La più bella e intensa possibile

Cosa fai nella vita? Perché lo fai? Che senso ci trovi? Sono domande a cui dà una sua risposta il medico dell’anno di un prestigioso ospedale newyorkese, la dottoressa italiana Elvira Parravicini, intervistata qui da Riro Maniscalco per Il Sussidiario.

“Non e’ una ragazzina, anche se lo sembra. Quando poi parla mettendo tutto (o quasi) al diminutivo, non puoi fare a meno di sorridere. Sarà perché è abituata a trattare con i bambini piccoli, anzi, piccolissimi. Quelli che sono appena nati e lo sono a malapena e Dio solo sa se e quanto potranno continuare a vivere. Elvira Parravicini, neonatologa di Seregno, arrivata a New York (per starci) a metà degli anni novanta dove, a quasi 40 anni, ha dovuto ripartire dalla gavetta affrontando i famigerati “steps”, “residency” e “fellowship” che ogni medico americano deve percorrere (e non è che ce la facciano tutti). Elvira ce l’ha fatta e martedi 4 dicembre il suo ospedale, il prestigioso Morgan Stanley Children’s Hospital, della Columbia University a New York, la premia come “Medico dell’Anno”. Detta così suona come una ordinaria storia di successo. Ed è certamente una storia di successo. Ma bisogna capire perchè questa “bambina grande” è stata scelta tra tanti “grandi dottori”.

Elvira, sembra che al tuo ospedale non abbiano trovato nessuno di meglio da premiare… Ma cos’hai fatto di speciale per meritarti questo riconoscimento?

etica,scelte,medicina,scienza,vita,malattia,morte,dio,fedeVeramente non lo so e non me lo aspettavo proprio. La mia ipotesi è questa: siccome questo è un premio dove chi vota sono le infermiere, certamente ha a che fare col lavoro di questi anni nella cura del Comfort Care. Mi spiego meglio. Quando un bambino è terminale e sta per morire, i medici se ne possono andare, possono dire “non c’è più niente da fare” e non affrontare la situazione. Questo succede nel 99 per cento dei casi. Ma l’infermiera no, lei è lì al capezzale del bambino coi genitori e la famiglia. E’ una situazione molto molto difficile da gestire, sembra impossibile. Come si può stare di fronte a questi bimbi, a cui non possiamo offrire una cura medica che li guarisca? Così, io credo, da quando ho cominciato a prendermi cura dei bambini terminali, come medico, è come se avessi detto alle mie infermiere: io sono qui con voi, con questi bambini e le loro famiglie. Io so che un bambino malato, anche se vive per sette minuti, ha bisogno del suo medico e della sua infermiera per quei sette minuti… Ho fatto medicina per aiutare i bambini malati, qualunque sia la lunghezza della loro vita. Non è che posso dire: la tua vita è cosi corta che non vale la pena di impegnarsi. Anzi è il contrario. Proprio perché è corta deve essere la più bella e intensa possibile. Cosi ho deciso di stare con questi bambini e sono stati loro che mi hanno insegnato quello di cui hanno bisogno. Allora le infermiere hanno capito che esiste un modo professionale di prendersi cura dei piccoli. Dopo forse un anno che avevo iniziato, alcune sono venute a cercarmi chiedendo di lavorare con me su questi casi. Le mie infermiere volevano aiutare questi bambini, ma mancavano di un’ipotesi di lavoro. E io ho imparato tanto dalle infermiere!

Come sei arrivata a fare quel che fai?

Semplicemente lavorando dove lavoro. In patologia neonatale mi sono trovata di fronte a dei bambini che avevano malattie che alcuni chiamano “incompatibili con la vita”, definizione che non mi piace. Infatti la loro vita c’è, solo che è molto breve. Ho incontrato pazientini che non potevano vivere più di poche settimane, giorni o minuti, anche con tutte le cure mediche offerte dalla medicina moderna. Mi sono detta: “Anche questi sono miei pazienti, come mi prendo cura di loro?” Cosi ho sviluppato una cura medica che ho chiamato comfort care dove il focus è sul benessere del paziente, visto che la guarigione non e’ possibile. Per un medico, particolarmente in questo paese, la vita lavorativa rischia di mangiarsi tutta la vita.

C’è per te un confine tra l’una e l’altra?

La mia vita è una, cioè la mia vita sono sempre io che faccio cose diverse. All’ospedale curo i neonati, poi canto in un coro, ho molti carissimi amici, ho una casa da tenere, cucinare, pulire, fare la spesa. Faccio cose diverse, ma ogni persona o situazione che ho davanti, sia un bimbo malato o un amico, o la spesa da fare, rispondo a Qualcuno che mi mette di fronte una certa situazione, o una certa persona, per motivi Suoi, e allora posso dirGli di sì o di no. Da questo punto di vista prendermi cura dei bambini terminali è dire sì come andare a fare la spesa, con, ovviamente, le dovute differenze.

A questo punto della tua vita professionale c’è gente che ti chiede, che ti fa domande rispetto a questa tua professione, che ti segue. Cosa vuol dire per te? E cosa vuol dire essere medico dell’anno oggi?

Quando gli altri mi fanno domande rispetto al mio modo di essere medico o mi seguono, io li rimando a due cose. Primo, ad essere seri col loro desiderio dell’inizio, il desiderio che li ha spinti ad entrare nella professione medica. Il punto di orgine è sempre puro e dobbiamo riguardarlo in continuazione per sapere cosa veramente vogliamo. La seconda riguarda essere onesti con la realtà. La realtà sfida il nostro desiderio, il suo compimento, la sua tenuta. Dico queste cose perché ho avuto e ho degli amici che mi invitano con fermezza a questo stesso lavoro e tutto quello che mi è successo non sarebbe mai successo – veramente non l’avrei neppure immaginato – senza di loro. Essere medico per me è molto semplice: è essere in rapporto con il Mistero che genera me e che mi ha invitato e suggerito di fare medicina, e che poi ha chiamato alla vita i miei pazientini e me li ha messi davanti. Dal punto di vista medico, è fondamentale che stia in rapporto col Mistero mentre curo i miei bimbi, perché solo Lui sa dove la vita di ognuno di loro deve andare. Solo seguendo le sue “indicazioni” – segni clinici, ecc. – capisco il trattamento medico adeguato, rispettando la loro piccola vita.

Cosa ti aspetta domani?

La cura di molti bambini che possono guarire e andare a casa felici e sani coi loro genitori e la cura di altri che vivono pochissimo tempo, ma che mi insegnano più degli altri che la bellezza della vita è che loro ci sono, anche solo per sette minuti! Infatti la bellezza della loro vita è che c’è Qualcuno che li vuole, come vuole me e te, caro Riro.”

Interrogativi come macigni

Pubblico uno spezzone di un film che non ho mai proposto ai miei studenti. La prima volta l’ho visto al liceo col mio prof di filosofia. Il film è vecchio, ma di uno spessore notevolissimo! E’ spesso ricordato come il film in cui l’uomo gioca a scacchi con la morte.

Cavaliere: Voglio parlarti più sinceramente che posso, ma il mio cuore è vuoto

La morte non risponde

Cavaliere: Il vuoto è uno specchio rivolto verso il mio viso. In esso vedo me stesso, e mi sento pieno di timore e di disgusto.

La morte non risponde

Cavaliere: Per la mia indifferenza verso i miei simili mi sono isolato dalla loro compagnia. Ora vivo in un mondo di fantasmi. Sono prigioniero dei miei sogni e delle mie fantasie.

Morte: Eppure non vuoi morire.

Cavaliere: Sì che lo voglio.

Morte: E cosa aspetti?

Cavaliere: Voglio conoscere.

Morte: Vuoi delle garanzie?

Cavaliere: Chiamale come vuoi. E’ davvero così inconcepibile afferrare Dio coi sensi? Perché deve nascondersi in una nebbia di mezze promesse e invisibili miracoli?

La morte non risponde.

Cavaliere: Come possiamo aver fede in coloro che credono, ma non possiamo aver fede in noi stessi? Che cosa accadrà a quelli di noi che vogliono credere ma non vi riescono? E che cosa ne sarà di coloro che non vogliono né possono credere?

Il cavaliere tace in attesa di una risposta, ma nessuno risponde. Vi è un completo silenzio.

Cavaliere: Perché non posso uccidere Dio dentro di me? Perché egli continua a vivere in questo modo doloroso e umiliante anche se io lo maledico e voglio strapparmelo dal cuore? Perché, nonostante tutto, egli è un’illusoria realtà ch’io non posso scuotere da me? Mi ascolti?

Morte: Ti ascolto.

Cavaliere: Io voglio la conoscenza, non la fede, non supposizioni, la conoscenza. Voglio che Dio tenda la sua mano verso di me, si riveli e mi parli.

Morte: Ma egli rimane zitto.

Cavaliere: Lo chiamo nel buio, ma sembra come se non ci fosse nessuno.

Morte: Forse non c’è nessuno.

Cavaliere: Allora la vita è un atroce orrore. Nessuno può vivere in vista della morte, sapendo che tutto è nulla.

Morte: La maggior parte della gente non riflette mai né sulla morte né sulla futilità della vita.

Cavaliere: Ma un giorno si troveranno di fronte all’ultimo momento della vita, e guarderanno verso le tenebre.

Morte: Quando arriva “quel” giorno…

Cavaliere: Nella nostra paura formiamo un’immagine, e questa immagine la chiamiamo Dio.

Morte: Tu ti affanni.

Cavaliere: La morte mi ha visitato, questa mattina. Stiamo facendo una partita a scacchi. Questo rinvio mi permette di sistemare una questione urgente.

Morte: Di che questione si tratta?

Cavaliere: La mia vita è stata una futile impresa, un vagabondaggio, un mucchio di chiacchiere senza significato. Non ne ho rimpianto, né rimorso, poiché la vita dei più è assai simile a questo.

Calma

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“Alla minima contrarietà, e a maggior ragione al minimo dispiacere, bisogna precipitarsi nel cimitero più vicino, dispensatore immediato di una calma che si cercherebbe invano altrove. Un rimedio miracoloso, per una volta.” (Emil Cioran, Confessioni e anatemi)

Danger!

Resto stupito dalle motivazioni contenute in questo articolo preso da Rainews24. Di certohelloween_power.jpg non riuscirò mai a sentire Helloween come una festa mia, anzi, neppure come una festa (il mio primo pensiero va sempre al mio gruppo metal preferito… gli Helloween, appunto…). Sulla mia pelle sono tracciate altre coordinate che mi portano ad entrare nei cimiteri il primo giorno di novembre e a far andare la mia mente a quel rosario detto in famiglia e “tenuto su” dal nonno pensando alle persone care che non ci sono più: strettamente in latino, un latino che risentiva di friulanismi e venetismi della tradizione contadina. La sensazione è quella di una festa prettamente commerciale, occasione di svago per una sera, occasione che si mischia ad altre occasioni. Forse tra qualche tempo non ci sarà più, o magari sarà diversa. Più che Helloween, mi fa pensare il fatto che il giorno dopo vedo sempre meno gente, meno giovani e meno bambini che entrano nei cimiteri, al di là dell’aspetto religioso della commemorazione.

“La festa di Halloween rappresenta “un grave pericolo per i bambini”, in grado di rovinarne la salute fisica e psichica. Queste le motivazioni con cui il ministero regionale dell’Istruzione a Krasnodar, Russia del sud, ha deciso di vietare ogni tipo di celebrazione dell’imminente festività di origini americane nelle scuole, adducendo pareri di psichiatri e psicologi. “I bambini che partecipano a questi festeggiamenti spesso si impauriscono, avvertono sentimenti di oppressione e aggressione, e sono inclini al suicidio”, ha scritto il dicastero in una lettera, riportata dall’edizione on-line del quotidiano Kommersant. Le autorità hanno invitato le scuole a organizzare, piuttosto, eventi ispirati ai valori tradizionali russi. La Chiesa ortodossa locale si è espressa contro la ricorrenza che, a suo dire, “celebra il culto della morte e del diavolo”.

La ‘rivolta anti-Halloween’ ha contagiato anche la vicina Stavropol dove, oltre a funzionari pubblici e religiosi ortodossi, persino i cosacchi si sono uniti nel chiedere la cancellazione di un party organizzato nel località termale di Pyatigorsk. Originariamente nata per celebrare la fine della stagione calda, Halloween ha acquistato sempre maggiore popolarità in Russia a partire dal crollo dell’Unione Sovietica, con i primi party organizzati a fine anni ’90. Nel 2003, ricorda l’agenzia di stampa statale ‘Ria-Novosti’, il dipartimento per l’Istruzione della città di Mosca ha ‘consigliato’ di non svolgere più festeggiamenti nelle classi elementari e medie. La festa del ‘dolcetto o scherzetto’, che per tradizione cade la notte del 31 ottobre, non è la sola considerata impropria dalla parte più conservatrice della società russa. Anche San Valentino è vittima di annuali censure, con le autorità ortodosse e alcuni funzionari pubblici che vi vedono “influenze negative sui valori morali e l’integrità spirituale dei giovani”.”

Un piccolo fagotto di ruvido mistero

In quarta stiamo parlando di morte e aldilà. Un anno fa se ne andava Simoncelli e avevo scritto un post quella volta. Oggi trovo queste parole, sempre di D’Avenia.

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“Per sentire il polso di una civiltà bisogna tastare come affronta la morte e prova a redimersene.

I Greci antichi provarono a spezzare il pungiglione alla morte trasformando la vita di un uomo in ricordo: la sua tomba o il suo essere narrato. Aristocraticamente la morte era sopportabile e vinta solo per pochi eletti, quelli capaci di morire eroicamente e meritarsi una pietra più dura della pietrificazione della morte. L’alternativa era entrare nell’oblio assoluto. Non essendoci nulla di buono dopo la morte, l’unica forma di vita-dopo-morte era essere posti a fondamento della società, diventandone mito. Ma lo stesso Achille morto si dichiarerà sconfitto nel faccia a faccia con Ulisse in visita nell’aldilà: preferirebbe essere l’ultimo dei servi da vivo che il primo nel regno delle ombre. Lui che nel poema della consacrazione eroica, aveva scelto in dono dagli dei una vita breve ma gloriosa, piuttosto che lunga ma nascosta. Anche il mito vacilla sul ponte che unisce aldiqua e aldilà. Iliade e Odissea sono costruite sul ricordo di pochi grandi, che però sottovoce ammettono il fallimento, almeno per il morto stesso, di quella soluzione nobile e aristocratica.

Poi la morte diventò più democratica col cristianesimo. Il pungiglione non veniva spezzato solo per pochi, ma per tutti quelli che volevano. Non era questione di essere eroi agli occhi della società, ma agli occhi di Dio, che scruta il cuore dell’uomo. Non era più necessario conquistare Troia e magari morirne, per diventare eroe. Lo era anche chi rimaneva a casa. Il quotidiano venne improvvisamente illuminato in ogni suo angolo, perché la morte non aveva l’ultima parola, e il gesto eterno non era più solo quello eroico e coraggioso, ma quello fatto con amore, spesso eroico e coraggioso, proprio perché quotidiano come la carne di un Dio che sembra vivere e morire come vivono e muoiono gli uomini, ma poi torna dalle tenebre della morte, a dire, ribaltando Achille, che l’ultimo dei servi di qua è il primo dall’altra parte.

E oggi cosa accade nella nostra cultura post-moderna? Ad un anno dalla morte di Simoncelli ricordo ancora il silenzio dei miei ragazzi il giorno dopo l’accaduto. Parlavano a bassa voce come in un luogo sacro, eppure era la stessa grigia classe di sempre. Era il silenzio di chi parla di una morte senza senso, perché la sua direzione, il suo traguardo, si era spezzato proprio sulla strada che ne doveva essere il compimento. Una promessa interrotta sul campo di battaglia. Un destino tradito. E che cosa teme un ragazzo più di questo? Eppure, paradossalmente, la morte di Simoncelli non ha paralizzato, ma ha dato vita a moltissimi, suonando senza sosta la campana, perché ogni vivo non è un’isola, ma il pezzo di un continente. Lo dimostra la sua foto usata da molti ragazzi al posto della loro sul proprio profilo nei social network, punta dell’iceberg di molte altre iniziative. Ha qualcosa degli antichi Greci questo ricordo rituale e virtuale che prova a strappare alla morte un giovane, scomparso quando ancora era una promessa. Ha qualcosa di antico questo «cuore collettivo» che la rete ha creato. Non a caso la nostra epoca viene definita di «oralità secondaria», un ritorno alla società orale di Omero, in cui il racconto occupava la coscienza individuale creandone una collettiva, in una sorta di metafisica fantastica, sopravvissuta nei bambini che ascoltano le favole. La nostra oralità non è però verbale, ma digitale, fatta com’è di immagini digitali. Quelle della morte di Simoncelli in diretta, quelle di lui sorridente con le braccia aperte e la chioma al vento come il Centauro di un mito post-moderno. Qualcosa dentro la rete, qualcosa dentro questo «cuore collettivo e digitale» non vuole lasciare andare Simoncelli, come facevano gli antichi con la loro poesia eroica e le loro tombe. E quella memoria, ieri come oggi, faceva da collante e da paradigma sociale: ieri di un eroismo aristocratico da imitare, oggi di qualcosa di diverso. Di che cosa mi chiedo.

Forse della paura che la vita sia una promessa che si interrompe, un’illusione che la morte spazzerà via quando meno te lo aspetti, anzi forse proprio perché non te l’aspetti. L’emozione collettiva crea un talismano per allontanare, almeno allontanare, il pungiglione della morte. La memoria sociale testimonia il desiderio di eternità e la ribellione contro una vita dal copione tragico. In un ritorno aristocratico, il caso unico o raro di pochi aggrega una società senza verità condivise, che alla ripetizione rituale e virtuale del ricordo si abbarbica. La morte ordinaria, silenziosa e democratica, quella del vicino di casa, l’abbiamo rimossa, nascosta, obliata. Per questo, soprattutto i giovani, non possono fare a meno di creare memoria e senso, cioè un codice culturale, attorno a una morte «eccezionale», che poi di eccezionale – a rifletterci – non ha nulla, se non la sfortuna. Un codice culturale che crea senso e memoria sull’emozione, per quanto possa sembrare paradossale.

Un poeta purtroppo troppo poco conosciuto in Italia scrisse una poesia attorno ad un suo amico morto sotto i suoi occhi: «Se lui si fosse mutato in pietra / in una pesante statua di marmo / indifferente e dignitosa / che sollievo sarebbe stato». Non vuole vederlo precipitare nel nulla e preferirebbe pietrificarlo nel freddo marmoreo di una statua. «Sic» non è un mito dei morti, ma un mito dei vivi, necessario ad avere un po’ di quel sollievo. Perpetuarne l’emozione in una sorta di pietrificazione digitale lenisce la sete di eternità. O la rinvia a data da definire. «Sic», come l’amico morto del poeta, ci interpella, con il suo «piccolo fagotto di ruvido mistero» (Z. Herbert, Il Signor Cogito). Il mistero chiuso in un fagotto interroga inesorabile la «mente collettiva» nascosta e confusa dietro al «cuore collettivo»: basterà pietrificare l’emozione e perpetuarla, basterà un talismano digitale, basterà un mito tragico e socializzato dalla rete a spezzare il pungiglione della morte?”

L’amore sincero

Un bell’articolo di Alessandro D’Avenia pubblicato su La Stampa e sul suo blog. Tratta di un argomento di cui parliamo in prima, ma che forse riprenderò anche in altre classi.

“Conosco quel quartiere e quella via. Conosco la scuola di Carmela, uno dei licei classici amore, femminicidio, Girard, legami, morte, Palermo, potere, relazioni, violenza, vittimamigliori di Palermo, nel quale l’anno scorso ho incontrato gli studenti e chissà che non ci fosse anche lei, Carmela, con quel suo viso pulito, sereno, pieno di sogni, dilaniati e dissanguati dal fendente di chi, per spiegare l’accaduto, dice: «Ho perso la testa». Non avevo dubbi. Ma il punto è che quella testa non c’è mai stata. Non è stata persa. Piuttosto nessuno ti ha aiutato a entrarci dentro.

La violenza è dentro ciascuno di noi e in questo non siamo diversi da Samuele. Tutto le volte che l’uomo non accetta di averla in se stesso, la esteriorizza, la proietta sugli altri. Così è sempre stato e sarà, da Caino e Abele a Samuele e Carmela. Come spiega il grande antropologo René Girard, la violenza e il capro espiatorio (la sua vittima) sono un meccanismo da cui l’uomo non può liberarsi da solo e, infatti, proprio per salvarsi dall’autodistruzione costruisce attorno alla violenza le regole del sacro (i comandamenti) e del profano (le leggi), per arginarne (non risolverne) il deflagrare. La vittima perfetta, oggi più che mai, è la donna, innalzata da photoshop a icona di perfezione irraggiungibile e quindi a oggetto da dominare. Nella storia, per tentare di liberarsi dalla violenza che ha dentro, l’uomo ha sempre cercato di distruggere il nemico inventato all’occorrenza come bersaglio, quando invece di proiettarla fuori, questa violenza dovrebbe riconoscerla dentro se stesso e guardarla con coraggio, per poterla sgretolare da dentro, grazie a quella pietas (il riconoscimento della dignità altrui e propria), sempre più debole nella nostra cultura.

Come recuperare la pietas, l’empatia per l’altro?

Purtroppo l’incapacità di dare senso alla propria vita porta inevitabilmente a cercarne la soluzione nel consenso. Il consenso dello sguardo altrui. L’altro viene investito di una carica di assoluto che si spera possa redimere e salvare la propria mancanza di identità: dal grande fratello con il suo occhio senza pietà, alle relazioni (di lavoro, d’amore…) senza pietà. Perdere il consenso dell’altro, significa perdere in qualche modo se stessi. Senza l’altro non si è più nessuno. Questo porta all’ossessione in cui lo stesso Samuele è precipitato, con sms e minacce, precedenti al suo raptus. La sorella di Carmela, Lucia, sua ex-ragazza per lui aveva una colpa senza remissione possibile: essersi portato via Samuele, non solo se stessa, interrompendo la loro relazione. Samuele, forse, si sentiva qualcuno solo grazie o a spese di quella ragazza, non voleva tornare nel nulla di prima. La beffa blasfema dell’amore, come l’ha definito perfettamente ieri su queste colonne Mariella Gramaglia, è il potere, il controllo, il dominio. L’amore dice «per me è bello che tu esista» e accetta anche di non essere ricambiato, magari. Il potere invece dice «è bello che tu esista solo per me» e con tutti i mezzi è pronto a nutrirsi dell’altro, pur di sopravvivere, senza alcuna pietà.

Ma perché arrivare alla follia della distruzione dell’oggetto amato o dell’autodistruzione di sé? Sono storie che assomigliano alle mantidi che decapitano il partner dopo l’accoppiamento o alle falene che trovano la morte nella luce che le attira. Non siamo falene né mantidi, abbiamo l’anima, ma assomigliamo a mantidi e falene quando l’anima si svuota. Dove manca il senso da dare alla propria vita, si pretende che siano le cose e le persone a determinarlo, dall’esterno, generando dipendenze e schiavitù di ogni tipo, che spesso culminano in un’overdose che distrugge o chi dipende o ciò da cui si dipende, o entrambi. È la ferrea e drammatica logica degli amori che non liberano.

Samuele ha rovinato la vita di due famiglie e la sua. Il bilancio finale non sembra razionalizzabile, ma io testardamente ho bisogno di provare a trovarne uno, per arginare il dolore della morte di una ragazza che poteva essere una mia alunna, per non ripetere gli stessi errori. Chiunque, se è stato scaricato, vorrebbe costringere l’altro a tornare (e magari userebbe la violenza fisica o psicologica, tanto fa male, se non si vergognasse di averlo anche solo pensato): il «funerale» di una storia d’amore viene rimandato tanto più quanto più quella storia d’amore dava senso ad un’esistenza personale priva di autonomia ed equilibrio. Dico sempre ai miei studenti di «mettersi» con se stessi, prima che con un ragazzo o una ragazza, altrimenti useranno l’altro per riempire i propri buchi e non per amarlo. Sono storie d’amore con il conto alla rovescia e spesso ad esserne vittime sono proprio le ragazze (più raramente i ragazzi), disposte a passare sopra uno strattone, uno schiaffo, una minaccia, pur di non perdere quell’amore che le protegge dalle loro debolezze, con le quali invece imparare a convivere anche da sole. È una dinamica interna all’amore, quella di poter regredire a «potere», e da questa possibilità non ci libereremo mai, se non cresciamo in autonomia e in cultura. E non è facile per nessuno, a partire da chi scrive.

Vorrei dire, soprattutto ai ragazzi che leggono queste righe, che un solo episodio di violenza in una relazione è un avvertimento: peggiorerà. L’unica cosa da fare è trovare il coraggio per troncarla, subito. L’altro non sarà salvato, cambiato, dall’amore: è quasi sempre un’illusione. Chi ha compiuto una violenza una volta, lo farà di nuovo. Ho ricevuto il racconto di una ragazza che, dopo aver rischiato di morire per le percosse ricevute dal suo ragazzo, ha accettato la proposta di lui: sparisco dalla tua vita se non mi denunci. Lei per paura di subire altro male, ha detto di sì. Quel ragazzo ora è la fuori a ripetere il giochetto con la prossima vittima. Samuele è un ragazzo come tanti. Per lo più un sacco vuoto, muscoli da mostrare su Facebook e poca anima, un vuoto riempito momentaneamente da una ragazza più piccola e matura di lui, che magari sperava di cambiarlo. Ma poi lo aveva lasciato.

Il nichilismo affama le vite di un senso impossibile da trovare, e le nutre di risentimento, da scatenare contro la vittima più debole. E in una cultura maschilista ed erotizzata come la nostra, la donna è la vittima sacrificale perfetta, per redimersi dal vuoto in cui galleggiamo. Forse possiamo stupirci se a Mr. Grey, il personaggio più amato nelle classifiche librarie nostrane, sia possibile dire tra gli applausi: «Devi sapere che appena varchi la mia soglia per essere la mia Sottomessa, io farò di te quello che voglio. Devi accettarlo e desiderarlo… Ti punirò quando mi ostacolerai. Ti addestrerò a compiacermi»?”

Sulle montagne russe con loro…

Un testamento spirituale, un saluto ai fans: così è stato spesso definito il videoclip di “These are the days of our lives”, l’ultimo girato dai Queen in compagnia di un Freddie Mercury già visibilmente indebolito dall’Aids, che lo porterà alla morte da lì a sei mesi. Freddie canta di un tempo passato, quello della spensieratezza, della gioventù e della pazzia, del sole e del divertimento, con poche cose negative di cui preoccuparsi: quei giorni sono finiti, ma il ricordo vi ritorna con piacere e vorrebbe “mettere indietro le lancette dell’orologio… fermare la marea del tempo” per fare, magari, anche un semplice giro sulle montagne russe. I giorni della vita stanno finendo, ma “alcune cose restano”: le relazioni significative, i rapporti costruiti, l’amore. Quando ascolto questa canzone mi sembra di mandare indietro quelle lancette, fermare la marea, salire su un vagoncino delle montagne russe in compagnia di tutti gli amori che ho incontrato e che non sono più davanti agli occhi ma dentro il cuore.

A volte mi sento come se

fossi tornato ai vecchi tempi, molto tempo fa,

quando eravamo ragazzi, quando eravamo giovani:

tutto sembrava così perfetto, sai?

Quei giorni erano senza fine, eravamo pazzi, eravamo giovani,

il sole splendeva sempre, vivevamo solo per divertirci

A volte sembra che dopo, come dire,

il resto della mia vita sia stato solo uno spettacolo.

Quelli erano i giorni della nostra vita,

le cose negative della vita erano poche

Quei giorni sono tutti finiti ora, ma una cosa è certa:

quando ci penso e ti rivedo ti amo ancora

Non si possono mettere indietro le lancette dell’orologio,

non si può fermare la marea del tempo

Non è un peccato?

Mi piacerebbe tornare indietro almeno una volta

per fare una corsa sulle montagne russe

Quando la vita era solo un gioco

è inutile sedersi e pensare a ciò che si è fatto

quando puoi distenderti e vederlo attraverso i tuoi bambini

A volte sembra che dopo, come dire,

sia meglio sedersi e lasciarsi portare dalla corrente

Perché questi sono i giorni della nostra vita

Scivolati velocemente via col tempo

Questi giorni sono tutti finiti adesso, ma alcune cose restano

Quando ci penso e trovo che niente è cambiato

Quelli erano i giorni della nostra vita, yeah

Le cose negative della vita erano poche

Quei giorni sono tutti finiti ora, ma una cosa è ancora certa

Quando ci penso e ti rivedo, ti amo ancora

Ti amo ancora

Alla fine tornerai indietro

In alcune quarte abbiamo parlato delle NDE, le Near Death Experiences. Ho trovato un interessante articolo di Emanuela Di Pasqua sul Corriere.

“Il professor Eben Alexander era sempre stato scettico a proposito di vita ultraterrena e3407624192_5fe7e998fd.jpg dei racconti di esperienze extracorporee che gli venivano fatti dai suoi pazienti. Ma da quando nel 2008 rimase in coma sette giorni a causa di una rara forma di meningite la sua opinione è parecchio cambiata. La sua storia è finita sulla copertina di Newsweek, ma anche in un libro intitolato significativamente “Proof of Heaven” (“La prova del paradiso”, che uscirà il 23 ottobre), e racconta di un’esperienza durante la quale il medico cinquantottenne ha visitato quello che lui stesso definisce un luogo «incommensurabilmente più in alto delle nuvole, popolato di esseri trasparenti e scintillanti».

Una mattina dell’autunno del 2008 Alexander si svegliò con un feroce mal di testa e di lì a poco venne ricoverato d’urgenza in uno degli ospedali dove aveva lavorato, il Lynchburg General Hospital in Virginia. Qui gli venne diagnosticata una meningite batterica da Escherichia Coli, una patologia tipica dei neonati, che in poche ore lo condusse al coma. Per sette giorni il neurochirurgo statunitense rimase tra la vita e la morte e le frequenti TAC cerebrali e le accurate visite neurologiche dimostrarono una totale inattività della sua neocorteccia (nell’uomo rappresenta circa il 90 per cento della superficie cerebrale e viene considerata la sede delle funzioni di apprendimento, linguaggio e memoria). Ma mentre Eben Alexander giaceva immobile e privo di conoscenza, sperimentava anche un vivido e incredibile viaggio destinato a cambiare la sua esistenza. Tutto ha avuto inizio «in un mondo di nuvole bianche e rosa stagliate contro un cielo blu scuro come la notte e stormi di esseri luminosi che lasciavano dietro di sé una scia altrettanto lucente». Secondo Alexander catalogarli come uccelli o addirittura angeli non renderebbe giustizia a questi esseri che definisce forme di vita superiore. In questa dimensione, arricchita da un canto glorioso, l’udito e la vista sono diventate un tutt’uno. Come ha raccontato a Newsweek il medico americano: «potevo ascoltare la bellezza di questi esseri straordinari e contemporaneamente vedere la gioia e la perfezione di ciò che stavano cantando». Per buona parte del suo viaggio Alexander è stato accompagnato da una misteriosa ragazza bionda dagli occhi blu, che l’uomo racconta di avere incontrato per la prima volta camminando su un tappeto costituito da milioni di farfalle dai colori sgargianti. Nella memoria del neurochirurgo la giovane aveva uno sguardo che esprimeva amore assoluto, ben al di sopra di quello sperimentabile nella vita reale, e parlava con lui senza usare le parole, inviando messaggi «che gli entravano dentro come un dolce vento». Eben Alexander ne ricorda tre in particolare. Il primo era «tu sei amato e accudito», poi «non c’è niente di cui avere paura» e infine «non c’è niente che tu possa sbagliare». Ma l’accompagnatrice del medico aggiungeva anche: «Ti faremo vedere molte cose qui. Ma alla fine tornerai indietro».

Proseguendo il cammino l’autore di Proof of Heaven è infine giunto in un vuoto immenso, completamente buio, infinitamente esteso e confortevole, illuminato solo da una sfera brillante, «una sorta di interprete tra me e l’enorme presenza che mi circondava. È stato come nascere in un mondo più grande e come se l’universo stesso fosse un gigantesco utero cosmico. La sfera mi guidava attraverso questo spazio sterminato». Non si tratta certamente del primo caso di quello che gli anglosassoni chiamano Near Death Experience (esperienze ai confini della morte), ma di certo turba il fatto che a raccontarla sia un affermato docente di neurochirurgia, da sempre dichiaratosi scettico al proposito. «Mi rendo conto di quanto il mio racconto suoni straordinario, e francamente incredibile – ha dichiarato Eben Alexander -; se qualcuno, persino un medico, avesse raccontato questa storia al vecchio me stesso, sarei stato sicuro che fosse preda di illusioni. Ma quanto mi è capitato è reale quanto e più dei fatti più importanti della mia vita, come il mio matrimonio o la nascita dei miei due figli».

Hanno bisogno del cielo

Stamattina, in una quarta abbiamo cominciato a riflettere su morte e aldilà. Ho trovato questo breve ma stimolante articoletto di Claudio Rossi Marcelli su Internazionale:

“Io e mio marito siamo atei e orgogliosamente anticlericali. La conseguenza è che le stella_14.jpgnostre figlie conoscono molto meglio Garibaldi di Gesù e che non hanno ancora ben chiara la differenza tra una chiesa e un castello. E nonostante ci sia uno sciame di parenti che ancora ci implora di battezzare i nostri bambini, noi due coviamo il sogno di sbattezzarci. Certo, quello che il Vaticano va predicando sulle famiglie come la nostra non ci ha spinti ad abbracciare la fede cattolica, ma in ogni caso abbiamo una visione piuttosto razionale della realtà e crediamo che dopo la morte non ci sia nulla. E quindi, questi due atei fieri e militanti, cosa hanno risposto quando le figlie gli hanno chiesto dove vanno le persone che muoiono? Ma è ovvio: in paradiso. Diventano stelle, camminano sulle nuvole, volano libere nel blu. Anche se non le vediamo più, si può comunque parlare con loro, perché ci ascoltano. “E ci sono tante caramelle in cielo?”, certo che sì e chi più ne ha più ne metta. Insomma, quando si dice due genitori coerenti con i loro princìpi. Non so se è una reazione da codardi o perfino da irresponsabili, non sono un esperto, ma so che le mie bambine non sarebbero in grado di capire le nostre convinzioni. Hanno bisogno del cielo. E quindi metto da parte i princìpi e lascio che credano nella vita eterna. Sperando, in fondo, che alla fine abbiano ragione loro.”

Non avrà dominio

Un pensiero a una cara persona che ho salutato due settimane fa, con le parole di Roberto Mussapi.

«E la morte non avrà dominio». È il verso finale di una poesia memorabile del grande Dylandylan-thomas-1941.jpg Thomas. Un verso che risponde alla domanda fondamentale dell’uomo, se tutto cessa con la morte, o se esiste una vita ulteriore. La domanda primigenia, a cui cercano risposte le religioni, i filosofi, i poeti. La risposta di questi ultimi è piuttosto una scoperta: a differenza del filosofo, che ricerca attraverso la ragione, il poeta, più similmente al mistico, viaggia spiritualmente e incontra delle visioni. Come risponde Dylan Thomas? Nel modo drammatico e complesso, che la poesia esige. Affermare che la morte non esiste, a chi sta perdendo una persona amata, o sta sentendo spegnersi la propria vita, è inefficace. E sarebbe anche una scappatoia, per un poeta, che deve guardare il mondo con gli occhi degli uomini, non dei profeti, e parlare con la lingua dei profeti, umanata. La risposta, il verso finale, ha qualcosa dell’esperienza del mistico ma una tremenda forza di fango umano. Un poeta non sopporta la sofferenza dei suoi simili, spesso sta male anche per quella di un uccellino o di una pianta. Non può rivolgersi a un malato terminale tranquillizzandolo con l’affermazione che la morte non esiste. Non è nella sua natura e nel suo compito. No, ma può cantargli a piena voce che la morte esiste, e non avrà, non avrà dominio.

Nell’intimo

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Scrivo? Non scrivo? In questi casi, quando tutti scrivono sul medesimo fatto, di solito taccio, aspetto, e poi butto giù i miei pensieri. E’ che ho letto poche parole in linea con quello che sento dentro. Ho letto parole osannanti da parte di chi non ha mai letto le sue. Ho visto persone tirarlo dalla loro parte come fosse una figurina Panini da inserire nel proprio album. Di lui mi restano , tra gli altri, due ricordi intimi, da non sbandierare ma da sussurrare. Non un ricordo diretto, ma per mezzo dei suoi scritti che mai mi hanno lasciato indifferente, e che mi hanno sempre posto davanti agli interrogativi ultimi:

“Io credo che molti cristiani rimangano al grado iniziale di una certa simpatia umana verso Gesù, senza approfondire la domanda fondamentale che lui pone all’uomo: «Credi in me?»” (Qualcosa in cui credere).

“Gli (a Gesù) domanderei se mi ama, nonostante io sia così debole e abbia commesso tanti errori; io so che mi ama, eppure mi piacerebbe sentirlo ancora una volta da lui. Inoltre gli chiederei se in punto di morte mi verrà a prendere, se mi accoglierà. In quei momenti difficili, nel distacco o in punto di morte, lo pregherei di inviarmi angeli, santi o amici che mi tengano la mano e mi aiutino a superare la mia paura” (Conversazioni notturne a Gerusalemme).