La relazione dell’Osservatorio regionale antimafia

L’Osservatorio regionale antimafia del Friuli Venezia Giulia ha presentato ieri, 27 marzo, la relazione del 2018. In attesa di leggerla integralmente, pubblico l’articolo di Nicolò Giraldi per Trieste Prima:

Michele Penta, Coordinatore dell’Osservatorio regionale antimafia (fonte)

“L’infiltrazione mafiosa in Friuli Venezia Giulia è realtà, anche se a mancare ad oggi – perché non disponibile – è proprio il numero dei condannati, in regione, al regime di 416 bis, il carcere “riservato”ai colpevoli per reati di associazione a delinquere di stampo mafioso. A dirlo è l’Osservatorio Regionale Antimafia che oggi 27 marzo presso la sede del Consiglio regionale a Trieste ha presentato la sua relazione del 2018. Alla conferenza stampa sono intervenuti il presidente del Consiglio del Friuli Venezia Giulia, Pier Mauro Zanin, il presidente dell’ORA Michele Penta e il Governatore Massimiliano Fedriga.
“E’ indubbio che ci siano alcuni campanelli d’allarme – ha introdotto Zanin – rispetto alla situazione di un tempo in cui la nostra regione veniva considerata immune alle infiltrazioni mafiose. Oggi non è più così anche perché le mafie utilizzano risorse finanziarie, elusione e un sistema per poi poter avere una finalità precisa, vale a dire l’utilizzo di regioni lontane per fare la lavatrice delle risorse illecite”.
Riciclaggio, droga, armi e prostituzione
Le mafie riciclano al nord i soldi che arrivano dal traffico d’armi, dallo sfruttamento delle condizioni personali, dalla droga e da molte altre attività illegali. I meccanismi di inserimento della malavita nei processi che riguardano l’uso delle risorse pubbliche sono sottili e per questo le amministrazioni dovrebbero lavorare molto di più di ciò che viene fatto ad oggi, nella turnazione dei propri dipendenti.
Il lavoro basato sulle relazioni antimafia
Michele Penta ha poi illustrato i dati della relazione 2018. “Abbiamo letto centinaia di migliaia di pagine. Da quelle derivanti dalla Direzione Investigativa Antimafia fino a quelle delle commissioni parlamentari. Sembravamo immuni ma, come cambiano le società, cambiano i metodi mafiosi. Dal 2014 si è infatti scatenata un’escalation di notizie relative alle infiltrazioni mafiose”. Nato il 5 febbraio del 2017, il compito dell’Osservatorio è “fotografare la realtà della consistenza del fenomeno criminale di stampo mafioso, sia esso riconducibile ad ambienti di camorra, ‘ndrangheta e sacra corona unita, più quello che localmente viene a determinarsi” ha continuato Penta. “Oggi sul panorama territoriale esiste una mafia locale e tante piccole mafie, che adottano il metodo mafioso“.
Il metodo mafioso: si corrompe e si minaccia
Il sistema utilizzato è è quello delle scatole cinesi e trova nel riciclaggio di denaro sporco la sua ragion d’essere. “Il riciclaggio – secondo l’Osservatorio – si fa anche con la Slovenia e la Croazia. La criminalità si arricchisce attraverso il traffico di droga e armi, un’enorme quantità di denaro che usa in attività lecite, in realtà ha una provenienza illegale”. “Prima si corrompe, si minaccia la persona in questione, poi la famiglia per poi arrivare, nel caso la mafia non raggiunga il suo scopo, a conseguenze anche molto pesanti. Quando la persona minacciata chiede il trasferimento e viene spostato, allora la criminalità organizzata ha raggiunto il suo scopo.
Nessun caso di usura e “pizzo”
La difficoltà più grande per gli investigatori è quella di arrivare a determinare l’esatto meccanismo delle attività criminali. I reati per riciclaggio sono in misura più alta rispetto agli altri. L’attenzione sugli appalti e sui sub-appalti è costante, come d’altronde anche quella sulle forme di contrattualistica, i grandi traffici, i trasporti, i porti e molto altro. “Non si sono verificati – non sono stati oggetto di indagine o di condanna – episodi di usura o pizzo” sempre secondo l’ORA.
Individuano le società e le acquisiscono
“Un efficace metodo di infiltrazione – secondo l’ORA – si basa sull’individuazione di società alle prese con problemi finanziari e vengono aggiunti capitali. Si crea debito e alla fine si acquisiscono”. Ciò che serve è “un programma di formazione anche per gli addetti degli uffici pubblici, dove deve essere sempre consentita una formazione più elevata. La turnazione del personale può essere facilmente gestita da comuni come Trieste o Udine, mentre per i medi o piccoli enti locali tutto ciò diventa molto difficile.
“Non possiamo dormire sonni tranquilli”
Il Governatore Fedriga è intervenuto nella conferenza stampa. “Motivo di soddisfazione è rappresentato dall’esserci mossi con anticipo rispetto ad una situazione preoccupante, sempre se paragonata ad altre regioni. L’Osservatorio è fondamentale come termine dissuasivo agli interessi della malavita sul territorio”. “Il successo – ha concluso Fedriga – è quello di andare a colpire chi commette i reati, ma anche e soprattutto che non si verifichino situazioni delittuose. Dobbiamo tutelare la nostra comunità”. Secondo l’Osservatorio Regionale Anitmafia tuttavia “non possiamo dormire sonni tranquilli”.

Il servizio di 7Gold

Così invece ne ha scritto la redazione del Diario di Trieste:

“TRIESTE – Non siamo una regione con presenza di criminalità organizzata e di stampo mafioso forte come quella che si registra in Lombardia, Liguria, Veneto, Emilia Romagna, ma non possiamo dormire ‘sonni tranquilli’ neppure qua. Dal 2014, c’è stata una escalation di fenomeni legati alle associazioni criminali nazionali e non da meno locali. È come se quel sistema sociale chiuso che caratterizzava il Friuli Venezia Giulia fosse venuto meno nella sua funzione di isolamento, che in questo caso significava protezione.
La relazione
È quanto è stato evidenziato e che emerge dalla prima relazione annuale dell’Osservatorio regionale antimafia, istituito ai sensi della legge regionale 21/2017 ‘per il contrasto e la prevenzione dei fenomeni di criminalità organizzata e di stampo mafioso’. Il comitato è costituito da cinque componenti, nominati dal consiglio regionale il 22 novembre 2017 e prorogati sino ad aprile 2020. Si tratta di un organismo istituito in molte regioni d’Italia ma non in tutte, è stato fatto presente a sottolineare come il consiglio regionale del Fvg, a cui l’Osservatorio fa diretto riferimento, sia in prima linea in questo aspetto offrendo un deterrente all’insediamento delle organizzazioni malavitose nel nostro territorio. Diversi i settori in cui la criminalità organizzata si è infiltrata in Fvg, a cominciare da quello del riciclaggio del denaro sporco per passare agli appalti e soprattutto ai subappalti, ai grandi traffici e ai trasporti, attraverso soggetti locali compiacenti ma anche stranieri, in particolare dell’Est Europa.
Le indagini
Dall’Osservatorio è poi stato esposto un elenco delle evidenze investigative e giudiziarie più significative degli ultimi 20 anni: come i provvedimenti cautelari eseguiti nei confronti di alcuni componenti della famiglia Emmanuello di Gela, attivi nell’esecuzione di opere edili nel comune di Aviano; le indagini sull’insediamento di alcuni esponenti della camorra presso il mercato di Tarvisio; la confisca di beni a Pordenone, Aviano e Tavagnacco all’imprenditore edile palermitano Pecora e a componenti della famiglia Graziano; il sequestro della Sermac di Budoia, risultata di proprietà di un gruppo criminale comprendente esponenti della camorra, della ndrangheta e del clan Casamonica; l’indagine a Monfalcone sulla presenza di un clan della ndrangheta di origine crotonese con a capo Giuseppe Iona, attivo nel settore del traffico di stupefacenti e armi; l’indagine, avviata dalla Direzione investigativa antimafia di Palermo, sui tentativi di infiltrazione di un imprenditore palermitano legato a ‘Cosa nostra’ e operante a Monfalcone; l’indagine sulla presenza della camorra al Porto di Trieste, con l’arresto dei vertici della società ‘Depositi Costieri’ e molte altre ancora, che hanno coinvolto il territorio regionale sino ad oggi. Come si evince da tale sintetica panoramica – è riportato nella relazione – non si può più parlare di tentativi di infiltrazione, né di sporadiche incursioni criminali in alcuni settori economico-produttivi, bensì di un consolidamento strutturato e radicato in alcuni specifici ambiti, quali quello del riciclaggio, accresciutosi negli anni.
Come prevenire
Ma l’allarme che tale situazione oggi determina, peraltro ancora da taluni sottovalutato, non è certo di quest’ultimo periodo o di un passato recente, è un allarme lanciato ben trenta anni fa dell’allora procuratore della Repubblica di Marsala, Paolo Borsellino. Due i livelli su cui intervenire – è stato spiegato -, creando una rete di relazioni: da una parte supportare gli enti locali, in particolare i piccoli Comuni, meno strutturati rispetto agli altri ma dove il sindaco svolge una funzione preminente di sentinella e osservatore privilegiato di ogni novità, dall’altra operare con le scuole attraverso l’informazione ma anche la formazione. Che questa sia la via è stato confermato dall’Associazione nazionale comuni italiani e dall’Ufficio scolastico regionale durante la presentazione della relazione annuale 2018-2019 dell’Osservatorio, che si è scelto di rendere pubblica ogni 21 marzo in occasione della ‘Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie’. Riciclaggio, dunque, con denaro proveniente da droga e armi che viene ‘ripulito’ con attività lecite, le quali però finanziano altre attività illegali, secondo un sistema che si rinnova ogni volta. E poi l’infiltrazione nelle società ‘decotte’, ovvero in difficoltà economica, che vengono fatte fallire e poi acquisite per finalità indebite. E ancora la corruzione, attraverso le minacce prima alla persona poi alla sua famiglia. Il colloquio con il territorio deve essere costante – avverte l’Osservatorio – per la capacità camaleontica che hanno le organizzazioni criminali di mutare una volta scoperte, e di re-infiltrarsi nel tessuto sociale ed economico del luogo. Siamo i primi interessati a collaborare con l’Osservatorio antimafia – ha detto l’Anci – come amministratori ma anche come operatori e professionisti. La scuola già opera con le forze di polizia – ha aggiunto l’ufficio scolastico – con progetti per la legalità economica: l’auspicio è raccordare le azioni soprattutto per la prevenzione, che qui è strategica. Non si tratta solo di proteggerci da appalti truccati che creano riciclaggio – ha chiosato la giunta regionale -, ma tutelare la sicurezza dei nostri cittadini, perché un appalto truccato vuol dire anche utilizzo di materiali scadenti o contraffatti.”

Infine, questo è l’intervento del coordinatore Michele Penta ai microfoni del TG3 lo scorso 22 marzo.

La mafia si evolve

Fonte

Lucia D’Alessandro, sostituto Procuratore della Repubblica di Venezia, è intervenuta, meno di un mese fa, agli Stati generali di Libera contro le mafie. Molto numerosi sono gli spunti di riflessione emergenti dalla sua fotografia del nord-est italiano.

“Il Veneto non può certo essere considerata un’isola felice, neppure per il passato: mi riferisco all’esperienza drammatica e violenta della mala del Brenta. Di recente si sta assistendo a una nuova riorganizzazione, a una sorta di rigenerazione di tale fenomeno. Ieri don Ciotti ha parlato di una reiterazione nei nostri discorsi da 150 anni del fenomeno mafioso. Giovanni Falcone diceva che “la mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine”. Tutto ciò è vero, ma va detto che la mafia si evolve senza che si estinguano tutte le sue specifiche caratteristiche: soltanto alcune si estinguono e quindi il fenomeno mafioso purtroppo non muore, anzi, si evolve. Oggi assistiamo a un profondo dinamismo evolutivo, un adattamento costante, continuo, intelligente, efficace, alle caratteristiche peculiari del territorio che la mafia intende colonizzare. Così assistiamo ai locali, che altro non sono che una propaggine, una clonazione, una replicazione, filiali vere e proprie delle mafie tradizionalmente nate, vissute e viventi nei territori tipici di provenienza (ndrangheta, camorra, cosa nostra, sacra corona unita e camorra barese). Le tradizionali mafie tendono oggi a deterritorializzarsi, a globalizzarsi: perdono quel sistema di orizzontalità sul quale si erano sempre basate (operazioni “Crimine-Infinito”, “Alba chiara”, “Minotauro”) a favore di una configurazione proteiforme, multiforme e globale. Abbiamo vere e proprie partnership tra mafie tradizionali del territorio e quelle colonizzatrici, tra mafie locali e mafie straniere, vere e proprie mafie miste e anche fenomeni di transnazionalità (la ndrangheta leader internazionale del narcotraffico).
Qui la mafia assume sempre più un volto imprenditoriale: non è immateriale, ma è liquida, osmotica rispetto al tessuto economico, sociale e politico delle regioni più ricche. Il distretto veneto costituisce un terreno particolarmente appetibile, molto aggredibile dagli interessi delle mafie tradizionali che in maniera molto subdola, surrettizia, sotterranea (mafia invisibile o mafia silente) si insinuano nel tessuto economico, sociale, politico e anche culturale. Lo colonizzano andando a captare le caratteristiche socio-ambientali e andando a subentrare in maniera furba e brillante, in un sistema di economia legale, a quelle aziende sottoposte a pressioni e a depauperazioni. I fenomeni di crisi economica vengono sfruttati dalle tradizionali organizzazioni di tipo mafioso per penetrare il tessuto in difficoltà delle aziende locali lecite subentrando ad esse. E’ un subentro che viene per certi versi sfruttato dai destinatari di questa aggressione, che vanno distinti in due macro categorie: coloro che la subiscono e coloro che vi colludono. Il concetto di metodo mafioso sta subendo delle evoluzioni: non si estrinseca necessariamente attraverso attività delittuose di tipo aggressivo, violento, con il sangue, con le estorsioni, con le usure e con gli incendi. Una certa parte di estrinsecazione attraverso una manovalanza di tipo gangsteristico continua anche al nord, ma accanto assistiamo sempre più a una penetrazione osmotica del territorio soprattutto economico. E’ una mafia imprenditrice che sfrutta le imprese legali per cercare di riciclare i propri proventi ottenuti con le attività delittuose tipiche delle regioni meridionali: un reinvestimento ammantato di apparente liceità.
In Veneto stanno penetrando sotto forma di una vera e propria colonizzazione le organizzazioni mafiose tradizionali, in particolare la ‘ndrangheta. Cosa si intende per Locali? Si tratta di vere e proprie gemmazioni, proliferazioni, propaggini, filiali della cosiddetta casa madre, Crimine o Provincia che dir si voglia, localizzata in Calabria. La Provincia in pratica decentra, delocalizza, deterritorializza la propria attività mafiosa in questi Locali al nord. La caratteristica saliente di questi locali è l’acquisizione di una autonomia organizzativa e gestionale pur nel rispetto del legame molto forte e pregnante con la provincia o crimine di cui conservano il Dna e da cui mutuano il know how operativo ed esecutivo. Si tratta quindi di un’autonomia parziale: il legame con la casa madre resta indissolubile per un duplice motivo. E’ utile per il reclutamento di manodopera in grado di gestire e guidare i membri stanziatisi al nord o nativi del nord. Ed è utile per l’assistenza, sia legale, sia per l’eventuale necessità di dover nascondere qualche latitante.
Nel momento in cui assistiamo a una mutazione genetica della mafia, pur nella manutenzione del suo Dna proprio, dobbiamo trovare sempre nuovi strumenti di contrasto, anch’essi in grado di evolversi. Ad esempio è necessario colpire il patrimonio delle mafie. Il mafioso tipico è avvezzo ad essere catturato; il vero punto debole è il patrimonio, non tanto la privazione delle libertà personali. La confisca dei beni è molto importante. Un altro esempio riguarda l’evoluzione comunicativa e l’adozione di nuove strategie dal punto di vista tecnico. Quando vengono svolte attività di intercettazione, i sospettati al telefono fischiettano e in macchina canticchiano: dobbiamo dotarci di strumenti in grado di captare le conversazioni che tengono avvalendosi delle moderne tecnologie, dei social, di whatsapp, di skype… I trojan horse dobbiamo poterli utilizzare…
Passando a quanto è stato, non potendo concentrarmi sulla contemporaneità, non si può dimenticare che oltre alla mala del Brenta, nell’ultimo decennio si sono raggiunti dei risultati. Va detto che in Veneto si assiste alla presenza di una pluralità di mafie: mafie endogene, mafie allogene, di tipo misto, straniere (moldave ad esempio, con un processo arrivato in Cassazione). Questo è il dato. Altro è il tasso di percezione del fenomeno mafioso; il 47,3% della popolazione del Triveneto considera la mafia un fenomeno marginale nel proprio territorio e solo il 17% ne percepisce la pericolosità sociale. Questo anche perché in questi territori la mafia uccide sempre meno, utilizza il sangue e gli incendi sempre meno: utilizza il metodo dell’insinuazione nelle attività cardine del territorio. Ad esempio, il territorio veneziano è caratterizzato da importanti reti e infrastrutture con una serie di porti e aeroporti molto rilevanti accanto a una rete economico-finanziaria poderosa. Questo sono tutti obiettivi per le mafie, che, avvalendosi di tanti importanti snodi, aggrediscono il territorio andando a captare anche il sistema politico. Ovviamente porti e aeroporti significano anche possibilità di intrecci con le mafie estere (sud America, Olanda, Spagna…). A questo proposito è evidente quanto siano importanti gli strumenti di cooperazione internazionale (Eurojust) e la figura di un procuratore europeo.
La Mala del Brenta si sta riorganizzando, si sta rigenerando; alcuni degli esponenti storici stanno uscendo dal carcere e, vuoi per vendetta, vuoi per vocazione a delinquere, si stanno organizzando. Abbiamo già avvisaglie in questo senso. Nell’ultimo biennio ricordo poi una brillante operazione in merito al cosiddetto tesoretto di Felice Maniero: 17 mln di euro. A proposito degli ex componenti della Mala del Brenta posso fare un cenno a un’operazione interforze contro il narcotraffico per sostanze provenienti dall’Olanda e dai paesi balcanici (cocaina, oppiacei, marijuana, hashish); si è scoperta una partnership tra una frangia chioggiotta e una frangia di origine siciliana legata ai calabresi.
Un ultimo cenno al fenomeno della tratta: colonizzazione dei nostri territori da parte della mafia albanese e sodalizi nigeriani. La prima agisce soprattutto con figure maschili molto forti, aggressivi e violenti verso le donne che vengono sfruttate sessualmente e fisicamente; i secondi vedono figure femminili nelle posizioni apicali dell’organizzazione, ex vittime che diventano carnefici e aguzzine di altre donne attraverso anche meccanismi magico-esoterici e minacce di tipo rituale. A proposito di questo voglio ricordare il progetto N.A.Ve., Network Antitratta per il Veneto. Spesso mafia e migrazione si intrecciano nel senso che sodalizi di stampo mafioso sfruttano il fenomeno migratorio per i proprio fini.”

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