Amati de-costellanti

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Sento l’esigenza di tornare sui temi toccati dalla gemma 1809 e provo a rivolgermi a chi per lavoro (insegnanti, educatori, psicologi, sociologi, antropologi, psichiatri, allenatori, animatori…) o per famiglia (genitori, zii, nonni, amici di famiglia) si trova ad aver a che fare con gli adolescenti, in particolare quelli di 4a e 5a superiore. Lo faccio perché le parole di V. sono state condivise e apprezzate da molte compagne e molti compagni che si sono rispecchiate/i profondamente in esse. Lo faccio anche perché è in aumento il numero di studenti che si piantano all’ultimo o penultimo anno, si bloccano, inchiodano l’auto su cui stanno viaggiando e né mettono in folle né schiacciano la frizione con la marcia inserita. E l’auto, con un sussulto, muore. 

Il filosofo Guido Cusinato nel libro Periagoge scrive: “Il verbo latino «desiderare» deriva dal composto latino della particella de – che può indicare una mancanza oppure un’azione distruttiva -con il termine sidus, sideris (plurale sidera), che significa «stella». Ora è risaputo che fin dall’antichità, per decifrare il cielo stellato, le stelle (sidera) venivano raggruppate in costellazioni e queste servivano a orientarsi e es. nella navigazione nel mare. De-siderare esprime pertanto due significati a seconda di come viene interpretata la particella de: 1) Sentimento di una «mancanza di costellazioni», cioè di punti di orientamento. In questo caso il desiderio esprimerebbe la nostalgia verso i punti di riferimento che sono venuti a mancare. 2) «De-costellare» nel senso del tentativo di distruggere (de– come nel caso di «de-costruire») la costellazione che imprigiona, come un destino, la mia esistenza attuale. In questo secondo caso non ho nostalgia della costellazione che aveva orientato la mia esistenza e che ora non vedo più, perché magari coperta dalle nuvole, ma al contrario provo una profonda insoddisfazione nei confronti della costellazione che mi orienta e questa insoddisfazione mi spinge ad allontanarmi da essa per cercare una nuova costellazione che ancora non vedo. Nel desiderare provo un’insoddisfazione nei confronti del mio attuale destino (la costellazione che ha guidato la mia esistenza) e lo de-costruisco per pormi alla ricerca di una nuova costellazione, di un nuovo inizio della mia esistenza. Nel superare la costellazione che ha orientato la mia esistenza, in realtà permetto alla mia esistenza di deragliare dai binari del fatalismo” (G. Cusinato, Periagoge. Teoria della singolarità e filosofia come esercizio di trasformazione, Verona, QuiEdit, 2017, p. 144).

Ecco, a me capita di vedere tante studentesse e tanti studenti  che stanno de-costellando (penso che lo facciamo tutti nella vita e non una volta sola). Ripenso a quando ho lasciato la facoltà di scienze geologiche per cambiare completamente percorso e riconsiderare tanti valori e tante priorità della mia vita. Solo che, tornando alla metafora dell’auto inchiodata, alcuni studenti poi trovano il modo di rimettere in moto e cercare la nuova costellazione, come ha fatto e sta facendo V. della gemma 1809, altri restano fermi in auto in attesa che la nuova costellazione passi e rischiano che il tutto si trasformi nella prima accezione del termine desiderio, la nostalgia per qualcosa che manca. Cosa possiamo fare noi? Come possiamo far sì che decidano di girare quella chiave? Quali strategie mettere in campo per far sì che riprendano il movimento alla ricerca di una nuova costellazione?

Gemme n° 117

leleganza-del-riccioHa presentato un libro come gemma G. (classe seconda): “L’eleganza del riccio”. “L’ho letto la scorsa estate, mi ha colpito perché tratta temi profondi”. Ha poi raccontato la vicenda ai compagni, cosa che non faccio qui per non rovinare la sorpresa a chi voglia leggerlo. “Desidero regalare una delle pagine che più mi sono piaciute”.
Non bisogna dimenticare.
Non bisogna dimenticare i vecchi con i corpi putrefatti, i vecchi vicinissimi a quella morte a cui i giovani non vogliono pensare. Non bisogna dimenticare che il corpo deperisce, che gli amici muoiono, che tutti ti dimenticano e che la fine è solitudine. E neppure bisogna dimenticare che quei vecchi sono stati giovani, che il tempo di una vita è irrisorio, che un giorno hai vent’anni e il giorno dopo ottanta.
Io ho capito molto presto che la vita passa in un baleno guardando gli adulti attorno a me, sempre di fretta, stressati dalle scadenze, così avidi dell’oggi per non pensare al domani…
In realtà temiamo il domani solo perché non sappiamo costruire il presente, e quando non sappiamo costruire il presente ci illudiamo che saremo capaci di farlo domani, e rimaniamo fregati perché domani finisce sempre per diventare oggi, non so se ho reso l’idea.
Quindi non bisogna affatto dimenticare. Occorre vivere con la certezza che invecchieremo e che non sarà né bello né piacevole né allegro. E ripetersi che ciò che conta è adesso: costruire, ora, qualcosa, a ogni costo, con tutte le nostre forze. Avere sempre in testa la casa di riposo per superarsi continuamente e rendere ogni giorno imperituro. Scalare passo dopo passo il proprio Everest personale, e farlo in modo tale che ogni passo sia un pezzetto di eternità.
Ecco a cosa serve il futuro: a costruire il presente con veri progetti di vita.”
Posto un video a commento, la canzone “Ora” di Jovanotti.

Asticelle e punti

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Ma noi non chiediamo più nulla ai figli, neanche «come stai». Abbiamo paura di disturbare. Di interrompere il loro sonno chiamato giovinezza. Quando gli chiediamo di studiare, siamo patetici. Glielo chiediamo così, perché si fa, perché ci è rimasto dalla tradizione che un figlio deve studiare, ma non lo sappiamo più bene neanche noi perché; e loro lo sentono che glielo chiediamo senza uno scopo, sentono che dietro quella richiesta c’è il vuoto. Perché in fondo non c’è più niente che vogliamo da loro. I miei genitori invece lo sapevano bene, i miei volevano che io andassi avanti, che io li superassi. Continuare la loro corsa, ecco; loro si fermavano a un certo punto perché di più non potevano, e a me chiedevano di oltrepassare quel punto. Era molto chiaro. Ed era anche molto commovente. Si piangeva il giorno della laurea, ad esempio. Si piangeva di una commozione che aveva in sé tutto: mio padre piangeva perché per lui era un sogno che la figlia di un operaio si laureasse in Lettere e Filosofia; mia madre piangeva perché aveva passato la vita a badare a me, in casa tutto il giorno a fare, come si dice, la casalinga e a risparmiare persino sull’aria che si respirava; e io piangevo perché non lo so, mi sembrava di avere il mondo in mano e che sarei diventata non so cosa. C’era l’idea di un compimento, l’idea di un inizio, e anche l’idea di una morte, della loro e poi della mia morte. Insomma l’idea del tempo. Ma noi qui il tempo l’abbiamo abolito. Lo facciamo solo passare. E questo i figli lo sentono.” (Paola Mastrocola, Palline di pane, pp 145-146)

Ho letto due volte il passo perché sentivo che in me c’era qualcosa che suonava rotto… Mi sono immedesimato nell’unica delle due esperienze che fino ad ora ho vissuto sulla mia pelle: quella di figlio. E mi son detto: dipende da che genitori hai… Se tuo papà ha vinto il Nobel per la letteratura e tua mamma quello per la medicina, hai voglia a superarli… Fuor di facile banalizzazione: a che punto i genitori hanno collocato l’asticella del superamento? A che punto si sono fermati per fissare il sorpasso? E’ lì, immagino, che il genitore può dimostrare di essere veramente in gamba: spronarti, stimolarti, pungolarti ma desiderare per te, essenzialmente, il tuo essere felice, reale ed autentico, al di là dell’altezza dell’asticella e del punto di sorpasso. 

Architetture

dio creatore.jpgUltimo appuntamento con la canzone Buon sangue di Jovanotti. E’ la storia di un bambino diventato adulto senza la sua infanzia che gli è stata rubata. Nel suo destino c’è scritta la parola delinquente, ma, per far dispetto a Dio, il protagonista diventa una persona corretta. E’ la ribellione dell’uomo nei confronti di un disegno che vede come imcomprensibile. Ci sarebbe da discutere e da approfondire su cosa si intenda quando si parla di “disegno”, “progetto”, “volontà” di Dio sull’uomo… gli architetti possono contribuire al lavoro dell’Architetto? Le modifiche in itinere sono ammesse? E’ possibile radere al suolo e riedificare? Si può ristrutturare? …

Infine, la conclusione: una breve carrellata di altri personaggi molto variegati di cui Jovanotti è discendente. Ha preso qualcosa da ciascuno di loro, ha imparato qualche grammo di esperienza da ognuno, e non ci ci stanca mai di conoscere in sé le impronte lasciate dagli altri: la vita non dà assuefazione.

Tra i parenti più lontani c’è un bestemmiatore

ce l’aveva con Dio che gli era debitore

di favole raccontate prima di mettersi a letto

di cui tutti i bambini del mondo hanno diritto.

Lui era nato senza motivo apparente,

tranne quello di diventar delinquente.

Fu per questo che a Dio volle fargli dispetto

e divenne un cittadino corretto.

Un mio nonno combatteva le battaglie di Troia,

un altro faceva l’aiutante del boia.

Ce n’era uno contadino, un’altra ballerina,

uno morì di vecchiaia, uno di ghigliottina.

Da tutti questi ho imparato la più grande lezione,

niente accade due volte e per questa ragione

si nasce senza esperienza, si muore senza assuefazione

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