Piacere vs potere

Finalmente il quarto avo di Jovanotti è una donna: corpo piccolo ma capace di donare calore a molti uomini, di varie etnie e di varie classi sociali, con identico risultato finale: la loro sottomissione. E’ la vecchia storia del dominio del piacere sul potere.

Mi torna alla mente una vecchia canzone portata al successo da Fabrizio De André: Carlogiuditta-e-oloferne.jpg Martello è di ritorno dalla battaglia di Poitiers e incontra una giovane donna. La pulzella respinge le avance di quel che crede un cavaliere, cedendo soltanto quando si accorge che sotto l’armatura si nasconde sua maestà. Re Carlo si rimette in sella per andarsene, ma la ragazza lo afferra “Beh proprio perché voi siete il sire fan cinquemila lire, è un prezzo di favor”. Nessun trattamento di favore per il sire, nessuna agevolazione.

Se poi qualcuno volesse incontrare due storie di ammaliamento contenute nella Bibbia cito la coppia Dalila e Sansone e la coppia Giuditta e Oloferne. Casi contemporanei preferisco evitarli, anche se sarebbero interessanti visto che comincia a farsi strada il ribaltamento dei sessi…

Una mia ava era una donna alta un metro e dieci,

frequentava romani, galli, egizi e greci.

il suo corpo era piccino, ma pieno di calore,

sottomise tutti quanti, anche un imperatore.

Dalla mia ava ho imparato che non c’è potere,

che resista all’arte buona di dare piacere.

Il manovale

babele, jovanotti, buon sangue, conoscere, relazioniTerzo personaggio di Buon sangue e secondo riferimento biblico: un manovale che ha costruito la Torre di Babele. Riporto sommariamente l’episodio (Gn 11, 1-9): nei dintorni di Babilonia un popolo che parla la medesima lingua decide di costruire una città con una torre che arrivi al cielo. Durante il tentativo Dio si accorge delle intenzioni degli uomini e, per impedire loro la riuscita, fa sì che inizino a parlare in lingue diverse. Non potendo più comprendersi l’un l’altro demordono. Il manovale parente di Jovanotti non conosce il progetto nel suo insieme, non sa quale sia il fine, semplicemente apporta il proprio contributo mattone dopo mattone. Qui inizia la bella invenzione del cantautore: coi soldi guadagnati il manovale acquista un vocabolario multilingue, sicuramente utile per comprendere gli altri nel momento in cui Dio confonderà tutte le lingue. Ora quel vocabolario è nelle mani di Jovanotti: la comprensione linguistica è sicuramente agevolata, ma capire gli uomini è tutt’altra cosa. La conoscenza dell’idioma non è sufficiente per capirsi, per andare cioè oltre ad un incontro superficiale. Mi viene alla mente una storiella orientale che sul blog è già presente ma che non mi dispiace riproporre: «Un vecchio rabbino domandò una volta ai suoi allievi da che cosa si potesse riconoscere il momento preciso in cui finiva la notte e cominciava il giorno. “Forse da quando si può distinguere con facilità un cane da una pecora?”. “No”, disse il rabbino. “Quando si distingue un albero di datteri da un albero di fichi?”. “No”, ripeté il rabbino. “Ma quand’è, allora?”, domandarono gli allievi. Il rabbino rispose: “E’ quando guardando il volto di una persona qualunque, tu riconosci un fratello o una sorella. Fino a quel punto, è ancora notte nel tuo cuore.”»

Un vocabolario per capire gli umani potrebbe far comodo, ma non sarebbe comunque sufficiente a garantirci il buon funzionamento del tutto: un elenco di parole non è la conoscenza di una lingua, l’elenco delle caratteristiche di una persona non è la conoscenza di quella persona. Nulla può sostituire l’incontro diretto che, in ogni caso, non è detto sia sufficiente per affermare di conoscere una persona…

Un parente tra i più antichi era un manovale

nel cantiere della grande Torre di Babele.

Il progetto nell’insieme non lo conosceva,

ma mattone su mattone la Torre cresceva.

ad un certo punto con i soldi del salario

pensò bene di comprarsi un vocabolario:

inglese, spagnolo, turco, arabo, giapponese,

swahili, italiano, greco, indo, russo, portoghese.

Quel dizionario in qualche modo adesso è nelle mie mani,

ma è sempre complicato capire gli umani.

Un tale Caino

Riprendo con il secondo personaggio di Buon Sangue. Jovanotti entra nella prima parte cainoeabele.jpgdella Bibbia e cita due episodi: l’uccisione di Abele da parte di Caino e la costruzione della torre di Babele. Mi fermo su Caino. Nella tradizione cristiana si è tramandata l’idea che Dio abbia rifiutato l’offerta agreste di Caino preferendo quella animale di Abele per riconoscere la bontà di quest’ultimo rispetto alla cattiveria del primogenito. Jovanotti riporta l’attenzione su un dato che emerge dal testo biblico: “Una domanda insanguinava il suo cuore e cervello. Perché Dio quella mattina preferì mio fratello?”. Nel libro della Genesi non vi è alcun riferimento a presunti meriti o demeriti dei due fratelli. E’ la domanda dell’uomo davanti all’incomprensibile. Ieri un’amica scriveva su fb “Questo preciso istante è uno di quei tanti momenti nella vita di un individuo che richiedono (più di ogni altro giorno) una manna dal cielo, un aiuto provvidenziale, un conforto disinteressato, un ‘segno’ ormai insperato”. E’ il momento in cui si percepisce la lontananza, quello del “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”, quello della profonda solitudine, del “Padre, se possibile allontana da me questo calice”. Qui Jovanotti apre alla consolazione: “Ma nei giorni più cupi, nei momenti più bui, lui sentiva che invece il più amato era lui”. La speranza è possibile anche là dove pare esserci solo disperazione, c’è luce anche nell’oscurità. Anche per l’assassino di suo fratello? Risponde la canzone: “come segno di amore gli era stato concesso il dolore e la colpa per il male commesso”. Ciò che Caino ha fatto non viene cancellato, non viene rimosso, ma gli viene fatto un gesto d’amore: la possibilità di espiare la propria colpa, il provare dolore per quanto ha fatto (attenzione: il male di Caino inizia con l’assassinio, non prima come spesso si pensa). Senza questo non è possibile vivere l’esperienza dell’essere perdonati. Senza pentimento ed espiazione del reo, quale perdono?

Tra i miei antenati più illustri c’è un tale Caino,

fondò la prima città e fu il primo assassino.

Una domanda insanguinava il suo cuore e cervello.

perché Dio quella mattina preferì mio fratello?

Ma nei giorni più cupi, nei momenti più bui,

lui sentiva che invece il più amato era lui

e come segno di amore gli era stato concesso

il dolore e la colpa per il male commesso.

Il cuoco di Ulisse

Ho una t-shirt blu, ormai consunta, con una scritta tratta dal libro “Il mondo di Sofia” di Jostein Gaarder: Chi sei tu? Il libro è uno dei miei preferiti. Sono andato a ripescare la risposta della protagonista, Sofia Amundsen.

“Non lo sapeva di preciso. Era Sofia Amundsen, naturalmente, ma chi era? Non era ancora riuscita a scoprirlo del tutto. E se si fosse chiamata con un altro nome? Anne Knutsen, per esempio. In quel caso sarebbe stata un’altra persona? Di colpo le venne in mente che, quando era nata, suo padre voleva chiamarla Synneve. Sofia cercò di immaginarsi mentre stringeva la mano a qualcuno e si presentava come Synneve Amundsen… No, non era possibile. Quella ragazza era una persona completamente diversa. Si alzò di scatto e andò in bagno con la strana lettera in mano. Si mise davanti allo specchio e cominciò a fissarsi negli occhi. «Io sono Sofia Amundsen», disse. La ragazza nello specchio rispose con una piccola smorfia. Faceva tutto quello che faceva Sofia. Sofia cercò di precedere l’immagine con un movimento fulmineo, ma l’altra fu altrettanto veloce. «Chi sei tu?» chiese. Non ricevette alcuna risposta, ma per una frazione di secondo si domandò sconcertata se era stata lei o l’immagine ad aver posto la domanda. Sofia premette l’indice sul naso riflesso nello specchio e disse: «Tu sei me». Dal momento che neanche questa volta aveva avuto risposta, capovolse la frase: «Io sono te». Sofia Amundsen non era mai stata soddisfatta del suo aspetto. Spesso le facevano complimenti per i suoi occhi a mandorla, ma senza dubbio le dicevano così soltanto perché il naso era troppo piccolo e la bocca troppo grande. Le orecchie poi erano esageratamente vicine agli occhi. La cosa peggiore erano i capelli lisci che non le stavano mai a posto. A volte suo padre le accarezzava la testa e la chiamava «la bambina dai capelli di lino», riferendosi al titolo di un preludio di Claude Debussy. Facile a dirsi per uno che non era condannato per tutta la vita ad avere capelli neri che penzolano diritti come spaghetti. Perfino la lacca e il gel non servivano a niente. A volte pensava di essere fisicamente così strana che si chiedeva se non fosse nata deforme. La mamma aveva parlato di un parto difficile. Ma era solo la nascita a determinare l’aspetto di una persona? Non era strano che lei non sapesse neanche chi fosse? Non era assurdo che non potesse neppure decidere il proprio aspetto? Quello, invece, era arrivato bello e pronto. Forse poteva scegliersi gli amici, ma non aveva scelto se stessa. Non aveva neanche scelto di essere un essere umano. Che cos’era un essere umano? Sofia fissò nuovamente la ragazza dello specchio. «Forse è meglio che vada di sopra a fare i compiti di scienze», mormorò. No, meglio andare in giardino, decise. «Micio, micio, micio, micio!» Sofîa spinse il gatto sulla scala e chiuse la porta. Nel momento in cui si trovò sul sentierino ghiaioso con la misteriosa lettera in mano, avvertì una strana sensazione. Si sentiva come una bambola diventata viva per incanto.”

Questo brano mi è tornato alla mente poco fa, quando ho ripreso in mano una canzone di Jovanotti che da tempo volevo affrontare con calma. E ho deciso di farlo veramente con calma: spezzetterò il testo musicale in piccole parti, soffermandomi brevemente su ciascuna di esse. La canzone è Buon Sangue, tratta dall’omonimo album del 2005. Il concetto di fondo è piuttosto semplice: siamo uomini poco originali nel senso che abbiamo preso un po’ da tutti i nostri parenti vicini o lontani nel tempo, comunque venuti prima di noi. Eppure abbiamo una nostra specificità: “niente accade due volte” canta alla fine della canzone Jovanotti. Sta di fatto che tutto il pezzo sembra una continua risposta alla domanda posta a Sofia Amundsen. Parto con la prima strofa.

ulisse_sirene.jpgIl primo parente è un cuoco imbarcato sulla stessa nave di Ulisse, il prototipo di tutti i viaggiatori: mentre tutti i marinai si mettono la cera nelle orecchie per non sentire il canto delle sirene, il cuoco si addormenta e pensa di aver sognato il canto delle sirene, e di averlo pure dimenticato. Canta Jovanotti: “Restò dentro di lui quel richiamo del vuoto che hanno tutti gli uomini che hanno vissuto un tuffo inconsapevole nell’assoluto”. Dal cuoco ha imparato alcune cose: che i sogni e la vita spesso si confondono tra loro e non sempre è facile distinguere realtà e sogno, anzi spesso si alimentano a vicenda; che il viaggio è sempre un ritorno, magari a se stessi, alla propria identità, non sempre identica a se stessa e in continua evoluzione; che di quella nave ci si ricorda di Ulisse, ma che Ulisse aveva avuto bisogno anche di lui, di un cuoco…

“Un mio parente era il cuoco sulla nave di Ulisse

al grande eroe e ai suoi uomini faceva pranzi e cene

anche a lui fu dato l’ordine che non ascoltasse

passando da quell’isola il canto delle sirene.

Ma lui si addormentò e non si mise la cera

e quando si svegliò credette di avere sognato,

ma invece l’esperienza era stata vera:

quel canto misterioso lui l’aveva ascoltato

e misteriosamente anche dimenticato.

Restò dentro di lui quel richiamo del vuoto

che hanno tutti gli uomini che hanno vissuto

un tuffo inconsapevole nell’assoluto.

Da lui ho imparato a vivere la realtà come un sogno

e i sogni come fossero una cosa reale,

a vivere ogni viaggio come fosse un ritorno

e che anche i grandi eroi han bisogno di mangiare.”

Domani continuo…

Tra cielo e fango

A breve, nelle prime, parleremo di solitudine. Anticipo un po’ l’argomento con questa canzone di Jovanotti, di qualche anno fa, nell’album Safari. L’invito che fa il cantante è quello a tenere aperti gli occhi, le orecchie, i sensi a tutti gli stimoli che possono arrivare dall’esterno, anche quando questo può far paura e rischia di spingerci a chiuderci in noi stessi (in mezzo a colpevoli, vittime e superstiti, le città si fanno incomprensibili e pericolose e il dialogo fra persone è frammentario). Ci si sente accusati, con le armi puntate addosso, si percepisce la solitudine, e se si commette un errore non c’è modo di rimediare: una sola possibilità. Ecco, allora, l’invito di Jovanotti: guardarsi attorno e cogliere il profumo dei fiori, l’odore della città, il suono dei motorini, il sapore della pizza, le lacrime di una mamma, le idee di uno studente, gli incroci possibili in una piazza… Così si possono vivere le emozioni, positive e negative (rido e piango), sognare il cielo e apprezzare la terra (mi fondo con il cielo e con il fango), avere il coraggio di innamorarsi, svegliarsi, alzarsi, non lamentarsi più e incamminarsi verso il domani: il battito di un cuore dentro al petto, la passione che fa crescere un progetto, l’appetito, la sete, l’evoluzione in atto, l’energia che si scatena in un contatto. Appunto, l’unico pericolo è l’apatia, non riuscire più a sentire niente: lì sì la solitudine è reale, ed è angoscia (un cartello di sei metri dice tutto è intorno a te ma ti guardi intorno e invece non c’è niente). Le antenne alzate verso il cielo, invece, ti fanno percepire gli altri: io lo so che non sono solo anche quando sono solo.

Io lo so che non sono solo anche quando sono solo…

sotto un cielo di stelle e di satelliti tra i colpevoli le vittime e i superstiti

un cane abbaia alla luna, un uomo guarda la sua mano

sembra quella di suo padre quando da bambino

lo prendeva come niente e lo sollevava su era bello il panorama visto dall’alto

si gettava sulle cose prima del pensiero

la sua mano era piccina ma afferrava il mondo intero

ora la città è un film straniero senza sottotitoli

le scale da salire sono scivoli, scivoli, scivoli il ghiaccio sulle cose

la tele dice che le strade son pericolose ma l’unico pericolo che sento veramente

è quello di non riuscire più a sentire niente

il profumo dei fiori l’odore della città il suono dei motorini il sapore della pizza

le lacrime di una mamma le idee di uno studente gli incroci possibili in una piazza

di stare con le antenne alzate verso il cielo

io lo so che non sono solo…

e rido e piango e mi fondo con il cielo e con il fango…

la città è un film straniero senza sottotitoli una pentola che cuoce pezzi di dialoghi

come stai quanto costa che ore sono che succede che si dice chi ci crede

e allora ci si vede

ci si sente soli dalla parte del bersaglio e diventi un appestato quando fai uno sbaglio

un cartello di sei metri dice tutto è intorno a te ma ti guardi intorno e invece non c’è niente

un mondo vecchio che sta insieme solo grazie a quelli che hanno ancora il coraggio di innamorarsi

e una musica che pompa sangue nelle vene e che fa venire voglia di svegliarsi e di alzarsi

smettere di lamentarsi

che l’unico pericolo che senti veramente è quello di non riuscire più a sentire niente

di non riuscire più a sentire niente

il battito di un cuore dentro al petto la passione che fa crescere un progetto

l’appetito la sete l’evoluzione in atto l’energia che si scatena in un contatto…

Un popolo moderno

Sono un follower di Lorenzo Jovanotti su twitter. Oggi pomeriggio ho pescato un suo tt su un articolo scritto da lui e pubblicato su La Stampa, in cui parla del mito e del popolo americano e del senso della modernità. Eccolo.

404231_10151195146504322_346140027_n.jpg“Sto girando l’America in lungo e in largo. Sto seguendo un consiglio che mi ha dato Tiziano Terzani l’ultima volta che ci siamo visti, a casa sua, a Firenze. «Se avessi ancora le forze – mi disse – oggi farei un viaggio nel cuore dell’America, per capire cosa rende quel Paese quello che è, perchè tutto il mondo lo ha adottato come modello di mercato, di politica, di libertà, di cultura. È lì che andrei, Lorenzo», mi disse. Eccomi. Qui la mia musica è piccola e la mia faccia sconosciuta e questo mi permette di confondermi tra la folla, di andare a sentire un concerto nel locale dove – la sera dopo – suonerò io, di attaccare discorso in modo anonimo. Allo stesso tempo sto sperimentando la loro immensa macchina da entertainment, che gira a pieno ritmo nonostante anche qui ci sia la crisi del cinema, della televisione, della discografia. La crisi c’è e la risposta è darsi da fare di più, detto in poche parole. È una grande esperienza. Ogni giorno imparo qualcosa. Sto cercando di capire che cosa, di quello che vedo e respiro, potrebbe servire dalle nostre parti, se esiste qualcosa che potrebbe tornarci utile. Esiste.

La prima cosa: il mito. L’America è il Paese delle contraddizioni, e questa è una bella frase fatta (quale Paese non lo è?). È che qui fanno qualcosa di speciale che li rende quello che sono. O forse la fanno perché sono quello che sono: non perdono occasione per celebrare il proprio stesso mito, in continuazione, all’esasperazione. Intendetemi, non si può liquidare questo parlando di nazionalismo estremo, sarebbe un errore. Si tratta di senso dell’impresa bello e buono, si tratta di continuare a spingere la frontiera in avanti. Tutto quello che nutre la loro stessa contraddizione nutre anche una mitologia. La loro epica è adesso. Gli Stati Uniti sono un Paese in cui si crede che l’epica sia in atto ora, non che sia un racconto di gesta passate, l’epica è oggi, è quella in atto, e scusate se è poco. Tutti partecipano a scrivere questo grosso poema collettivo, dall’homeless al grande tycoon, dal dissidente a quello che espone la bandiera a sostegno dei militari. Il proprio verso del poema se lo scrivono sulla maglietta, anche in senso letterale. Se lo tatuano sulla pelle.

La musica è il mio campo e tendo a trasformarlo in metafora per mille altre cose. Ebbene, questo Paese, il Paese che ha inventato lo star system , il pop di plastica, in realtà si fonda su una visione completamente FOLK della musica e dell’entertainment. L’hip-hop, per fare un esempio, arriva sulle nostre tavole come un prodotto di fabbricazione industriale, quasi fosse una bibita gasata. In realtà qui l’hip-hop è musica folk. E lo stesso vale per il rock, per il jazz, per i dischi di Lady Gaga e dei Green Day. È una musica che rappresenta un’identità di popolo, di una parte di popolo che partecipa a comporre il mosaico. E il mosaico è fondamentale, è ciò che vediamo noi da fuori, perché è quello che si vede quando ci si allontana un po’.

L’altra settimana ho suonato in un festival rock. C’erano centomila persone, ad Austin, tre giorni di musica dalla mattina alla notte. Nel cast c’erano tutti, dalla dance elettronica sperimentale a Neil Young. Ho suonato di venerdì, primo e unico italiano di sempre a salire su quel palco, e mi hanno accolto con la curiosità con cui si guarda passare un camion del circo che trasporta la gabbia della giraffa. Io mi ci sento benissimo a fare la giraffa, non chiedo di meglio, non è questo il punto. Il punto è che sono entrato nel cuore di quel festival, per tre giorni mi sono infangato e ho sentito tutta la loro musica, mi sono guardato intorno come se fossi sbarcato su un pianeta sconosciuto e quello che ho trovato non me l’aspettavo: ho trovato un popolo, nel senso più classico del termine, non in senso etnico, perché la questione etnica la vediamo noi, che guardiamo il mosaico da lontano. Loro SONO il mosaico e ogni tessera percepisce se stessa per quello che è e fa la sua parte. Scrive un pezzo del poema. A questo festival c’erano i tipi con la cresta ossigenata e le signore con la sedia di stoffa portata da casa, insieme nello stesso spazio, e non si davano alcun fastidio, al contrario, scrivevano insieme il poema epico della loro «gens». Esistono una serie di regole fondamentali, riassunte nella loro costituzione, rigide e accettate da tutti. Il resto è folklore, nel senso più avanzato del termine.

Lo ripeto, l’America è forte perché è folk, anche quando suona elettronica o distorta l’america è folk, l’Uomo Ragno è folk, McDonald’s è folk. Quello che per noi è massificazione per loro è esattamente il contrario, e qui c’è da imparare qualcosa di importantissimo, che ci può servire. Ci può servire per guardare oltre, oltre ciò che rischiamo di diventare se non entriamo finalmente nella modernità, la zona in cui non si esiste in misura dell’essere contro qualcosa, ma in misura dell’essere in qualcosa. Il mio viaggio in questo pezzo di mondo è appena cominciato. Anche se qui sono venuto un sacco di volte, è solo lavorandoci che si aprono certe porte, perché è sempre il mercato sulla piazza del paese il luogo dove si percepisce lo spirito che anima i cittadini del luogo. Il commercio e l’amore sono le ragioni per cui la gente si muove, i due grandi motori della conoscenza, sia che si tratti di commercio di frutta e verdura sia che si tratti di canzoni ed emozioni. Tutto quello che non è amore è pubblicità, diceva qualcuno, e aveva ragione. L’America, l’amore e la pubblicità sembrano incontrarsi in un punto che è nevralgico. È il punto in cui si scatenano i venti del nuovo mondo, la frontiera su cui si gioca ancora la scoperta di cosa siamo e di cosa possiamo e vogliamo essere.”