Mou ha da poco festeggiato gli 11 anni. La scorsa settimana ho dovuto portarlo due volte d’urgenza in clinica veterinaria perché faceva fatica a tenere aperti gli occhi, era debole e dolorante. Potrebbe avere un’ernia che gli causa dolore alla schiena. Si tratta di un’ipotesi. Al momento l’unica terapia è riposo assoluto per venti giorni. Mercoledì sera, appena tornato a casa, ho ordinato un recinto: consegna per l’indomani. Giovedì mattina Mou stava già meglio.
La foto qui sopra è di giovedì a pranzo: il recinto non era ancora arrivato e quindi avevo optato per una soluzione temporanea. Le librerie di Mariasole avrebbero dovuto avere il compito di tenerlo al riparo da fughe per la casa (Mou è un cagnolino piuttosto dinamico), ma non gli impedivano di fare cucù suscitando le risate di Mariasole (e non facendo bene alla sua schiena). Poi finalmente il recinto, a cui si è abituato piuttosto in fretta.
Sabato mattina siamo dovuti andare via e l’abbiamo lasciato nel recinto in bagno (è la stanza in cui si rintana sempre quando ha paura di qualcosa o di qualche rumore, il suo posto preferito) con uno stuoino che faceva da barriera in modo che non fosse disturbato da strane ombre o giochi di luce che lo spaventassero. Siamo rientrati dopo meno di un’ora. L’abbiamo trovato sempre dentro il recinto, ma in salotto e col recinto in posizione verticale, come un criceto dentro la sua ruota.
Della serie: “Se sto male, ok, chiudetemi lì dentro. Ma se sto bene, non pensateci proprio a togliermi la libertà!”. Faglielo capire che è per il suo bene…
“Ho portato, come gemma, un video e questa coccarda. La coccarda l’ho vinta all’ultimo concorso fatto prima di tornare a scuola e che mi ha anche risollevato dopo un concorso andato male ad agosto. Ho chiesto al mio istruttore di firmarmela e lui mi ha detto subito di sì. L’ho portata per due motivi. Il primo è il fatto che lui l’abbia firmata: lui è uno che nella vita ha fatto tutto quello che poteva fare e il fatto che abbia preso a cuore di insegnare a noi e di trametterci tante cose che sa è una cosa che mi ha sempre stupito. Mi dà una mano in tutto, anche con la scuola e l’università. Il secondo motivo è legato al grande percorso fatto con la mia cavalla, comprata quando aveva 5 anni e ora ne ha 8. All’inizio tutti dicevano che non valeva niente, che era troppo per me, che non ero capace di montarla e che più di 115 non avrebbe saltato. Anche dopo essermi rotta una vertebra molti mi sconsigliavano di montarla; il mio istruttore ha insistito perché continuassi a farlo e sono arrivata ad un risultato che neppure mi aspettavo. Nel video che ho portato si vede il salto di un ostacolo di 130 cm, fatto quest’estate (l’istruttore mi dice di non saltare più di 115 perché non si fida, poi quando ce la faccio mi dice che la cavalla è troppo brava e che non me la merito… In realtà lui sa che ho superato tanti miei limiti perché dopo l’infortunio avevo paura). Per me è stata una grande rivincita aver fatto ciò con questa cavalla!”.
Ecco la gemma di T. (classe quinta). Non sono uno di quelli che pensano che possiamo fare qualsiasi cosa, e che siano sufficienti determinazione e volontà. Credo che siamo fatti sia per superare i limiti, sia “semplicemente” per sfidarli, e magari essere respinti e comprendere quindi per bene quali siano. Fermarsi troppo presto, prima ancora di provare a superarli, penso che comporti un rischio sintetizzato in una frase de Il barone rampante di Italo Calvino: “Se alzi un muro, pensa a ciò che resta fuori!”.
Su «La Lettura» #285 (maggio 2017) dieci studiosi hanno proposto i sopraelencati precetti etici in sintonia con i nostri tempi. Il primo è esplicato da Donatella Di Cesare, insegnante di Filosofia teoretica alla Sapienza di Roma. Lo si può trovare a questo link.
“Nell’età del libero odio e della regressione violenta il fango non ha risparmiato né l’accoglienza né l’altro. Come se si trattasse di un buonismo caricaturale, di un precetto per anime belle, di quell’etica che ha fatto il suo tempo. Quante storie, insomma, per la cosiddetta «differenza», quella delle donne, degli ebrei, degli omosessuali, dei diversi da «noi», quante storie per gli altri, gli stranieri, gli estranei, quelli che vengono da fuori, non invitati, i malvenuti. Prima veniamo «noi», poi gli altri! E prima del noi – s’intende – vengo «io». Ecco la nuova «morale» del XXI secolo, ben centrata sull’ego, uguale a se stesso, coincidente con sé. Un ego che si chiude, anzi si blinda, erige muri, innalza frontiere, installa videocamere, nell’angoscia quotidiana che l’altro, l’ospite indesiderato, o meglio, il nemico, possa sopraggiungere d’un tratto. Questo io snervato dalla paura, barricato in se stesso, ogni tanto si rende conto che, da solo, proprio non ce la fa; piuttosto che spiare fuori, apre un po’ la porta. Lascia entrare l’altro – solo per breve tempo e solo a certe condizioni. Chissà, potrebbe magari tornargli utile. Si mostra addirittura tollerante, parla di «assimilazione», «integrazione». È l’altro che deve rendersi simile, è l’altro che deve adeguarsi. Se questo non accade, se l’altro, nella sua alterità, fa ostacolo, se per caso si ribella, rivendicando la sua differenza, prima ancora della sua libertà, allora l’io potrebbe spazientirsi e fargliela pagare. Il femminicidio – estremo gesto di una violenza diffusa e sistematica sulle donne – va considerato in questo complessivo naufragio dell’etica. «Tolleranza» è una brutta parola. È la parola pronunciata dall’io sovrano che, dall’alto del suo potere, sopporta la differenza dell’altro. Il cristiano tollera l’ebreo (fino a un certo punto), il bianco tollera il nero. Il presunto autoctono tollera lo straniero. L’io lascia all’altro un piccolo posto nella propria casa – ma potrebbe scacciarlo quando vuole. Si esaurisce qui il modello illuminato della coabitazione tollerante. Questa morale non va più. Certo, è meglio che essere intolleranti. Ma il punto è che non si può pretendere di immunizzarsi dall’altro. L’io rintanato in sé finisce per girare su se stesso in una fallimentare girandola. Accogliere l’altro significa aprirsi alla sua irriducibile alterità. Perché l’altro non è il limite contro cui urtiamo, ma al contrario, solo l’altro, non senza scuotere e inquietare, può davvero portarci oltre i nostri limiti.”
“Ho portato una sequenza del mio film preferito; penso sia una scena molto significativa e sottovalutata rispetto alla classica sequenza finale con gli studenti in piedi sui banchi: il professor Keating spinge i ragazzi a voler e dover cambiare per migliorare sé e il mondo, andare oltre i limiti, pretendere di più rispetto al quotidiano”. Con queste parole F. (classe quarta) ha presentato la propria gemma. Riporto le parole di Robin Williams: “E proprio quando credete di sapere qualcosa, che dovete guardarla da un’altra prospettiva, anche se può sembrarvi sciocco o assurdo, ci dovrete provare. Ecco, quando leggete per esempio, non considerate soltanto l’autore, considerate quello che voi pensate. Figlioli, dovete combattere per trovare la vostra voce. Più tardi cominciate a farlo, più grosso è il rischio di non trovarla affatto. Thoreau dice che molti uomini hanno vita di quieta disperazione. Non vi rassegnate a questo! Ribellatevi! Non affogatevi nella pigrizia mentale. Guardatevi intorno! Osate cambiare. Cercate nuove strade”. Interiorizzare: una delle esperienze più stupefacenti e arricchenti che conosca. Purché poi si esteriorizzi nuovamente. Così un tu ed un io possono diventare noi.
Venerdì scorso, su La Stampa, Massimo Gramellini ha iniziato il suo Buongiorno dal titolo “Checkpoint Charlie” con queste parole: “A chi impugna mitragliatrici per sterminare matite, e a chiunque si sottometta a qualcosa di diverso dalla propria coscienza, ci piacerebbe spiegare che avventura faticosa e fantastica sia la libertà. Ma non lo faremo, perché la libertà non si può spiegare. Si può soltanto respirare senza pensarci, come l’aria, e come l’aria rimpiangerla quando non c’è più. A differenza dei dogmi, non reclama certezze e non ne offre. I suoi mattoni sono i dubbi e gli errori, gli slanci e gli abusi. I suoi confini sono labili, mobili. E la sua rovina è l’assenza di confini, che le toglie il piacere sottile della trasgressione.” Mi è tornato alle mente poco fa mentre, decidendo cosa scrivere in questo post, ho posato gli occhi su una frase di un libro di Fabio Geda che ho da poco terminato di leggere: “… la consapevolezza di quello che avremmo potuto perdere ci regalò la forza di scoprire quello che ancora dovevamo trovare” (“L’estate alla fine del secolo”). Cercavo qualcosa che facesse da guado tra gli eventi di Parigi e la quotidianità del blog, tra l’eccezionalità di tragedie come quelle (e simili o peggiori) e la normalità della vita…