Pubblicato in: Diritti umani, Etica, Società, Storia, Testimoni

L’eredità di Annalisa

Sono passati esattamente quindici anni da quando, in una sparatoria tra clan a Forcella, veniva uccisa per errore una ragazzina di 14 anni, Annalisa Durante. Il suo nome è stato dato ad una biblioteca in uno dei rioni di Napoli. Ne scrive su L’Espresso Anna Dichiarante.

“Quindici anni fa, a Forcella, certe cose erano impensabili. Un pianoforte lasciato a disposizione dei passanti, la biblioteca, il murales di Jorit con il ritratto di un san Gennaro che santo non è, perché quel volto è di un giovane operaio e non del patrono della città. La sintesi di Napoli: mistica, viscerale, popolare. Quindici anni fa, in questo rione nel centro storico del capoluogo campano, i proiettili della camorra uccidevano Annalisa Durante.

Era la sera del 27 marzo 2004, quando, in via Vicaria vecchia, Annalisa, 14 anni, si ritrovò in mezzo a una sparatoria tra i clan rivali dei Giuliano e dei Mazzarella. Era scesa sotto casa per chiacchierare con le amiche e fu colpita per errore. Anche se coprirsi la fuga sparando per strada, tra la gente, non può essere considerato un errore. Annalisa divenne “scudo” di Salvatore Giuliano, rampollo della dinastia criminale che a Forcella ha dominato a lungo: il boss, all’epoca diciannovenne, impugnò le armi per difendersi da un agguato tesogli dal gruppo di fuoco di Vincenzo Mazzarella e centrò lei. La ragazza morì in ospedale nei giorni successivi.
Per l’omicidio, Giuliano è stato condannato in via definitiva a 20 anni di reclusione. Vittima e assassino si conoscevano, perché in quell’intrico di vicoli tutti si conoscono. E lì, per rabbia e per amore, la famiglia di Annalisa è rimasta. Nonostante le minacce ricevute per aver esortato gli abitanti del rione a testimoniare contro i boss, suo padre Giovanni ha iniziato a darsi da fare per rendere Forcella un posto migliore. Una sfida per resistere al dolore, per dare un senso alla propria esistenza e per realizzare il desiderio della figlia di vedere un giorno Forcella «bella come gli altri quartieri».
«Questi anni sono stati una battaglia. Allora, più della metà del quartiere stava con i camorristi, ma adesso il settanta per cento sta dalla mia parte. Chi avrebbe mai pensato che grazie ad Annalisa si sarebbe riusciti a fare tanto?», dice Giovanni, indicando intorno a sé gli scaffali con i libri della biblioteca che porta il nome di sua figlia.
Nell’angolo c’è uno scatolone con gli ultimi cento donati da una scuola di Brescia. Sono molte, infatti, le classi che vengono in visita. Fuori qualcuno suona il pianoforte regalato da una storica azienda napoletana: serve per i concerti e i laboratori musicali, poi viene lasciato sotto il portico e chi passa può usarlo. Vicino al piano, c’è una casetta di legno con i libri che possono essere presi liberamente. Ovunque ci sono foto con luoghi e personaggi della tradizione napoletana. Poi, una parete con l’elenco, interminabile, delle vittime innocenti della criminalità organizzata in Campania. Giovanni trova sempre qualcosa da fare, qualcuno con cui parlare; i suoi occhi inseguono continuamente nuove idee. Al suo fianco c’è Pino Perna, presidente dell’associazione fondata nel 2005 in memoria di Annalisa. Pino cerca di attuare tutti i progetti del signor Durante, perché «dirgli di no è impossibile».

Fonte immagine

Questa biblioteca, aperta nel 2015 e ospitata in uno spazio comunale a pochi passi dal punto in cui la quattordicenne fu uccisa, è il loro orgoglio. Ci sono quasi seimila volumi di vario genere, catalogati e inseriti nel circuito del sistema bibliotecario nazionale. «Ogni libro ci è stato regalato. Hanno cominciato ad arrivarcene da tutta Italia dopo l’omicidio di Annalisa. E qui la ricordiamo nel giorno del quindicesimo anniversario dalla sua morte», spiega Perna. Giovanni racconta che a dargli l’idea della biblioteca fu un napoletano emigrato in Australia: «Lo incontrai per caso, mi lasciò un libro e mi spronò a intraprendere quest’impresa».
In realtà, il signor Durante aveva da sempre chiaro che la rinascita di Forcella, e delle altre aree soffocate dal controllo criminale, sarebbe dovuta passare dalla cultura. È quella, dice lui, che «salva le anime». Così, dopo la morte della figlia, iniziò a pungolare le istituzioni perché dessero un segnale, cominciando da uno dei posti più brutti del rione: un ex cinema di proprietà privata, ormai abbandonato e ridotto a discarica, proprio in via Vicaria vecchia. La Regione acquistò il palazzo, lo riqualificò e lo assegnò al Comune.
Piano piano, grazie al lavoro dell’associazione “Annalisa Durante” e di altre realtà locali del terzo settore, sono partite le attività culturali e ricreative per bambini e ragazzi. Poi i libri, le mille iniziative per incentivare la lettura, il giornalino scritto dai giovani del quartiere, lo studio per scoprire le origini storiche di Napoli condotto insieme a un liceo del Torinese, l’allestimento di mostre e spettacoli teatrali. Nel 2006, all’interno della scuola comunale che si trova vicino alla biblioteca e che è stata a sua volta intitolata ad Annalisa, l’associazione ha aperto una ludoteca. «Nel 2011, però, abbiamo dovuto chiuderla – dice Pino – senza finanziamenti pubblici, non potevamo più pagare gli operatori». Grazie a una raccolta solidale di fondi e ai volontari del servizio civile, nel 2016 c’è stata la riapertura. A fare da custode alla sala con i giochi, tutti regalati, è il nonno materno di Annalisa.
«All’inizio, alle nostre attività non veniva nessuno – continua Pino – la gente non si fidava o temeva di inimicarsi il clan frequentandole. Abbiamo dovuto dimostrare di essere credibili, di offrire servizi alla comunità. Perciò abbiamo puntato sui bimbi. Le mamme li lasciavano qui senza entrare, imparando che su di noi potevano contare».
Una fiducia guadagnata a fatica, cercando di attirare le persone, una a una, in un quartiere martoriato dal degrado sociale ed economico. «Adesso del centro di Napoli si parla per le scorribande delle “baby paranze”. Sono proprio questi giovani “malamente” che vado a cercare, sono loro che hanno bisogno di essere strappati alla camorra e alla miseria. La mia sfida è portarli qui. Il coraggio per entrare, qualcuno lo sta trovando», s’infervora Giovanni, mischiando italiano e dialetto. Poi guarda Pino per un cenno di conferma: sì, ora a Forcella il coraggio per denunciare le intimidazioni e le estorsioni dei clan qualcuno inizia ad averlo. Il prossimo passo è portare le iniziative all’esterno, in mezzo alla gente. Come con la sfilata di carnevale del Comune, con la ciclo-officina gratuita, con il book crossing. E la partecipazione cresce. Agli incontri in biblioteca, Giovanni sistema le sedie in cerchio, ma lascia sempre un punto vuoto per poter aggiungere una sedia. «Il problema è che le istituzioni, invece di aiutarci, si dimenticano di noi, ci stritolano con la burocrazia – lamenta – l’ho detto pure al premier Giuseppe Conte, quand’è venuto qui. E gli ho chiesto perché Forcella non può essere ogni giorno come l’hanno fatta trovare a lui, pulita, senza cataste di motorini sui marciapiedi, senza bancarelle abusive dappertutto».
L’obiettivo è sfruttare ogni moto delle coscienze e anche il boom turistico che Napoli sta vivendo. «Ci sono problemi eterni in questo rione – dice Perna – il contrabbando di sigarette come negli anni Settanta, gli edifici puntellati dal terremoto del 1980… Servono politiche integrate e continuative di sviluppo, non spot o interventi una tantum. Serve sinergia tra le organizzazioni di volontariato del territorio, soprattutto adesso che nuove idee stanno prendendo forma. E occorre portare i turisti anche qui. Finora si sono fermati a via Duomo, la strada che conduce alla cattedrale di Napoli e che segna il limite tra il centro storico, pieno di attrazioni famose nel mondo, e questo quartiere disgraziato, su cui sono fioriti pregiudizi». Per questo, Perna collabora anche con Legambiente e Slow Food: «Abbiamo poi creato “Zona Ntl – Napoli turismo e legalità”, una mappa dei siti di interesse storico-archeologico di Forcella collegata a un’app per raggiungere ovunque i potenziali turisti. Il rione è pieno di tesori, ma alcuni sono inaccessibili e trascurati, vanno recuperati. Sulla nostra cartina, inoltre, sono indicati bar e ristoranti dove trovare le eccellenze locali. Bisogna sostenere gli sforzi di chi vuole trasformare Forcella in un polo turistico di qualità».
Giovanni, intanto, pensa già ai progetti futuri. Vuole aprire una piccola sezione della biblioteca all’interno del carcere di Poggioreale. «Ci vorrebbe una stanza, magari un po’ colorata, dove i detenuti possano trovare libri selezionati per loro, letture che possano farli riflettere e indurli a cambiare», spiega. Ma il sogno del signor Durante è di incontrare papa Francesco. Pino si sta facendo in quattro per riuscire ad accontentarlo. «Sai cosa vorrei chiedergli? – dice Giovanni, stringendo il braccio dell’amico – di lanciare un appello per aiutarmi a trovare le cinque persone che hanno ricevuto gli organi di mia figlia».
Quando Annalisa morì, infatti, i suoi genitori autorizzarono la donazione, ma la legge non consente di conoscere l’identità dei destinatari del trapianto. «Il mio ultimo desiderio – conclude Giovanni – è poterli abbracciare. Nient’altro. Ma mi basterebbe anche solo un biglietto anonimo, per sapere se stanno bene. Per sapere che sono vivi e che Annalisa lo è insieme a loro».

Pubblicato in: Etica, opinioni, Scienze e tecnologia, Società

Costruzione mediatica o …?

Ed ecco il secondo articolo sulla manifestazione del 15 marzo, annessi e connessi vari… E’ lunghetto: si tratta di un’analisi della vicenda dal punto di vista delle teorie del complotto. Sarebbe più facile mettere un semplice link a Valigia Blu, ma ho da sempre scelto di ripubblicare per intero gli articoli nel timore che possano sparire dalla rete…

La figura di Greta Thunberg è stata pianificata a tavolino e costruita mediaticamente per favorire la quarta rivoluzione industriale dell’economia verde ed è il frutto di un esperimento di ingegneria sociale per manipolare, condizionare e spingere le masse ad agire su scala globale. È quanto asserisce Cory Morningstar in un articolo diviso in 6 atti pubblicato tra gennaio e febbraio scorso dal titolo “La fabbricazione di Greta Thunberg”. L’autore del pezzo ha isolato dettagli reali cucendoli tra di loro con interpretazioni spesso forzate all’interno di una cornice molto ampia (favorire la quarta rivoluzione industriale dell’economia verde) per costruire una narrazione che spieghi il vero motivo per cui Greta Thunberg sta protestando contro il clima ed è diventata un modello da seguire. Per certi versi, una costruzione narrativa simile a quella delle teorie dei complotti.
Nelle sei sezioni del suo articolo, Morningstar parte dalle relazioni di Greta con la start-up tecnologica “We Do Not Have Time” per poi tracciare i legami tra questa start-up, il “Climate Reality Project” di Al Gore, Banca mondiale e World Economic Forum e arrivare a parlare di come tutte queste organizzazioni tirino le fila dei movimenti giovanili, stiano costruendo un’emergenza climatica per poter spostare fondi e finanziamenti a società e organizzazioni che si occupano di servizi ecosistemici. Le ONG mainstream (in particolare il WWF, al quale sarebbe collegata la madre di Greta, Malena Ernman, insignita del titolo di WWF Environmental Hero of the Year 2017 e salita agli onori della cronaca con il lancio di un libro su Greta nel 2018 su uno dei principali giornali svedesi) – conclude Morningstar al termine della sua lunga disquisizione – stanno sostenendo e finanziando il movimento climatico per salvaguardare la loro influenza e manipolare ulteriormente la popolazione organizzando dalle retrovie gruppi di protesta negli Stati Uniti e in tutto il mondo. Sarebbe questo, per l’autore dell’articolo, il più grande esperimento recente di ingegneria sociale di manipolazione delle masse e Greta Thunberg sarebbe il capo dell’intricata matassa che consentirebbe di ripercorrere le fila del gomitolo e svelare tutta l’architettura che si cela dietro i movimenti di protesta contro il cambiamento climatico.

La fabbricazione di Greta Thunberg ai fini del consenso

Il primo atto dell’articolo di Morningstar – dedicato alla figura di Greta Thunberg e tradotto integralmente in italiano dal sito Voci dall’estero –  ha avuto risonanza in Italia (insieme a tante altre bufale diffuse sul conto di Greta) per sostenere che la giovane attivista svedese fosse una figura artefatta, una marionetta che parla per conto di altri, e per screditare le istanze portate dalle enormi proteste giovanili, che venerdì scorso hanno occupato strade e piazze di tante città in tutto il mondo, e di un intero movimento che, complici anche i media, è stato identificato esclusivamente nella figura dell’adolescente svedese che sfida i grandi capi di Stato e le istituzioni globali.
In particolare, l’autore dell’articolo punta l’attenzione su come la figura di Greta Thunberg sia spuntata all’improvviso dal nulla con un tweet pubblicato il 20 agosto 2018 che mostrava la foto di una ragazza svedese seduta su un marciapiede mentre protesta per il clima: “Una ragazza di 15 anni davanti al Parlamento svedese fa sciopero a scuola per 3 settimane fino al giorno delle elezioni. Immaginate solo come deve sentirsi sola in questa foto. La gente non si ferma. Ognuno continua le proprie faccende come al solito. Ma è la verità. Non possiamo, e lei lo sa!”.
Il tweet, segnala Morningstar, è stato pubblicato dal profilo della società “We Do Not Have Time” (“Non abbiamo tempo”), fondata da Ingmar Rentzhog. Nella foto sono stati taggati la protagonista della foto (Greta Thunberg), un movimento giovanile (Zero Hour) e la sua fondatrice (Jamie Margolin), il Climate Project Reality di Al Gore (ndr, candidato alle presidenziali negli Stati Uniti nel 2000 e sconfitto da Bush e dall’inizio della sua carriera politica impegnato della battaglia per il clima), People’s Climate Strike, tutti soggetti che, secondo la ricostruzione che farà l’autore del pezzo negli atti successivi, sono protagonisti della costruzione “emergenza clima” per poter dettare l’agenda politica globale e far sì che vengano finanziati quelle organizzazioni che si occupano di servizi ecosistemici.
Pochi giorni dopo la prima protesta, l’account su Medium di “We Do Not Have Time” pubblica un post dal titolo “Questa ragazza quindicenne infrange la legge svedese per il clima” che ricostruisce la figura di Greta Thunberg e sottolinea che “We Do Not Have Time ha segnalato lo sciopero di Greta dal primo giorno e in meno di 24 ore i post sulla sua pagina Facebook e i tweet hanno ricevuto più di 20mila like, condivisioni e commenti. Non c’è voluto molto perché i media nazionali se ne occupassero. A partire dalla prima settimana dello sciopero, almeno sei tra i maggiori quotidiani, come anche la TV nazionale svedese e danese,  hanno intervistato Greta. Due leader politici svedesi si sono fermati a parlare con lei”.
L’articolo continua dicendo che Greta “ha subito trovato venti sostenitori che ora siedono accanto a lei. Questa ragazzina ha fatto notizia sui giornali nazionali e in TV. Questa ragazzina ha ricevuto migliaia di messaggi di amore e sostegno sui social media … Movimenti giovanili, come #ThisIsZeroHour di Jamie Margolin che #WeDontHaveTime ha intervistato, sostengono con grande urgenza che gli adulti dovrebbero prestare attenzione alla crisi climatica che è una minaccia esistenziale che deve essere affrontata con forza ORA”.
Ma quello che sembrava essere il rilancio di una protesta spontanea, prosegue Morningstar, era in realtà il lancio di un marchio, l’inizio di un’operazione di marketing. Il fondatore di “We Do Not Have Time”, Rentzhog, è anche fondatore di Laika (un’importante società svedese di consulenza che fornisce servizi all’industria finanziaria, recentemente acquisita da FundByMe), è parte del board di FundedByMe ed è membro della Climate Reality Organization Leaders di Al Gore, dove fa parte della Climate Policy Task Force europea. L’organizzazione di Al Gore, fondata nel 2006, è a sua volta partner di “We Do not Have Time”, tra i cui consulenti ed esperti sulla gioventù sono indicati Greta Thunberg e Jaime Margolin. Queste connessioni sarebbero la prova che dietro il “fenomeno Greta Thunberg” ci sarebbe una campagna orchestrata da grandi società e organizzazioni che cercano di spostare fondi nell’industria del clima grazie alla costruzione di una narrazione secondo la quale “non abbiamo più tempo, la catastrofe umanitaria è imminente, le temperature del pianeta si stanno alzando irrimediabilmente”.
Il pezzo – al cui interno non si fa riferimento agli studi e alle ricerche di climatologi internazionali e ai rapporti diffusi da istituzioni intergovernative come le Nazioni Unite – prosegue riportando stralci di interviste rilasciate da Rentzhog in cui spiega che la sua start-up tecnologica offre “partnership, pubblicità digitale e servizi relativi ai cambiamenti climatici, alla sostenibilità e alla crescente economia verde ed economia circolare” a ‘un vasto pubblico di consumatori e rappresentanti coinvolti’” e che “We Do Not Have Time” “è attiva principalmente in tre mercati: social media, pubblicità digitale e compensazione per le emissioni del carbonio”, un mercato – aggiunge Morningstar – che “solo negli Stati Uniti ammonta a oltre 82 miliardi di dollari, di cui il carbonio compensato volontario rappresenta 191 milioni di dollari”.
Figure come Greta Thunberg e Jamie Margolin sarebbero influencer con l’obiettivo di far parlare delle questioni legate all’ambiente, al cambiamento climatico e al riscaldamento globale e associare questi temi alle società che gravitano intorno a Rentzhog e Al Gore che finirebbero con l’avere una posizione commerciale di vantaggio in questo speciale mercato dell’industria del clima. Per sostenere la sua argomentazione Morningstar arriva a paragonare”We Do not Have Time” a quanto mostrato in una puntata della terza stagione di “Black Mirror”, una serie televisiva trasmessa su Netflix, in cui le relazioni sociali (e i diritti acquisiti) si misurano in base ai like ottenuti da ciascun cittadino su una piattaforma.  Secondo Morningstar,  la start-up di Rentzhog funzionerebbe allo stesso modo valutando con un rating – invece che le persone – marchi, prodotti, società e tutto quanto sia collegato al clima.
Il compito di figure come Thunberg e Margolin sarebbe quello, dunque, di manipolare le grandi masse in questa grande valutazione di rating attraverso l’abile uso dei social network: “Il complesso industriale non-profit può essere considerato l’esercito più potente del mondo. Impiegando miliardi di dipendenti tutti interconnessi, le campagne odierne, finanziate dalla oligarchia dominante, possono diventare virali nel giro di poche ore, instillando pensieri e opinioni uniformi, che gradualmente creano l’ideologia desiderata. Questa è l’arte dell’ingegneria sociale”.

Greta Thunberg è un burattino di “We Do Not Have Time”?

Successivamente, il 6 febbraio, lo Spiegel pubblica un altro articolo, a firma del giornalista Claus Hecking, che indaga sui rapporti tra Greta Thunberg e la start-up “We Do Not Have Time”. Greta Thunberg è una marionetta in mano a dei PR?, si chiede Hecking nel titolo. Il pezzo è stato poi tradotto in inglese perché alcune parti scritte in tedesco erano state riportate in alcuni articoli svedesi in modo distorto e manipolato.

Modello per migliaia di giovani che la seguono, spiega il giornalista, Greta è considerata dai suoi avversari un personaggio artefatto, sfruttata dagli adulti per loro mire politiche e commerciali. Chi sposa queste critiche prende spunto da quanto scritto sulla sua pagina Facebook da un giornalista di affari svedese, Andreas Henriksson, secondo il quale lo sciopero scolastico non era altro che una “campagna pubblicitaria” per il nuovo libro della madre di Greta [ndr, di questo libro parla anche Cory Morningstar nell’Atto III del suo articolo], la cantante d’opera Malena Ernman, e che dietro questa campagna ci sarebbe “il PR-professionista Ingmar Rentzhog”. Il post di Henriksson è stato divulgato soprattutto dai negazionisti del cambiamento climatico e dai gruppi di destra che da allora hanno iniziato ad affermare che Greta è una marionetta in mano a lucrosi burattinai.
Effettivamente – prosegue Hecking – Rentzhog è un esperto di campagne pubblicitarie: per anni ha guidato l’agenzia Laika Consulting. È stato lui a parlare prima di Greta sul suo profilo Facebook quando la giovane attivista scioperò per la prima volta da sola di fronte al Parlamento svedese. Con i suoi post Rentzhog ha attirato l’attenzione dei media su Greta proprio nella settimana in cui sua madre, Malena Ernman, pubblicava il libro in cui parlava anche di sua figlia, della sua sindrome di Asperger e della sua lotta per il clima.
Probabilmente il protagonismo di Greta dell’attivista svedese è stato “utilizzato” da Rentzhog per attrarre investimenti e trasformare “We Do Not Have Time” in una piattaforma di social media globale per coloro che sono interessati alla protezione dell’ambiente. Alla fine del 2018, la start-up ha raccolto 13 milioni di corone svedesi dagli investitori, equivalenti a 1,25 milioni di euro. Nel prospetto degli investitori, le attività della giovane attivista sono state presentate in più occasioni. Greta era anche presente nel comitato consultivo di una fondazione affiliata alla società.
Tutto questo è sufficiente per sostenere che Greta Thunberg è un prestanome di speculatori miliardari, come sostenuto dall’articolo di Cory Morningstar e altri blog di destra?
Questa ipotesi è stata respinta anche da Henriksson che pure, con il suo post su Facebook, aveva parlato di “strane coincidenze” e aveva contribuito a diffondere l’idea che Thunberg fosse una marionetta in mano ad altri. «Sono convinto che Greta e Ingmar lavorino insieme. Ma Greta non è un pupazzetto di Rentzhog. Le persone che diffondono questo sono pazzi ed estremisti di destra», ha detto il giornalista allo Spiegel. Tuttavia, ha aggiunto il giornalista svedese, Greta non può essere nemmeno raffigurata come una santa: «È un’attivista che crede e combatte per la sua buona causa, e ho un grande rispetto per lei. Ma la vita non è così in bianco e nero come la vede lei. E dovremmo ascoltare gli scienziati del clima per una questione complessa come i cambiamenti climatici». Ma sono proprio i climatologi le figure a cui Greta chiede consulenza per i suoi discorsi, spiega Hecking nell’articolo sullo Spiegel. In particolare due dei più rinomati esperti di tutto il mondo: Kevin Anderson del Tyndall Center for Climate Change Research di Manchester, e Glen Peters, direttore della ricerca del Centro Cicero di Oslo per la ricerca sul clima.
Dal canto suo, Rentzhog ha negato risolutamente le accuse: «Non abbiamo mai pianificato lo sciopero di Greta». All’epoca dei primi tweet, il fondatore di “We Do Not Have Time” aveva conosciuto sua madre ma non aveva mai parlato con la ragazza. Aveva deciso di passare davanti al Parlamento svedese perché un’attivista ambientalista aveva annunciato in un messaggio che ci sarebbe stata un’azione di fronte al Riksdag. «Greta ha iniziato questo sciopero da sola. Poi, con la nostra piattaforma, abbiamo contribuito a dare linfa alla storia, proprio come faremmo con qualsiasi altro attivista per il clima. Questo è il nostro lavoro». Rentzhog ha aggiunto che Greta non è mai stata pagata per il suo attivismo e che lui non ha mai scritto alcun discorso per lei.
Inoltre, “We Do Not Have Time”, spiega ancora Renthzog, non ha un grande giro di affari (nel 2018, 96mila euro) e ha solo cinque impiegati a tempo pieno. L’app che dovrebbe connettere gli ambientalisti di tutto il mondo sarà pronta al massimo ad aprile.
Contattata dallo Spiegel, Greta ha dichiarato di non promuovere “We Do Not Have Time”, di non essere più indicata tra i consulenti del comitato consultivo della start-up, e che i proventi del libro dovrebbero andare tutti in beneficenza, come si legge nella prefazione.

Greta: “Faccio quel che faccio tutto gratuitamente. Sono indipendente e rappresento solo me stessa”

In un post su Facebook (qui tradotto in italiano da Fabio Alemagna), lo scorso 11 febbraio, Greta Thunberg è intervenuta per smentire i continui “pettegolezzi, bugie e costanti omissioni di fatti ormai assodati”. L’attivista svedese ha scritto di non far parte di alcuna organizzazione, di cooperare a volte con alcune ONG che lavorano sul clima e l’ambiente, continuando a essere indipendente e a rappresentare nessun altro che se stessa: “Faccio quel che faccio del tutto gratuitamente, e né io né qualcuno a me collegato abbiamo mai ricevuto alcuna somma di denaro o alcuna promessa di pagamento futuro in qualsiasi forma. E ovviamente tutto rimarrà così. Non ho incontrato un solo attivista per il clima che combatte in cambio di denaro, la sola idea è completamente assurda. Inoltre, viaggio esclusivamente col permesso della mia scuola e sono i miei genitori a pagare per i biglietti e gli alloggi”.
Greta ha poi aggiunto di essere stata per breve tempo una consulente per i giovani nel consiglio di “We Do Not Have Time” ma di aver reciso ogni legame quando è venuta a conoscenza che un altro ramo dell’organizzazione aveva usato il suo nome.
Per smentire tutte le voci sul suo conto, Greta ha voluto ricostruire alcuni passaggi che hanno portato ai suoi scioperi scolastici, partendo dagli inizi, nel maggio 2018, quando, dopo aver vinto una competizione di scrittura sul tema dell’ambiente tenuta da un quotidiano svedese, fu contattata da Bo Thorén della Fossil Free Dalsland, che aveva formato un gruppo con delle persone, in particolare dei giovani, che volevano attivarsi sulla crisi climatica.
Durante gli incontri con altri attivisti nacque l’idea dello sciopero scolastico (“qualcosa che i bambini avrebbero potuto fare nei cortili delle scuole o nelle classi”), ispirata da quanto stavano facendo gli studenti di Parkland, in Florida, dopo la strage alla Marjory Stoneman Douglas High School. “L’idea di uno sciopero mi piacque, così la sviluppai e provai a coinvolgere altri giovani, ma nessuno era davvero interessato. Pensavano che una versione svedese della marcia del movimento Zero Hour potesse avere un impatto maggiore. Così mi diedi da fare da sola e non partecipai più agli incontri”, racconta Greta che ricorda come neanche i genitori approvassero la sua decisione di non andare a scuola per manifestare: “Il 20 agosto mi sedetti all’esterno del Parlamento svedese. Distribuii volantini con una lunga lista di fatti sulla crisi climatica e spiegazioni sul perché stessi scioperando. La prima cosa che feci fu quella di postare su Twitter e Instagram quel che stavo facendo, e presto diventò virale”.

Le foto, prosegue Greta, attirarono l’attenzione dei giornalisti e fu allora che conobbe Ingmar Rentzhog: “Ci mettemmo a parlare e fece delle foto che postò su Facebook. Fu la prima volta in assoluto ad averlo incontrato e ad averci parlato. Non avevamo mai comunicato e non ci eravamo mai incontrati prima”.
Per quanto riguarda il libro pubblicato dalla sua famiglia (“Scener ur hjärtat”; ndr, “Scene dal cuore”), che racconta la storia di come lei e sua sorella Beata hanno influenzato il modo di pensare e di vedere il mondo dei suoi genitori, specialmente per quanto riguarda il clima, Greta precisa che già prima della sua pubblicazione i genitori hanno dichiarato che “gli eventuali profitti del libro sarebbero stati devoluti a 8 diverse organizzazioni benefiche che lavorano per l’ambiente, i bambini con disturbi del comportamento e i diritti degli animali”.
E per chi avesse ancora perplessità, Greta invita ad ascoltare il suo Ted Talk () dove racconta come è iniziato il suo interesse per il clima.

Per i suoi discorsi, Greta dice di chiedere suggerimenti a scienziati ed esperti. “C’è anche chi si lamenta del fatto che «parlo e scrivo come un adulto». E a questo posso solo rispondere: non pensate che una persona di 16 anni abbia la capacità di parlare per se stessa? (…) Altri dicono che io non ci posso fare comunque niente, e che sono «solo una bambina e noi non dovremmo stare a sentire i bambini». Ma questa è una cosa che si può superare facilmente: iniziate ad ascoltare la scienza, piuttosto. Perché se tutti ascoltassero gli scienziati e i fatti ai quali faccio costantemente riferimento, allora nessuno dovrebbe stare a sentire me o qualunque altro delle centinaia di migliaia di bambini di scuola che stanno scioperando per il clima nel mondo. Allora io potrò tornarmene di nuovo a scuola”.

Pubblicato in: Scuola

Suo figlio partecipa poco

Colloquio genitore-insegnante.

Insegnante: E’ bravo, solo che interviene poco, dovrebbe proporsi un po’ di più, partecipare maggiormente alla lezione, buttarsi ogni tanto.

Genitore: Eh, sapesse quante volte glielo dico…

Pensiero dello studente:

pt_c130130.i.jpg