Gemma n° 2869

“Ero molto indecisa su cosa portare quest’anno come gemma, perché ci sono veramente un sacco di cose che avrei potuto portare, ma ho deciso di portare l’atletica e la mia prima allenatrice perché non so come mai, ma inconsciamente parlo molto poco di questo argomento. L’atletica è arrivata nella mia vita dopo cinque anni di ginnastica artistica e tre di nuoto e credo sia una passione che mi ha trasmesso mio papà. Ho iniziato atletica in quinta elementare nel 2018 e ora sono quasi 8 anni che faccio questo sport. Mi ricordo ancora il primo allenamento, mi ha accompagnato tutta la mia famiglia e sono rimasti tutto l’allenamento a guardarmi. Mi ricordo che la prima persona che mi ha accolto a braccia aperte è stata P., la mia prima allenatrice. Quell’allenamento l’ho passato tutto da sola perché essendo una persona riservata non ho fatto subito amicizia. Ricordo che poi sono andata a cena con la mia famiglia e mi hanno fatto la fatidica domanda “quindi vuoi fare questo sport” e io risposi sì. Da qui sono iniziati tutti gli alti e bassi di questo sport. Ma ho sempre avuto accanto la mia P. Purtroppo dopo 2 anni con P. mi sono dovuta dividere da lei perché ci fu un’altra allenatrice che ci iniziò ad allenare e che purtroppo poco dopo litigò con P. e decise di fondare una società più vicina a casa mia e quindi più comoda per i miei genitori da raggiungere. Nonostante io volessi e voglia un mondo di bene a P. ho deciso di andare nella nuova società. La mia nuova allenatrice mi voleva bene, ma col passare del tempo, diciamo che le cose sono un po’ cambiate, non mi sentivo più seguita, che per uno sportivo è una cosa fondamentale, non mi sentivo più all’altezza delle cose e mi stava facendo perdere la voglia di correre che è molto strano perché la corsa era diventata la mia vita. Da lì ho passato due anni a piangere dopo ogni allenamento e a lamentarmi perché non riuscivo a migliorare o perché se andavo male ad una gara alla gara dopo non venivo iscritta. Ma nonostante tutto ogni gara che facevo, c’era la mia prima allenatrice P. che credeva in me. Mi ricordo un giorno che ero andata male ad una gara e che la mia allenatrice mi aveva lasciato in pista da sola con i miei genitori e se ne era andata e la P. era lì e mi ha abbracciato fortissimo ed è stato l’ultimo abbraccio che ho ricevuto da lei perché purtroppo P. era malata di cancro e ora non c’è più, ma io ogni volta che metto il piede in pista, la penso sempre e penso che anche se andrà male lei c’è, lei che sempre ha creduto e crederà in me più di quanto lo faccia io. La scena di quell’abbraccio ce l’ho impressa nella mente, è indelebile, e mi riaffiora ancora di più quando guardo la scena de Il pianeta del tesoro in cui Silver consola Jim dopo non essere riuscito a fare un lavoro che gli era stato assegnato. 

Silver gli dice: “tu hai la stoffa per compiere grandi imprese ma devi prendere in mano il timone, tracciare la tua rotta e devi seguirla anche in caso di burrasca” e penso che sia la frase che più le appartenga.

L’atletica è diventata il mio abbraccio più grande ma allo stesso tempo è il pugno più forte. Correndo provo una fatica tale da sentirmi viva e dire “cavolo io sono viva posso fare tutto”, mi fa sfogare, ma allo stesso tempo spesso il mio umore dipende un po’ troppo da come vanno le gare o gli allenamenti, non so se è proprio sana questa cosa, ma credo che un po’ tutti gli sportivi siano così e penso anche che sia la prova di quanto una persona ami il proprio sport e quanto questo sport abbia significato e significhi nella vita di qualcuno, anche semplicemente perché lo sport a volte è l’unico rifugio dai problemi nonostante spesso sia la prima fonte di dolore. Ora sono in una nuova società da circa tre anni perché la mia ex allenatrice ha ben deciso di abbandonare la società dove ero prima e di conseguenza tutti gli atleti si sono ritrovati tutto d’un tratto senza allenatore, senza punto di riferimento. In questa nuova società, inizialmente eravamo un bel gruppo poi piano piano la gente ha iniziato a mollare e della mia età sono rimasta solo io. Spesso la sento la mancanza di tutte quelle persone che prima si allenavano con me, perché anche se l’atletica è uno sport individuale il gruppo fa tanto. Nonostante io non sia un atleta di livello nazionale, mi alleno tanto e  spesso è difficile conciliare lo studio con l’atletica, ma a volte mi dico che sono proprio fortunata perché c’è gente, che ok ha bei voti a scuola, ma poi non ha passioni, non ha un qualcosa che gli faccia dire mi sento viva. Spesso mi è venuto in mente di mollare per infortuni o perché con la scuola non riuscivo, ma poi la mia stella brilla sempre e mi fa ricordare perché faccio questo sport. Questa stella è P., la mia Evangeline, come dice la lucciola Ray nella canzone del cartone La principessa e il ranocchio

Dopotutto ciò voglio dire, se ci fosse qualcuno che volesse iniziare a fare sport fatelo perché non è mai troppo tardi. Lo sport fa crescere tanto e fa creare dei legami che altrimenti non si creerebbero perché alla fine, cercate tutti di raggiungere lo stesso obiettivo. Io coltivo ancora oggi quei legami, nonostante queste persone non si allenino più con me. Un’altra cosa quando vi viene in mente di mollare qualcosa, pensate alla vostra Evangeline”.
(E. classe quinta).

Gemma n° 2867

“La gemma che ho deciso di portare quest’anno è la ginnastica ritmica ovvero lo sport che pratico e di cui sono molto appassionata. La ginnastica ritmica è uno sport che unisce disciplina, eleganza e coordinazione, ed è anche per queste sue caratteristiche che mi piace molto. Ad ogni allenamento imparo sempre qualcosa di nuovo grazie alle mie maestre che mi spiegano tutto con pazienza e dolcezza, e con le mie compagne condivido tanti momenti divertenti e spensierati. Sono davvero felice di essere parte di questa grande famiglia!” (L. classe seconda).

Gemma n° 2860

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“Avevo tre anni quando guardavo i video di pattinaggio in TV. Chiesi a mia mamma per molto tempo di provare e, dopo aver insistito molto, mi disse di sì. Pratico questo sport da allora, mentre gareggio a livello agonistico da circa 7-8 anni.
Per circa due anni ho praticato tre diverse discipline: solo dance internazionale, libero e quartetto, allenandomi circa otto volte a settimana. Era però troppo impegnativo, quindi ho smesso con il quartetto. Ho continuato solo dance fino all’anno scorso, partecipando anche ai campionati italiani nel 2023, ma poi ho abbandonato questa specialità per dedicarmi esclusivamente al libero” (V. classe prima).

Gemma n° 2852

“Ho deciso di portare come gemma la pallavolo perché è la mia passione e soprattutto perché il mio sogno è quello di diventare una pallavolista. Amo la pallavolo in tutti gli aspetti e ormai è parte di me. Nella pallavolo la cosa che conta di più è il gioco di squadra e proprio per questo è anche spesso perfetto per creare legami con i compagni di squadra. Mi ha insegnato molte cose come gestire le emozioni, imparare dagli errori e che tutto è imprevedibile. La pallavolo mi fa stare bene ed è molto importante per me e continuerà a stupirmi sempre di più” (G. classe prima)

Gemma n° 2847

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“Come gemma ho deciso di portare il basket, il mio sport preferito e quello che ho praticato per più tempo. Del basket mi piace molto fare i canestri e palleggiare. Qualche volta ci gioco con mia cugina in estate e le faccio imparare un po’ di palleggi, divertendoci molto” (M. classe prima).

Gemma n° 2844

“Come gemma ho deciso di portare il mio sport preferito: il calcio. Nonostante io pratichi la pallavolo, il calcio è sempre stato la mia passione. Sin da piccola mio padre mi parlava sempre dei vari calciatori e delle partite. Nel 2022 sono andata per la prima volta alla stadio e dal quel momento questa passione è diventata molto più grande, praticamente sono diventata fanatica. La mia squadra del cuore è la Juventus e voglio ringraziare la mia famiglia, ma soprattutto mio padre per avermi fatto conoscere il calcio e la Juventus, che mi riempiono l’anima e il cuore ogni giorno” (E. classe prima).

Gemma n° 2841

“Come gemma di quest’anno ho voluto portare lo sport che amo di più, la pallavolo. Questo è il quarto anno, ho iniziato da zero a quasi 14 anni, che solitamente è molto tardi; sono entrata in una squadra già formata e unita, ma con l’impegno sono riuscita ad arrivare al loro pari livello in poco tempo.
Da quest’anno mi hanno dato l’opportunità di poter giocare in prima squadra ad un livello molto più alto, in serie C, premiando gli sforzi fatti durante questi anni, essendo sempre costante, fidandosi di me e delle mie capacità. Nonostante io sia la più piccola, mi hanno saputo accogliere ma anche insegnare.
Quest’opportunità mi sta facendo crescere e maturare, perché non è facile riuscire a bilanciare la scuola e lo sport quando si hanno impegni tutti i giorni e spesso il tempo per studiare è molto poco, anche perché sono coinvolta pure nel campionato di under18 e ciò comporta minimo 2 partite a settimana oltre a 4/5 allenamenti, ma ho dimostrato comunque di esserne capace e all’altezza, senza trascurare nessuna delle due cose. Adesso le cose saranno sicuramente più difficili perché l’obiettivo è quello di riuscire ad arrivare ai playoff e conquistarci la serie B, la pressione è tanta e gli allenamenti sono 10 volte più impegnativi e lunghi, ma non mi stancherà mai”.
(V. classe terza).

Gemma n° 2831

“Come prima gemma, ho pensato di portare qualcosa che potesse raccontarmi. La mia gemma è questo libro, si intitola: “11 favole di felicità”. Mia madre me lo regalò quando ero piccola, avevo più o meno 8 anni; ero una bambina molto ansiosa e avevo bisogno di sentirmi più tranquilla.
Questo libro rappresenta il mio bisogno di pace, che mi accompagna da sempre. Mi ricorda che fin da piccola ho avuto un mondo interiore molto forte, ed è una parte importante del mio percorso con l’ansia. Ho scelto questo libro perché racconta un percorso, e io vorrei raccontare un po’ la bambina che sono stata, sperando di non annoiare nessuno.
Da piccola avevo molte preoccupazioni, ed era più raro vedermi tranquilla che agitata. Avevo paura della morte e di morire, dei ladri; il mondo esterno mi spaventava, e quello che sentivo al telegiornale mi terrorizzava. Spesso avevo quelli che chiamavo “pensieri cattivi”, e che oggi definirei “pensieri intrusivi”.
Ero molto sensibile e pensavo tanto, e come spesso succede alle persone sensibili, attribuivo un’enorme importanza a dettagli che per altri erano insignificanti. Alla classica domanda: “preferisci mamma o papà?” rispondevo sempre “entrambi”, perché non volevo che nessuno dei due ci rimanesse male. Davo molta importanza alle parole che usavo, notavo gli sguardi, i toni di voce; percepivo molto gli altri, e questo spesso mi rendeva incomprensibile ai loro occhi. Tutto questo mi faceva sentire diversa. Non capivo perché io fossi così e ricordo che cercavo qualcuno che mi somigliasse.
A questa mia ansia personale si aggiungeva lo stress che vivevo a scuola. Alle elementari ho avuto parecchie difficoltà: con le maestre, con i compagni e con lo studio. Quando sei piccolo credi a tutto quello che ti viene detto, e sei fortemente influenzato dall’ambiente in cui passi gran parte della tua vita; se ti dicono che non sei capace, finisci per crederci. Avevo difficoltà a studiare e a fare i compiti, soprattutto in matematica. Volevo essere brava come gli altri, ma mi sentivo diversa, più lenta. Spesso mi sentivo stupida, incapace. La maestra mi teneva in classe durante la ricreazione a fare le operazioni mentre i miei compagni erano fuori a giocare. Non dimenticherò mai la frustrazione di capire un problema di matematica ma non riuscire a spiegarlo poco dopo; l’ansia di andare alla lavagna, gli sguardi di disapprovazione. I miei genitori tornavano a casa dai colloqui tesi e frustrati, e l’immagine che ne usciva era quella di una bambina che non si impegnava abbastanza.
Nonostante ciò, ho sempre cercato di difendere me stessa. Non avevo autostima, ma avevo carattere e un forte senso di giustizia, che però spesso mi portava a uscire dalla classe quando provavo a parlare. Ho scoperto solo alla fine delle elementari di avere un DSA, e di essere discalculica.

Questa pagina fa riferimento a una delle favole del libro: Oscar, il coccodrillo che rischiò di annegare nelle proprie lacrime per colpa dei suoi pensieri.


Leggere il libro e ripetermi la “coccostrocca” mi rasserenava un po’, mi faceva sentire al sicuro.
La danza è stata la mia salvezza, il mio appiglio per non perdermi: quando entravo in sala non mi sentivo più stupida o sbagliata, mi sentivo capace, brava. Essere in prima fila ai saggi mi appagava e mi spingeva a voler rendere fiero qualcuno.
Nei momenti più difficili mi ripetevo: “resisti che Lunedì c’è danza”.
Sono cresciuta con la mia testa, con i miei pensieri e con la mia ansia. Ho imparato a non scappare da ciò che provo, ma ad affrontarlo. A un certo punto capisci che non puoi lasciare che le emozioni ti controllino, perché altrimenti smetti di vivere, e arrivi a una consapevolezza difficile ma fondamentale: sei tu a scegliere come vivere la tua vita. E questo significa anche che nessuno verrà a salvarti, perché sei tu che devi farlo.
È così che sono cambiata. Oggi sono felice della persona che sono, perché voltandomi indietro mi rendo conto di tutto ciò che ho affrontato e dei principi che mi guidano. L’ansia c’è ancora, probabilmente fa parte di me, ma ora so riconoscerla: la osservo e non scappo”.
(A. classe quarta).

Gemma n° 2827

“Il calcio è un tassello molto importante della mia vita.
Nel corso della mia vita ho cambiato molti sport: dalla danza classica all’ hip-hop, dalla ginnastica artistica alla pallavolo.
L’anno in cui ho iniziato a giocare a calcio, avevo fatto in agosto il ritiro con la pallavolo, quindi avevo scelto quell’anno di continuare la pallavolo. Tuttavia ad ottobre il mister con cui avevo cominciato questo sport se ne era andato via e la società era un po’ in crisi. In quel periodo ho chiesto ai miei genitori di provare a giocare a calcio siccome fin da bambina volevo provarci. Quindi ad oggi gioco a calcio e questo è il mio terzo anno. Non ci sono stati sempre momenti belli, anche parecchie difficoltà siccome all’inizio non sapevo neanche toccare il pallone con i piedi e poi giocavo in una squadra maschile. Poi pian piano mi sono ambientata e adesso mi diverto molto nel mio sport”.
(B. classe prima).

Gemma n° 2820

Immagine creata con Poe®

“Come mia gemma vorrei portare lo sport che pratico ovvero il parkour. Il parkour è uno sport nato in Francia, nei sobborghi di Parigi, tra gli anni ‘80 e ‘90. Lo si può praticare ovunque: su un muro, su una panchina o su delle ringhiere. Alcune tecniche di base del parkour sono:
-Vaults (Lazy vault, step vault, kong…)
-Roll (movimento per assorbire l’impatto)
-Precision jumps
-Movimenti di arrampicata (cat, tic tac…)
Pratico questo sport da due anni e mi piace molto, mi permette di stare bene con il me stessa, di allenarmi, di divertirmi e di prendere consapevolezza delle capacità del mio corpo. Nel parkour è essenziale credere in se stessi, essere sicuri e divertirsi. Mi piace perché unisce l’agilità, la forza e lo stile. Credo che la mia parte preferita di questo sport sia l’acrobatica perché è una sensazione vicina al volo: quando mi riesce bene un front flip o un esercizio che ho provato ancora e ancora, la felicità e la soddisfazione mi invadono.
Questo sport mi ha anche “regalato” due amicizie molto importanti per me: ho conosciuto due ragazze che ora sono mie grandi amiche e condividiamo la passione per questo sport”.
(E. classe prima).

Gemma n° 2816

“Come gemma, ho deciso di portare un’esperienza indimenticabile che ho vissuto quest’estate: il concerto di Billie Eilish. Insieme ad altri due miei cari amici, l’8 giugno di quest’anno sono andata a Bologna, al mio primissimo concerto. Da quando ho iniziato ad ascoltare quest’artista, ho sempre giurato a me stessa che il mio primo concerto sarebbe stato suo, e così è stato. Per quanto molti la possano considerare una cantante come altre, io la considero come un vero e proprio posto sicuro; la sua musica mi accompagna da molti anni, e mi ha sempre aiutato e consolato nei momenti difficili. Sono molto grata di aver avuto la possibilità di sentirla dal vivo, con persone che condividono la mia medesima passione. Porterò quel giorno per sempre nel cuore!” (B. classe quinta).

Gemma n° 2810

“A 9 anni, appena iniziata la stagione invernale, i miei genitori mi comprarono giacca, pantaloni, guanti e casco da snowboard. Una domenica, mi portarono a Tarvisio per la mia prima lezione, senza sapere nulla di questo sport. Ero felice di iniziare la lezione, ma allo stesso tempo avevo paura di farmi male. Dopo la lezione avevo imparato le basi e avevo molta paura di cadere, anche se andavo pianissimo. Lezione dopo lezione, imparavo ad andare più veloce, fare curve e migliorare quello che sbagliavo. L’anno dopo non mi servivano più tante lezioni, così i miei genitori mi portarono sullo Zoncolan; non facevo piste molto pendenti, ma mi divertivo comunque. Nel terzo anno, mia mamma mi iscrisse a un corso con dei ragazzi per fare salti, provare piste rosse e migliorarmi in generale. Questo corso mi aiutò molto perché imparai ad andare oltre le solite piste semplici. Lo scorso anno andavo solo sullo Zoncolan e, un po’ alla volta, ho provato tutte le piste di tutti i livelli, diventando così troppo veloce per mio papà.
Mi piace fare snowboard perché è uno sport che non praticano in molti e perché lo pratico da molto tempo. Mi piace anche perché, dopo una caduta, che sia stata dolorosa o meno, è importante rialzarsi e non abbattersi. Questo mi ha aiutato molto sia nello snowboard che a scuola”.
(M. classe prima).

Gemma n° 2809

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“Come gemma ho deciso di portare la pallamano, ho scelto questo sport perché è stato molto importante nella mia vita e anche quello che ho praticato per più tempo, circa 4 anni” (V. classe prima).

Gemma n° 2807

“La gemma che porto oggi riguarda la mia passione per la cucina e per il mondo culinario.
Sin da piccola sono rimasta affascinata dalle preparazione e dai passaggi delle ricette: adoravo cucinare, decorare ma soprattutto mangiare le mie creazioni.
Bakeoff fu per me il programma che mi fece appassionare alla pasticceria e farmene innamorare, dandomi la curiosità di scoprire sempre più tecniche  e dolci.
Per me questo programma è particolarmente speciale, perché non vedevo spesso i miei genitori quando ero più piccina e Bakeoff era l’unico momento della settimana in cui avevo l’occasione di passare del tempo esclusivamente con loro, creando una piccola bolla che momentaneamente ci isolava da tutti i problemi e pensieri che avevamo normalmente.
Quando cucino, poi, ho modo di avere un momento di spensieratezza con me stessa: avere le cuffie addosso e le mani in pasta credo sia la sensazione più meravigliosa che io possa provare, portandomi ancora più gioia quando cucino qualcosa per i miei cari amici.
Spero di non rinunciare mai a cucinare e, anzi, di trasformarlo magari in qualcosa di più di un semplice hobby”.
(V. classe seconda).

Gemma n° 2798

“Quest’anno ho deciso di portare qualcosa che sento davvero mio: un duo musicale, gli Psicologi. Questa foto è di qualche mese fa, quando sono andata al loro concerto. Per me è stato un momento davvero speciale, perché finalmente ho potuto vederli dal vivo e ascoltarli davvero, non solo dalle cuffiette.
La cosa più bella è che, nonostante fossi in mezzo a tantissime persone, sembrava che ci fossimo solo io e loro. Era la stessa sensazione che provavo anni fa, quando li ascoltavo da sola in camera mia.
Non credo di essermi mai sentita così al sicuro: ero circondata da persone che, anche se per motivi diversi, provavano la mia stessa passione e lo stesso amore per ciò che stavamo ascoltando.
Il vero motivo per cui sono così importanti per me è perché sono gli unici artisti che ascolto ancora dalle medie, quindi da più di cinque anni. Per me non è una cosa da niente, perché in tutto questo tempo sono cambiata un sacco: ho cambiato gusti musicali, modo di vestire, di truccarmi, persino come porto i capelli… e soprattutto sono cambiata io. Eppure loro sono rimasti lì, e la loro musica continua a rappresentarmi, forse anche più di prima.
È un po’ come se fossero cresciuti con me. Sono quelli che ascolto quando ho bisogno di stare un po’ per conto mio o quando devo sfogarmi. E spero che continuerà a essere così ancora per molto” (B. classe quarta).

Gemma n° 2791

“Quest’anno ho deciso di portare un film: Pierrot le fou (o Il bandito delle undici in italiano). Ho scelto questo film perché è stato tra i primi che ho visto in completa autonomia e che mi ha fatta avvicinare di più al mondo del cinema. Diretto da Jean-Luc Godard, questo film parla della enigmatica storia d’amore tra Ferdinand Griffon e Marianne Renoir: due giovani adulti che partono da Parigi verso la Costa azzurra lasciandosi dietro le responsabilità e la routine. Nel loro viaggio affrontano varie tematiche come la criminalità, l’euforia romantica e l’instabilità emotiva. Il loro sogno di libertà man mano si sgretola e diventa tragedia: Marianne tradisce Ferdinand e lui, solo e incapace di trovare un senso, si suicida dopo essersi dipinto il volto di blu come un moderno “Pierrot” (il “Pierrot” è originariamente bianco ma in questa versione atipica prende il colore blu per raffigurare il lutto e il mare, elementi fondamentali del film). Si tratta di un gesto poetico ma violento, tipico dell’estetica di Godard, che fa riflettere e interpretare queste parti più “astratte” allo spettatore. Marianne, impulsiva ed enigmatica, cerca di vivere il momento indipendentemente dai mezzi mentre lui, malinconico e riflessivo, cerca di trovare un senso di autenticità lontano dalla sua vita borghese. Lui cerca il significato, lei cerca il piacere immediato. Nessuno dei due ha ragione o torto ma la loro relazione è la metafora di un amore impossibile e disturbato. Questo film mi ha aiutata molto a capire che bisogna fare la propria parte per portare avanti una qualsiasi relazione e dare un senso al caos” (I. classe prima).

La perseveranza nella possibilità

Immagine creata con Gemini®

Una decina di giorni fa avevo pubblicato il primo articolo di Gabriella Greison per la rubrica Interferenze di Avvenire. Qualche giorno fa è uscito il secondo dedicato a Marie Curie.

“Marie Curie non aveva tempo per i dogmi. Non amava i riti, non cercava consolazioni nei libri sacri. Eppure la sua vita è una delle testimonianze più radicali di cosa significhi credere in qualcosa che non si vede. Non pregava, ma vegliava per notti intere sopra un forno improvvisato. Non cercava miracoli, ma li provocava senza saperlo. Quando scoprì la radioattività, non sapeva ancora cosa fosse. Non c’erano parole, né modelli teorici, né manuali per spiegarla. Sapeva solo che da quelle pietre di pechblenda che le arrivavano sporche di fango e carbone, in sacchi da tonnellate, si sprigionava un’energia misteriosa.  Una luce invisibile che attraversava la materia, che lasciava tracce su lastre fotografiche dimenticate in un cassetto, che si rivelava con una luminescenza tenue nei suoi laboratori scuri. Non si vedeva a occhio nudo, ma era lì, reale, tangibile. Una presenza che sembrava più spirituale che materiale.
Marie Curie non lavorava con strumenti sofisticati: aveva provette spaiate, pentole crepate, mani  segnate dalla fatica. Il laboratorio era poco più di una baracca: d’inverno il freddo entrava dalle finestre rotte, d’estate il caldo scioglieva il piombo. Eppure, in quelle condizioni, scoprì che l’universo custodiva una scintilla segreta. Una scintilla che illuminava senza fiamma, che scaldava senza fuoco, che parlava senza voce. Una dedizione totale a quello che faceva.
Forse la sua spiritualità era questa: restare fedele a una ricerca che non prometteva nulla, se non il brivido del mistero. Non cercava un Dio personale, ma neanche si accontentava di un mondo già catalogato. La sua fede era nel lavoro, nella sua dedizione, nella possibilità che dietro l’apparenza ci fosse altro. E mentre gli uomini intorno a lei facevano carriera nelle accademie, Marie continuava a rimestare tonnellate di materiale grezzo. “Ho dovuto trascinare carri, spezzare pietre, accendere forni, come un contadino”, raccontava. Eppure, mentre sudava e tossiva in quella baracca, si accorgeva che stava accendendo una luce nuova sul mondo.
C’è una frase di Marie che mi colpisce sempre: «Nella vita non c’è nulla da temere, solo da capire». È un manifesto che potremmo appendere ovunque. Significa che la paura nasce dal buio, e che la conoscenza è una forma di luce. Eppure, proprio lei che aveva acceso quella luce, pagò il prezzo più alto: il suo corpo assorbì lentamente la radiazione che non sapeva ancora come domare. Le sue ossa si incrinavano, le sue mani tremavano, i suoi taccuini restano ancora oggi radioattivi, custoditi in piombo nelle biblioteche di Parigi.
In questo c’è una grande lezione di spiritualità: si può credere al punto da consumarsi, si può amare il mistero fino a farlo entrare nelle ossa. Non perché si sia fanatici, ma perché si riconosce che la vita ha senso solo se ci si dona a qualcosa che ci supera. Marie Curie non parlava di Dio, ma ci ha consegnato un’idea che gli somiglia: la convinzione che nell’invisibile ci sia la verità. E che la nostra parte più autentica non si trovi in quello che possediamo, ma in quello che siamo disposti a cercare. Forse la sua eredità non sono solo l’uranio o il polonio, né i due premi Nobel, né le onorificenze che le hanno consegnato troppo tardi. Forse la sua vera eredità è averci insegnato che la luce non è solo quella che vedono gli occhi. Ce n’è un’altra, più sottile, che ci chiede di avere coraggio, pazienza, dedizione.
Perché la sua grandezza non sta solo nell’aver aperto una strada nuova alla scienza, ma nell’averci  ricordato che il mistero non si doma: lo si accompagna. Si vive accanto a lui, lo si accetta, lo si interroga. Si lascia che diventi parte di noi. Eppure, per capire Marie, bisogna tornare all’inizio. Una ragazza di Varsavia, in un tempo in cui alle donne non era concesso quasi nulla: non le aule ufficiali, non le cattedre, non il diritto a una curiosità senza permesso. Studio clandestino, libri presi di nascosto, una fame di sapere che non si spegne. È lì che nasce la sua “preghiera laica”: imparare, anche quando tutto intorno dice di no.
Poi l’incontro con Pierre: due vite che si uniscono non per completarsi, ma per moltiplicarsi. Non  un altare, ma un banco da lavoro; non promesse solenni, ma una cassa di legno piena di minerali, campioni, strumenti. L’amore, per loro, è un’alleanza con la materia. E quando la materia restituisce il suo segreto, loro lo chiamano con nomi di patria e affetto: polonio, radio. Nella scelta dei nomi c’è la loro geografia interiore: il luogo da cui si parte e il fuoco che si è trovato. E poi la perdita. Un carro, un incidente, il mondo che si spezza. Marie rimane davanti a un’assenza che non ha linguaggio. Non scrive preghiere, non chiede risarcimenti al cielo. Torna in laboratorio, accende il forno, rilegge gli appunti. È una fedeltà senza spettacolo: l’idea che la vita riprenda senso stando vicino alla sorgente di luce che si è accesa insieme. Quella fedeltà è una forma di spiritualità: restare dove arde, anche quando brucia. E arriva la guerra. Non una parentesi, ma una chiamata. Marie prende la luce invisibile e la porta dove serve: sul fronte, negli ospedali, nelle baracche di fortuna. Addestra infermiere, guida camion, spiega come mettere a fuoco un’ombra dentro un corpo per salvare un arto, una vita. Non discute teorie: accende apparecchi. La scienza, in quelle ore, è una carezza che vede ciò che l’occhio non vede. La sua spiritualità è diventata azione: non parole, ma voltaggi e immagini che rimettono insieme ciò che la guerra rompe.
E c’è la fama, che non consola. Premi, medaglie, scandali, sospetti. La diffidenza verso una donna  “troppo donna per la scienza, troppo scienza per il salotto”. Marie non risponde. Lavora. Quando la vita di superficie si agita, lei scende di un livello e tace, come fanno i minatori quando la galleria vibra. È un gesto spirituale: scegliere la profondità quando la superficie fa rumore. Se guardiamo bene, tutto in lei è un esercizio di presenza. Restare, anche quando fa male. Cercare, anche quando non c’è garanzia di trovare. Illuminare, anche quando nessuno ringrazia. È una mistica senza dogmi, una scienziata senza retorica. La sua “preghiera” è una formula semplice: “continua”. Ed è proprio in questo verbo che la scienza e la spiritualità si toccano: nella perseveranza che non pretende risultati immediati, ma tiene aperta la possibilità.
E allora la domanda diventa nostra: cosa ce ne facciamo, oggi, della sua luce invisibile? In che  modo possiamo rimanere accanto a ciò che non capiamo, senza fuggire? Possiamo imparare anche noi a “vedere dentro” — nelle cose, nelle storie, nelle persone — con un apparecchio che non ha manopole ma ha un nome antico: attenzione. Forse l’attenzione è la radiografia dell’anima: mette a fuoco l’invisibile e lo rende abitabile. Ecco perché Marie Curie appartiene a questa rubrica: perché ci ricorda che la scienza, quando tocca l’invisibile, diventa preghiera. Non detta formule, ma ci invita a restare in ascolto. Non costruisce dogmi, ma apre spazi. Non ci promette risposte definitive, ma ci regala la capacità di non smettere di domandare.

PS: Scrivo questa rubrica anche per questo: perché sento il bisogno di rileggere figure come Marie Curie non solo come scienziate, ma come donne e uomini che hanno interrogato il mistero. Anch’io sono — come tutti, forse — alla ricerca di un nuovo significato da dare alle cose del mondo. Non basta spiegare, non basta calcolare. Voglio trovare parole che tengano insieme ragione e stupore, numeri e silenzi. In questo cammino, anche Marie Curie diventa per me una compagna di viaggio, come Einstein e altri fisici che hanno scavato nel profondo per riemergere con nuove illuminazioni. Non tanto perché abbiano trovato risposte definitive, ma perché hanno avuto il coraggio di convivere con l’invisibile. Domanda per voi: qual è la vostra luce invisibile, quella a cui vi affidate nei momenti bui?”

Gemma n° 2787

“Ho deciso di portare lo sport che faccio, il calcio, in quanto è un modo per staccare dal mondo normale in quanto quando sono in campo penso solo a giocare, divertirmi e impegnarmi” (M. classe quarta).

Gemma n° 2781

Immagine creata con ChatGPT®

“Come gemma ho deciso di portare il gruppo con cui mi alleno: essendo il mio uno sport individuale si potrebbe pensare che non ci siano legami o supporto tra i diversi componenti di un gruppo, anzi, forse una certa rivalità. Prima di iniziare questo sport lo pensavo anch’io. Poi ho conosciuto i ragazzi nelle foto, e ho completamente cambiato punto di vista: forse proprio perché c’è rivalità tra i componenti si crea un legame che ha alla base il bisogno di aiutare e di essere aiutati, per cui se uno fa uno sport individuale non è perché non ama i rapporti con gli altri, anzi. Ad esempio io devo per forza stare con qualcuno, mi dà molto fastidio dover fare qualcosa da sola, ancora di più se richiede molto sforzo o concentrazione. Avere come compagni quei ragazzi mi aiuta molto: ovviamente non ci confidiamo i segreti più profondi di famiglia, anzi, la maggior parte del tempo la passiamo a prenderci (giocosamente) in giro per i nostri errori più stupidi o a buttarci per terra (mi rendo conto che non è il maggior grado di divertimento a cui uno potrebbe aspirare, ma non siamo a posto). Proprio il fatto di non parlare profondamente di ciò che ci accade ci ha aiutati a creare un così bel rapporto: ci aiutiamo senza farlo vedere, senza controllare chi aiutiamo o da chi veniamo aiutati, perché è diventato così normale per qualcuno essere consolati per qualche errore in gara o qualche tempo che non siamo riusciti a fare che ormai praticamente lo facciamo senza pensare. Quando quest’anno siamo riusciti a fare dei tempi che ci servivano per delle gare importanti abbiamo passato la sera in albergo a fare casino e siamo stati svegli tutta la notte, festeggiando soprattutto uno di noi che aveva inaspettatamente fatto un tempo molto basso, e che è da poco entrato nel gruppo. Il giorno dopo in corriera stavamo parlando e a un certo punto lui ci ha ringraziati per la festa della sera prima. Noi non capivamo e lui ha detto che nello sport che faceva prima, sempre individuale, c’era così tanta rivalità da essersi creata una tale gelosia da parte di tutti i compagni che alla vittoria di uno gli altri non si complimentavano, ma gli facevano notare senza gentilezza gli errori che aveva fatto. Questo mi ha fatto pensare, perché prima non mi ero mai resa conto della nostra amicizia così profonda. Loro per me sono davvero importanti, non riuscirei ad andare avanti senza di loro: quando penso di non farcela o di non riuscire ad andare avanti sento uno di loro che fa il tifo per me e sto subito meglio, e spero che per loro sia la stessa cosa quando io faccio il tifo, perché spesso torno a casa senza voce. Ovviamente non abbiamo solo momenti positivi, ma la maggior parte riusciamo a trasformarli: un po’ di tempo fa stavamo facendo una gara e siccome mi sa che siamo tra gli atleti più competitivi del nord-est italiano io e un altro ragazzo stavamo correndo probabilmente più velocemente che in gara, quando lui è caduto, andando a sbattere sui materassi. Pensavo non si fosse fatto niente ma quando l’ho guardato ho visto che aveva la gamba piegata in modo innaturale, infatti se l’era appena rotta. In mezzo alla confusione di allenatori che chiamavano l’ambulanza e atleti terrorizzati io e e altri due ragazzi veniamo mandati a prendere del ghiaccio dalla vasca della rolba. Siccome eravamo di corsa e gli altri due ci mettevano tre ore ho deciso di infilarmi nella vasca con i pattini, prendere la neve e correre fuori prima di bagnarli troppo. Non sapevo che sotto i primi 10 cm di acqua ci fosse un metro d’acqua gelida. Ovviamente mi stanno ancora prendendo in giro per quel tuffo. Dopo il tuffo però io stavo malissimo, perché il ragazzo era caduto per colpa mia, dato che avevo fatto un sorpasso interno non molto regolare. Allora in spogliatoio mi sono messa a piangere e subito sono arrivati i miei compagni che hanno iniziato a dirmi di stare tranquilla, che non sarebbe successo nulla e (ovviamente suo fratello l’ha detto) che era colpa sua se era caduto. Questo per far capire come questi ragazzi riescano ad aiutarmi in qualunque situazione, e dopo il mio imbarazzante tuffo l’hanno subito buttata sul ridere e sono riusciti a consolarmi mentre stavo davvero male. Io gli voglio davvero bene, non so come farei senza di loro, perché mi aiutano in un sacco di momenti difficili (ovviamente soprattutto nello sport). Sono i miei pasticcini numero 1. Spero di fare cinque gemme in tutta la mia vita, e spero che avergliene dedicata una possa far capire quanto bella sia la nostra amicizia, che continua anche fuori dal palaghiaccio”.
(M. classe prima).

Gemma n° 2775

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“La mia più grande passione è sempre stata il pattinaggio. Pratico pattinaggio artistico a rotelle da 10 anni, ho iniziato da veramente molto piccola, avevo circa 4 anni. La mia passione è nata grazie a mia zia, che mi faceva sempre vedere le gare di pattinaggio su ghiaccio. Quando ho iniziato, per me era tutto un gioco, ma è durato ben poco perché a partire già dal primo anno ho iniziato a fare gare. Ero ancora piccola, ma crescendo gli allenamenti cominciavano ad aumentare sempre di più, gli allenatori diventavano sempre più severi e pretendevano da me il massimo, ovviamente. Mi allenavo per 6 volte a settimana, in cui 3 giorni a settimana facevo 4 ore e mezza di allenamento. Nonostante tutti i sacrifici e tutto l’impegno che ci mettevo, non mi è mai passato per la testa di mollare. Mettevo il pattinaggio al primo posto e non andava molto bene come cosa. Non saltavo mai un allenamento e per studiare mi riducevo sempre all’ultimo. Ho preso molte botte nei denti che mi hanno fatto crescere, ma grazie alla motivazione che mi davano le mie allenatrici ho sempre avuto la forza di rialzarmi. Dopo 9 anni di singolo, quest’anno ho deciso di cambiare specialità e di iniziare gruppo spettacolo. Siamo un gruppo di 16 ragazze e ad aprile parteciperemo ai campionati nazionali. So che questi sacrifici non sono stati vani e sono fiera di aver insistito con la mia passione” (E. classe prima).