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Giornata mondiale dell’acqua

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22 marzo, giornata mondiale dell’acqua, secondo l’Onu. Penso che con gli eventi di oggi pochi si soffermeranno su questo articolo. Ma al momento non mi sento di scrivere nulla. E’ un blog, non una testata giornalistica, quindi risponde anche ai miei bisogni. L’articolo è scritto da Elio Boscaini e compare su Nigrizia.
Sono 2,5 miliardi le persone che sulla Terra non hanno accesso a installazioni sanitarie di base. L’enormità della cifra ci dice che la lotta per l’accesso all’acqua è un obiettivo lungi dall’essere raggiunto. Nel 2015, gli Obiettivi per lo sviluppo del millennio, fissati nel 2000 tra i 193 paesi membri dell’Onu e più di una ventina di organizzazioni internazionali, sembravano raggiunti. Tra questi c’è la problematica dell’acqua, che sarà certamente al centro delle grandi sfide umanitarie dei prossimi decenni.
Il conto alla rovescia è già cominciato. Perché se l’obiettivo delle Nazioni Unite di ridurre della metà il numero delle persone che non hanno accesso all’acqua era stato raggiunto nel 2012 (anche se alcune ong non ci credono), quello all’acqua potabile non è certo stato un successo. Ciò ha conseguenze drammatiche.
Secondo l’Oms (Organizzazione mondiale della sanità) sono 3 milioni le persone che soffrono di malattie legate all’acqua. Attualmente, poi, circa 783 milioni di persone, l’11% della popolazione mondiale, non possono usufruire di una sorgente potabile. Peggio ancora, 2,5 miliardi di persone non hanno accesso a installazioni sanitarie di base (toilette, WC). Cifre che danno le vertigini, perché poi sono 2,2 milioni le persone che ogni anno muoiono nel mondo di diarrea legata alla precarietà del loro habitat sanitario, a un accesso minimo all’acqua, e a pessime condizioni igieniche. Donne, bambini e persone che vivono nella povertà rappresentano il bersaglio più vulnerabile.
Come è specificato nel rapporto 2012 sugli Obiettivi del millennio, le donne sono le più colpite dalla penuria di questo elemento vitale. Nell’Africa subsahariana, per esempio, il lavoro di attingere acqua è per il 71% riservato alle donne e alle ragazze.
La comunità internazionale deve dunque agire e in fretta. Perché le cifre sono drammatiche.
Secondo il rapporto pubblicato oggi dal Programma mondiale per la valutazione delle risorse idriche, la popolazione del pianeta dovrebbe raggiungere nel 2050 i 9,3 miliardi di persone. L’aumento riguarderà soprattutto l’Africa e l’Asia centromeridionale. Una sfida epocale, dato che, come ha dimostrato la Cop21 di Parigi, la mancanza di acqua rischia di affamarci più in fretta del previsto. L’agricoltura sarà la prima a soffrire della sua scarsità. Ne è cosciente anche il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon: «L’acqua è la chiave di uno sviluppo sostenibile. Dobbiamo lavorare insieme per proteggere e gestire con prudenza questa risorsa fragile e limitata», ha dichiarato lo scorso 11 febbraio, sottolineando l’importanza dell’acqua dolce per la salute, la sicurezza alimentare e il progresso economico; evidenziando al tempo stesso quanto “l’oro blu” si faccia sempre più raro…
Questa penuria non solo rischia di creare situazioni sanitarie catastrofiche, ma aumenta anche il rischio di conflitti legati a questa diminuzione.
L’acqua dolce scorre senza tener conto delle frontiere. Nel mondo ci sono 276 bacini fluviali con almeno un affluente che attraversa una frontiera internazionale. Il 40% della popolazione mondiale vive sulle rive di questi bacini transfrontalieri, che coprono il 46 % circa delle terre emerse. Dal momento che la popolazione mondiale è in continua crescita, ma la quantità d’acqua disponibile non aumenta, la proprietà di queste acque è alla radice di vive tensioni tra stati che, a volte, sfociano in conflitti.
L’acqua può realmente essere la ragione principale di uno scontro, com’è il caso per il Nilo, dove 11 stati devono spartirsi una quantità limitata di acqua. In altri casi invece ci sono fattori politici all’origine di un conflitto in cui però l’acqua diviene un elemento che complica ancor di più le cose.
L’accesso all’oro blu è divenuto nel 2010 un «diritto fondamentale, essenziale per il pieno esercizio del diritto alla vita e di tutti i diritti dell’uomo». Gli stati sono obbligati a mettere in campo tutti i mezzi possibili per rendere accessibile l’acqua alle loro popolazioni.
Nel 2025, una persona su due vivrà in un paese in cui l’acqua scarseggerà. I cambiamenti climatici e l’inquinamento galoppante si aggiungeranno sempre più ai fattori di penuria, peggiorando la situazione.
Quella dell’acqua rappresenta dunque una sfida reale per l’umanità, mescolandosi a quelle economiche, politiche e geopolitiche. Nel 2012, in un’intervista al quotidiano francese La Croix, Alain Cabras, professore a Sciences-Po Aix e membro del gruppo di lavoro Racines et citoyenneté, spiegava che «in tutte le civiltà conosciute, il simbolismo dell’acqua ha molti punti in comune. Ovunque questo elemento è sinonimo di creazione. In tutte le religioni e in tutti i grandi miti, è anche elemento di condivisone, ciò che unisce». E se un domani l’acqua tornasse realmente a essere un elemento di condivisione e di pace?”.

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Autoconferme geopolitiche

guerra_libia_2011_820Un interessante articolo di Giovanni Fontana pubblicato ieri su Limes. Si accenna alla Libia, ma l’argomento è più che altro la geopolitica e l’attenzione che si deve porre quando si ragiona su tali temi.
Alla luce della presenza dei seguaci di al-Baghdadi, sbagliammo a intervenire contro Gheddafi? Attenzione a non interpretare i fatti come conferma delle nostre convinzioni.
La presenza dello Stato Islamico in Libia non dimostra che sia stato sbagliato intervenire quattro anni fa. A leggere la stampa italiana di febbraio, oggi dovremmo essere nel pieno di una guerra civile con le milizie dello Stato Islamico (Is) che risalgono l’Italia e minacciano di conquistare la capitale. In realtà, una volta che l’allarmismo di quei giorni si è rivelato inconsistente, la questione ha perso le prime pagine e delle sorti della Libia – tuttora nel pieno degli scontri fra fazioni, ieri l’Is ha rapito venti operatori medici a Sirte mentre il Consiglio Europeo cerca una soluzione diplomatica alla crisi – non ci si preoccupa molto. Probabilmente fino al prossimo proclama di minacce, quando la maggiore preoccupazione della politica italiana tornerà a essere l’ascesa di gruppi affiliati allo Stato Islamico sulla sponda opposta del Mediterraneo. La prospettiva che l’Is stia effettivamente conquistando la Libia è più che discutibile, ma ha già provocato reazioni che è difficile non definire infantili: innanzitutto il provincialismo manifestato dall’occuparsi dei problemi del mondo soltanto quando questi sembrano avvicinarsi a casa.
Inoltre, gli eventi degli ultimi giorni hanno aperto la strada a due grandi filoni di sciacallaggio: il primo è l’allarmismo con cui una parte della stampa parla dello Stato Islamico “alle porte di Roma”, ignorando la quantità di autoproclamazioni. Alcuni account twitter si autoproclamano rappresentanti dei movimenti jihadisti in Libia, i quali si autoproclamano a propria volta rappresentanti dello Stato Islamico nonché capaci di attaccare l’Italia; il secondo tipo di sciacallaggio è quello di chi, oggi, sostiene che questa sia la prova che l’intervento in Libia fosse sbagliato. Dire che ciò che sta accadendo in Libia dimostra che è stato sbagliato intervenire militarmente nel paese è come dire che ciò che accade in Siria dimostra che è stato sbagliato non intervenire militarmente nel paese. In entrambi i casi è una posizione ingenua e ignora il fatto che lo spettro di ciò che si intende per “intervento” è molto fluido e per questo si presta a quello che in psicologia cognitiva si chiama “bias di conferma“, cioè la tendenza a interpretare i fatti del mondo come conferme delle proprie convinzioni.
Da un punto di vista più pragmatico che legale, si può schematizzare un quadro ovviamente più complesso distinguendo vari indirizzi strategici:
si può decidere di intervenire militarmente per conto proprio;
si può decidere di sostenere militarmente l’intervento della parte che si crede migliore;
si può decidere di sostenere politicamente/economicamente la parte che si crede migliore;
si può decidere di non intervenire.
Nel primo caso si procede a una vera e propria invasione militare; nel secondo si appoggiano gli sforzi militari di una parte nel conflitto; nel terzo caso si sovvenziona una parte (o si sanziona l’altra) attraverso il trasferimento di denaro/beni/addestramento/armi; nel quarto caso non si fa nulla di tutto questo. Per semplificare, è possibile provare ad ascrivere ciascuna di queste categorie ad alcuni conflitti recenti: rispettivamente Iraq 2003, Libia 2011, Siria 2011, Ruanda 1994. Da molti punti di vista, come quello della stabilità, ciascuna di queste storie è un gigantesco insuccesso, un fatto che dovrebbe suggerire prudenza nell’affermare che una di queste soluzioni sia buona per tutti i contesti. In realtà, accade l’opposto: ciascuno di questi insuccessi, così diversi fra loro, viene usato per confermare la propria teoria, indipendentemente dal contesto. Ciò avviene spesso con i casi di mezzo, che sono anche i più scivolosi da definire: quand’è che dare aiuti a una parte – o imporre sanzioni alla parte avversa – diventa un coinvolgimento militare? Non è possibile tirare una linea netta, neanche nella natura degli aiuti. Nei fatti, dare o togliere denaro è molto simile a dare o togliere armi: non soltanto i soldi comprano le armi, ma qualunque tipo di aiuto non bellico permette di risparmiare voci di bilancio che possono essere reinvestite in materiale bellico. Per questo si tratta dei casi più discutibili e più soggetti al bias della conferma: se si è convinti dell’ingiustizia di un intervento, si può dire che si è intervenuti troppo; se si è convinti della giustizia di un intervento, si può dire che si è intervenuti troppo poco. Per questo oggi sulla Siria c’è chi dice che il problema sia stato intervenire troppo, dato che la Cia ha armato i ribelli (e parte di queste armi sono finite nelle mani dell’Is), mentre chi ha sviluppato quella strategia – ossia Hillary Clinton – afferma che il “fallimento” degli Stati Uniti sia stato quello di non essere intervenuti in Siria. D’altra parte, c’è chi all’obiezione “siamo intervenuti dalla parte sbagliata” risponde che proprio il rifiuto di intervenire militarmente in prima persona ha costretto a scegliere una parte da sostenere e armare. Ogni argomento ha, intrinsecamente, le radici del suo contrario.
In questo ginepraio di torti e ragioni, dove non sembra esserci una sola via buona per garantire la stabilità di un paese in piena guerra civile, non bisogna perdere di vista un altro piano fondamentale: quello umanitario, della “responsibility to protect“. Se da un punto di vista geopolitico bisogna analizzare attentamente il contesto per identificare quale sia il migliore grado di intervento o non intervento in uno scenario, da quello umanitario non si può prescindere dal dovere di proteggere i civili. Per questo non ci si può dimenticare quale fosse il principale argomento di discussione ai tempi dell’intervento in Libia e del mancato intervento in Siria: la salvaguardia delle vite umane.
La commissione d’inchiesta dell’Alto Commissariato per i diritti umani sui crimini della guerra civile libica parlò di: “violazioni dei diritti umani”, “attacchi ai civili”, “sparizioni forzate”, “torture e maltrattamenti”. L’allora procuratore capo della Corte Penale Internazionale, Luis Moreno-Ocampo, confermò la presenza di: «una precisa politica di stupro degli oppositori del governo». Saif al-Islam Gheddafi annunciò alla tv di Stato che «fiumi di sangue avrebbero inondato la Libia». Il 17 marzo, dopo settimane di violenze, Mu’ammar Gheddafi stava per scatenare il proprio attacco finale alla città di Benghazi, 670 mila abitanti. Nel suo discorso aveva promesso una “resa dei conti”, di “ripulire la città”, di “scovare i ribelli strada per strada”. La sera stessa, dopo settimane di inazione, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu approvò una risoluzione che istituiva una no-fly zone e affermava la necessità di “prendere tutte le misure necessarie […] alla salvaguardia dei civili”. Si può pensare che, da un punto di vista geopolitico, la no-fly zone sia stata un disastro; a maggior ragione si può pensare che sia stato disastroso imbarcarsi in una guerra senza una vera strategia per uscirne; ancora a maggior ragione si può pensare che, oggi, un intervento di terra per sgominare i gruppi che si ispirano all’Is sarebbe ancora più disastroso. Questo, però, non toglie che l’intervento di quattro anni fa sia stato necessario a salvaguardare la vita di migliaia e migliaia di persone che sarebbero state altrimenti trucidate. L’impegno a impedire che questo accada non può che essere il primo cardine di qualunque considerazione geopolitica.

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Gemme n° 76

Questa gemma è già stata presentata in un’altra classe e quindi appare già qui sul blog, ma non ho impedito la ripetizione della gemma, in quanto la stessa cosa può essere diversamente significativa per ciascuno di noi.
Commentandola, S. (classe seconda) ha affermato: “Ritengo sia un video molto importante per sfatare lo stereotipo secondo cui l’uomo sarebbe migliore della donna. Penso che le donne siano troppo sottovalutate e non trovo sia giusto: siamo tutti uguali con uguali diritti”.
Riprendo un breve racconto emblematico: «Un professore di inglese una volta ha scritto alla lavagna questa frase: “woman without her man is nothing” e ha chiesto ai suoi alunni di inserire la punteggiatura; i ragazzi hanno scritto “woman, without her man, is nothing”; le ragazze hanno scritto “woman! without her, man is nothing!”». Purtroppo lungo è ancora il sentiero per arrivare al concetto di umanità che comprenda tutti sullo stesso livello.

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Gemme n° 15

La gemma proposta da F. (classe quinta) è in linea con l’argomento che stiamo trattando, quello della globalizzazione, e con la lezione tenuta in classe la scorsa settimana da un esperto informatico sull’uso e sull’abuso del coltan nella costruzione dei condensatori.

“Dopo la lezione di martedì scorso ho portato questo video: ci sono delle cose che stiamo perdendo, specie animali che si estinguono e il pianeta che sta andando verso un punto di non ritorno”. Forse la cosa che fa più specie è che questo discorso è del 1992!
Se qualcuno vuole leggersi il discorso con calma: Severn Suzuki
Lo commento con una frase dei nativi americani Mohawk:
Quando avrete inquinato l’ultimo fiume
e avrete preso l’ultimo pesce,
quando avrete abbattuto l’ultimo albero,
allora e solo allora vi renderete conto che
non potete mangiare il denaro
che avete ammucchiato nelle vostra banche.”

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Gemme n° 11

Prof, so che ha dato circa 5 minuti per presentare la gemma. Io avrei portato il discorso di Emma Watson all’ONU, ma dura circa 11 minuti” mi ha detto S. (classe seconda) appena ho finito di montare pc e proiettore. “Beh, vediamo” le ho risposto.

In quegli 11 minuti non è volata una mosca, c’era un silenzio di attenzione e condivisione. Ha aggiunto S. “Ho scoperto questo video per caso, però mi ha molto colpito perché secondo me c’è molta confusione sul nome e sul concetto di femminismo. Quello che ha detto Emma Watson mi è piaciuto e l’ho voluto condividere con la classe”. Riprendo uno dei concetti e slogan citati due volte e usati anche per altre occasioni: “se non io, chi? se non ora, quando?”.
Se poi qualcuno desidera leggersi con calma il suo discorso, ecco qui: Emma Watson all’Onu