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Quell’immorale di un ateo

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Su La lettura di domenica 13 agosto, a pagina 5, c’è un piccolo riquadro con un breve scritto di Marco Ventura dal titolo “Se sei ateo sei immorale”. Inevitabile che attirasse la mia attenzione. L’ho trovato online e lo ripropongo qui sotto con l’intenzione di farne oggetto di discussione nelle mie quinte trasformando l’ultima affermazione in un interrogativo.
“L’ateo è immorale, incline a commettere delitti, non degno di fede, incapace di costruire solide reti familiari e sociali. Negli ultimi decenni si è pensato che il pregiudizio negativo nei confronti degli atei sarebbe scomparso dalle società secolarizzate per confinarsi in aree ad alta densità religiosa, come i Paesi islamici in cui ancora oggi gli atei finiscono in prigione o sottoterra. Un gruppo di ricercatori guidato da Will M. Gervais, psicologo dell’Università del Kentucky, ha appena pubblicato sulla rivista «Nature Human Behaviour» uno studio che prova il contrario: il pregiudizio negativo sugli atei è vivo, anche in Occidente, persino tra gli atei stessi. La ricerca ha testato la convinzione che gli atei siano meno morali dei credenti su un campione di 3 mila persone nei cinque continenti: cristiani, musulmani ed ebrei, buddhisti e indù; negli Emirati arabi e nei Paesi Bassi, in Cina e in India. Con la sola eccezione di Finlandia e Nuova Zelanda, il pregiudizio è risultato ancora persistente. Il mondo si è secolarizzato, gli atei negli Stati Uniti sono uno su quattro secondo un recente studio dello stesso Gervais, eppure abbiamo ancora bisogno di Dio per sentirci morali.”

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Gemme n° 421

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La mia gemma è il libro “Wonder”, semplice e poco impegnativo. L’ho letto in II media, e mi è rimasto impresso il suo messaggio: non giudicare un libro dalla copertina e quindi le persone dal loro aspetto esteriore. Invece, purtroppo noi lo facciamo spesso, quasi un istinto, e dovremmo cercare di limitarci. Il libro racconta la storia di ragazzino con la sindrome di Treacher-Collins che rende sua faccia diversa, quasi deforme: chiunque lo guardi resta impressionato e ha voglia di girarsi dall’altra parte. Dopo anni di studio assistito a casa il protagonista va a scuola e si deve confrontare con i compagni che faticano a vederlo come una persona normale; ma poi lo conoscono e le relazioni cambiano. Volevo leggere la motivazione dell’autrice: “Un giorno ero seduta su una panchina con i miei due figli e ho visto passare una bambina che aveva evidentemente la sindrome di Treacher-Collins, una rara malattia ereditaria che colpisce le fattezze di una persona lasciando inalterato tutto il resto. Ciò che mi ha colpito non è stata la ragazzina, ma la mia reazione: sono stata presa dal panico, temevo che mio figlio di tre anni vedendola avrebbe reagito urlando, come aveva fatto alla festa di Halloween. Mi sono alzata di scatto, come punta da una vespa, ho chiamato l’altro figlio e mi sono allontanata di corsa. Alle mie spalle ho sentito la madre della ragazzina che, con voce molto calma diceva: “Forse è ora di tornare a casa”. Mi sono sentita un verme e non sono riuscita a dimenticare questa esperienza”. Con queste parole C. (classe seconda) ha presentato la propria gemma.
Un leggero racconto di Anthony de Mello per riflettere sui preconcetti:
Lo zio Joe era loro ospite per il fine settimana e il piccolo Jimmy era estasiato all’idea che il suo eroe preferito avrebbe dormito nel suo letto. Appena ebbero spento la luce, Jimmy si ricordò di una cosa. «Accipicchia!» esclamò. «a momenti me ne dimenticavo!»
Saltò giù e si inginocchiò accanto al letto. Per non dare cattivo esempio al piccolo, lo zio Joe scese faticosamente dal letto e si inginocchiò dall’altra parte. «Ehi!» mormorò il bambino intimorito, «domani, quando la mamma se ne accorge, vedrai che cosa ti succederà! Il vasino è da questa parte».”

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Gemme n° 398

Come gemma ho scelto di portare questo filmato. La storia mostra ciò che avviene alla maggior parte delle persone, cioè alla tendenza di giudicare gli altri dalle apparenze, pensando solamente a ciò che manca a se stessi. Questo cortometraggio ci aiuta a riflettere su quanto sia importante credere in se stessi, cercare di superare gli ostacoli quando agli occhi degli altri sembra palese il fallimento.” Così si è espressa B. (classe quarta).
Quando il protagonista è a terra, chiede aiuto e nessuno lo ascolta, mi è venuta in mente questa frase del libro “Seta” di Alessandro Baricco: “Poiché la disperazione era un eccesso che non gli apparteneva, si chinò su quanto era rimasto della sua vita, e riiniziò a prendersene cura, con l’incrollabile tenacia di un giardiniere al lavoro, il mattino dopo il temporale”.

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Gemme n° 372

La prima volta che ho visto questo video mi sono quasi commossa; si pensa che coloro che per strada ci fermano per elemosinare qualcosa non siano sempre persone giuste e leali e che noi siamo comunque meglio di loro. Il filmato secondo me vuol anche dire di non avere pregiudizi e di non dare giudizi affrettati. E’ importante riuscire a distinguere le persone buone da quelle cattive.” Questa è stata la gemma di S. (classe terza).
Ricordo questa vecchia storiella: “Un vecchio rabbino domandò una volta ai suoi allievi da che cosa si potesse riconoscere il momento preciso in cui finiva la notte e cominciava il giorno.
Forse da quando si può distinguere con facilità un cane da una pecora?”. “No”, disse il rabbino. “Quando si distingue un albero di datteri da un albero di fichi?”. “No”, ripeté il rabbino.
Ma quand’è, allora?”, domandarono gli allievi. Il rabbino rispose: “E’ quando guardando il volto di una persona qualunque, tu riconosci un fratello o una sorella. Fino a quel punto, è ancora notte nel tuo cuore.”

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Gemme n° 317

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La mia gemma è un libro: “Il buio oltre la siepe” di Harper Lee. Vi si affronta il tema del razzismo e della discriminazione negli Stati Uniti degli anni ’30, dal punto di vista di una ragazzina (Scout) figlia di un avvocato (Hatticus Finch) che deve difendere un uomo di colore innocente ma ritenuto colpevole. Lo stesso titolo fa riferimento a ciò che è sconosciuto ma comunque vicino. Abbiamo paura di quello che non conosciamo. Il libro fa riflettere: io non ho pregiudizi, ma vorrei riuscire a trasmettere questo modo di vedere la vita anche ad altre persone, anche a mio fratello. Siamo tutti uguali e non dobbiamo fare differenze o criticare gli altri”. Così si è espressa S. (classe terza).
Ho letto il libro la scorsa estate e mi è molto piaciuto. Riporto un dialogo:
“Vuoi dire che se non difendi quell’uomo, Jem e io potremmo non darti più retta?”
“Più o meno.”
“Perché?”
“Perché non potrei più pretenderlo da voi. Vedi Scout, a un avvocato succede almeno una volta nella sua carriera, proprio per la natura del suo lavoro, che un caso abbia ripercussione diretta sulla sua vita. Evidentemente è venuta la mia volta. Può darsi che a scuola tu senta parlare male di questa faccenda, ma se vuoi aiutarmi devi fare una cosa sola: tenere la testa alta e le mani a posto. Non badare a quello che ti dicono, non diventare il loro bersaglio. Cerca di batterti col cervello e non con i pugni, una volta tanto… È una buona testa, la tua, anche se è dura a imparare!”
“Atticus, vinceremo la causa?”
“No, tesoro.”
“Ma allora, perché…”
“Non è una buona ragione non cercare di vincere sol perché si è battuti in partenza,” disse Atticus.”

E un po’ più avanti si può trovare questa perla:
“Volevo che tu imparassi una cosa: volevo che tu vedessi che cosa è il vero coraggio, tu che credi che sia rappresentato da un uomo col fucile in mano. Aver coraggio significa sapere di essere sconfitti prima ancora di cominciare, e cominciare egualmente e arrivare sino in fondo, qualsiasi cosa succeda. È raro vincere, in questi casi, ma qualche volta succede”.

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Albini in Tanzania

albino2Sul numero di luglio/agosto di Nigrizia, ho trovato questo articolo sulla condizione delle persone albine in Tanzania. La penna è quella di Giorgio Brocco, dottorando presso l’Istituto di antropologia sociale e culturale della Freie Universität di Berlino.
Sisi, kama albino, watu wenye ulemavu wa ngozi, hapa nchini Tanzania, tuna matatizo mengi sasa kama muda wote!». «Noi, come albini, persone con albinismo, qui in Tanzania abbiamo molti problemi adesso e sempre!».
Queste le parole che uno dei responsabili dell’organizzazione delle persone con albinismo in Tanzania (Tanzania Albinism Society) ha pronunciato in un incontro all’ospedale Ocean Road Cancer Institute, a Dar es Salaam. Era marzo e il giorno prima aveva ricevuto la notizia di un altro, l’ennesimo, bambino con albinismo, nella regione di Geita, sottratto con violenza alla madre e barbaramente ucciso. Il suo corpo sarebbe stato trovato circa una settimana dopo in una fossa, con gli arti amputati. Dall’inizio del 2000, sono state registrate da parte delle autorità tanzaniane circa 76 uccisioni e più di 100 aggressioni ai danni di persone con albinismo nelle regioni dei Grandi Laghi (Mwanza, Shinyanga, Tabora, ecc.). Le ragioni di queste atrocità sono da rintracciare nella marginalizzazione sociale delle persone con albinismo e nel cosiddetto “mercato dell’occulto”, all’interno del quale è diffusa la credenza che gli arti e il sangue delle persone con albinismo possano dare ricchezza e fortuna ai cercatori di minerali, ai pescatori delle industrie limitrofe al Lago Vittoria e a facoltosi uomini d’affari tanzaniani. Per tali motivi, le persone con albinismo nutrono il timore che, in prossimità delle elezioni nazionali, che si terranno il prossimo 25 ottobre, le atrocità e gli omicidi a loro danno possano perpetrarsi nuovamente. L’albinismo è una condizione che si manifesta fenotipicamente attraverso l’ipopigmentazione della pelle, dei capelli e delle pupille. In Tanzania, nonostante non sia ancora stato condotto un censimento su scala nazionale, si ipotizza che la percentuale di persone con albinismo sia nettamente superiore alla media europea e statunitense: circa un individuo ogni 20mila. Il governo tanzaniano ha stimato – nell’ultimo censimento nazionale condotto nel 2012 – che la popolazione con albinismo sia composta da almeno
16mila individui, lo 0,04% sul totale di quasi 45 milioni di abitanti. Secondo altre fonti, tra cui la prestigiosa rivista Bmc Public Health Journal, vivrebbe nel paese circa una persona con albinismo ogni 4mila individui.
In Tanzania li chiamano comunemente zeruzeru (fantasma), dili (affare) e mzungu (europeo, persona dalla pelle bianca). Termini offensivi, testimonianza diretta dello stigma e della discriminazione di cui sono vittime. Una discriminazione che si perpetua da tempo per le strade delle città e dei villaggi tanzaniani. Ma che si manifesta anche a livello ufficiale. Un indice di ciò è presente nel vocabolario della lingua swahili (Kamusi ya Kiswahili Sanifu): zeruzeru, infatti, è indicato, insieme ad albino, come termine per designare le persone con albinismo. Il loro stare ai margini delle comunità, anche per ragioni economiche, ha contribuito al loro isolamento e rafforzato i pregiudizi. Fino a qualche anno fa, nei piccoli villaggi del distretto di Kilolo (regione di Iringa) era diffusa l’idea che l’albinismo fosse una maledizione (laana) inflitta dagli antenati o da Dio, per i misfatti compiuti in passato da uno dei membri, alla famiglia in cui era nato il bambino/a con la condizione congenita. Ancora oggi, una donna che partorisca anche solo un bambino con albinismo viene considerata dalla comunità, e in alcuni casi dal marito stesso, un essere malfermo (mtu mgonjwa) fino a quando non dà alla luce un individuo “sano”. In alcuni casi, il solo guardare una persona con albinismo, o mangiare il cibo confezionato da questa, si pensa che possa causare la nascita di prole con quel problema. E le discriminazioni accadono anche nelle grandi città, e non solo nei villaggi di campagna. A Dar es Salaam o a Iringa alcuni datori di lavori hanno deciso di non assumere persone con albinismo perché le considerano non all’altezza di svolgere semplici mansioni, e non dotate di elevate facoltà intellettive. Tuttavia, la città è più inclusiva e offre maggiori chance delle aree rurali. A migliorare la situazione anche i nuovi social media, Internet e le campagne di sensibilizzazione condotte da organizzazioni governative e non. Non è una caso che termini quali albino (albino) o mtu mwenye ulamavu wa ngozi (“persona con disabilità della pelle”) siano molti diffusi a Dar es Salaam o a Mwanza, rispetto ad altri luoghi.
albino1Dal 2008 a oggi, il governo ha preso molti provvedimenti per arginare il fenomeno delle uccisioni delle persone con albinismo. A seguito delle pressioni della comunità internazionale, il presidente Jakaya Kikwete, condannando le atrocità perpetrate nei confronti di questi, ha più volte affermato di volere organizzare una forza congiunta composta dall’esercito, dai membri di alcune organizzazioni di guaritori tradizionali (waganga wa jadi) per scovare i malfattori e gli “stregoni” che compiono tali barbarie nei confronti delle persone con albinismo. A marzo di quest’anno, è stata comminata la condanna a morte a quattro individui colpevoli di avere ucciso una bambina, e le liste nazionali di guaritori tradizionali sono state ulteriormente revisionate e aggiornate. La Tanzania Albinism Society (Tas) e la Under the Same Sun (Utss) – una ong cristiano-pentecostale fondata in Canada – sono molto attive, invece, nell’organizzare campagne di sensibilizzazione in tutto il paese. Il 13 giugno è la data scelta per celebrare il “Giorno internazionale dell’albinismo” ad Arusha, indetto dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Inoltre, la Utss, fin dalla sua creazione nel 2008, ha elargito più di 320 borse di studio a persone con albinismo, prodigandosi per la distribuzione su larga scala delle creme solari, in collaborazione con il Kilimanjaro Christian Medical Center. La struttura sanitaria, fondata dalla Good Samaritan Foundation, dispone di un centro di dermatologia avanzato per la cura dei tumori della pelle e ha avviato un programma per confezionare creme solari in loco e distribuirle gratuitamente in tutto il paese. Anche le comunità cristiane e musulmane tanzaniane si sono sin da subito mobilitate per condannare il fenomeno degli omicidi commessi nella regione dei Grandi Laghi e per avviare programmi umanitari al fine di distribuire creme solari e medicine alla popolazione con albinismo. L’Esercito della salvezza, per esempio, distribuisce borse di studio agli studenti con albinismo di alcune scuole primarie nel distretto di Ilala, a Dar es Salaam; mentre la Muzdafarah Charity Organization, con l’aiuto dell’ambasciatore turco, ha avviato dal 2014 un programma per la distribuzione di creme solari e medicinali.”

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Gemme n° 94

Ho portato una breve sequenza di Quasi amici” ha detto S. (classe seconda). “Questo film presenta vari temi: l’amicizia (possibile anche tra persone diverse che iniziano a conoscersi e si apprezzano), i pregiudizi e giudizi (qui si va oltre da ambo le parti: Driss accetta l’incarico e si mette in gioco), il tema della disabilità (“Esattamente questo quello che voglio, nessuna pietà. Spesso mi passa il telefono, sai perché? Perché si dimentica”), le relazioni (ogni rapporto è diverso, ogni amicizia è unica); e il bello è che non è solo un film, ma una storia vera”.

Prendo un pezzo dell’intervista da “Il Giornale” di Vittorio Macioce a Abdel Sellou, il “vero” Driss.
«La storia di Quasi amici. Intouchables ormai la conoscono quasi tutti. È quel film francese che racconta l’amicizia tra il ricco aristocratico in carrozzella e quella simpatica canaglia del suo badante. Corse a 200 all’ora sull’autostrada e risse nei parcheggi di Marrakech. Philippe Pozzo di Borgo e Abdel Sellou. L’uomo che non può più camminare e l’ex mascalzone che lo assiste. Finora c’era solo la versione del primo. Ora c’è quella di Abdel: Mi hai cambiato la vita (Salani, pagg. 221, euro 13,90). Abdel è in gamba. È divertente. È intelligente. È disincantato. Non cerca scuse. Non rinnega nulla. Vuole un bene dell’anima a Philippe. Ha 41 anni e per una gran parte della sua vita ha cercato di fregare il prossimo. «Mi sono messo al servizio di Philippe perché ero giovane e coglione, perché volevo andare in giro su una bella macchina, viaggiare in prima classe, dormire nei castelli, pizzicare il culo alle ragazze di buona famiglia e ridere dei loro gridolini soffocati».
E invece?
«Mi ha offerto la sua sedia da spingere. E quella sedia è diventata la stampella a cui appoggiarmi».
Cosa hai pensato quando ti sei ritrovato a casa di Philippe?
«Mi sono guardato intorno e ho fatto il conto di quanta roba potevo rubare».
Sul serio?
«Certo. In ogni angolo c’erano pezzi di valore. Mi sono detto: caspita, quanto è ricco il presidente di questa società tetracomecavolosichiama».
Tetra che?
«Tetraplegico. Non sapevo che volesse dire disabile. Pensavo fosse il nome di una società».

Ti accusano di aver sfruttato la bontà di un uomo debole.
«Non mi sorprende. Philippe comunque non è né debole, né stupido né ingenuo. Di me dico quello che mi pare, quando mi pare, se mi pare. Preferisco chi mi attacca a chi mi commisera. Non sopporto la mania dei francesi di analizzare tutto, perdonare tutto, perfino l’imperdonabile, con il pretesto di una cultura diversa, della mancanza di istruzione, di un’infanzia infelice. Io non ho avuto un’infanzia infelice. Sono cresciuto come un leone nella savana. Io ero il re. Ero il più forte, il più intelligente, il più affascinante. E non avevo pietà per nessuno. Non cerco giustificazioni».
Quando hai capito che non stavi lì per fregarlo?
«Quando mi ha insegnato a leggere. Non nel senso letterale. Non ero analfabeta. A leggere veramente. Poi l’allievo ha superato il maestro e ha scritto un libro più bello del suo».
Pozzo di Borgo che dice?
«Che il mio non venderà mai come il suo. Abbiamo scommesso. Quindi io mi sto impegnando a batterlo. Quindi dammi una mano».
Devo scrivere di non comprare Il diavolo custode?
«No. Io dico che se volete piangere leggete il suo, ma se volete ridere allora non c’è partita. Il mio è un’altra cosa».
Ricordi il primo libro che ti ha consigliato di leggere?
«Camus. La Peste».
Lo hai letto?
«Sì, ma non l’ho finito. Il bello è che ho scoperto che è facilissimo diventare un intellettuale. Adesso Camus e io siamo colleghi».”

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Gemme n° 90

copertinaOggi M. (classe seconda) ci ha fatto conoscere Antonio Distefano e il suo libro “Fuori piove, dentro pure, passo a prenderti?”. “Questo autore è riuscito ad avere un contratto con una casa editrice, e ieri gli è stato affiancato un manager per curare la sua persona. Lui ha creduto nel suo sogno e si sta battendo per i diritti delle persone di colore. Nel video dice che non si sente italiano, ora invece di sì: si sente sia italiano che africano, pur non essendo mai stato in Africa”.

Riporto, a commento, una favola giapponese presa dalla rete:
Durante una spaventosa notte di temporale, una piccola capretta bianca ed un lupo nero cercano rifugio in una capanna abbandonata, sul pendio di una collina.
A causa dell’oscurità totale, dell’infuriare del temporale e dello scrosciare della pioggia, i due non si rendono conto di chi sia il proprio compagno di sventura: il lupo non si accorge che il suo compagno è una succulenta capra, mentre questa non capisce che, vicino a lei, c’è il suo atavico nemico, un lupo goloso di carne di capra!
Grazie a questo equivoco, il lupo e la capra iniziano una lunga conversazione, che li porta a scoprire di avere molte cose in comune: l’amore per le verdi colline e per il buon cibo, ma soprattutto la gran paura del temporale!
I due entrano in gran confidenza, raccontandosi della loro infanzia ed incoraggiandosi a vicenda in questa situazione difficile. L’amicizia tra loro è ormai dichiarata, tanto che, prima dell’alba, quando ormai i tuoni e la pioggia sono svaniti, il lupo e la capra si danno appuntamento per il giorno successivo, alla luce del sole…
Il finale è aperto: cosa succederà l’indomani, quando i due personaggi s’incontreranno faccia a faccia?”

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Gemme n° 45

La gemma proposta da S. (classe seconda) è composta da quattro citazioni. La prima è di Giordano Bruno: “Un’unica Forza, l’Amore, lega e dà vita a infiniti mondi”, l’amore come forza vitale e creatrice, capace di essere sostegno unico e indispensabile. La seconda è Di Jimi Hendrix: “La pazzia è come il paradiso. Quando arrivi al punto in cui non te ne frega più niente di quello che gli altri possono dire..sei vicino al cielo”. Ha detto S.:”Questa frase per me è significativa perché mi è capitato di essere esclusa e giudicata per il mio modo di essere. Ne sono uscita fortificata quando ho imparato a non badare al giudizio degli altri”. La terza frase è di Cicerone: “Finché c’è vita, c’è speranza”. S. ha valutato la speranza come uno dei valori fondamentali per lei. Infine una frase “con la quale voglio sottolineare l’importanza dell’amicizia e del riuscire a intendersi con uno sguardo, un cenno”. E’ una frase di Gandhi: “Se urli tutti ti sentono, se bisbigli ti sente solo chi ti sta vicino, ma se stai in silenzio solo chi ti ama ti ascolta..”.

Mi soffermo sulla seconda frase, quella di Jimi Hendrix, restando in ambito musicale e proponendo una vecchia canzone di Vasco Rossi. “Jenny non vuol più parlare, non vuol più giocare, vorrebbe soltanto dormire. Jenny non vuol più capire, sbadiglia soltanto, non vuol più nemmeno mangiare. Jenny è stanca, Jenny vuole dormire. Jenny ha lasciato la gente a guardarsi stupita, a cercar di capire le cose. Jenny non sente più niente, non sente le voci che il vento le porta. Jenny è stanca, Jenny vuole dormire. Jenny non può più restare, portatela via, rovina il morale alla gente. Jenny sta bene, è lontano… la curano, forse potrà anche guarire un giorno. Jenny è pazza, c’è chi dice anche questo. Jenny ha pagato per tutti, ha pagato per noi che restiamo a guardarla ora. Jenny è soltanto un ricordo, qualcosa di amaro da spingere giù in fondo. Jenny è stanca, Jenny vuole dormire.” E nel ritornello la voce di chi la conosce davvero: “Io che l’ho vista piangere di gioia e ridere, che più di lei la vita credo mai nessuno amò. Io non vi credo, lasciatela stare, voi non potete!”.