Il cuoco di Ulisse

La canzone Buon sangue di Jovanotti comincia con una frase apparentemente assurda: “Un mio parente era il cuoco sulla nave di Ulisse.”
Non Ulisse. Non Circe. Nemmeno uno dei marinai che legarono il capitano all’albero maestro per resistere alle Sirene. Il cuoco. Quello che preparava pranzi e cene, invisibile com’è invisibile chi nutre gli eroi senza diventarlo mai.
Eppure è proprio lui — addormentatosi di guardia, senza cera nelle orecchie, per puro caso — ad ascoltare quel canto misterioso. E a dimenticarlo. E a portarselo dentro per sempre senza saperlo.

Nel video qui sopra ho cercato di attraversare insieme il paradosso meraviglioso che Jovanotti costruisce: un antieroe che entra nell’epica dalla porta di servizio e ci insegna qualcosa che Ulisse, con tutto il suo ingegno, non avrebbe potuto insegnarci.
Il testo mi ha lasciato in mano una serie di domande scomode. Del tipo che non si chiudono facilmente. Del tipo che tornano.

Siamo troppo bravi a mettere la cera nelle orecchie? Filtri, notifiche disattivate, bolle algoritmiche: ci proteggiamo dall’ignoto con una precisione che i marinai di Omero si sognerebbero. Ma cosa stiamo perdendo, mentre siamo così occupati a non disturbarci?
Chi è il cuoco nella nostra storia? A scuola, in famiglia, nella squadra in cui giochiamo o lavoriamo — c’è sempre qualcuno che non finisce nelle foto di gruppo ma senza cui tutto si fermerebbe. Lo riconosciamo? L’abbiamo mai ringraziato?
Vivere come in un sogno: liberazione o fuga? Jovanotti dice di aver imparato dal cuoco a trattare la realtà come un sogno. È un invito alla leggerezza o un rischio di perdere il contatto con ciò che fa male e che va cambiato?
Abbiamo un ricordo dimenticato che ci ha cambiato? Un concerto, un viaggio, un incontro: magari non ne ricordiamo quasi nulla, eppure sentiamo che dopo non eravamo più le stesse persone. Com’è possibile essere stati trasformati da qualcosa che non sappiamo nemmeno di ricordare?
Perché “parente”? Jovanotti poteva dire “ho sentito la storia”, “mi hanno raccontato”. Invece dice parente. Scegliere come antenato qualcuno che non ha fatto grandi imprese, ma ha semplicemente saputo restare aperto all’assoluto — non è forse il gesto più radicale del pezzo?

Queste sono le domande che il video prova ad aprire, senza la pretesa di chiuderle. Perché certe cose, come il canto delle Sirene, non si spiegano: si ascoltano, si dimenticano, e restano.

E’ già abbastanza temere l’ignoto

Fusine_0032 fbPubblico anche questo piccolo dialogo sempre di Don DeLillo, sempre da “Rumore bianco”, in quanto sembra rispondere al precedente:
“- … Credi che la vita senza la morte sia in qualche misura incompleta?
– E come potrebbe? E’ proprio la morte a renderla tale.
– Non pensi che la nostra coscienza della morte rende la vita più preziosa?
– A che serve una preziosità basata su paura e angoscia? E’ tremendo, è terrificante.
– Vero. Le cose più preziose sono quelle di cui ci sentiamo più sicuri. Una moglie, un figlio. Questo eventuale figlio, lo spettro della morte lo rende più prezioso?
– No.
– No. Non c’è motivo di credere che la vita sia più preziosa perché fugge. Riflettiamo su questo. Bisogna che gli venga detto che deve morire, perché uno possa cominciare a vivere in tutta pienezza la propria vita. Vero o falso?
– Falso. Una volta stabilita la morte, diventa impossibile vivere una vita soddisfacente.
– Preferiresti sapere data e ora esatte della tua morte?
– Assolutamente no. E’ già abbastanza temere l’ignoto. Di fronte all’ignoto possiamo fingere che non esista. Le date esatte indurrebbero molti al suicidio, se non altro per farla in barba al sistema.”