ti viene voglia di cercare spazi sconosciuti
Per allenare la tua mente a nuovi stati di coscienza
Quand l’image que tu as de toi ne coincide plus avec ce que tu es réellement
Quand tu commences à hair les automatismes de ta facon d’agir
Et quand les chagrins prennent le pas sur la joie de vivre,
Avec les peines que nous apportent l’existence,
Et t vas chercher des espaces inconnus,
Pour une nouvelle conscience.
Sono poco numerosi i versi di questa canzone di Franco Battiato. Si parte dalla constatazione di quanto sia difficile essere se stessi, conoscersi a fondo. Capita spesso di conoscere dei nuovi aspetti di se stessi, magari delle reazioni che pensavamo impossibili per noi. Dice Pavese: “…Piace di tanto in tanto avere un otre in cui versarvi e poi bervi se stessi: dato che dagli altri chiediamo ciò che abbiamo già in noi. Mistero perché non ci basti scrutare e bere in noi e ci occorra “riavere” noi dagli altri…”
Inoltre, essere se stessi e quello che pensiamo di essere sono la stessa cosa? IO SONO COLUI CHE SONO…
Nell’induismo il principio del mio essere e’ in me, ma non coincide con l’autocoscienza. E’ qualcosa che io sono profondamente, ma non so di essere. Il mio io è la superficie del mio sé: al fondo c’è il mio vero me stesso. Il respiro (atman) diventa indice della presenza in me di una personalità profonda che è vero principio del mio essere (si noti la similitudine con l’anima e con lo spirito che soffia: si dice anche “ha esalato l’ultimo respiro”. Gianna Nannini in Sei nell’anima conclude dicendo “Siamo carne e fiato”).
Battiato parte da una situazione negativa in cui il mio essere vero e l’immagine di me non coincidono. A ciò si aggiungono:
detestare i processi meccanici (forse perché essi fanno pensare a qualcosa di preordinato e fissato, all’impossibilità dell’imponderabile?)
detestare i propri comportamenti (forse perché lontani dal vero essere?)
dispiaceri, pene sono superiori alla gioia di vivere (è un po’ la prima nobile verità del buddhismo…)
Insomma, la situazione non è delle migliori…
Da qui parte la spinta per cercare spazi nuovi e sconosciuti: ma il via viene dal dolore, dalla disillusione per la vita, certo non dalla meraviglia per il creato… E questi spazi nuovi e sconosciuti a cosa servono? La meta della ricerca è raggiungere con la mente nuovi stati di coscienza. Ora sarebbe da discutere cosa si intenda per coscienza e per stati di coscienza… Certo sembra di essere lontani da quel “dall’altra parte del cervello” di Cristicchi: la ricerca qui pare molto più razionale, per quanto, magari, un’espansione del razionale… D’altronde la canzone si intitola “Personalità empirica”, per cui si fa esplicito riferimento a qualcosa che deve essere esperito e non solo teorizzato. Alla fine della ricerca forse si potrebbe arrivare anche alla meta auspicata alla fine della canzone “Prospettiva Nevski”: “e il mio maestro mi insegnò com’è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire” (il maestro in questione potrebbe essere Gurdjieff).

Gemme n° 100

Il commento di C. (classe quinta) al filmato scelto come gemma è stato molto sintetico e “raffreddato”. “Questo film mi è molto piaciuto e soprattutto questa sequenza: dobbiamo inseguire quello a cui teniamo e che desideriamo”.
A commento e a ulteriore stimolo di riflessione, una scena di Coach Carter:

Gemme n° 90

copertinaOggi M. (classe seconda) ci ha fatto conoscere Antonio Distefano e il suo libro “Fuori piove, dentro pure, passo a prenderti?”. “Questo autore è riuscito ad avere un contratto con una casa editrice, e ieri gli è stato affiancato un manager per curare la sua persona. Lui ha creduto nel suo sogno e si sta battendo per i diritti delle persone di colore. Nel video dice che non si sente italiano, ora invece di sì: si sente sia italiano che africano, pur non essendo mai stato in Africa”.

Riporto, a commento, una favola giapponese presa dalla rete:
Durante una spaventosa notte di temporale, una piccola capretta bianca ed un lupo nero cercano rifugio in una capanna abbandonata, sul pendio di una collina.
A causa dell’oscurità totale, dell’infuriare del temporale e dello scrosciare della pioggia, i due non si rendono conto di chi sia il proprio compagno di sventura: il lupo non si accorge che il suo compagno è una succulenta capra, mentre questa non capisce che, vicino a lei, c’è il suo atavico nemico, un lupo goloso di carne di capra!
Grazie a questo equivoco, il lupo e la capra iniziano una lunga conversazione, che li porta a scoprire di avere molte cose in comune: l’amore per le verdi colline e per il buon cibo, ma soprattutto la gran paura del temporale!
I due entrano in gran confidenza, raccontandosi della loro infanzia ed incoraggiandosi a vicenda in questa situazione difficile. L’amicizia tra loro è ormai dichiarata, tanto che, prima dell’alba, quando ormai i tuoni e la pioggia sono svaniti, il lupo e la capra si danno appuntamento per il giorno successivo, alla luce del sole…
Il finale è aperto: cosa succederà l’indomani, quando i due personaggi s’incontreranno faccia a faccia?”

Gemme n° 63

E’ un video quello proposto da M. (classe quarta): “Penso siano parole e immagini importanti per chi attraversa l’adolescenza e si trova ad affrontare problemi di scuola, amore e amicizia”.

Le parole che mi vengono in mente alla fine di questo filmato sono esattamente quelle di Sergio Barbarén della gemma 61 🙂

Gemme n° 60

“Preferisco mostrare prima il video e poi commentarlo” ha detto V. (classe quinta).

La questione expò non è importante per quello che voglio dire. Semplicemente mi sono immedesimata nel video: rispecchia la mia visione attuale del cibo, dopo un problema che mi ha fatto detestare il cibo. All’inizio, per me, il cibo era solo un mezzo di sostentamento, poi però è diventato problema che mi impediva di fare feste e stare con gli amici. Nel video si dice esattamente il contrario: il cibo è festa, condivisione, vita! E’ così che lo percepisco oggi!”
Mi sono venute in mente le parole di Tiziano Ferro nella canzone “Mai nata”:
In quel frigo…si freddano le lacrime, in dispensa…rinchiudi le tue ansie e poi, sotto il letto…nascondi la tua polvere, poi non dormi…ti chiudi e rifletti. E’ la vita che unita al dolore si ciba di te e della tua strada sbagliata; e continui a pensare, placando il tormento, che bello se non fossi mai nata.
Salpa salpa salpa, il raziocinio toglie l’ancora. Da una cerebrale come te nessuno se lo aspetta, parli parli parli, sei un vulcano inarrestabile, treno più che rapido, efficiente poco timida.
Ma ti hanno detto mai che devi amarti un po’, puoi rallentare e poi pensare un po’ più a te. Che sicurezza mostri se i casini sai risolvere ma i problemi tuoi non li affronti proprio mai.”
Nelle ultime parole la luce alla fine del tunnel: “E la smetti? Rilassati! Forza reagisci sei te che condizioni la tua strada. E, su, prova a pensare che bello sarebbe se invece amassi di più la tua vita”.

Gemme n° 55

I Coldplay sono stati portati in classe da M. (classe terza). “Siamo adolescenti, ci stiamo affacciando all’essere adulti e le sofferenze iniziano: ci sono momenti in cui ci sentiamo giù. Questa canzone l’ho sentita moltissimo e ogni volta che sono giù è l’unica canzone in grado di tirarmi su. Il titolo sembra non c’entrare nulla col testo, sembra allegorico. Mentre la ascoltiamo, proviamo a pensare a qualcuno o a qualcosa che ci faccia dire “viva la vita”. Viviamo di queste cose, di questi ricordi.”

Parto da lontano per arrivare a una canzone che mi fa dire “viva la vita”. C’è un personaggio biblico che deve affrontare un viaggio nella profonda solitudine esistenziale, una di quelle che fanno più male, perché è la condizione dell’abbandonato, o meglio, di colui che è divenuto merce di scambio: e la cosa che crea più dolore è che il commercio è stato organizzato da chi dovrebbe esserti più vicino, in quanto legato a te dal sangue. Mi sto riferendo a Giuseppe, il figlio di Giacobbe, venduto a dei mercanti ismaeliti dai suoi fratelli.
C’è una canzone dello svedese Avicii che nelle prime due strofe si adatta bene alla condizione di Giuseppe. Il brano è “Wake me up” (2013) e le parole sono: “Sento la mia strada nell’oscurità, guidato da un cuore che batte, non so dove il viaggio si concluderà ma so da dove iniziare”. E continua con quello che voglio leggere come un accenno alle invidie e gelosie dei fratelli di Giuseppe nei confronti della benevolenza del padre verso il figlio di Rachele e la sua capacità di sognare e interpretare i sogni: “Hey! Loro mi dicono che sono troppo giovane per capire, dicono che sono rinchiuso in un sogno. La mia vita mi passa davanti se non apro gli occhi, a me va bene così”.
Ascoltare i sogni delle persone e con essi leggere il futuro: questo dono, che poi diventa l’ancora di salvezza per Giuseppe, all’inizio è un regalo scomodo. Ho già scritto che è uno dei motivi di odio dei fratelli; immagino anche che non sia stato facile per lui riferire al capo dei panettieri del faraone la sua triste sorte. Dai tre canestri di pane bianco che tiene sulla testa e che vengono divorati dagli uccelli, Giuseppe deduce, di lì a tre giorni, l’impiccagione dell’uomo e la lacerazione delle sue carni da parte dei volatili… Provo a vestire gli abiti di Giuseppe e penso che non è facile, che vien voglia di non dormire più per evitare quei sogni, che vorrei non dover chiudere gli occhi quando viene sera, che desidererei restituire gentilmente quel dono (un po’ come i precog del film “Minority report” che abbiamo visto in classe). Ma sento anche che se questo è il Suo disegno un motivo deve esserci, e che forse anche io, prima o poi, scoprirò il senso di questo essere qui in Egitto, lontano da mio padre e mia madre, forse anche io capirò il significato del mio viaggio, forse anche io saprò chi sono. Ancora Avicii: “Svegliami quando sarà tutto finito, quando sarò saggio e vecchio… Vorrei rimanere giovane per sempre, non temo di chiudere i miei occhi. La vita è un gioco fatto per tutti e l’amore è il premio. Per tutto questo tempo stavo trovando me stesso e non sapevo che mi ero perso”.

Gemme n° 45

La gemma proposta da S. (classe seconda) è composta da quattro citazioni. La prima è di Giordano Bruno: “Un’unica Forza, l’Amore, lega e dà vita a infiniti mondi”, l’amore come forza vitale e creatrice, capace di essere sostegno unico e indispensabile. La seconda è Di Jimi Hendrix: “La pazzia è come il paradiso. Quando arrivi al punto in cui non te ne frega più niente di quello che gli altri possono dire..sei vicino al cielo”. Ha detto S.:”Questa frase per me è significativa perché mi è capitato di essere esclusa e giudicata per il mio modo di essere. Ne sono uscita fortificata quando ho imparato a non badare al giudizio degli altri”. La terza frase è di Cicerone: “Finché c’è vita, c’è speranza”. S. ha valutato la speranza come uno dei valori fondamentali per lei. Infine una frase “con la quale voglio sottolineare l’importanza dell’amicizia e del riuscire a intendersi con uno sguardo, un cenno”. E’ una frase di Gandhi: “Se urli tutti ti sentono, se bisbigli ti sente solo chi ti sta vicino, ma se stai in silenzio solo chi ti ama ti ascolta..”.

Mi soffermo sulla seconda frase, quella di Jimi Hendrix, restando in ambito musicale e proponendo una vecchia canzone di Vasco Rossi. “Jenny non vuol più parlare, non vuol più giocare, vorrebbe soltanto dormire. Jenny non vuol più capire, sbadiglia soltanto, non vuol più nemmeno mangiare. Jenny è stanca, Jenny vuole dormire. Jenny ha lasciato la gente a guardarsi stupita, a cercar di capire le cose. Jenny non sente più niente, non sente le voci che il vento le porta. Jenny è stanca, Jenny vuole dormire. Jenny non può più restare, portatela via, rovina il morale alla gente. Jenny sta bene, è lontano… la curano, forse potrà anche guarire un giorno. Jenny è pazza, c’è chi dice anche questo. Jenny ha pagato per tutti, ha pagato per noi che restiamo a guardarla ora. Jenny è soltanto un ricordo, qualcosa di amaro da spingere giù in fondo. Jenny è stanca, Jenny vuole dormire.” E nel ritornello la voce di chi la conosce davvero: “Io che l’ho vista piangere di gioia e ridere, che più di lei la vita credo mai nessuno amò. Io non vi credo, lasciatela stare, voi non potete!”.

Gemme n° 38

Ho portato come gemma la versione unplugged di Come as you are dei Nirvana. E’ il mio pezzo preferito, anche se un po’ malinconico e anche se il testo è un po confuso. Mi piace il concetto di essere quello che si è”. Questa è stata la presentazione di J. (classe terza). In effetti, bisogna ammettere che i testi dei Nirvana non sono sempre lineari e di immediata comprensione; lo stesso Kurt Cobain non spiegava sempre i testi delle canzoni, lasciando l’interpretazione agli ascoltatori. E sono testi che a volte entrano proprio in contraddizione: prendiamo l’abbrivio di questo. “Vieni come sei, come eri… Come voglio che tu sia… Prenditi tutto il tempo, fai in fretta”. C’è di che impazzire a capire quale sia la cosa giusta da fare. Ma forse è proprio in questo il senso: mostrati per quello che sei, senza curarti di cercare di essere qualcuno per gli altri.

Gemme n° 21

La gemma di oggi ha bisogno di un po’ di introduzione: M. (classe quinta) ha infatti proposto un breve dialogo in inglese tratto da una serie tv statunitense. In alcuni passi le parole sono forti. Piper Chapman è una giovane donna condannata a quindici mesi di carcere per trasporto di droga. Deve lasciare la casa che condivide con il suo promesso sposo Larry per entrare nella prigione federale. Nel decimo episodio della prima serie, le prigioniere hanno il compito di spaventare un gruppo di giovani delinquenti in visita alla prigione, ma hanno difficoltà a spaventare Dina, una ragazza sulla sedia a rotelle. Piper ci riesce con una frase: “le altre persone non sono la parte spaventosa della prigione Dina. È il faccia a faccia con chi davvero sei”. Piper ha paura di non essere se stessa in prigione e ha paura di esserlo.

“Ci sono delle situazioni” ha concluso M. “in cui è importante sapere chi si è fino in fondo e non è così facile farlo e ammetterlo”. Mi sono venute in mente le mie “prigioni”, i miei momenti in cui ho dovuto, per forza di cose, confrontarmi con me stesso, guardandomi veramente in faccia cercando di dare un nome a ciò che vedevo. Non è sempre facile, soprattutto se la ricerca è sincera, ma costituisce uno dei passaggi necessari: pena la finzione.

Gemme n° 13

A. (classe seconda): “Questa canzone l’ho ascoltata praticamente ogni giorno durante l’ultimo anno. Penso che ognuno tema un po’ nel dire agli altri quello che pensa per la paura di essere giudicato. Ecco, secondo me, ciò che emerge da questo brano dei Tre Allegri Ragazzi Morti è che quanto abbiamo dentro sono semplicemente le nostre caratteristiche e non dei difetti da nascondere.” Ecco il video di “La via di casa”:

Riporto alcune delle parole che più mi hanno colpito:
Dimmi che cos’è che fa la vita storta, che ti fa camminare sul lato sbagliato della via di casa; dimmi che cos’è che ti fa differente […] che cos’è per essere come sono, per fare quello che faccio, per dire quello che dico, non chiederò perdono”.
Concludo con una citazione di Oscar Wilde: “Nessuno può essere libero se costretto ad essere simile agli altri”.

Musulmani d’Italia

Al HudaHo trovato questo interessante articolo di Francesca Bellino su Reset: l’argomento è quello degli italiani convertitisi all’Islam.
Quando si convertono scelgono un nome della tradizione musulmana e lo aggiungono al proprio, ma lo usano soprattutto con “i fratelli e le sorelle di fede”. Da parenti, amici e colleghi d’ufficio continuano a farsi chiamare con il nome della nascita. Sono italiani che hanno scelto l’Islam in età adulta e, per completare il loro ampliamento d’identità, hanno aggiunto anche un nome al loro percorso (se pur la richiesta non sia obbligatoria).
Aver fatto shahada (testimonianza di fede verso Dio e il profeta Muhammad) per la maggior parte di loro è una scelta intima, da non condividere con tutti. Di questi tempi poi, meglio tenere nascosto il proprio credo e quel nome straniero, portatore di fobie, paure e pregiudizi in aumento dopo la nascita dello stato islamico in Iraq e le notizie del reclutamento di jihadisti in Europa e anche in Italia.
Il convertito italiano è, dunque, una figura spesso invisibile, poco conosciuta, incompresa o dipinta dai mass media con un’unica sfumatura, quella violenta ed estremista, usata per parlare di terroristi, tagliagola e indottrinatori. Le molteplici differenze presenti nella religione islamica si riflettono anche nella galassia dei convertiti d’Italia, che è in grande trasformazione rispetto al passato. Ci sono i praticanti e i non praticanti, quelli che seguono le confraternite africane, chi ha “avuto la chiamata”, chi si è convertito per sposarsi, chi per “sfuggire alle contraddizioni della Chiesa” e chi perché ha sentito un bisogno di spiritualità.
Se trenta anni fa erano gli intellettuali e i pensatori a diventare musulmani, oggi si convertono all’Islam soprattutto persone che vivono nelle periferie, spesso ignoranti ed emarginate. Oggi il fenomeno della conversione nasce dal disagio e dall’esclusione sociale, non più da una ricerca spirituale raffinata. In questa fase assistiamo, inoltre, a un gran ridimensionamento delle conversioni rispetto al passato” spiega Gianpiero Ahmad Vincenzo, sociologo e scrittore napoletano, docente all’Università di Catania, convertito nel 1990.
Il numero dei convertiti in Italia è impreciso perché non esiste un albo. “Non tutti frequentano la comunità religiosa in moschee o centri di culto, dunque non tutti si dichiarano o si registrano”, sottolinea Alessandro Ahmad Paolantoni, segretario nazionale dell’UCOII (Unione delle comunità islamiche d’Italia), convertito dal 2001. “Si può dire che i musulmani italiani siano 40/50 mila, ma è un dato parziale. Tra questi purtroppo ci sono anche tante cattive conversioni: persone che cercano nell’Islam la risoluzione di problemi personali e non la spiritualità. Persone con percorsi accidentati che provano a salvarsi con l’Islam, senza arrivare ai casi estremi di chi decide di partire per il jihad. In quel caso parliamo di eccezioni. Gente indottrinata attraverso il web, con un percorso solitario, “fai da te”, senza alcun contatto con gli imam. Il lavoro dell’UCOII al momento è concentrato molto sulla formazione degli imam sui territori, oltre che sul cercare di accelerare l’intesa con lo Stato che finora non è stata possibile per motivi politici e pratici”.
Alessandro è approdato all’Islam attraverso i libri. Aveva 33 anni e non praticava alcuna religione. Aveva lavorato prima nella tabaccheria dei genitori, poi nel campo delle decorazioni d’interni. Curioso, seguiva la geopolitica, e tra una lettura e l’altra si è imbattuto nell’Islam e ne ha subito apprezzato il concetto di responsabilità individuale, l’assenza di intermediario tra Dio e il credente e il prendere in considerazione tutti i profeti e le rivelazioni precedenti all’arrivo di Muhammad. “Non ho mai sentito di tradire o abbandonare qualcosa – dice – ma solo di aggiungere. Con naturalezza e normalità”.
Stessa sensazione che ha avuto Carlo Ahmed, 27 anni, romano, impiegato, convertito nel 2008 dopo essere stato “affascinato dalla disciplina che c’è nell’Islam”. “Sono sempre stato un appassionato di viaggi e culture – racconta – così un giorno acquistai una copia del Corano. All’epoca frequentavo la facoltà di economia all’università e venivo da un percorso scolastico salesiano. Più leggevo e più scoprivo che Islam, Ebraismo e Cattolicesimo hanno tante cose in comune. Appartengono tutte allo stesso ceppo, ma l’Islam mi è sembrata subito la religione più completa. La mia famiglia all’inizio ha avuto alcune perplessità, poi ha capito che, anche se musulmano, rimanevo la stessa persona di prima. Purtroppo c’è disinformazione che confonde le persone. Quello di cui si parla in giro non è l’Islam”.
I musulmani non sono tutti jihadisti” tengono a precisare i convertiti italiani che, nella maggior parte dei casi, hanno trovato nell’Islam un senso di completezza e di semplicità. “Mi è sembrata subito una religione immediata ed elementare. Per me è stato un passaggio indolore. Più difficile è stato far capire alla famiglia che non stavo per diventare terrorista” spiega Enrico Karim, 53 anni, ingegnere di Catania, musulmano da 2 anni, noto come “il generoso”. “Convertendomi ho completato il puzzle della mia vita. Ho aggiunto il pezzo mancante che stavo cercando da tempo” racconta Catia Aysha, 57 anni di Modena, madre di 4 figli oggi residente in provincia di Viterbo con il marito palestinese. “Sono sempre stata dubitativa verso la religione cattolica”, spiega. “A scuola facevo molte domande all’insegnante e lei mi rispondeva sempre che “la fede è un mistero e bisogna avere l’umiltà di credere”. Questa risposta non mi convinceva così ho cominciato a seguire le adunate dei testimoni di Geova che non credono nella trinità, ma mi rimanevano sempre dubbi, spesso mi sentivo presa in giro. Quando ho scoperto l’Islam, invece, ha sentito che il discorso filava soprattutto nel punto in cui Gesù non è figlio di Dio, ma un profeta come gli altri. Sono passati quasi 40 anni dal giuramento, in quel momento ho sentito di andare avanti, di evolvermi, senza rinnegare nulla”.
Incontro Catia alla moschea al-Huda di Centocelle a Roma dove il sabato pomeriggio molti italiani interessati alla conversione o già convertiti si riuniscono per confrontarsi con l’imam. Nel gruppo ci sono molte donne, tutte con il velo, tra cui anche alcune convertite da poco come Roberta Aysha, 47 anni, romana, musulmana da 8 mesi. “Non sopportavo più le contraddizioni della Chiesa cattolica, soprattutto dopo aver avuto l’annullamento del matrimonio alla sacra rota – racconta – E’ stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Non riuscivo a capire com’è possibile che la Chiesa non accetti il divorzio, mentre lascia che ci si butti fango addosso incolpandosi durante gli annullamenti. Così, dopo un viaggio in Turchia, ho sentito il richiamo dell’Islam”.
Giancarlo Mohammed, 64 anni, romano, divorziato, convertito e oggi sposato con una donna marocchina, anche lui pieno rancori verso la Chiesa cattolica, sintetizza il fenomeno dicendo: “Un tempo si andava verso l’anticlericalismo, oggi si va verso l’Islam”.
Diversa è la storia di Lauretta Amina Decaro, 45 anni, ex dipendente di banca, atea, romana, riceve in regalo una copia del Corano da un amico del marito, lo legge durante un lungo periodo di malattia a letto e ne rimane colpita, poi fa un viaggio in Egitto, conosce il suo futuro marito, divorzia dal precedente e dal 2004, dopo un sogno per lei significativo, si converte. Più immediata, invece, la conversione di Anna Fatma, 38 anni, pugliese, sposata con un egiziano. Quando conosce il suo attuale marito e scopre l’Islam, fa subito shahada (2 anni fa). “Non sapevo di essere musulmana” esclama soddisfatta e oggi che ha addirittura scelto di mettere sulla tessera dell’autobus una sua foto con il velo, così come Catia Aysha l’ha scelta per la carta d’identità. “Ora siamo libere di scegliere una foto con velo per i nostri documenti, così come le suore e i sikh, e allora perché non farlo!”.
Non ha ancora scelto un nome musulmano da aggiungere a quello di battesimo, invece, Antonio, 49 anni, palermitano, residente a Londra dove ha fatto il giuramento 2 anni fa. “Da quando mi sono convertito sono diventato più allegro, più sociale, più umano e mi sento più vicino alla gente, disposto ad aiutare chi ha bisogno” tiene a sottolineare, così come Sokhana Diarra Daniela, 30 anni, di Carbonia in provincia di Cagliari, dice che da quando è musulmana (da 4 anni) ha “trovato la pace”. Il suo incontro è stato con la confraternita di Mouridyia che nasce in Senegal e “si basa sui 5 pilastri dell’Islam, sulla umma e sul lavoro”. “Vengo da una famiglia atea, mi sono sempre sentita libera di scegliere qualcosa di diverso da quello che mi è stato inculcato e sono felice di aver scelto l’Islam. Mi sono convertita prima di incontrare mio marito che è senegalese. L’unica cosa che non accetto è la poligamia. Con mio marito abbiamo messo le cose in chiaro ma in Sardegna conosco molte occidentali che accettano di essere seconde mogli. Non posso che rispettare la loro scelta”.
Anche Donatella Amina, 54 anni, assistente amministrativo al Ministero della Salute, si è sentita libera di scegliere e di cambiare strada, dalla militanza nella sinistra rivoluzionaria all’Islam. “Negli anni 80 frequentavo la facoltà di sociologia alla Sapienza a Roma, non accettavo le ingiustizie sociali e avevo molti dubbi sulla religione cattolica – racconta – Frequentavo un gruppo di atei, anche se atea non sono mai stata, appoggiavo tutte le lotte dei popoli, partecipavo alle manifestazioni fino a quando ho capito che l’azione politica non cambiava nulla né nella mia vita, né intorno a me. Le contraddizioni restavano. La sinistra rivoluzionaria poi mi sembrava il ghetto dei ghetti e avevamo capito che il comunismo era finito, così ho cercato altro”. Donatella ha incontrato l’Islam con Abdul, il marocchino che poi ha sposato ma che non le raccontava nulla sull’Islam. “Ho studiato tutto da sola, lui non voleva sentirsi responsabile della mia scelta. E un giorno, 21 anni fa, ho fatto shahada alla Grande Moschea. In questi anni ho visto molte persone rialzarsi grazie alla fede. Chi parla di jihad non è un vero convertito all’Islam. È un convertito a un’ideologia. È come convertirsi al nazismo”.

Social: quando iniziare?

Avevo salvato questo articolo, comparso su Io donna con la firma di Valentina Ravizza, un mesetto fa. L’argomento è quello della presenza dei bambini sui social network; certo, non è approfondito, ma evidenzia alcuni aspetti importanti. Vi aggiungo anche un altro pensiero: mi diletto di fotografia da quando yashicaho 18 anni. Proprio a quel compleanno ho ricevuto in regalo la mia Yashica fx3. Uno dei tipi di scatti meno amati da me e comunque meno frequenti era l’autoscatto. Oggi si chiama selfie ed è certo una delle modalità di foto più diffuse in rete. Perché? Perché questo bisogno di fotografarsi, di filmarsi, di vedersi? E poi di condividerlo con sconosciuti? Perché quest’esigenza da parte di bambini di 8-10 anni? Perché tutte quelle foto con bocca arricciata a mandare un bacio? Perché le pose di fianco?
La maturità su Facebook, ossia l’età minima per registrarsi sul social network, si raggiunge un anno prima di quella per guidare il motorino. E presto potrebbe pure scendere. Ma siamo sicuri che uno schermo comporti meno rischi di due ruote? Se si guarda l’aspetto psicologico la risposta è no. Soprattutto se ai bambini non viene fatto alcuna lezione di “scuola guida” per aiutarli ad orientarsi online.
Perché fissare l’asticella proprio 13 anni? «Alcune strutture cerebrali si sviluppano soltanto a partire da questa età» spiega Eddy Chiapasco, psicologo e presidente del Centro studi psicologia e nuove tecnologie. Si tratta di quelle aree del cervello che ci permettono di gestire situazioni complesse: «Per esempio di renderci conto che immagini e commenti lanciati nella Rete possono ferire qualcuno e che di fronte a noi, per quanto separata da un monitor, potrebbe esserci una persona che soffre a causa delle nostre azioni».
Ma nella realtà, come svela il rapporto Social Age di Knowthenet found, più della metà dei bambini sotto i selfiedieci anni ha utilizzato social o app di messaggistica e altre stime parlano di qualcosa come cinque milioni e mezzo di bambini su Facebook. Portarli online già a sette anni, come sta cercando di fare PopJam, il nuovo social network in versione kids lanciato da Mind Candy in Gran Bretagna e Australia, potrebbe essere come lasciarli soli in una giungla insidiosa, specie se non hanno armi per difendersi. «Per i ragazzi di oggi scattare una foto e condividerla online è un automatismo. Non ci sono filtri, nemmeno tecnici, come poteva essere una volta il portare il rullino a sviluppare dal fotografo» spiega Chiapasco. A cui chiediamo quindi che strumenti servirebbero ai ragazzi: «Anzitutto la pagina Facebook va creata con i genitori, che spieghino come funziona e come gestirla». Non vale la scusa “io di tecnologia non ci capisco niente”: «I dubbi si affrontano insieme, in modo che il ragazzo, anche successivamente, sappia di poter chiedere aiuto a mamma e papà in caso di brutte esperienze».
Ma oltre ai rischi legati al texting e al cyber bullismo, più comunemente i social influiscono sulle relazioni quotidiane. «Da una parte c’è chi li vede positivamente come una chance di socializzare: un ragazzo timido nella vita reale magari non avrebbe mai il coraggio di mettersi a parlare con una compagna di classe carina, mentre in chat riesce a superare l’imbarazzo. Ma d’altra parte conosco casi di compagni di classe che su Whatsapp si raccontano fatti molto intimi mentre a scuola a malapena si rivolgono la parola. Anche qui sta a genitori e insegnanti il dovere di creare gruppi di gioco e di lavoro per promuovere la socialità reale».
In questo percorso di avvicinamento controllato alla Rete anche l’uso dei social nel contesto scolastico può essere utile: sì alla pagina Facebook di classe, no all’amicizia diretta e alle chat tra studenti e docenti. No alla distrazione continua del cellulare acceso in aula (e qui la colpa è spesso dei genitori ansiosi che chiedono ai figli di essere sempre raggiungibili), ma attenzione a non demonizzare le nuove tecnologie: «I ragazzi di oggi sono multitasking, e devono esserlo, perché la società glielo impone. C’è il rischio che siano più superficiali, forse, ma la capacità di lavorare su più cose in parallelo, se valorizzata, può anche essere positiva».
Ma all’età giusta: uno studio presentato durante l’ultimo congresso delle Pediatric Academic Societies and Asian Society for Pediatric Research ha mostrato come i bambini che giocavano con app non educative già dagli 11 mesi avevano un ritardo nello sviluppo del linguaggio. Anche perché i più piccoli sono pure i più esposti al rischio dipendenza, specie se tablet e smartphone vengono usati come babysitter. Difficile prevedere a livello scientifico se i social influiranno davvero sugli adulti di domani. Di certo stanno cambiando i bambini di oggi.”

Sono qui

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Una delle cose che ricordo molto bene della mia adolescenza è la fatica che doveva fare un maschietto di 14-16 anni per farsi notare dalle ragazze. Mi ricordo che era un problema comune, fatti salvi i comunque bellocci a cui bastava la presenza. Tutti gli altri navigavamo in un mare di speranze, paure e maldestri tentativi di colpire nel segno, di lasciare un’immagine impressa che non fosse quella della pena o del biasimo. Simpatia, umorismo, capacità sportive, destrezze sul motorino, sensibilità, capacità d’ascolto, imprese titanico-fisiche, sfrontatezza scolastica, acconciature, intelligenza, moda… erano tutti strumenti utilizzabili a seconda della persona che volevi impressionare. “L’importante è essere te stesso” ti veniva detto. “L’importante è mostrare di essere meglio di quanto sono” ti dicevi. Dovevi ancora crescere, dovevi ancora capire chi eri veramente. Oggi gli strumenti sono cambiati ed è decisamente cambiata la visibilità: ci si conta a forza di “like” o di “mi piace” o di “♥” o di “☺”. Ma il tentativo è sempre quello, fuggire l’indifferenza, soprattutto della persona di cui ci siamo infatuati. In fin dei conti queste parole del 1922 sono sempre attuali: “Tutto era stato vagliato, se posso dir così, in quelle fantasticherie; nei momenti bui, mi figuravo che mi avresti respinta, che mi avresti disprezzata perché troppo insignificante, troppo brutta, troppo invadente. Tutte le forme del tuo disappunto, della tua freddezza, della tua indifferenza, tutte le avevo percorse nelle mie fervorose visioni – ma questa sola, mai, in nessun moto oscuro dell’animo né nell’assoluta consapevolezza della mia inferiorità, mi era accaduto di prenderla in considerazione, di figurarmi l’eventualità più atroce: che tu non ti fossi mai accorto della mia esistenza” (Stefan Zweig, Lettera di una sconosciuta).

Kurt, Marilyn, Lenny, Giona

Per me uno dei vantaggi più grandi della rete è la possibilità di ascoltare tutta la musica che voglio. Quando avevo 15 anni non era facile sperimentare nuovi ascolti: potevo solo contare sul giro di amici o piazzarmi con la radio o mtv accese e sperare che passasse qualcosa di interessante. Di certo non potevo permettermi di comprare un vinile o un cd per il gusto di provare: andavo sul sicuro, sulla musica preferita. Oggi sicuramente manca un po’ di affezione agli ascolti, sicuramente si ascolta un disco meno volte, ma si può facilmente sperimentare ed è una delle cose che preferisco fare mentre lavoro a casa. In questi giorni sto ascoltando Brunori Sas con il suo Vol. 3 – Il cammino di Santiago in taxi. Questa sera ho ascoltato più volte il brano “Kurt Cobain”: con un titolo del genere non poteva non attirarmi… (tra l’altro quest’anno sono 20 anni che il cantante dei Nirvana non c’è più). Nel ritornello vengono citati Kurt Cobain e Marilyn Monroe, due persone la cui morte è avvolta nel mistero (più o meno montato) e su cui vi è l’ombra del suicidio. Il tema centrale qui è l’insensatezza del successo, la fatica dell’essere sotto i riflettori e di non poter mai spegnerli o abbassarne l’intensità, la falsa sensazione di essere amati da tutti mentre in realtà si è soli: “Ma chiedilo a Kurt Cobain come ci si sente a stare sopra a un piedistallo e a non cadere, chiedilo a Marilyn quanto l’apparenza inganna e quanto ci si può sentire soli e non provare più niente e non avere più niente da dire”. Parole dure che mi portano alla mente “Circus” di Lenny Kravitz, in cui lui si ribella al circo mediatico e al turbine del successo: “che tipo di circo è questo? ma che genere di clown siamo? quando c’è l’ultimo spettacolo? cosa posso fare per liberarmi?”.
Nelle strofe di Brunori ci sono le similitudini: vivere è come volare, come nuotare, come sognare. Ma il senso della canzone non è così semplice e immediato, almeno per me. Nella prima strofa c’è qualcuno che è in difficoltà, che si sente un recipiente senza contenuto, che non si sente protagonista della propria vita, che si sente proprio in fondo alla “classifica” umana; un giorno può succedere che desideri capire se questo sia vero oppure no (“un giorno qualunque ti viene la voglia di andare a vedere, di andare a scoprire se è vero che non sei soltanto una scatola vuota o l’ultima ruota del carro più grande che c’è”). La terribile possibilità del togliersi la vita si legge sia nei riferimenti del ritornello, sia nelle parole “non si può ignorare la voce che dice che oltre le stelle c’è un posto migliore” o “d’altronde non si può tacere la voce che dice che in fondo a quel mare c’è un mondo migliore”. Ma è proprio in fondo alla seconda strofa che si può trovare altro, quello che voglio leggere come un’alternativa: “proprio quel giorno ti viene la voglia di andare a vedere, di andare a scoprire se è vero che il senso profondo di tutte le cose lo puoi ritrovare soltanto guardandoti in fondo”. Conoscersi, sapersi leggere, dare voce alle proprie emozioni, ascoltare i propri pensieri, con sincerità e schiettezza, con serietà e benevolenza, andando dai voli più alti alle profondità più oscure. Lo stesso Brunori afferma: “Il pezzo richiama la necessità di andare “dietro le quinte”, di osservare l’altalena fra profondità e superficie. Addormentarsi felici o soffrire per restare svegli?”.
In sottofondo riecheggiano le parole di Marilyn Monroe: “Una volta celebri, sapete, potete leggere cose sul vostro conto, le idee di qualcun altro su di voi; ma ciò che conta — per sopravvivere, per affrontare giorno per giorno ciò che vi capita — è quel che pensate di voi stessi.”
Infine mi stacco dalla canzone con un personaggio biblico che mi è venuto in mente durante l’ascolto: Giona (di nuovo! Ne avevo scritto poco tempo fa qui). Dal ventre del pesce che l’ha inghiottito si rivolge a Dio e prega così: “Le acque mi hanno sommerso fino alla gola, l’abisso mi ha avvolto, l’alga si è avvinta al mio capo. Sono sceso alle radici dei monti, la terra ha chiuso le sue spranghe dietro a me per sempre. Ma tu hai fatto risalire dalla fossa la mia vita, Signore mio Dio. Quando in me sentivo venir meno la vita, ho ricordato il Signore. La mia preghiera è giunta fino a te, fino alla tua santa dimora. Quelli che onorano vane nullità abbandonano il loro amore.” (2, 6-9).

1 e 2

E’ tempo di iscrizioni a scuola. Su molti moduli mamma e papà non troveranno più madre e padre ma genitore 1 e genitore 2. Ecco cosa ne scrive su Popoli Giacomo Poretti, sì, quello del trio Aldo, Giovanni e Giacomo. Il titolo del pezzo è “Onora il genitore 1 e il genitore 2”.
1 tondo“A un certo punto l’essere umano ha cominciato a parlare e a dare nomi alle cose e agli oggetti, così che tutti intendessero la stessa cosa e non succedessero guai. Infatti poteva capitare che un marito desiderasse un risotto per cena, ma lo chiedeva con un grugnito inarticolato, così che la moglie capiva minestrina in brodo: quando portava in tavola la brodaglia il marito spaccava tutto con la clava. Oppure magari c’era un dinosauro dietro a un cavernicolo e il suo amico con frasi sconnesse cercava di farlo scappare, al che quell’altro gli ripeteva: «Ma perché non ti applichi nella grammatica?». Alla fine veniva inghiottito da un Triceratopo.
Così, dopo tutti questi equivoci spiacevoli, gli umani hanno deciso di chiamare le cose con i loro nomi. Per esempio, fin dal principio, «zanzara» era quell’animale fastidioso che tutti cercavano di sfracellare contro le pareti della caverna senza riuscirci. «Flatulenza» era il fuggi fuggi che accadeva nella caverna quando qualcuno mangiava il Tirannosauro rex cucinato in fricassea con purea di castagne. O, ancora, con la parola «papà» si definiva il genitore maschio e «mamma» la genitrice femmina, e questo da molto molto prima che Charlton Heston, il mitico Mosè nel film I dieci comandamenti, scendesse dal Sinai con le Tavole della Legge.
Oggi, in un Paese vicino al nostro, giusto per svecchiare la lingua e i concetti, il papà e la mamma si è deciso di 2 tondorinominarli «genitore 1» e «genitore 2». Resta da definire se il maschio indosserà la maglietta numero 1, o se invece verrà attribuita alla femmina; ancora più complessa è la vicenda di quando i genitori saranno entrambi maschi o entrambi femmine: forse si deciderà ai rigori o, più democraticamente, 6 mesi a testa, come per la presidenza Ue.
Abolite, perché sorpassate, la festa della mamma e del papà, al loro posto verranno istituite la «festa del genitore 1», che verrà celebrata il 2 novembre al posto dei morti che fa un po’ tristezza, e la «festa del genitore 2» il 25 aprile, al posto dell’inutile «festa della liberazione». I primi anni potrà capitare che i bambini sbaglieranno e regaleranno una cravatta al genitore femmina e un paio di orecchini al genitore maschio, ma dopo qualche decennio di assestamento i bambini, per non sbagliare, regaleranno in entrambe le occasioni una trousse di trucchi.
E i nonni, se non verranno aboliti, come li chiameremo? «Colei che vizia 1» e «Colui che porta sempre i regali 2»? Io, che non ho studiato le lingue, continuerò a parlare la lingua delle caverne e a onorare gli unici mamma e papà che conosco.”

Non senza il suo nome

identità, scuola, solitudine, coraggio, relazioni, amicizia, sogno, eva, nightwishImmaginiamo una bambina o una ragazzina sensibile (“un cuore più generoso di tutti gli altri che mi ha sempre fatto vergognare del mio”) che, all’interno della propria classe, se ne resta piuttosto appartata in quanto viene spesso presa di mira dalle prese in giro dei compagni (“Eva vola via, sogna il mondo lontano, in questo crudele gioco di bambini non c’è un amico che chiami il suo nome, Eva prende il largo sogna il mondo lontano”). Eppure, nonostante l’isolamento, Eva non perde la propria identità (“lei cammina da sola, ma non senza il suo nome”). Se ci fosse anche solo una parola gentile sopporterebbe di restare ancora un po’ in quella situazione a cullare il sogno di un mondo migliore, di un paradiso, di un Eden (come la prima donna che aveva il suo stesso nome)… invece ci sono i compagni ad uccidere quel sogno e quel cuore buono. Fino a quando qualcuno, anche uno solo, non fa un passo e apre ad Eva un campo di girasoli…

6:30 di un mattino d’inverno

La neve scende, nell’alba silenziosa

Una rosa di qualche altro nome

Eva lascia la sua casa di Swanbrook

Un cuore più generoso di tutti gli altri

che mi ha sempre fatto vergognare del mio

Lei cammina da sola, ma non senza il suo nome

Eva vola via

Sogna il mondo lontano

In questo crudele gioco di bambini

Non c’è un amico che chiami il suo nome

Eva prende il largo

Sogna il mondo lontano

Il buono in lei sarà il mio campo di girasoli

Derisa dall’uomo fino al più profondo disonore

Una ragazzina con una vita davanti

Per il ricordo di una parola gentile

Rimarrebbe in mezzo ai bruti

Tempo per un altro audace sogno ancora

Prima della sua fuga, splendore dell’Edencampo_di_girasoli.jpg

Che uccidiamo insieme al suo cuore amorevole

Eva vola via

Sogna il mondo lontano

In questo crudele gioco di bambini

Non c’è un amico che chiami il suo nome

Eva prende il largo

Sogna il mondo lontano

Il buono in lei sarà il mio campo di girasoli

(Eva, Nightwish)

Due specie di terra

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Scrive Erri De Luca in Tre cavalli: “Ci sono due specie di terra… Una ha l’acqua di sotto, si fa un buco e affiora. È terra facile. L’altra dipende dal cielo, ha solo quella fonte. È magra, ladra, capace di rubare acqua al vento e alla notte, e appena ne ha un poco la spende tutta subito in colori trattenuti nel midollo dei sassi e mette forza di zuccheri nei frutti e butta profumo da sfacciata. È terra di cielo asciutto” . Vi ho letto molto del mio lavoro, delle mie relazioni. A pensarci bene, vi ho letto molto del mio carattere…

Occhio!

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Ne avevo scritto il 24 aprile. Ora, ho appena sentito la notizia: una ragazzina inglese di 14 anni si è impiccata dopo i mesi di insulti subiti su ask.fm. E non è la prima: in autunno una quindicenne e una tredicenne irlandesi, in primavera un quindicenne. Non riporto quanto avevo già scritto in aprile. Mi sento solo di dire, ancora una volta, ai miei studenti, soprattutto quelli più giovani: OCCHIO!

In cerca dell’essenziale

A volte segni e suggerimenti che auspichiamo prima di effettuare una scelta arrivano quando le cose sono già state decise.

  1. Ho già scritto di aver letto il libro “La pazienza del nulla” di Arturo Paoli. Una delle frasi che mi sono trascritto è breve e fulminante: “Ci vuole maggior coraggio a riposare su un prato in fiore che a stare in arcioni su un cavallo focoso”. Ovviamente è una di quelle frasi che possono essere facilmente confutate e ribaltate: si attagliano alle persone in base al periodo che esse stanno vivendo. Indosso a questa mia estate ci casca a pennello.

  2. Ho iniziato il libro “Una certa idea di mondo” di Alessandro Baricco, in cui, a pag.arturo paoli, baricco, hadot, plotino, essenziale, identità, senso, spogliarsi, san paolo, corinti, scegliere 27, a commento del libro di Pierre Hadot “Esercizi spirituali e filosofia antica”, si legge: “Hadot cita una fulminante espressione di Plotino che spiega molto: quel che occorre fare è scolpire la propria statua. […] Bisogna ricordarsi che la scultura era, per i greci, l’arte della sottrazione, l’abilità manuale con cui ottenere una figura a partire da un blocco di pietra, procedendo per successive sottrazioni. È esattamente quello che insegnavano quei celeberrimi guru: lavorare su se stessi, scalpellando via tutto ciò che di falso o inutile ci sta attaccato, e liberare, alla fine, quel che noi siamo, nella saldezza imperturbabile della magnificenza dell’esistere.” (il libro di Baricco è una raccolta di quanto da lui scritto settimanalmente su La Repubblica, quindi questo è il link all’intero pezzo). Spogliare se stessi, liberarsi del superfluo, scendere (o salire?) all’essenziale. E’ un altro argomento forte di questa estate

  3. Infine, stamattina ho concluso il corso biblico a cui partecipo ogni anno con uno dei maggiori biblisti italiani (e non solo), Rinaldo Fabris. Non mi soffermo sui contenuti del corso, ma su un breve passo che abbiamo sfiorato stamattina e che penso sia conosciuto ai più: “Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei come bronzo che rimbomba o come cimbalo che strepita. E se avessi il dono della profezia, se conoscessi tutti i misteri e avessi tutta la conoscenza, se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla. E se anche dessi in cibo tutti i miei beni e consegnassi il mio corpo per averne vanto, ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe.” (1Cor 13,1-3).

Ho scritto all’inizio che le cose sono state già decise. E’ confortante quando segni e suggerimenti danno conferma, a posteriori, di quelle scelte. Permane il subdolo dubbio che i segni contrari non li abbiamo semplicemente voluti vedere. Scherzi della mente che così ci tutela e ci protegge. E ci fa pure sorridere.

La maschera della bretone

Ancora una donna per il quinto personaggio annoverato da Jovanotti in Buon sangue. Sijovanotti, buon sangue, identità, maschera, recitare, verità, libertà tratta di un’attrice teatrale bretone che recitava al tempo in cui era concesso farlo soltanto agli uomini; per salire sul palco pertanto, doveva adottare un doppio travestimento: quello da uomo per poter recitare e poi quello del personaggio che doveva incarnare. Solo così, maschera su maschera, riusciva a sperimentare la libertà. Un cambio di identità che ti fa respirare la libertà, ma che ti fa anche “camminare di fianco a te stesso”, come se non potessi mai essere veramente te stesso. La maschera, il travestimento, il truccarsi per nascondersi permettono di potersi sperimentare in parti sconosciute, di azzardare parole o comportamenti a noi lontani, e non per forza negativi. A volte diventano strumento per conoscere parti nascoste di noi che chiedono soltanto di essere scoperte, apprezzate, amate, riconosciute come proprie. A volte camminare di fianco a se stessi può servire, basta, a mio avviso, che non diventi condizione esistenziale.

Nel mio albero genealogico quasi alla radice

c’è una donna di Bretagna che faceva l’attrice,

ma siccome solo i maschi lo potevano fare,

recitava di essere un uomo per recitare

cardinale, puttana, mendicante, musa,

la platea di fronte a lei non era mai delusa.

Da quella donna ho imparato che l’identità

ha una maschera e la maschera dà libertà.

Puoi cambiare faccia, parte, umore e sesso,

nel frattempo camminare di fianco a te stesso.