Hey Ho! Let’s go!

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Un invito ai giovani a non farsi mettere i piedi in testa, soprattutto a non lasciare che qualcuno calpesti i sogni. L’essere disponibili ai sacrifici e a passare i tempi difficili pur di perseguire un obiettivo (montare grate alle finestre, consegnare messaggi… o vivere insieme ad altre persone per riuscire a pagare l’affitto e avere come unica preoccupazione guadagnare qualcosa per poter mangiare). Mantenere aperta la mente a molte esperienze (“abbiamo creato il punkrock, ma ascolto Sinatra, Miles Davis, il jazz…”). L’importanza della cultura e dell’istruzione.

Ecco qui: ho appoggiato semplicemente così alcuni dei punti toccati stamattina da Marky Ramone nell’aula magna del nostro liceo. Un refolo di storia del rock ha soffiato oggi a Udine.

Un Boss a fior di pelle

E’ partito dalla Norvegia, da Oslo, il nuovo tour di Bruce Springsteen. Piero Negri ne ha scritto su La Stampa:

Bruce-Springsteen-la-scaletta-del-concerto-di-Oslo-video_h_partb.jpg“Alle sette e 35, con un leggero ritardo sull’orario previsto, Bruce Springsteen è salito sul palco della Telenor Arena, a Oslo, Norvegia, ha ceduto per pochi minuti l’onore della scena al vecchio compare Steven Van Zandt, tornato a suonare con lui dopo una licenza concessagli per girare una serie tv, e ha colpito il suo pubblico con un trittico ripescato dai suoi anni ’70-’80: Two Hearts, No Surrender, Badlands. Il messaggio è chiaro: lo show rock più potente del Pianeta è tornato in Europa per confermarsi, più che per sorprendere. E gli italiani, che già hanno portato vicino all’esaurito due date su quattro, potranno presto rendersene conto: a Napoli, il 23 maggio, a Padova, il 31, a Milano, il 3 giugno, a Roma, l’11 luglio (in occasione di Rock in Roma).

Un paio d’ore prima, concluse le velocissime prove, lo stesso Springsteen aveva spiegato a una rappresentanza della stampa europea che cosa attendersi da questi concerti: «Siamo cresciuti in un’epoca in cui i grandi maestri della costruzione degli show erano ancora attivi – aveva detto – e sto parlando di gente come James Brown, Sam and Dave, i maestri della musica soul che a loro volta avevano imparato l’arte dai pastori, alla Messa della domenica: domanda e risposta, vi dico qualcosa perché voglio da voi una risposta. È un’arte perduta, quella dello show, col tempo, chissà perché, si è cominciato a pensare che lo spettacolo sia artificio. Sbagliato, è una presentazione che se è fatta bene, rende più profondo e più efficace ciò che stai cercando di dire». Della perduta arte dello show, Springsteen si sente insomma l’ultimo sacerdote. Le immagini religiose nascono spontanee ad assistere allo show, che spesso ha accenti gospel, e ancor di più incontrando Springsteen, che questa volta indossa all’orecchio sinistro un minuscolo pendaglio a forma di croce: «È come dice Al Pacino nel Padrino: più cerco di uscirne, più mi spingono dentro. Ho avuta un’educazione cattolica, e dunque cattolico lo sarò sempre, almeno in parte, e si capisce bene dalla mia musica. Ho trascorso otto anni della mia vita in una scuola cattolica, tutte le mattine sono stato indottrinato, e non lo dico solo in senso negativo: per un bambino quello è un mondo molto poetico, e anche molto drammatico».

Il risultato è che oggi Springsteen incarna una figura unica nel panorama mondiale, un po’ leader politico, un po’ guida morale. Lui non sembra dolersene: «Politica e spiritualità, oggi non riesco bene a distinguerle, più cresci probabilmente più è difficile farlo. È chiaro, la mia espressione migliore, sia politica sia spirituale, è la musica, che non intende mai essere polemica, o schierata: semplicemente, vuole raccontare come vive la gente. Penso alle mie canzoni come a quei discorsi che si fanno la sera in cucina, con la famiglia, dopo una giornata di lavoro. Tutto qui, tutto molto semplice. Vita vera. Il mio lavoro consiste prima di tutto nello scrivere, e scrivere è un atto dell’immaginazione. Però ho passato i primi diciotto anni della mia vita in una piccola città, con miei genitori, e come tutti sanno i primi diciott’anni di vita non ti lasciano mai. Quella persona è sempre dentro di te, e il modo di vedere il mondo non cambia più per il resto della tua vita. Quando il mattino leggo il giornale, interpreto gli avvenimenti con quel modo di pensare, è la mia prima natura. Poi, se fai l’artista sviluppi un vocabolario e un’abilità nell’indossare le scarpe altrui, impari anche a camminarci dentro, se sei un grande come Martin Scorsese fai bellissimi film sulla mafia pur non essendo un mafioso. Non sono un politico, ma i problemi della società americana sono evidenti, negli ultimi trent’anni la forbice tra chi ha e chi non ha si è allargata a dismisura, e questo non smette di indignarmi. Ma lo faccio sempre con la mia prima natura».

La musica, allora: se questo sessantaduenne del New Jersey, statura media, forma fisica invidiabile, origini piccolo borghesi (madre segretaria in uno studio legale, padre incapace di tenere a lungo un posto di lavoro) è diventato una star mondiale, è certamente grazie a concerti come questi, interminabili, esaltanti, divertenti, a tratti emozionanti. Glielo diciamo e lui la questione l’analizza così: «Il nostro gruppo è un po’ particolare, siamo 16 sul palco, ma siamo in grado di fare una svolta di 180 gradi sullo spazio di una monetina. Il nostro spettacolo non è pianificato, non abbiamo luci né scenografie che ci vincolano, siamo una band da bar. Il bello di suonare nei bar è che è tutto molto informale, non conta tanto come ti presenti, conta quanto sei flessibile, devi essere capace di suonare per cinque ore in una sola sera. Io posso decidere quale canzone suonare e cambiare idea, in tre, cinque secondi, batterista e bassista leggono il mio labiale e trascinano tutti quanti. E tutto ciò è fondamentale, perché personalizza ogni serata, nessuno deve avere mai l’impressione di assistere a uno show qualunque, lo show in cui ci sei tu deve essere il tuo show, diverso da quello di chiunque altro. Il nostro concerto riconosce la tua individualità».”

Ogni giorno capitano cose strane

Ho letto sul Corriere una bellissima storia scritta da Fabio Genovesi, che merita di essere condivisa completamente. Chi ama la musica non può fare a meno di arrivare fino in fondo.

“Se sei una bimba nata nel 1915, in un paesino lungo il Mississippi che si chiama Cotton Plant, è normale che i tuoi genitori siano raccoglitori di cotone, che siano molto religiosi e che in casa non giri mai un soldo. È molto meno normale, invece, se a sei anni dici addio al paese e parti per un lungo viaggio, che ti porterà a far nascere il rock’n’roll. Eppure è proprio questo che succede alla piccola Rosetta Tharpe, la notte che sua madre Katie decide di lasciare il marito e diventare un pastore evangelico itinerante. Katie si porta dietro sua figlia e suona il mandolino per le strade del Sud, cercando di convertire i passanti, accompagnata dalla bimba che è già «il piccolo miracolo che canta e suona la chitarra». Così Rosetta incontra il blues del Delta e il jazz di New Orleans, poi si stabilisce a Chicago e qua comincia a cantare in piedi su un pianoforte, perché è così piccola che altrimenti il pubblico non la vedrebbe.

A dieci anni è già polistrumentista e manda in delirio i fedeli, poi a diciannove su consiglio della mamma sposa un predicatore: la musica di Sister Rosetta attirerà le persone in chiesa, poi il marito le convertirà dal pulpito. Ma l’uomo è un violento e la sfrutta per arricchirsi, allora Rosetta prende la mamma e insieme scappano fino a New York, dove il suo talento viene notato al volo e la ragazza si ritrova a cantare nei night club più rinomati. Il Cotton Club, il Café Society, luoghi così diversi dalle chiese in cui è cresciuta, frequentati da avventori ben poco timorati di Dio e ragazze seminude che le ballano di fianco. Ma Rosetta non ha nemmeno il tempo di guardarsi intorno, perché il successo arriva a valanga. Nel 1938 la Decca pubblica i suoi primi dischi, brani clamorosi come This Train e Rock Me, inni a Gesù sostenuti però da una carica quasi aggressiva e un ritmo travolgente, che catturano anche chi non ha la minima propensione spirituale. E scandalizzano invece la comunità dei fedeli, che non la riconoscono più e cominciano a pensare che Sorella Rosetta non sia degna di esibirsi nella casa del Signore.

Nel 1944 Strange Things Happen Every Day, da molti considerato il primo disco di rock’n’roll, scala la Harlem Hit Parade, classifica speciale creata per tenere separate la musica nera e quella dei bianchi. Rosetta è una star, canta con Duke Ellington, Cab Calloway e Benny Goodman, ma non dimentica la sua missione, ci mette tutta la passione e alla fine riesce a vincere le diffidenze dei fedeli, continuando a esibirsi anche nelle chiese: Sorella Rosetta canta per il Cielo, e non c’è nessuna differenza se il suo canto si leva da un altare o da un fumoso locale notturno. Gira la nazione a bordo di un autobus col suo nome scritto sulla fiancata, prototipo dei leggendari «Tour Bus» che nella mitologia rock dei decenni a venire saranno scenario di eccessi e bagordi inimmaginabili. Ma a Rosetta il bus serve per motivi meno piacevoli: nell’America del dopoguerra non è facile trovare alberghi che accettino clienti di colore, quindi conviene viaggiare con un mezzo su cui si può dormire comodi.

Nel suo continuo vagare, un giorno Rosetta scopre Marie Knight, contralto formidabile, e insieme cominciano a duettare in giro per l’America. Sono due donne coraggiose, formano una coppia che non è solo artistica, e sono decise a viaggiare e cantare per sempre. O almeno fino a una notte del 1950, in cui la madre di Marie e due figli piccoli muoiono in un incendio, la Knight è distrutta e sparisce, e Rosetta torna di nuovo sola. A gestire un successo sempre più grande.

Negli anni Quaranta e Cinquanta è una stella assoluta, e tra gli ammiratori catturati dal suo modo aggressivo di suonare, noncurante dell’etichetta e delle buone maniere, ci sono ragazzi di belle speranze come Elvis Presley, Jerry Lee Lewis, Chuck Berry, Johnny Cash e Little Richard, che la citeranno sempre tra le loro maggiori influenze. Ma Rosetta non è ancora pronta a cedere il passo, e nel 1951 annuncia che si sposerà, al gigantesco Griffith Stadium di Washington DC, e canterà in abito nuziale. I 25 mila biglietti vanno subito esauriti, e la Decca stamperà un disco-documento dell’evento. Tutto perfetto insomma, manca solo un dettaglio: lo sposo. Che si troverà a pochi giorni dal matrimonio.

Sarà proprio l’arrivo del rock’n’roll a rubarle l’attenzione del pubblico. Che adesso vuole impazzire per cantanti giovani, vuole bei ragazzi maledetti che i genitori non approvano, mica una signora sui cinquanta che canta di non bere e non fumare se speriamo di salire sul treno diretto alla Gloria. E quindi la fama cala, le serate pure, e Rosetta si trasferisce a Philadelphia con marito e mamma, per quella che sembra la fine della sua lunga avventura itinerante. Ma non è così. In Inghilterra scoppia la mania del blues, l’Europa celebra i maestri del genere e Rosetta è chiamata a suonare nel Vecchio Continente, per influenzare un’altra generazione di musicisti. Stregherà Ginger Baker, futuro batterista dei Cream, e nel 1964 il pubblico televisivo inglese resta sbalordito quando, sotto una pioggia incessante, questa signora sovrappeso con cappottone color panna e capelli bianchi sale sul palco, saluta cortese e poi imbraccia una clamorosa Gibson Les Paul, la stessa chitarra che sarà compagna fissa di musicisti come l’oscuro Tony Iommi dei Black Sabbath e Angus Young, l’adolescente indemoniato degli Ac/Dc. La signora aggredisce lo strumento, alza le mani al cielo e poi torna a picchiare sulle corde come se fosse il giorno del Giudizio. E Bob Dylan ricorda: «Sublime, splendida, una grande forza della Natura… Sono sicuro che tanti ragazzi inglesi hanno preso in mano una chitarra dopo averla vista suonare quella sera».

Ma gli anni passano, sua madre Katie muore e Rosetta cade in depressione. I soldi finiscono, e il diabete le farà perdere una gamba. Lei non si arrende e dichiara: «Tornerò a suonare. Non vi dico quando, ma tornerò». E invece no. Nel 1973 Sister Rosetta muore. Al funerale solo gli amici più stretti, e l’arrivo inatteso della vecchia compagna Marie Knight, che prima dell’ultimo viaggio la trucca e la pettina come la regina che è. La sua tomba a Philadelphia rimane a lungo anonima, perché il marito non vuole pagare per una lapide. Che verrà eretta solo nel 2008, coi soldi di un concerto appositamente organizzato. Sopra si legge «Sorella Rosetta, leggenda della musica gospel. Cantava fino a farti piangere e poi cantava fino a farti ballare di gioia». Nel frattempo il rock è nato, è cresciuto e ha conquistato il mondo. Accompagna la ribellione giovanile e scandalizza bigotti e benpensanti, che lo accusano di inneggiare alle droghe, alla violenza e pure al satanismo. E sembra così strano che tra i suoi genitori ci sia una gentile signora di colore, Sorella Rosetta, vissuta per cantare le lodi di Gesù. Ma come ricorda uno dei suoi successi, Strange Things Happen Every Day: ogni giorno capitano cose strane. E una cosa strana, e favolosa, è stata l’avventura di Sister Rosetta Tharpe.”