Il padre, la madre, i Queen

Stamattina, in una prima, parlando dell’amore siamo finiti a parlare di quello nei confronti dei genitori, e mi sono venute in mente due canzoni dei Queen che avevo ripreso in mano proprio ieri pomeriggio. Una riguarda il papà, l’altra la mamma, entrambe contenute nell’album “Queen II”, registrato nell’agosto 1973 e pubblicato l’anno dopo. Siamo nella prima fase della carriera del gruppo.

Nel brano “Father to son” (che nel video è in versione live) si leggono le parole di un padre al proprio figlio, dalle quali emerge una presenza costante e vicina (“Ho combattuto al tuo fianco molto prima che tu nascessi”) e un invito a darsi da fare per costruire il futuro (“Non distruggere ciò che vedi, quello che sarà il tuo paese, semplicemente continua a costruire sul terreno che è stato conquistato”) senza dimenticare le radici (“Non vorresti ascoltarci cantare la canzone della nostra famiglia? Noi te la trasmettiamo ma è tutto già sentito”). E poi si sentono le parole tipiche di un genitore, quelle che danno tanto fastidio a un figlio, quando l’adulto dice al giovane che un giorno futuro si comporterà nella stessa identica maniera nei confronti dei propri figli… (“Prendi questa lettera che ti do, prendila ragazzo mio, conservala con cura, non capirai una parola di ciò che vi è scritto ma la riscriverai uguale prima di morire”). Verso la fine sembra che ci sia un commiato, come se il padre non potesse stare vicino al figlio durante la sua crescita, come se se ne dovesse andare in un altro luogo o in un’altra dimensione (“E’ divertente che tu non senta una singola parola che dico, ma la mia lettera per te ti starà accanto attraverso gli anni finché la solitudine se ne sarà andata”). E restano nell’aria delle parole di grande amore: “l’aria che respiri vivo per dartela”.

Invece, il brano “The loser in the end” parla del rapporto tra madri e figli, e in particolare della crescita della prole fino al momento in cui i figli se ne vanno di casa lasciando alle madri una mancanza (“La mamma ha un problema, non sa che dire, il suo piccolo ragazzino se ne è semplicemente andato di casa oggi”). Vengono messi in luce i tratti scuri del crescere un figlio, e da figlio maschio mi rivedo in molte cose (“Maltrattala e la perderai come amica”… “L’ha lavato e nutrito e vestito e curato per quasi vent’anni e tutto ciò che ottiene è “Ciao ma’” e notti di lacrime”). La madre è vista come la vera perdente in questo rapporto e viene invitata a non trattenere i figli, ma a permettere loro di fare delle esperienze, anche se sceglieranno la via più comoda (“Quindi madri di ogni dove prestate ascolto a un semplice figlio di un’altra madre: Sarete dimenticate col tempo se non lascerete che loro si divertano, dimenticate i dispiaceri e ricordate solo che non è passato molto da quando eravate giovani. Siete destinate ad essere le perdenti alla fine, loro si sceglieranno da soli le scarpe nuove che non sono difficili da allacciare”). MA, un ma grande come una casa, “Siete le mamma su cui loro possono sempre contare”.

 

C’è ancora una luce

1969. 31 gennaio, come oggi. Agli Apple Studios i Beatles registrano la versione definitiva di una delle loro canzoni più famose: Let it be. E’ un testo semplice, che invita alla speranza nei momenti bui e oscuri. Molti hanno vista nella Mother Mary dell’inizio un riferimento alla madre di Gesù; Paul McCartney afferma che è una lettura che non gli dispiace, ma in realtà si tratta della madre scomparsa nel 1956, apparsagli in sogno durante un periodo di difficoltà del gruppo.

Quando mi trovo in momenti difficili madre Maria viene da me

con parole di saggezza, Lascia che sia

E nella mia ora di oscurità lei sta proprio davanti a me

con parole di saggezza, Lascia che sia

Lascia che sia, lascia che sia, lascia che sia, lascia che sia

sussurra parole di saggezza, Lascia che sia

E quando la gente con il cuore spezzato che vive nel mondo andrà d’accordo

ci sarà una risposta, Lascia che sia

Perché anche se sono divise vedranno che c’è ancora una possibilità

ci sarà una risposta, Lascia che sia

Lascia che sia, lascia che sia, lascia che sia, lascia che sia

ci sarà una risposta, Lascia che sia

Lascia che sia, lascia che sia, lascia che sia, lascia che sia

sussurra parole di saggezza, Lascia che sia

E quando la notte è piena di nuvole c’è ancora una luce che splende su di me

splendi fino a domani, Lascia che sia

Mi sveglio al suono della musica madre Maria viene da me

Con parole di saggezza, Lascia che sia

Lascia che sia, …

Le sue mani erano le mie

La prima volta che ho sentito parlare di Simona Atzori è stato quando a casa mi è arrivato il numero 13 della rivista di filosofia Diogene Magazine: era il febbraio 2009. Ieri sul sito del Corriere ho trovato questo suo articolo, scritto a pochi giorni dalla perdita della madre, avvenuta la vigilia di Natale. E’ una storia che sento molto vicina e che mi ha mosso alle lacrime.

«Le sue braccia sono rimaste in cielo e nessuno ha fatto tragedie» ha scritto il grande e caro amico Candido Cannavò, cogliendo in una semplice frase il senso più grande della mia vita. Sono nata così, senza le braccia, da due genitori straordinari che mi hanno accolto senza tragedie, ma con tanto amore e positività. Siamo cresciuti insieme, creandoci un mondo che rispecchiava la nostra prospettiva, con le mie «mani in basso» e con la voglia di trovare il nostro posto in questo mondo, che a volte fa fatica ad accorgersi di quanto sia bello e prezioso il fatto che tutti noi siamo diversi.

simona atzori 2.jpgDue braccia che all’apparenza non ci sono, ma che diventano 4, poi 8, poi mille e poi infinite perché hanno il desiderio di accogliere tutte le braccia che hanno voglia di donarmi il loro amore e il loro aiuto. Non so esattamente cosa abbia provato la mia mamma la prima volta in cui mi ha tenuta tra le sue braccia, ma so con certezza che da quell’istante lei mi ha scelta per la seconda volta come sua figlia, per donarmi tutto il suo amore e farmi crescere con serenità.

«Vivi la tua vita con serenità, come ho sempre fatto io», mi ha detto un giorno la mia mamma. Parole preziose che mi accompagnano ogni giorno e che ora hanno acquistato un senso ancora più grande. Insieme a lei sono cresciuta e ho sognato, credendoci così tanto e impegnandomi in ogni momento della mia vita, ma sempre con lei al mio fianco. Quando ci dicevano che non potevo fare qualcosa, io la guardavo e lei mi sorrideva dolcemente e mi diceva «sì» con la testa e non mi serviva altro. Sono diventata una pittrice e una danzatrice insieme e anche grazie a lei, perché non ci siamo mai arrese.

Il 24 dicembre la mia mamma ha concluso il suo viaggio in questa vita. Quando le persone lasciano la terra alla vigilia di Natale si dice che stiano accompagnando la Vergine nella nascita di suo figlio. Il pensiero che lei non abbia smesso di essere madre mi ha dato quel senso di serenità che lei mi aveva augurato. Però non basta, il dolore che si prova quando si perde la propria mamma è qualcosa che non si può spiegare e nemmeno immaginare prima. Ora ho due braccia in meno. Lei mi ha tenuto stretta tra le sue braccia il giorno in cui sono venuta al mondo ed io le ho tenuto la mano nel suo ultimo respiro. La sensazione di solitudine che mi pervade è immensa, in alcuni momenti è dolorosa anche fisicamente. Molti dei miei gesti quotidiani erano fatti insieme a lei. Le sue mani erano davvero anche le mie nel modo più spontaneo e sincero possibile. Una sensazione che solo una mamma può provare quando il proprio bambino è piccolo, ma una sensazione che le mamme che hanno un figlio con delle necessità particolari provano tutti i giorni, anche quando i propri figli non sono più bambini. Ora questi gesti mancano come l’aria che respiro e assumono un significato diverso. Ho avuto sei mesi di tempo per abituarmi a questa mancanza, da quando questa malattia ha reso il suo corpo così debole. Sono stati mesi che sono serviti a lei per vedere che potevo farcela e che potevo volare, come lei mi diceva sempre. «Tu devi volare…», ci ha creduto sempre, in ogni istante della sua vita, anche quando aveva tutti contro. Non si è mai arresa e ha lottato insieme a me perché gli altri potessero vedere quante cose la sua bambina sapeva e poteva fare. Ha lottato fino alla fine nel modo più dignitoso e straordinario possibile. Amava la vita e non si poteva arrendere dopo averci creduto così tanto. Il suo corpo non ce l’ha fatta, ma il suo spirito è ancora vivo. È vivo dentro me e tutte le persone che l’hanno amata e apprezzata come donna, moglie, madre, nonna e amica.

Sapevo che ci sarebbe stato un «dopo di lei», ma non lo immaginavo, non così presto e non dopo tanta sofferenza. E ora questo momento è arrivato, non è più un «dopo» ma un «adesso». Sento che mi ha lasciato tutti gli strumenti necessari per vivere e volare come voleva lei, come mi ha insegnato lei e lo devo fare proprio senza di lei. Non so ancora come farò, ma so che lo devo fare anche per lei. In questi anni di attività artistica sono spesso venuta in contatto con realtà impegnate nel realizzare progetti e servizi per garantire un futuro sereno alle persone con disabilità e ai loro familiari. Progetti importantissimi e fondamentali per molte famiglie che altrimenti non saprebbero come fare. È già difficile per un figlio sopravvivere alla morte di un genitore, poi per un figlio che ha vissuto tutta la vita con l’aiuto amorevole e spontaneo dei suoi genitori, trovarsi senza è come morire. Chissà quante volte la mia mamma avrà pensato al momento in cui non sarebbe più stata lei a «donarmi» le sue mani e quante preoccupazioni che non mi ha mai fatto percepire. In questi anni mi ha aiutato a costruirmi delle basi su cui fondare la mia vita, sapendo che mi avrebbero aiutato anche nel momento in cui lei non sarebbe più stata accanto a me. Lo ha fatto in mille modi e forse solo ora lo comprendo realmente, perché lei non c’è più, ma tutto quello che abbiamo costruito resta e ora sta a me portarlo avanti.

Questa è la prova più grande della mia vita, è come se fossi nata una seconda volta, senza le sue braccia di madre, ma con le braccia di tante altre persone che mi circondano e che non mi permettono di sentirmi sola. Ho tutti gli strumenti per ricominciare questa vita e li ho costruiti tutti con il suo sostegno. Ora devo volare da sola… Ce la posso fare, perché lei ci ha sempre creduto e io continuerò a crederci anche per lei.