Pubblicato in: Etica, Filosofia e teologia, libri e fumetti, opinioni, Pensatoio, sfoghi, Società, Storia

Elogio dell’egregio

Nel mio lavoro estivo di eliminazione di vecchi ritagli di giornale, mi sono imbattuto in un articolo che inizia così:

Immagine tratta da Passeggeri attenti

“In Germania, allora, i disoccupati non erano più di un milione. Un piccolo imbianchino di origine austriaca, Hitler Adolf, lanciò tuttavia un semplice slogan: ≪Un milione di ebrei da una parte, un milione di disoccupati dall’altra. Cacciamo gli ebrei e non ci saranno più disoccupati≫.
All’inizio l’impatto di questo discorso fu trascurabile. In 6 anni, l’aggravarsi della crisi economica lo rese prima accettabile, poi seducente e, infine, realmente praticabile.
Oggi il mondo, è particolarmente l’Europa, sono di nuovo in una fase burrascosa. La crisi che ha colpito duramente i paesi industrializzati non è congiunturale, e cioè occasionale: evidenzia, come negli anni 30, un profondo disagio strutturale. […] Il terreno è arato, fin troppo fertilizzato dal concime della corruzione rampante, e quindi pronto alla semina dei demagoghi. L’Europa è percorsa da cortei di neonazisti e neofascisti in guanti bianchi che ripetono slogan antichi e, piano piano, le loro file si ingrossano. […] Il vento del nazionalismo più gretto fa garrire al vento le bandiere… Alla testa di ogni movimento c’è sempre un aspirante Duce-Führer-Caudillo-Conducatore. Pallida controfigura (per fortuna) di quelli che portavano al macello i loro popoli, sostenendo di averne sposato i sogni, le passioni e le speranze”.

L’articolo ha 27 anni! È del 1992!!! Non so bene il mese perché non è riportato sulle pagine strappate dal mensile “Dimensioni Nuove”. Trovo però interessante il focus successivo sulla demagogia. Lo riporto integralmente (la firma è Effebi) invitando a leggere le parole pensando al mondo contemporaneo dei social e dei tweet.

Nicolò Machiavelli

“Da più di duemila anni (già nel 427 avanti Cristo, un certo Cleone faceva un po’ il Lenin e un po’ il Bossi ad Atene), la demagogia si è dotata di regole, tecniche, parole, temi, metodi che sembrano costanti.
Prima di tutto, il demagogo “parla”. Molto, a lungo e forte. Denuncia, provoca, urla, demonizza e animalizza l’avversario, lo schiaccia sotto il peso di parole ripugnanti, gli ritorce contro i suoi stessi argomenti, usa immagini catturanti e forti, pepate con allusioni volgari e spesso sessuali. Si esprime con slogan che eccitano la folla.
La tecnica è stata teorizzata da Machiavelli e Gustavo Le Bon. Due autori che piacevano moltissimo a Hitler e Mussolini. Dopo aver letto il Principe, Hitler si vantava di essere il miglior il discepolo di Machiavelli. Naturalmente leggeva il libro in modo molto “personale”. In ogni caso, Machiavelli potrebbe essere considerato il primo teorico della demagogia, per alcuni consigli “concreti”:

  1. ≪È meglio provocare timore che amore≫. L’uomo della strada, pensa un buon demagogo, rispetta la forza e la ≪mascolinità≫.
  2. ≪È meglio far colare il sangue dei propri soggetti che toccare i loro beni≫. ≪Gli uomini dimenticano più in fretta la morte del padre che la perdita del patrimonio≫.
  3. ≪Sembrare sempre onesti anche quando si agisce perversamente≫.
  4. ≪La fortuna sorride all’opportunista≫. Un buon demagogo è soprattutto istintivo, ma disposto a spettacolari retromarce.
  5. ≪Tutti i profeti armati trionfano e i disarmati crollano… Bisogna organizzare le cose in modo che, qualora i popoli non credessero più, si possa farli credere per forza≫.
Gustave Le Bon

Gustave Le Bon (1841-1931) ebbe nel suo tempo un’immensa popolarità. Il suo libro Psicologia delle folle, pubblicato nel 1895, fu un best-seller, tradotto in 16 lingue. Le Bon, medico e fisico (Einstein gli scrisse una lettera di congratulazioni per le sue scoperte in fisica nucleare), voleva essere il nuovo Machiavelli. Profetizzava l’emergenza di una nuova potenza politica, sconosciuta e temibile insieme: la folla. ≪Conoscere l’arte di impressionare l’immaginazione delle folle è conoscere l’arte di governare≫. Le sue teorie furono studiate, annotate, saccheggiate e messe in pratica da due dei più pericolosi demagoghi del secolo, Mussolini e Hitler. Mussolini ne aveva sempre un esemplare sulla scrivania. Hitler lo ha ricalcato spesso nel suo Mein Kampf. Quali sono le proposizioni di Le Bon (valide ancora oggi) che hanno tanto sedotto i demagoghi?

  1. ≪La folla è dotata di una psicologia sua propria≫. È una affermazione molto pesante, afferma che, assorbiti nella massa, gli individui perdono la loro personalità. ≪Comunque siano gli individui che la compongono≫, scrive Le Bon, ≪simili o dissimili che possono sembrare i loro stili di vita, le loro occupazioni, il loro carattere o la loro intelligenza, il solo fatto che siano trasformati in folla li dota di un’anima collettiva. Sentono, pensano, agiscono in un modo del tutto differente da quello che sentirebbero, penserebbero, agirebbero se fossero isolati≫. 
  2. ≪In una folla, l’individuo regredisce≫. ≪L’individuo inghiottito dalla folla piomba ben presto in uno stato particolare, che si avvicina molto allo stato dell’ipnotizzato nelle mani del suo ipnotizzatore… Nella folla, l’uomo discende parecchi gradini nella scala della civiltà. Isolato, è forse un individuo colto; nella folla, è un istintivo, di conseguenza un barbaro≫. Nella folla emergono i residui ancestrali che formano l’anima della razza. La folla ridiventa una tribù che smania di dissotterrare l’ascia di guerra.
  3. ≪La folla è estremista≫. Le folle conoscono solo sentimenti semplici ed estremi. Il loro modo di vedere è determinato dalla suggestione, non dal ragionamento: lo accettano o lo rifiutano in blocco, lo considerano verità assoluta o errore non meno assoluto. La folla è arbitraria e intollerante. L’individuo può accettare la contraddizione e la discussione, la folla non li sopporta mai. Qui Le Bon enuncia quattro principi che saranno ripresi, dopo di lui, dai demagoghi, ma anche dalla pubblicità commerciale (e dalla propaganda politica). Per sedurre la folla bisogna:
    – prima esagerare
    – poi affermare
    – quindi ripetere
    – infine ≪mai tentare di dimostrare qualcosa con un ragionamento≫.
  4. ≪La folla pensa per immagini≫. Le folle sono come dei primitivi, come dei bambini. Sono colpite dalle leggende, dal lato meraviglioso degli avvenimenti. ≪Conoscere l’arte di impressionare l’immaginazione delle folle è conoscere l’arte di governare≫.
  5. ≪La folla vuole dei sogni≫. ≪le folle non hanno mai sete di verità≫: chi le sa illudere le può manovrare.
  6. ≪La folla reclama un padrone≫. È il principio che più ha impressionato Hitler e Mussolini. ≪Appena alcuni esseri viventi sono riuniti, si pongono istintivamente sotto l’autorità del capo, cioè di un conduttore. La folla è un gregge che non sa stare senza un padrone. Le simpatie delle folle non sono mai andate ai capi bonari, ma ai tiranni che le hanno vigorosamente dominate≫.

In questo mare aperto, i demagoghi sguazzano senza ritegno, puntando al massimo effetto. Denunciano la decadenza (sempre), la corruzione (degli altri), la presenza del diavolo, l’infiltrazione straniera, brandiscono le folgori dell’Apocalisse e annunciano la fine del mondo. Vedono scandali e complotti dappertutto. Spiegano in modo semplice tutto l’universo. Nel 1910, in Francia Drumont spiegava che gli ebrei erano responsabili della crescita della Senna. Recentemente (siamo nel 1992, ndr), L’Humanité, giornale del Partito Comunista francese, ha affermato che, se i francesi avessero approvato il Trattato di Maastricht, i bambini di 13 anni sarebbero tornati nelle miniere e gli anziani sarebbero stati deportati in Portogallo.
I demagoghi semplificano tutto: ≪Un milione d’immigrati significa un milione in più di disoccupati≫, ≪Se eliminiamo tutti i ricchi non ci saranno più poveri≫, ≪Pagano sempre gli stessi≫.
Fanno credere di avere la bacchetta magica per risolvere in un colpo tutti i problemi (basterebbe rileggere le promesse di Collor De Mello ai brasiliani, di Menem agli argentini o anche i discorsi di Perot nella recente campagna presidenziale americana). I demagoghi si dichiarano sempre solidali con la gente, raccolgono così tutti gli scontenti, ai quali indicano di solito il nemico da combattere. E, oggi, hanno uno strumento formidabile in più: la televisione. Attraverso la telecamera possono “ipnotizzare” le folle anche con minor impiego di fiato e meno spostamenti. Una difesa contro la demagogia non è sempre facile; spesso la gente si fa trovare con le difese abbassate. Primo Levi ha scritto: ≪Una grande lezione di vita è che gli imbecilli qualche volta hanno ragione. Ma non bisogna abusarne. Si chiama demagogia l’arte di abusarne≫. Forse dobbiamo riconquistarci l’attributo di egregio. Significa “fuori dal gregge”. Appunto.” 

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Radici cristiane, ma le foglie?

Un post piuttosto lungo e che affronta temi stimolanti che portano ad approfondite riflessioni. La fonte originale è Le Figaro, ripreso in Italia da Il Foglio. L’ho scovato grazie a una segnalazione di Oasis Center.

“Intellettuale di primo piano, il filosofo Pierre Manent rivendica le radici cristiane delle nazioni europee. Una riflessione che l’autore aveva esposto in Situation de la France (2015). Da parte sua, nel suo nuovo saggio L’Europe est-elle chrétienne? Olivier Roy esamina la questione dei rapporti tra cristianesimo, cultura e identità. La giornalista del Figaro Eugenie Bastié li ha fatti sedere per una discussione.
Bastié: Siete entrambi concordi nel parlare di “radici cristiane” dell’Europa?
Olivier Roy: Sono assolutamente d’accordo nel dire che l’Europa, e in particolare il progetto di costruzione europeo così come l’hanno pensato i padri fondatori, si riferisce a un’eredità cristiana. L’Europa occidentale è lo spazio del cristianesimo latino, della chiesa cattolica della riforma gregoriana dall’XI secolo fino alla frattura della Riforma. Quel che mi trova freddo quando si parla di “radici” è che non si parli di foglie. Si parla del passato, ma non si sa cosa fare di questo passato, che si traduce nel presente sotto il termine “identità”. Ora, io penso che il progetto cristiano non sia mai stato un progetto identitario. Perché tutt’a un tratto nel 2004 ci si riferisce alle “radici cristiane”, che negli anni 1950 andavano da sé? A causa della presenza dell’islam, dall’interno con l’immigrazione lavorativa degli anni 60 e 70 che si è trasformata in presenza permanente di una popolazione musulmana in Europa, e dall’esterno con la candidatura della Turchia a entrare nell’Unione europea. Quel che si voleva era dire che l’Europa non era musulmana. Il problema è che questa è un’identità negativa. Che cosa s’intende per identità cristiana? A quale sistema di valori ci si riferisce? E parlando di “radici” si schiva questo dibattito.
Pierre Manent: Parlare di “radici cristiane” mi va decisamente a genio, ma questo non ci dice alcunché di preciso né sul passato né sull’avvenire della nostra relazione col cristianesimo. “Radici” non dice niente sul contenuto della proposta cristiana né sulla maniera in cui essa ha contribuito a dare all’Europa la propria forma. Questa proposta giunge a toccare ciascuno a una profondità a cui non arriva la polis, anche se la stessa lascia gli associati liberi di organizzarsi politicamente secondo la ragione naturale. Essa suscita un approfondimento interiore, ma anche un approfondimento della cosa pubblica che ha condizionato la formazione dello Stato-nazione europeo.

Olivier Roy, lei fa risalire la grande rottura fra cultura dominante e cultura cristiana agli anni 60. Perché?
O. R. Fino agli anni 50, i valori della società sono dei valori cristiani secolarizzati. Lo si vede nel diritto con la concezione di famiglia. Anche la legalizzazione del divorzio si fa in nome della colpa e non del mutuo consenso. Negli anni 60 si cambia registro antropologico. L’individuo che desidera diventa fondamento del vincolo sociale. Il Maggio ’68 non è stato un fuoco di paglia: vediamo a poco a poco il diritto che vi si adatta e che rompe col sostrato comune della legge naturale, dalla legge Neuwirth al matrimonio omosessuale. La comunità di fede si ritrova fuori dalla cultura dominante. La prima constatazione fu fatta da Paolo VI con l’Humanae  vitae, che scoppia come un fulmine a ciel sereno anche per i cattolici freschi di concilio Vaticano II. Mentre tutti parlavano di liberazione, di giustizia sociale, tutt’a un tratto il Papa pubblica un’enciclica sulla normatività sessuale. Aveva ben compreso che stava lì il falso contatto antropologico con la cultura secolare, che Giovanni Paolo II e Benedetto XVI avrebbero qualificato come “pagana”.
P. M. E’ vero che il riferimento a una “legge naturale”, anche presa nel senso più lato, è scomparso. E’ qualcosa di inedito. Va pure detto che la chiesa, essendo in guerra contro il “mondo”, è sempre stata in lotta contro la cultura dominante, un tempo militare e aristocratica, oggi individualistica.
O. R. Certamente la chiesa s’era sempre richiamata a un ordine che non era mondano. Ma il cavaliere dei duelli e l’aristocratico fornicatore domandavano l’estrema unzione e andavano a confessarsi. C’erano due ordini, ma un’unica cultura. Oggi la chiesa dice “la cultura dominante non è più cristiana”. A fronte di ciò, si presentano tre opzioni. O essa cerca di intervenire politicamente per cambiare le norme sui “princìpi non negoziabili” che ha definito Benedetto XVI; o essa sceglie ciò che Rod Dreher ha chiamato l’“opzione Benedetto”, vale a dire la ritirata – si vive ad intra, nella comunità di fede, fuori “dal mondo”; o la terza possibilità è la predicazione – considerare l’Europa come una terra di missione.

Voi pensate che il Vaticano II, aprendo la chiesa al mondo, abbia precipitato la sua secolarizzazione?
P. M. Col concilio, la chiesa prende l’iniziativa di un radicale cambiamento d’attitudine. Senza toccare il proprio fondamento dogmatico, essa dichiara la propria “apertura al mondo”. Col Vaticano II l’istituzione madre dell’occidente dà il segnale del movimento che successivamente avrebbe coinvolto tutte le istituzioni del mondo occidentale, comprese quelle profane che ormai vanno a cercare nel “mondo” le regole della loro azione. E’ questo in particolare il caso dello stato-nazione europeo, che sostituisce alla sua legittimità interiore l’autorità dei “movimenti del mondo” ai quali si tratta di aprirsi e conformarsi. La questione urgente per noi oggi è quella di sapere se le associazioni di cui facciamo parte saranno capaci di produrre di nuovo la regola a partire da loro stesse o se sono condannate all’estinzione.
O. R. Non è soltanto una questione di secolarizzazione, ma anche di deculturazione, dovuta alla mondializzazione che porta con sé una relativizzazione delle culture locali. Quel che constato è la scomparsa del ponte e l’incomprensione tra “quelli che credono al cielo” e quelli che non ci credono. Non condividono più la medesima cultura. L’incultura religiosa dei non credenti è abissale e inedita. Nel mio libro cito il caso di quel parroco in Aubagne che ha dovuto interrompere una cerimonia di matrimonio perché gli invitati si distribuivano delle lattine di birra in chiesa.

Fonte immagine

La strumentalizzazione di un cristianesimo identitario da parte dei partiti populisti vi inquieta?
P. M. Francamente, almeno nel nostro paese, i segni di una siffatta “strumentalizzazione” mi sembrano rari e deboli. Esiste in ogni caso un pericolo simmetrico, quello della dissoluzione del proprium del cristianesimo nei “valori cristiani” o nell’“apertura all’altro”. Il principio del cristianesimo è la presa di coscienza di ciascuno della propria ingiustizia – come avrebbe detto Pascal – ingiustizia dalla quale non si può uscire con le proprie forze. La carità non ha molto a che vedere con la compassione, la quale nasce dalla similitudine umana e nulla ha di specificamente cristiano. I comandamenti cristiani danno forma alla vita del cristiano, certamente, ma non si può dedurre da questi comandamenti una linea di condotta politica.  Il cristianesimo in quanto tale non comanda una politica migratoria aperta piuttosto che restrittiva. Questo dipende da una decisione prudenziale da parte della comunità dei cittadini. Mi incorre l’obbligo di prendermi cura di colui che sono in situazione di aiutare, ma non m’incorre quello di “promuovere una generosa politica migratoria”. Non esiste una “teologia politica” cristiana, né identitaria né multiculturalista. La difficoltà del cristianesimo è precisamente che propone ai cristiani una regola di vita straordinariamente esigente, pur lasciando una considerevole latitudine alla valutazione prudenziale del politico.
O. R. Sono d’accordo nel dire che esiste un’irriducibilità metafisica del cristianesimo, dalla quale non si saprebbe dedurre una politica. Parto dalla “minorizzazione” della comunità di fede. Penso che la parola dei cattolici nello spazio pubblico appaia come essenzialmente normativa oppure “da assedio”: o la predica o la cittadella assediata. Capisco molto bene che i credenti domandino l’autonomia dello spazio della credenza. Io penso che questo spazio religioso sia in pericolo, perché siamo nell’estensione del dominio della secolarizzazione, sotto la forma di una laicità normativa. Ma credo che l’identitarismo sia anch’esso una forma di secolarizzazione del religioso. L’alleanza con i populisti è perdente per i cristiani, perché la locomotiva populista è secolare.

Secondo voi bisogna riformare la legge del 1905? [La legge di separazione tra Stato e Chiese, ndr]
P. M. Cambiare la regola dà l’illusione che si stia agendo. Io penso che sia meglio non toccare la legge del 1905, ma bisogna guardarsi dal credere che quella, da sola, permetterà di gestire la situazione. Essa non risponde all’installazione durevole dei costumi islamici in Francia. La legge ha poca presa sui costumi. La chiesa cattolica poneva un problema di potere, ma i cattolici non avevano costumi visibilmente distinti e separati. Ma che fare in quei quartieri in cui lo spazio pubblico appartiene esclusivamente agli uomini? Molti musulmani sono tranquillamente “integrati”, ma il numero di quelli che vivono separati è sufficientemente considerevole perché formino degli isolati definiti religiosamente, dove la vita sociale segue delle regole che cozzano coi nostri princìpi, in particolare con l’uguaglianza fra i sessi. Il minimo che si possa fare è tener conto di queste cose quando si decide una politica migratoria.
O. R. L’islam è oggi, in Francia, in una posizione post-migratoria. Se anche si arrestasse completamente l’immigrazione, l’islam resterebbe una questione importante. Che cos’è che chiamiamo “costumi islamici”? Il burqa non riguarda che qualche migliaio di donne, tra cui una forte proporzione di convertite che se ne appropriano con l’argomento sessantottino “è mio diritto”. Per costumi islamici s’intende sia una cultura – in generale magrebina – sia un salafismo mondializzato che è una forma patologica di deculturazione. In entrambi i casi sono forme di transizione.  La cultura magrebina sta scomparendo e il salafismo è una forma instabile alla cui perennità io non credo, a meno che non si rifugi in “modalità lubavitch”, vale a dire nell’auto-ghettizzazione volontaria. Il fondo del problema è il rapporto tra cultura e religione.

Si può davvero dire che credenti cristiani e musulmani hanno i medesimi valori? La cosa è tutt’altro che evidente…
O. R. I musulmani non sono multiculturalisti. I multiculturalisti (tipo indigeno della  République) sono tutti secolarizzati. Non sono i musulmani che chiedono di togliere i presepi dai municipi. Essi riconoscono l’esistenza di una cultura dominante, non chiedono la soppressione delle feste religiose. Ci si fissa sui quartieri difficili, ma non si vede l’ascesa della classe media musulmana, che sta per riformulare l’islam.
P. M. Forse cristiani e musulmani condividono una certa mancanza di entusiasmo davanti alle attuali evoluzioni della società. Le loro prospettive sulla famiglia, però, sono assai differenti. Il matrimonio cristiano è la prima istituzione nella storia umana che deriva dal consenso uguale dei due partner. Il sacramento stesso consiste nel consenso libero e uguale dell’uomo e della donna. Il punto decisivo per la nostra vita comune: due movimenti potenti oggi smuovono – e sconvolgono, perfino – la società francese. Da una parte l’islam, dall’altra la rivendicazione sempre più virulenta dei diritti soggettivi. Da un lato tende a imporsi una legge senza molta libertà, e dall’altro una libertà senza uno straccio di legge. I cristiani – in linea di principio – si sanno e si vogliono liberati sotto la legge. Sempre più respinti ai margini, essi sono purtuttavia i custodi di quel punto d’equilibrio che permetterebbe alla vita comune di conservare il proprio baricentro.”