Gemme n° 483

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La mia gemma è la mail che ho ricevuto il 22 febbraio, in cui mi viene annunciato che una famiglia americana mi ha scelta per passare l’anno scolastico negli Stati Uniti. Da quel momento ho realizzato che per me cambierà tutto e dovrò costruire nuovi rapporti e nuove relazioni”. Questa è stata la gemma di L. (classe terza).
Un saluto e un in bocca al lupo a L. con una frase di Cesare Pavese presa da “La luna e i falò”: “Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.

Ritorno

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Preferisco il tornare al partire. Scrive Cesare Pavese ne “La luna e i falò”: “Un paese ci vuole, non fosse per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”. Ho passato la maggior parte della mia vita a Palmanova e le estati a Bagnaria, dai nonni, in una casa in mezzo alla campagna; quando penso al luogo ideale per una vacanza i pensieri vanno alla montagna anche se sono tantissimi anni che non la passo là. Ora vivo a Clauiano e fino a poco tempo fa, se qualcuno mi avesse chiesto di descrivere le caratteristiche del luogo che sento veramente mio, non avrei saputo cosa rispondere. Ora, grazie alle quasi quotidiane passeggiate con Mou, ho capito: alle soglie dei quarant’anni riconosco la terra, l’aperta campagna, come il mio luogo dell’anima, nonostante le mie allergie alle graminacee, alle composite e alle betullacee… E mi sembra di essere tornato a casa. Ancora Pavese: “E di nuovo, guardandomi intorno, pensavo a quei ciuffi di piante e di canne, quei boschetti, quelle rive – tutti quei nomi di paesi e di siti là intorno – che sono inutili e non dànno raccolto, eppure hanno anche quelli il loro bello – ogni vigna la sua macchia – e fa piacere posarci l’occhio e saperci i nidi.”

Titubanze

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E’ uno scatto di 5 anni fa, 31 maggio 2009, Lignano. Ero in pausa studio, mi stavo preparando a un esame per addetto antincendio. Ho preso la macchina fotografica e sono andato in spiaggia: fresco, nuvoloso, ventilato. Mi sono seduto su un lettino già aperto e ho atteso. Questo bimbo ha cominciato a correre avanti e indietro e ho scattato. Il risultato è una foto che mi incuriosisce.
C’è il mare che mi dà senso di infinito, benché sappia che da qualche parte c’è un limite, il filo di una costa che lo respinge. Ci sono le nuvole scure all’orizzonte, promessa di un temporale, tempo bello per me che li amo nella loro imprevedibilità e nella loro incostanza, così diversi da un cielo terso (che non disprezzo). Ci sono i limiti a ricordare la prudenza, ma anche la voglia di oltrepassarli quando si possiedono gli strumenti per poterlo fare. C’è il bimbo che si tiene i pantaloni, quasi con la paura che l’acqua bassa possa bagnarli; un piede è nelle onde, l’altro è sulla battigia, il corpo è volto allo spazio aperto, non lo sguardo che è basso. Sembra titubante, come se avesse voglia di andare ma ci fosse qualcosa a trattenerlo. Sarà che oggi ho finito di leggere “La luna e i falò”.

Intersecazioni

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Anobii mi dice che dal 1 gennaio ad oggi ho letto 20 libri. Sorrido perché mi viene in mente mia madre che dalle elementari alla terza media mi supplicava di leggere qualcosa: “ma perché non leggi mai?” “leggere fa bene, ti aiuta” “come pensi di poter fare il liceo senza leggere niente, guarda tua sorella”…
Poi, non so cosa sia successo. Mi ricordo in maniera ben distinta che uno dei primi autori ad avermi appassionato è stato Pavese. Da bambino passavo le estati in campagna, dai nonni, e i ritmi erano quelli della vita dei campi. Oggi, tra l’altro sarebbe stato il 96° compleanno della nonna Mina… (intersecazione prima). Lì, nella libreria della zia, ho scoperto Pavese. Mi è tornato alla mente (intersecazione seconda) in questi giorni in cui mi è venuta voglia di rileggere “La luna e i falò” e mi sono ritrovato in queste parole: “Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”. Il 1° maggio sono stato a Barbana (intersecazione terza). Era da almeno trent’anni che non ci mettevo piede. Non vi sono legato per il culto mariano (non è decisamente il mio forte), ma per una sorta di culto della memoria. Vi andavo in pellegrinaggio con i nonni, si muoveva l’intero paese, era una festa che durava tutto il giorno, anzi, iniziava il giorno prima con la preparazione di tutte le cose da portare via per pranzare sotto i pini marittimi. E’ un ricordo caldo e felice della mia infanzia, un po’ annebbiato, ma al quale il compleanno della nonna, il libro di Pavese e la visita del 1° maggio hanno tolto un po’ di patina.
“Anche la storia della luna e dei falò la sapevo. Soltanto, m’ero accorto, che non sapevo più di saperla”.