Una tarda primavera rosa

Una settimana fa, quindi prima della vicenda successa a Sonia Dridi, la giornalista francese molestata in diretta tv in piazza Tahrir in Egitto, su Limes è apparso questo articolo di Luca Attanasio. Fa impressione leggere: “La sicurezza nelle strade, le piazze, a partire da Tahrir – dichiara Azza Soliman (Center for Egyptian Women) -, specialmente per le donne, è drasticamente diminuita”. Il pezzo, di cui riporto solo un estratto, parla del ruolo delle donne nel dopo primavera araba in Tunisia, Egitto e Libia.

“A quasi due anni di distanza, la situazione delle donne dei paesi travolti dalla primavera araba è cambiata? Se sì, il cambiamento è stato in meglio? Cosa pensano le donne dell’avvento al potere di partiti islamisti? Che posto si sono guadagnate nelle loro società storicamente patriarcali? Ne abbiamo parlato con alcune delle voci più rappresentative dei movimenti femminili in Egitto, Tunisia e Libia.

egitto_donne.jpgSecondo Youad Ben Rejeb, direttrice dell’Università femminista Ilhem Marzouki e membro del direttivo dell’Association tunisienne des femmes démocrates, al grande sforzo garantito dalle donne per liberarsi del regime e dare un corso più democratico alla Tunisia non è corrisposto il dovuto riconoscimento politico, economico e sociale. “Abbiamo giocato un ruolo primario nel preparare il terreno alla rivoluzione e nel condurla in porto, siamo state protagoniste nell’Haute instance pour la réalisation des objectifs de la Révolution (una sorta di costituente, ndr) riuscendo a imporre liste con quote ‘rosa’ al 50% e il principio dell’alternanza (nella composizione delle liste a un candidato uomo segue obbligatoriamente un candidato donna o viceversa, ndr) e abbiamo girato il paese per convincere i cittadini a registrarsi nelle liste elettorali, giungendo allo storico risultato di 3.890.000 tunisini over 18 iscritti (il 45% donne, ndr). Dopo tutto questo lavoro abbiamo avuto solo il 7% di donne capolista, mentre nell’Assemblea nazionale costituente siedono 58 donne, il 26%” (in Italia circa il 20%!, ndr). C’è stata, in ogni caso, una netta inversione di tendenza e cresce, tra le donne, la consapevolezza di poter giocare un ruolo sempre più determinante nella scena politica nazionale. Si spiegano così la continua partecipazione massiccia a forme di protesta contro i tentativi di ‘confessionalizzare’ il nuovo Stato e l’incessante pressione sul governo e l’Assemblea costituente che, proprio in queste settimane, ha portato al ritiro dell’emendamento alla costituzione che puntava a sostituire la parola “uguaglianza” con il termine “complementarietà”.

Va peggio alle donne egiziane. Dopo aver partecipato in massa alle dimostrazioni pacifiche che hanno condotto alla caduta di Mubarak, aver conquistato a caro prezzo visibilità e spazi, essere assurte a leader politiche e mediatiche della rivolta, nel periodo della giunta militare (Scaf) sono passate attraverso repressioni, violenze di ogni tipo, test di verginità, volgari e continue derisioni, e registrano oggi arretramenti nei diritti oltre a una presenza molto inferiore a quella di cui godevano sotto il regime in ogni sfera decisionale (anche se, all’epoca, quella presenza era spesso di mera facciata). “Le donne elette – denuncia Bothaina Kamel, unica donna a correre per le presidenziali, arrestata, maltrattata, allontanata dalla conduzione del notiziario della televisione per cui lavorava e minacciata – raggiungono a malapena il 2%; la loro presenza nei gangli decisionali è davvero minima, mentre le uniche tre donne facenti parte della commissione governativa non sono particolarmente rappresentative della società civile femminile”. “La sicurezza nelle strade, le piazze, a partire da Tahrir – dichiara Azza Soliman (Center for Egyptian Women) -, specialmente per le donne, è drasticamente diminuita e uno dei primi effetti di ciò è il fatto che, come suggeriscono gli ultimi indicatori, le ragazze vanno meno a scuola: di conseguenza, i matrimoni in giovane età per le donne sono nuovamente in ascesa”. Preoccupano le impunità dei crimini perpetrati dallo Scaf, le scelte anti-democratiche del governo Morsi – che “ha vinto solo perché moltissima gente non è andata a votare o ha scelto lui perché vedeva in Shafik l’assurda riposizione del vecchio regime” – e proposte di emendamenti alla nuova costituzione in cui si prevede l’uguaglianza tra uomo e donne senza, però, “contraddire i precetti della Legge Islamica”. “Ma il tabù sulle capacità femminili di presenza in politica, economia e vita sociale è infranto – è sicura la Soliman – e da qui in poi non si tornerà più indietro”.

La Libia è un caso davvero singolare nel panorama dei paesi travolti dalla primavera araba. Similmente all’Albania post Enver Hoxha, esce da un periodo lunghissimo di dittatura durante la quale ha sperimentato repressione, povertà e chiusura pressoché totale al mondo esterno. Inoltre, in Libia, si è combattuta una lunga e sanguinosissima guerra. “Questo – spiegano due rappresentanti di una ong che richiedono l’anonimato per le continue minacce subite – ha un’immediata, drammatica ricaduta sulla questione femminile”. Sì, perché all’arretratezza sociale ed economica endemica di questo paese che ha relegato la donna a un ruolo di esclusione si aggiunge il fenomeno degli stupri di massa consumati lungo tutto il conflitto (perpetrati, in realtà, anche su uomini e bambini). Nella cultura islamica lo stupro subìto comporta il definitivo isolamento della donna, mentre parlare di violenza sessuale è praticamente impossibile. Il ruolo delle donne libiche che affrontano con grande coraggio, tra i tanti, anche quest’ultimo tema, è cresciuto in maniera esponenziale nell’ultimo anno, e la loro presenza nelle istituzioni, la partecipazione alla politica, l’economia, la società, è senza precedenti. Alle ultime elezioni le donne andate alle urne sono state tra il 40 e il 50% “e in parlamento – racconta Amina Megheirbi, eletta con The National Force Alliance – abbiamo conquistato 33 seggi su 200, il 16,5%. Le ong femminili, poi, sono letteralmente esplose dalla metà del 2011 in poi, andando a riempire gli enormi vuoti di potere”.

Signora autorità

Dopo il video che da due giorni gira in rete si ha un po’ di paura a rivolgersi a qualcuno senza accompagnare a “signore” o “signora” un corrispondente titolo (che sia prefetto, dottore, ingegnere, professore, capocantiere o giudice poco importa). Il mio pensiero è andato a queste parole del biblista Silvano Fausti che ho letto pochi giorni fa su Popoli.

prefetto_sgrida_prete.jpeg“Nessuna buona azione resta impunita. Pietro, con Giovanni, ha guarito l’uomo nel nome di Gesù ed evangelizza il popolo. Ma i due, come il loro Maestro finito in croce due mesi prima, non sono autorizzati a insegnare. Così le supreme autorità religiose li mettono in carcere, facendoli testimoni della pietra scartata dai costruttori e diventata pietra angolare. Proprio in faccia a loro annunciano che quel Gesù, da loro crocifisso, è il Salvatore degli uomini. Nel frattempo, solo a Gerusalemme, i discepoli sono già 5mila. L’autorità legittima è irritata dalla franchezza e sfacciataggine con cui parlano i due apostoli. Questi illetterati popolani pretendono di insegnare ai grandi che dettano legge! Unica loro autorizzazione è la realtà, che dà loro ragione. I potenti vogliono negare il miracolo avvenuto, ma non possono: lo storpio guarito sta lì, attaccato ai due, quasi corpo di reato. Inoltre il fatto è noto in Gerusalemme. Importante che non si divulghi o si ripeta! Per questo vietano loro di parlare di Gesù. Se Pietro avesse obbedito all’autorità religiosa costituita e non alla coscienza, il cristianesimo non sarebbe mai nato.

A divieto aperto, sfida aperta: non è «giusto davanti a Dio obbedire a voi più che a Dio»: «Noi non possiamo tacere ciò che abbiamo visto e ascoltato» (At 4,19s). Appena liberati, trasgrediscono l’ordine di tacere e parlano subito con libertà. Di nuovo Pietro è arrestato, e con lui tutti gli apostoli. Al Sommo sacerdote che ordinerà nuovamente di tacere, ribatterà: «Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini» (At 5,29). La supremazia della coscienza e dell’evidenza su ogni autorità è, per ogni uomo, principio di libertà e responsabilità. «Libertà vo cercando, ch’è sì cara». Guardando i profeti, antichi e moderni, è merce rara nelle sacrestie del potere. In un mondo di schiavi, dove solo i padroni sono liberi, Paolo fa della libertà il centro del Vangelo: «Cristo ci ha liberati per la libertà!». Se cerchiamo salvezza dalle nostre leggi, siamo «decaduti dalla grazia». «Voi, fratelli, siete stati chiamati a libertà», perché unica legge è: «Amerai il prossimo tuo come te stesso». Chi turba questa libertà imponendo circoncisioni o altro, «che se lo tagli tutto!» (Gal 5,1.4.13.14.12). Le religioni esigono libertà per se stesse; ma di rado la danno agli altri!

«Se dimorate nella mia parola, sarete veramente miei discepoli e conoscerete la verità; e la verità vi farà liberi» (Gv 8,31s). Libero è il figlio: in contrapposizione allo schiavo, è colui che è amato e sa amare. La nostra libertà viene da Colui che ci ha amato e ha dato se stesso per noi. Siamo bisogno di tale amore incondizionato. Se non lo troviamo, siamo schiavi di chi ce ne promette briciole, che stuzzicano la fame invece di saziarla. Libertà significa intelligenza libera da errori e volontà libera da vizi. Chi ama il potere è schiavo dei suoi deliri e delle sue paure. Calpesta amore e verità, violentando la realtà per mantenerla sotto il suo controllo. È quanto fa ogni autorità, lontana dall’umiltà e dal servizio. C’è purtroppo chi, con spirito da «Grande Inquisitore», considera la libertà come un pericolo. Ma questo è antievangelico. Infatti la libertà è il frutto più bello del cristianesimo: ci rende figli uguali al Padre. L’epoca della libertà compiuta non è minaccia, ma opportunità di vivere meglio la nostra fede: ci consegna la responsabilità di discernere ciò che più giova ad amare e servire i fratelli. Quante prescrizioni e affettata religiosità sono paravento di perversità (cfr Col 2,20ss)! Perché impedire «la legge di libertà» (Gc 2,12), che ci fa appartenere gli uni gli altri nel reciproco amore? Che Dio ci apra gli occhi per vedere come lui, anche oggi, opera nella storia con ciò che noi contrastiamo.”

La libertà del genio

In questi giorni, se a un friulano dici “Liverpool” sa di cosa parli, anche se, come tanti friulani, per l’Udinese manco tifa. Ma in settimana, da Liverpool, è anche arrivata un’altra notizia che ho letto sul Corriere l’altro giorno: “La ragazza più intelligente di Einstein”. Oggi, a commento, ho trovato questo pungente articolo di Monica Mondo su Il sussidiario.

“Confessate. Quale genitore non ha almeno una volta guardato suo figlio cercando di C_2_articolo_1063115_imagepp.jpgintravedere i segni di un’eccezionalità, anche se per pudore non si è mai ventilata la parola genio. Si comincia dalla culla: apre già gli occhi, già sorride, dice già mamma, che sguardo vivace; e all’asilo è il più sveglio, quello che impara meglio le canzoncine e ricorda i nomi di tutti gli amichetti. Le cose cominciano; si prosegue così alle elementari, dove i 9 e i 10 siglano la strada di un ragazzino speciale, e non importa se è così per tutti. Per il tuo è diverso, lui è bravo davvero. Le cose si mettono male alle medie, ma se tentenna in qualche materia è l’ambiente caotico, i professori che non lo capiscono, è troppo sensibile. Poi bisogna dargli tempo, non si matura tutti insieme… E al quarto anno di liceo, quando non ce la fai più a pagare ripetizioni e saltare le vacanze per rimediare ai suoi debiti, allora ti rassegni, sì, è intelligente ma non si applica, l’importante è che sia felice (ma lo dici perplesso, dubitando in cuor tuo che mai sia possibile, in un mondo dove già è dura se primeggi, figurarsi se sei nel mucchio o in ultima fila).

Non siamo ipocriti: piacerebbe a tutti sentirsi dire: gentilissimi, vostro figlio è superiore alla media, gradirebbe sottoporlo a una misurazione del quoziente di intelligenza? Di più: guardi, l’abbiamo fatto, livello incredibile, iscritto d’ufficio al Mensa. Che sta per tavola, in latino, cui sono invitati pochi, per un banchetto riservato. Come la Tavola Rotonda del ciclo arturiano, solo che lì non bastava essere intelligenti, toccava pure essere buoni e puri. I vantaggi di questo titolo d’onore? Non più scudiero e la stima del sovrano, ma Porte spalancate nelle più prestigiose università europee, aziende che si contendono il giovane, luminose carriere, Nobel. Piacerebbe, anche perché queste storie capitano davvero. Prendete Olivia Manning, una ragazzetta di Liverpool. Posto triste, crisi da paura, resta la squadra di calcio. Ma lei non ci gioca. Lei è la più brava a scuola, e si sgobba tutti i pomeriggi i compiti di mezza classe, mentre i pelandroni stanno alla play o fanno il filo alle sue amiche. Olivia ha solo dodici anni, anche se la fotina che ci regalano le cronache immortala un faccino più grande, nonostante il penoso fiocco a quadretti che le incornicia i capelli. Ma si sa, guardate i copricapi della regina, gli inglesi non sono mai così glamour. Fa una scuola parallela, si esercita con insegnanti appositi che lavorano solo per inventarle nuovi esercizi e aumentare le sue conoscenze. Impara troppo in fretta, praticamente legge una volta e sa. Naturale che il test sul Q.I. l’abbia brillantemente superato, attestandosi su un valore di 162 punti che, tanto per dire, è superiore di 2 a quello di Albert Einstein. Sta dunque ai primi posti, tra i 100 mila al mondo che hanno passato i test. Ed è cavaliera del Mensa Club. Poco importa se un aborigeno neozelandese applica la sua genialità nel solcare le onde col wind surf o ingegnandosi per nuove tecniche di pesca. Se un coetaneo dei bassi napoletani la esercita a tirar su il pranzo con la cena, con sfacciata baldanza; se quella bimbetta dell’Ohio potrebbe essere assunta alla Nato come antihacker, tanto è brava al computer. Loro non hanno fatto i test del Mensa, non fanno parte degli eletti. Me li immagino, gli adepti della setta degli esseri superiori, che si ritrovano a recitare versi, discettare di formule, filosofare, pianificare – speriamo di no – le sorti dell’umanità. Che ci fa con loro la piccola Olivia? Si annoia? Invidia gli amici che possono marinare la scuola e giocare a freccette sui prof? Pensa languida al compagno del primo banco che la considera troppo in alto, per farci su un pensierino? Chissà se possiamo parlare anche per lei, di “diversa abilità”. Dove l’accento va sempre sul “diverso”, per quanta attenzione mettiamo al politically correct. Può darsi che la piccola Olivia si stufi, dei fiocchi in testa e dei programmi speciali, e decida prima o poi di tatuarsi le braccia e forarsi il naso e darsi al metal; che si sforzi di sembrare più scema, per confondersi e sparire tra i tanti. Spero che i sui genitori, troppo solerti nell’accudire la sua eccezionaltà, non la condizionino. Che auspichino per lei un futuro grandioso, ma innanzitutto in felicità. Chi è intelligente può esserlo più di altri, se usa la sua ragione per comprendere il significato delle cose, per essere grato dei doni preziosi che ha ricevuto, per aiutare qualcuno. Può essere tremendamente infelice, se il suo genio lo isola o gli fa credere di essere migliore, indiscusso artefice della propria sorte. E’ in gioco la libertà: anche il genio può usarla male, e seppellire il suo talento in un prato.”

Ci facciamo del male da soli

L’altro giorno in classe ci siamo chiesti: e gli islamici moderati? Dove sono in tutte queste proteste? E ci siamo anche detti: i musulmani sono praticamente un miliardo, a scendere in piazza è una piccola percentuale… Ecco che oggi ho trovato su Asianews un articolo di ieri che ci dà una mano a guardare uno spaccato delle proteste più accese… e delle contrarietà alle proteste…

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Islamabad (AsiaNews) – “Stupida violenza”; “ci facciamo del male da soli”; “distruggiamo le nostre cose per criticare un film fatto negli Usa”; “Vergogna sul Pakistan: bruciare, saccheggiare, uccidere la nostra gente… in nome di Allah!”: sono questi alcuni dei commenti sul quotidiano “The Dawn”, dopo una giornata di ferro e di fuoco nella capitale e in altre città pakistane, che hanno causato la morte di 23 persone e il ferimento di oltre 200. Ieri il governo pakistano aveva lanciato la “giornata in amore del profeta”, per criticare il film anti-islam prodotto negli Stati Uniti, reputato blasfemo nei confronti di Maometto. Ma vari gruppi di decine di migliaia estremisti hanno sfruttato l’occasione per violenze, uccisioni, incendi, furti a Peshawar, Lahore, Islamabad, Karachi e in altre città. Il giorno precedente, personalità del governo e leader religiosi avevano esortato la popolazione a manifestare contro il film anti-Islam in modo pacifico. L’onda d’urto delle violenze è iniziata poco dopo la preghiera del venerdì. Le manifestazioni erano guidate da diversi gruppi religiosi come la Jamiat Ulema-i-Islam, Jamaat-i-Islami, Sunni Tehrik e la Majlis-i-Wahdatul Muslimeen. Questi avevano promesso di mantenere pacifiche le dimostrazioni. Ma in seguito sono giunti militanti e attivisti che hanno aizzato la fiumana di persone. Nella capitale, la folla furiosa ha bruciato quattro sale da cinema, sei banche, quattro camionette della polizia, due ristoranti, molte automobili. Per ore essa ha continuato a saccheggiare le banche e altri edifici lungo la strada del corteo. La polizia aveva messo container e posti di blocco per proteggere l’ambasciata americana, ma presto i gruppi di militanti, armati di pietre e bastoni, hanno cominciato ad attaccare i cordoni delle forze dell’ordine. I poliziotti hanno prima lanciato lacrimogeni, poi sparato in aria, infine hanno colpito con proiettili veri la folla. Fra le persone uccise vi sono anche tre poliziotti. In altre città come Lahore e Karachi i manifestanti hanno cercato di avvicinarsi ai consolati Usa, ma sono stati respinti dalla polizia. Secondo diversi analisti, lo scandalo verso il film anti-islam è stata solo un’occasione sfruttata da gruppi religiosi per accrescere la loro influenza e potere in vista delle elezioni. Insieme a questi, vi sono anche bande che hanno interesse a destabilizzare il governo ed emarginare gruppi rivali. In altre città, come al Cairo e a Kuala Lumpur, si sono svolte manifestazioni del tutto pacifiche.

Da dove nasce tutto?

Prendo da Limes un bellissimo e interessante articolo di Bernard Selwan el Khoury, vicedirettore dell’Osservatorio Geopolitico Medio Orientale (Ogmo) e responsabile di Cosmo (Center for Oriental Strategic Monitoring) e docente di questioni arabe e mediorientali presso vari istituti.

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“Innocence of Muslims è il titolo del controverso film che lo scorso 11 settembre, undicesimo anniversario degli attacchi alle Torri Gemelle, ha fatto piombare l’Occidente – e assieme ad esso il mondo arabo-islamico – in un nuovo “autunno” che mette a repentaglio i già delicati rapporti fra i due mondi e soprattutto le rinate società arabe post-rivoluzioni. Può il trailer di un film aver scatenato tutto ciò? Cosa ha spinto milioni di musulmani in tutto il mondo, sunniti e sciiti, a condannare un video che probabilmente non avevano neanche visto? Infine, cosa è accaduto nei giorni precedenti l’11 settembre 2012 e cosa potrebbe accadere da domani?

Innocence of Muslims è un film indipendente statunitense della cui produzione e regia era stato inizialmente accreditato un certo Sam Bacile, qualificatosi come immobiliarista 56enne di fede ebraica. Per la produzione del film, Bacile avrebbe raccolto circa 5 milioni di dollari da oltre cento donatori; tra questi sembra ci fosse anche il discusso pastore americano Terry Jones, noto alle cronache per la sua proposta di incendiare il Corano. Successivamente è emerso che il vero nome di Sam Bacile sarebbe Nakoula Basseley Nakoula e che non si tratterebbe di un immobiliarista ebreo ma di un copto egiziano. Per comprendere cosa sia realmente accaduto, è bene partire dal primo luglio 2012. Quel giorno un estratto del film di 13 minuti fu pubblicato sul canale Youtube di “Sam Bacile”, che si era iscritto il 4 aprile 2012. Il video portava il titolo The Real Life of Muhammad. Il giorno successivo il presunto Bacile (probabilmente lo stesso Nakolua) ripubblica lo stesso filmato, intitolandolo stavolta Muhammad Movie Trailer. Fino al mese di settembre il filmato non aveva destato l’attenzione delle masse arabe e nessuno si era preoccupato di farlo notare. Nei primi giorni di settembre, tuttavia, inizia a circolare su Youtube lo stesso filmato doppiato stavolta in dialetto egiziano. Il link a questo video, oggi rimosso, è stato pubblicato il 5 settembre scorso sul sito della Naca (National American Coptic Assembly-Usa), un’associazione copta con base a Washington DC e presieduta dall’avvocato Morris Sadek. Nello stesso annuncio veniva lanciato un appello, per l’11 settembre 2012, al “giorno internazionale del giudizio di Muhammad” a Gainesville in Florida. Lì Terry Jones avrebbe dovuto presentare in anteprima il film. Questo non desta stupore in quanto già nel 2010, in occasione dell’anniversario dell’11 settembre, Jones aveva fatto appello al “giorno del rogo del Corano” scatenando polemiche nel mondo arabo-islamico. Da una parte, alcuni esponenti della corrente anti-islamica negli Stati Uniti (Jones, Sadek e Bacile) avevano premeditato il “giorno del giudizio” per l’11 settembre 2012. Dall’altra, i media egiziani – in particolare quelli vicini ai movimenti islamisti – nella prima settimana di settembre avevano posto all’attenzione dell’opinione pubblica il filmato doppiato in dialetto egiziano, condannandone il carattere blasfemo e accusando i “copti all’estero” di aver giocato un qualche ruolo nella vicenda. La miccia è stata accesa in Egitto il 10 settembre, quando diversi esponenti della corrente salafita nazionale – in primis Muhammad al-Zawahiri, fratello del leader di al Qaida Ayman e rilasciato lo scorso marzo – hanno invitato a prendere parte a una manifestazione di condanna del film, programmata per il giorno dopo davanti all’ambasciata americana. Qualche ora dopo alcuni manifestanti libici, fra cui numerosi salafiti, si sono radunati di fronte al consolato statunitense di Bengasi: il drammatico epilogo di quella giornata, conclusasi con la morte dell’ambasciatore statunitense Christopher Stevens, ci è noto.

A una settimana da questo nuovo undici settembre, è bene fare una riflessione serena e matura per comprendere cosa spinga le masse islamiche a rispondere con la violenza a un atto che buona parte degli occidentali percepisce come “libertà d’espressione”. Era già accaduto con le vignette satiriche sul profeta Maometto (Muhammad) nel 2005, e a seguito della lectio magistralis di papa Benedetto XVI nel 2006, a Ratisbona, per citare gli episodi più noti. Ma è bene ricordare che cose del genere avvengono ogni giorno, lontano dalle cronache, in tutti i paesi arabo-islamici. L’istinto profondamente intollerante, coltivato dal pensiero salafita-jihadista nei confronti di ogni ragionamento critico su questioni religiose, è costato la vita (e continua a farlo) a decine di fedeli musulmani. Se nella storia del Cristianesimo è stata già affrontata e superata, seppure a caro prezzo, la questione della revisione critica di alcuni concetti religiosi, l’Islam – una fede più giovane rispetto a quella cristiana – non ha invece ancora attraversato questa delicata fase. Perché? Innanzitutto per l’assenza di un’autorità quale può essere il Vaticano, che è in grado di esprimersi con autorevolezza e soprattutto di rappresentare un punto di riferimento per milioni di cattolici. Nell’Islam sunnita esiste al-Azhar, come per il mondo sciita ci sono Qom e Najaf, ma i tre istituti religiosi non sono comparabili al Vaticano sotto l’aspetto dell’incisività dottrinale. Può accadere dunque che un Bin Laden e un Al-Zawahiri, citando alla lettera alcuni versetti del Corano e soprattutto diversi passi della Sunna – la raccolta dei detti e dei comportamenti in vita di Maometto, il secondo testo sacro dell’Islam dopo il Corano – diventino a loro volta una sorta di al-Azhar per soggetti che si ispirano al salafismo, divenuto oggi e in particolare a seguito delle rivolte arabe l’ala politica e dottrinale dell’azione jihadista. Detto questo, se un Imam o un predicatore salafita di un certo carisma incitano le masse a scendere in strada e a dare alle fiamme le bandiere americane (avvalorando il loro discorso con citazioni religiose presenti nei testi sacri), istituzioni come Al-Azhar possono fare ben poco. Se non si comprende questa realtà del mondo islamico diventa difficile analizzare quanto è accaduto lo scorso 11 settembre al Cairo, e ciò che potrebbe accadere in futuro. Due sono i concetti chiave per esaminare la crisi del nuovo 11 settembre, partita dal Cairo e non ancora rientrata.

In primis, il rapporto fra Islam e idolatria. Fin dalla nascita della fede musulmana, il profeta Maometto aveva compreso che una delle principali minacce teologiche al monoteismo era rappresentata dall’idolatria. L’accusa di idolatria è più grave rispetto a quella di miscredenza, in quanto intacca il primo dei cinque pilastri dell’Islam, la professione di fede (shahada), che recita: “Non vi è altro dio all’infuori di Allah e Muhammad è il suo messaggero”. Da qui il divieto assoluto di rappresentare con immagini o statue non tanto Allah quanto il profeta Maometto, che è anche uomo. La distruzione da parte dei talebani delle due statue di Buddha di Bamiyan, in Afghanistan nel 2001, le violente manifestazioni contro le vignette satiriche nel 2005, la recente distruzione di tombe e mausolei in Libia e, da ultime, le proteste contro il film statunitense, sono solo alcuni fra i più celebri esempi di traduzione in pratica del divieto sopra accennato.

In secondo luogo, bisogna considerare le proteste in base alle circostanze geopolitiche e sociologiche in cui hanno avuto luogo. A oltre un anno dalla cosiddetta “primavera araba”, che per obbligo di correttezza dovremmo cominciare a chiamare “primavera islamista”, il risultato è stato che i vecchi regimi totalitari sono stati sostituiti da governi islamisti chiaramente ispirati alla Fratellanza musulmana. È infatti quest’organizzazione che è riuscita a raccogliere sistematicamente il frutto delle proteste giovanili. Ciò ha creato un terreno fertile per il proliferare delle correnti salafite che, pur esistendo già durante i regimi deposti, ancora non si vedevano. È probabilmente a questo che fa riferimento l’attuale leader di al Qaida nel suo recente messaggio dello scorso 11 settembre, diffuso apparentemente per confermare la morte, avvenuta a giugno, di Abu Yahya al-Libi (il libico), alto leader della storica organizzazione qaidista. “Al Qaida è divenuta oggi un messaggio per la Umma islamica affinché combatta contro l’oppressione crociato-sionista e la corruzione interna”, sostiene lo sceicco egiziano. “Più sangue viene versato tra gli esponenti di Al-Qa’ida, più i loro messaggi e le loro parole si ravvivano”. In quella che è già stata definita la quarta fase di al Qaida si evidenzia il trionfo del jihad della parola (in arabo jihad al-kalam): una lotta non più combattuta con la meticolosa pianificazione di azioni teatrali come quelle del World Trade Center, ma attraverso le parole e dunque con il web, i social media, le manifestazioni, i sit-in e gli slogan. È il modo di al Qaida per dire che ad aver trionfato in queste rivoluzioni non sono né le masse arabe né, tantomeno, gli americani, ma lo spirito del jihad – inteso come lotta dell’intera Umma, la comunità dei fedeli islamici, contro “l’oppressione, la tirannia e l’arroganza occidentale”, che ricorda quanto dichiarato dal profeta Maometto in risposta a una domanda di un suo Compagno su quale fosse la migliore forma di jihad: “Dire una parola di verità al cospetto di un tiranno”. Non a caso, prima di lanciare i loro slogan contro l’America, i salafiti che hanno assaltato le ambasciate al Cairo e a Bengasi dichiaravano all’unisono: “Non vi è altro dio all’infuori di Allah e Muhammad è il suo messaggero”, innalzando la bandiera nera su cui è riportata questa testimonianza di fede. Proprio tale bandiera è la stessa utilizzata da tutte le formazioni jihadiste per chiedere il ritorno del Califfato: un’unità islamica globale e solidale, in nome dell’Islam come religione e Stato.”

La Francia ferma le proteste

Altro articolo interessante preso da Il sussidiario.

“Mentre nel resto del mondo le proteste per il film Innocence of Muslims pian piano sembrano placarsi,drapeau-france.jpg in Francia un’iniziativa del premier Jean-Marc Ayrault rischia di rinfocolare la tensione. E’ stato disposto il divieto, infatti, di protestare, a Parigi, contro il film ritenuto dai fedeli islamici blasfemo. «È stata presentata una richiesta di manifestazione, ma sarà seguita da un divieto», ha dichiarato Ayrault, facendo presente che la Repubblica non alcuna intenzione di lasciarsi intimidire. Così, mentre il settimanale satirico francese Charlie Hebdo ha pubblicato oggi diverse vignette su Maometto e per precauzione, venerdì, saranno chiuse decine di scuole e ambasciate in una ventina di paesi islamici, Ayrault ha ribadito che in Francia è «garantita la libertà d’espressione, compresa la libertà di satira». Chi si sente offeso dal film o dalle vignette, ha concluso, potrà rivolgersi ai tribunali. Khaled Fouad Allam, islamologo e profondo conoscitore dei recenti fenomeni relativi al mondo musulmano (ha appena pubblicato Avere vent’anni a Tunisi e al Cairo. Letture delle rivolte arabe, Marsilio), ci spiega come interpretare la decisione francese.

Che idea si è fatto, anzitutto, della vicenda legata al film e alle successive sommosse?

Da una parte, non possiamo non registrare come il film rappresenti un’offesa per popoli musulmani e per l’Islam, che reputano Maometto persona sacra e inviolabile; d’altro canto, le manifestazioni non sono nient’altro che il frutto di una strategia politica di alcuni movimenti e gruppi radicali che, nel contesto delle primavere arabe, cercano di sfruttare l’occasione per esacerbare i rapporti tra le parti. E’ la prima volta, del resto, che i gruppi in causa si trovano al potere. E sono costretti a confrontarsi con la democrazia, con minoranze, diritti, e diverse religioni.

Chi, in particolare, trae vantaggio dalla situazione?

Siamo in una fase di incognite rispetto al futuro dei Paesi islamici che devono decidere la forma di governo e le istituzioni che assumeranno nei prossimi anni; in un tale scenario di incertezza, i salafiti cercano di creare scompiglio per contare, nel futuro delle società islamiche, il più possibile.

Che impressione le suscita la decisione della Francia?

Forse, sarebbe l’ora che si iniziasse a distinguere, a livello concettuale, la sana laicità dall’esasperazione degli effetti della secolarizzazione. D’altro canto, è pur vero che la Francia moderna si è costituita contro la sua stessa identità religiosa. Sta di fatto che Parigi, fino a pochi decenni fa una delle “capitali” del mondo arabo in occidente, non è più in grado di governare il rapporto tra identità e religione dei suoi abitanti, perché intrappolata in una visione ideologica del concetto di laicità tipicamente francese; tale visione afferma, in sostanza, che la religione deve essere relegata unicamente nella sfera privata. Ovvero, a casa propria. Se questo concetto, di per sé sbagliato, era tuttavia sostenibile a livello pratico fino a trent’anni fa, oggi non lo è più.

Perché?

Il mondo è cambiato, e sotto impulso della globalizzazione la Francia ha al suo interno diverse popolazioni che, ormai, fanno integralmente parte del Paese. Ci sono milioni di persone con la cittadinanza francese che si professano islamici, ma anche buddisti, animisti, indù e via dicendo.

Tornando alla manifestazione: cosa si sarebbe dovuto fare?

La satira è nata nel periodo della Rivoluzione francese, proprio in Francia, dove nessuno mette in discussione la libertà d’espressione. I suoi contenuti possono rattristare un’intera popolazione, ma questo fa parte della stessa democrazia. Ora, se viene accettato un tale principio, coerenza vorrebbe che si accettasse anche il risvolto della medaglia. Che si consentisse, cioè, a chi è contrario, di poter manifestare il proprio pensiero.

Quindi?

Si doveva permettere a chi voleva protestare di farlo. Ovviamente, mettendo in piedi le dovute misure di sicurezza, e consentendo di manifestare unicamente a chi intendeva farlo pacificamente. Vietare la manifestazione, oltretutto, fa il gioco dei salafiti; consente loro di giustificare, in seno alla comunità islamica, l’odio contro l’occidente. Questi episodi, infine, creano sacche di emarginazione e incomunicabilità dentro la nazione.”

Campi del sapere non adatti alla natura femminile

Stamattina, in una quinta stavamo leggendo alcuni articoli di approfondimento sulle proteste nel mondo islamico e abbiamo dato un’occhiata ad alcuni siti per controllare se ci fossero aggiornamenti. Ci siamo imbattuti in questo articolo preso da Linkiesta. A me sono venute in mente le emozioni provate durante la lettura di Persepolis…

donne_iran.jpg“Alcuni studenti hanno già ricominciato, altri inizieranno nelle prossime settimane. Le università di tutto il mondo stanno riaprendo le proprie aule, salutando l’inizio di un nuovo anno accademico. Per moltissime ragazze iraniane, però, l’istruzione universitaria rischia di rimanere un sogno irrealizzato. Sono ben trentasei, infatti, gli atenei che, nella Repubblica Islamica, hanno vietato l’accesso alle donne. Una brutta “novità” che limita ancora di più i diritti riservati agli individui di sesso femminile nel Paese di Mahmoud Ahmadinejad. Settantatasette i corsi di laurea interessati dal divieto, spiega l’agenzia di stampa nazionale Mehr News Agency. Tra le materie accessibili soltanto agli uomini, specifica il sito Rooz Online, ci saranno contabilità, ingegneria e chimica. Tra gli atenei che vieteranno l’accesso alle donne ci sarà anche l’Università di Teheran, la più grande del Paese. Anche qui saranno affette soprattutto materie scientifiche, come la matematica, la selvicoltura e la biologia, e i corsi di laurea dedicati all’insegnamento della gestione del petrolio. Continua l’emarginazione sistematica delle donne da parte del governo retto dal Presidente Mahmoud Ahmadinjad, che soltanto un anno fa aveva imposto la separazione di maschi e femmine all’interno degli atenei. Secondo Abolfazl Hasani, dell’Istituto iraniano di Educazione, “alcuni campi del sapere non sono adatti alla natura femminile”. Una situazione resa ancora più paradossale da un dato, pubblicato dal New York Times, secondo cui le donne rappresenterebbero il 60 per cento degli studenti totali iscritti alle università del Paese medio-orientale. Una situazione, quella della donna in Iran, sempre più difficile: le repressioni degli ultimi anni, infatti, hanno fatto svanire anche le pochissime conquiste ottenute all’inizio del decennio scorso. Chi non indossa “propriamente” il velo, in Iran, rischia fino a 100 frustate in pubblico. E secondo il leader spirituale del Paese, Ali Khameini, le donne non hanno nemmeno diritto a compiere attività politica, né a partecipare ad attività sociali. Troppo fragili per assumersi qualsiasi tipo di responsabilità al di fuori di quelle legate all’educazione dei figli ed all’impegno casalingo. Una vita segnata, senza possibilità di svolta: e la chiusura degli accessi universitari è un ulteriore passo in questa direzione.”

Libertà da conquistare

Mi ero detto “basta per oggi”. Ma poi mi sono imbattuto in questo articolo e non ho potuto fare a meno di pubblicarlo, in particolare per i ragazzi di quinta. E’ di Eric Jozsef, pubblicato su Internazionale: parte dalle Pussy Riot, passa per Varlam Šalamov e il muro di Berlino e arriva alla Siria di Assad.

“Condannate a due anni di carcere senza condizionale con l’accusa di teppismo, le tre Pussy Riot Nadežda Tolokonnikova, Maria Alëkhina ed Ekaterina Samutsevič hanno accolto la sentenza con lodevole spirito combattivo e fiducioso. “Qualunque sia il verdetto, stiamo vincendo”, hanno affermato con la convinzione che la storia renderà giustizia alla loro battaglia per la libertà e la democrazia in modo inequivocabile e probabilmente a breve termine. È un atteggiamento che contrasta radicalmente con quello dei dissidenti ai tempi del regime comunista, prima della caduta del muro di Berlino. Durante lo stalinismo (ma anche dopo, per esempio per i membri de la Charta 77 in Cecoslovacchia), l’orizzonte della fine della dittatura era lontano, quasi irragiungibile. Vivevano la lotta come un’esigenza etica e politica, senza neppure immaginare la fine delle loro persecuzioni. Quando Varlam Šalamov è stato mandato nei lager della Kolyma, non pensava di uscirne vivo. Il comunismo sovietico sembrava immutabile e non solo nell’Europa orientale. Erano pochi quelli che profettizzevano la sua implosione e la sua scomparsa.

L’89 ha cambiato radicalmente la prospettiva storica ed è nata una forma di determinismo storico della democrazia (e anche del libero mercato). È quello che ha teorizzato Francis Fukuyama all’inizio degli anni novanta nel suo libro sulla fine della storia, ritenuto uno spiartiacque generazionale e intellettuale. Per la maggiore parte dei cittadini adulti dell’epoca, sia dell’est sia dell’ovest, era impensabile che il muro di Berlino cadesse, scrive Fukuyama. Per quelli nati dopo, invece, era chiaro che il muro un giorno sarebbe caduto, abbattuto dall’inesorabile marcia della storia democratica. Quest’ultima analisi si è in seguito diffusa un po’ ovunque, come se la conquista delle libertà fosse un’ovvietà e un eventuale passo indietro sarebbe stato comunque solo provvisorio.

Questa convinzione è stata rafforzata dalla diffusione dei mezzi di comunicazione, in particolare di internet, che fanno credere che non si può più nascondere niente. È la stessa ottica secondo la quale in queste settimane si scrive che in Siria il regime di Assad è condannato. Che il dittatore di Damasco ha già perso la battaglia. Ma intanto ha già causato la morte di quasi trentamila persone e le recenti violenze nel mondo arabo hanno oscurato i bombardamenti a tappetto nella regione di Aleppo. Siamo così sicuri che Assad cadrà? Abbiamo forse dimenticato che la rivolta dei giovani iraniani dopo le elezioni fraudolente del 2009 è stata repressa nel sangue? Mentre le tensioni crescono in tutto il mondo sarebbe urgente riappropriarsi dell’idea che la storia non è unidirezionale, che le libertà sono sempre dei beni da conquistare e difendere. È ora che l’opinione pubblica, sopratutto in occidente, esca delle sue false certezze.”

 

Sei e sai

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“Nella vita può succedere di tutto, ma ci sono due cose che nessuno ti potrà mai strappare” disse Irene. “Ciò che sei e ciò che sai. Sono come due piante, e finché le coltivi con amore resti libero”.

ENRICO BRIZZI, La nostra guerra