Rete che ingabbia, rete che salva

connessiPubblico un’intervista molto interessante pubblicata di Fabio Chiusi su Weird. La leggeremo in prima a proposito delle relazioni ai tempi della rete.
“È terribilmente difficile parlare della realtà sociale dei “ragazzi connessi” senza cadere in stereotipi e banalizzazioni. Con il suo volume ‘It’s Complicated. The Social Lives of Networked Teens’, come raccontato nella recensione di Wired.it, la ricercatrice danah boyd – rigorosamente minuscolo – ci è riuscita egregiamente. E tuttavia nel libro, è naturale, manca uno sguardo su come i dati e gli argomenti da lei prodotti si traducano nel contesto italiano. boyd lo spiega durante una conversazione via Skype, a partire dal nucleo centrale della sua riflessione, e dalle sue conseguenze.
boyd, perché è così complicato rendersi conto che le questioni di cui parla nel libro sono complicate?
Uno dei problemi è che le persone si abbandonano agli estremismi molto facilmente, specie quando c’è di mezzo la tecnologia: l’idea, sentita negli ultimi 30 anni, che si tratti di una cosa meravigliosa che risolverà tutti i problemi o che all’opposto li causa tutti. Il risultato è che le persone che le usano non riescono a comprendere la complessità che le nuove tecnologie hanno reso visibile. Mettiamo per un attimo da parte le questioni riguardanti gli adolescenti, e pensiamo per esempio alla retorica sulle rivoluzioni.
O sulla democrazia digitale. È lo stesso: molte petizioni di principio sugli effetti di Internet sulla partecipazione e le forme democratiche, molte meno analisi concrete su come singoli strumenti abbiano impattato sui processi democratici di singole comunità.
Esatto. Come per le vite dei giovani: questioni complicate, dove non sempre ci sono conclusioni nette. Molti ragazzi stanno bene, alcuni no. Il punto è che non ha niente a che fare con la tecnologia. Alcuni ragazzi stanno soffrendo davvero: come possiamo usare strumenti tecnologici per aiutarli? Come possiamo usarli per rendere i problemi visibili e comprenderli? Vorrei solo che ci si fermasse un attimo, e ci si pensasse.
Non sta semplicemente dicendo che la tecnologia è neutrale, quindi?
Lo si può vedere nelle tecnologie provenienti dagli Stati Uniti: molte riflettono valori, norme, aspettative statunitensi. Per questo è così difficile un dibattito su questi temi in America. E non è solo una questione che cambia da Paese a Paese: ci sono considerazioni di genere, etnia, classe sociale. I nostri valori vengono incorporati nelle tecnologie, noi le modelliamo e loro modellano noi. E dunque nel libro ho cercato di mostrare quali siano le caratteristiche, le proprietà di queste tecnologie che cambiano le cose.
Per esempio?
Gran parte delle tecnologie ‘social’ più diffuse assume la persistenza. Che quel che si dice resta. Ed è fantastico, perfino necessario per alcune conversazioni, e l’architettura di molti di questi strumenti ci si affida per il loro stesso funzionamento. Ma allo stesso tempo ciò crea nuove complicazioni quando le parole che hai scritto sei, nove, dodici mesi fa, o perfino oltre, restano in circolazione e stai cercando di contrattare il fatto che le tue idee sono cambiate. Si possono scrivere cose di cui ci pentiamo. O pensiamo alla diffusione: se dici una cosa davvero imbarazzante o stupida a scuola, il numero di persone che può averlo testimoniato è relativamente limitato; se lo fai online, e ciò che dici attira l’attenzione di altre persone, all’improvviso ti ritrovi con milioni di testimoni.
C’è un effetto delle caratteristiche dei social media sui problemi di cui parla?
C’è qualcosa di nuovo, ma cambia più il risultato che le dinamiche di fondo di quei problemi. Il punto è che siamo così ossessionati dalle nuove tecnologie che finiamo per ignorare quelle dinamiche di fondo. Invece dovremmo concentrarci su come aiutare le persone, piuttosto che sul nutrire paure e reprimere le tecnologie.
Cosa pensa dell’idea, apparsa anche in Italia, di chiudere un social network perché alcuni dei suoi utenti lo usano per compiere gesti di cyber-bullismo? Servono nuove leggi per l’hate speech in rete?
Alla politica spesso non importa risolvere i problemi, ma far sembrare che si stia facendo qualcosa per risolverli. E a me piacciono le persone che risolvono i problemi, non quelle che sembrano risolverli. Per esempio: il cyberbullismo. Si parla molto delle cattiverie. La mia prima reazione è sempre: beh, forse smettere di essere cattivi l’uno con l’altro aiuterebbe. Se si tratta di affrontare crudeltà e cattiverie tra i ragazzi, parlare di tecnologia non farà sparire il problema. Semplicemente, riapparirà in un altro luogo.
Che fare?
Bisogna comprendere le dinamiche di fondo di ciò che sta succedendo. E sono dinamiche intricate: hanno a che fare con lo status nel proprio gruppo sociale di riferimento, con i problemi a casa. Ciò che si scopre è infatti che molto spesso i bulli hanno difficoltà in famiglia, soffrono di alcolismo o dipendenze, di problemi di salute mentale, hanno subito abusi in passato. Per questo la mia prima reazione quando si parla di questi ragazzi è: cosa è successo? Cosa hanno passato? E sappiamo affrontare quelle situazioni pregresse? Molto spesso no. Per questo la reazione è di incolpare gli strumenti che le hanno rese visibili, anche se il bullismo appare molto più di frequente a scuola. E non sento la politica dire: diamo la colpa alla scuola!
Nel libro esplora anche le conseguenze nefaste in termini di policy-making derivanti dall’adottare una visione centrata su Internet del problema. E dice chiaramente che serve una maggiore educazione alla comprensione dei problemi reali sollevati a partire dall’uso delle nuove tecnologie. Può dare qualche suggerimento ai docenti e genitori che ci leggono?
C’è bisogno di alfabetizzazione all’uso dei media. Una alfabetizzazione critica. Non è una questione che riguarda solo la tecnologia, ma l’essere capaci di consumare i contenuti che produciamo da un punto di vista critico. Non si può pensare che siccome i ragazzi guardano MTV allora capiscono i media. È ridicolo, non l’avremmo mai detto negli anni 80. E allora perché lo diciamo oggi?
Per i social media, dice. La retorica dei «nativi digitali», che lei contesta.
I ragazzi possono essere abili nell’usarli a scopi di socializzazione o per divertirsi, ma non necessariamente comprendono come queste tecnologie siano costruite: un problema che sta diventando sempre più importante con l’era dei dati – e non ci stiamo equipaggiando affatto per avere a che fare coi dati. E non è solo una questione di privacy. Voglio dire: cos’è un algoritmo? Come è fatto? Come sceglie quali contenuti sarai in grado di vedere e quali non sarai in grado di vedere? Come decide se un curriculum inviato per un’offerta di lavoro verrà guardato o no? Una alfabetizzazione algoritmica di base è molto importante, e la maggioranza dei docenti non la possiede. Ecco perché è una questione che riguarda tutta la società, non solo i ragazzi. Il mio Paese, gli Stati Uniti, e il vostro sono ossessionati dall’educazione formale. Ma ci sono molte forme di apprendimento che avvengono in canali informali. Buona parte riguarda le interazioni sociali. E una delle cose che ritengo davvero importanti è comprendere quanto valore abbiano le interazioni sociali per imparare a comprendere la realtà.
Quali differenze ci sono tra il contesto in cui vivono i giovani statunitensi e quelli italiani?
C’è una grossa differenza: nel vostro Paese i giovani escono ancora di casa. Possono gironzolare liberamente. Possono fare capannello nella piazza del paese senza che nessuno li sgridi. Tutto questo non è più vero nel mio Paese. E il risultato è che ciò che si vede sui social media negli Stati Uniti è molto di più la trasposizione di quel gironzolare che voi vedete offline, nei luoghi di incontro pubblici. I nostri ragazzi non hanno il tipo di mobilità che voi date per acquisita.
Il che è congruente con il contesto più ampio del dibattito internettiano e non di questi anni: dal Datagate, all’aumento costante del numero di telecamere di videosorveglianza – accettato acriticamente o quasi anche in Italia. Il che non fa che perpetuare e alimentare la cultura del terrore di cui parla nel libro, e che ha l’effetto di radicalizzarci, farci concepire la rete come la salvezza o la condanna dell’umanità.
E dire che nel vostro Paese e nel vostro Continente la sorveglianza ha una lunga e spiacevole storia: pensiamo per un attimo agli anni 40. Sono sempre stupita quando vedo i Paesi europei imboccare questa strada. Hanno visto a cosa conduce. Per l’Italia non posso fare a meno di pensare agli scritti di Italo Calvino, a come ne avesse previsto le conseguenze logiche. Sono sorpresa gli italiani la accettino.”

Appuntamento con lei

corteggiamento-classicoL’abbiamo letto stamattina in una prima, un articoletto simpatico e dall’inizio furbo che ho trovato qui. A scriverlo è Jarrid Wilson, “un marito, un pastore, un autore, un blogger. E ha fatto una confessione che sta facendo discutere molto.”
«Ho una confessione da fare: Mi sto incontrando con una persona anche se sono sposato.
Lei è una ragazza incredibile. E’ bella, intelligente, astuta, forte e ha un’immensa fede in Dio . Mi piace portarla fuori a cena, andare al cinema, a teatro, e dirle sempre quanto è bella. Non riesco a ricordare l’ultima volta in cui sono rimasto arrabbiato con lei per più di cinque minuti, e il suo sorriso sembra sempre illuminare la mia giornata indipendentemente dalle circostanze.
A volte mi viene a trovare a lavoro senza preavviso, mi cucina cose deliziose. Non riesco a credere quanto sono fortunato ad essere uscire con qualcuno così, anche se sono sposato. Vi incoraggio a provare e vedere come può diventare la vostra vita .
Oh! Vi ho già detto che la donna con cui sto uscendo è mia moglie? Che cosa vi aspettavate?
Solo perché siete sposati, non significa che i vostri appuntamenti debbano finire.
Ho bisogno di continuare a uscire con mia moglie anche se siamo sposati. Non dovrei smettere di corteggiarla solo perché entrambi abbiamo detto “Lo voglio”. Troppe volte vedo rapporti che smettono di crescere perché la gente smette di prendere l’iniziativa e di riempire di attenzioni il partner.
L’appuntamento è un momento in cui si conosce qualcuno in un modo speciale e unico. Perché smettere? Non si dovrebbe. Quelle farfalle nello stomaco del primo appuntamento non devono svanire solo perché gli anni sono passati. Svegliarsi ogni giorno e corteggiare il coniuge come se foste ancora ai primi appuntamenti. Se lo farete, vedrete un drastico cambiamento in meglio nel vostro rapporto .
La chiave in ogni rapporto è la comunicazione e l’azione di costante ricerca. Nessuno vuole stare con qualcuno che non tiene a queste cose con tutto il cuore .
Vi incoraggio a dare appuntamenti al vostro coniuge, impegnarvi con tutto il cuore, e capire che tutto ciò non dovrebbe finire solo perché avete detto: “Lo voglio”.»

Il calore del porcospino

riccio1L’altroieri era il compleanno di Schopenhauer, nato a Danzica il 22 febbraio 1788. Ma era anche il compleanno di Chicco, il più caro amico dei tempi del liceo, un’amicizia fatta di vicinanze e distanze fisiche, uno di quei rapporti dove basta un attimo per ritrovare la sintonia e il ritmo comuni.
Alcuni porcospini, in una fredda giornata d’inverno, si strinsero vicini, vicini, per proteggersi, col calore reciproco, dal rimanere assiderati. Ben presto, però, sentirono le spine reciproche; il dolore li costrinse ad allontanarsi di nuovo l’uno dall’altro. Quando poi il bisogno di riscaldarsi li portò nuovamente a stare insieme, si ripeté quell’altro malanno; di modo che venivano sballottati avanti e indietro fra due mali, finché non ebbero trovato una moderata distanza reciproca, che rappresentava per loro la migliore posizione.
Così il bisogno di società, che scaturisce dal vuoto e dalla monotonia della propria interiorità, spinge gli uomini l’uno verso l’altro; le loro molteplici repellenti qualità e i loro difetti insopportabili, però, li respingono di nuovo l’uno lontano dall’altro. La distanza media, che essi riescono finalmente a trovare e grazie alla quale è possibile una coesistenza, si trova nella cortesia e nelle buone maniere. A colui che non mantiene quella distanza, si dice in Inghilterra: keep your distance! − Con essa il bisogno del calore reciproco è soddisfatto in modo incompleto, in compenso però non si soffre delle spine altrui. − Colui, però, che possiede molto calore interno preferisce rinunciare alla società, per non dare né ricevere sensazioni sgradevoli.”
(Arthur Schopenhauer, Il dilemma dei porcospini in Parerga e Paralipomena, 1851)
Penso che l’amicizia vada oltre il solo “bisogno di società” e che accetti il rischio e la possibilità della ferita dell’eccessiva vicinanza, l’unica in grado di portare quel calore a cui non so rinunciare. Auguri Arthur, buon compleanno Chicco.

Lontano?

desertoUn racconto sull’amicizia preso dalla tradizione islamica e contenuto nel libro “La saggezza del mistico cammello” di Franco Ometto.
«Un dervisc racconta che camminando nel deserto, vide un uomo con una veste rappezzata, un bastone in mano e una ciotola.
Gli chiese. “Da dove vieni?”.
Quello rispose: “Dall’Andalusia”.
“Dove vai?”.
“In Cina”.
“A quale scopo?”.
“A visitare un amico”.
“Ma è lontano!”.
“Sì, è lontano per un debole, sfinito, ma per un amante è molto vicino!”.»

Senza sangue

il-bacio-di-klimt-dettaglioEra il luglio 2009, vivevo ancora a Palmanova. Ho buttato giù di getto questo racconto. Non l’ho mai pubblicato sul blog. Oggi penso che ci possa stare.

Fa caldo, fuori. Nella mia casetta a piano terra coi muri esterni di 70 cm almeno, no. E’ fresco: non c’è bisogno dell’aria artificiale del condizionatore né del ronzio fastidioso del ventilatore che ha le pale allentate. Certo è anche umido; una casa rimasta chiusa per dieci anni che confina con un fioraio che prima aveva le aiuole sotto il muro e ora ha il cortile con la pendenza sbagliata ha bisogno di almeno altrettanti anni di tempo secco. Ma il tempo secco, nella mia terra, è una speranza che ha la velocità di un déjà-vu. Ieri sera ho iniziato a leggere un breve libro di Alessando Baricco, comprato un’ora e mezza prima dell’inizio del film che avevo deciso di vedere. Mi piace essere puntuale, anzi, mi piace proprio essere in anticipo: come si dice, sono un anticipatario? Anni fa, quando mia moglie era la mia ragazza e viveva parti di settimana a Trieste, andavo spesso al cinema da solo. Mi piace. Entrare nel multisala, comprare subito il biglietto e controllare la sala dove sarà proiettata la mia scelta; e poi vivere l’attesa. Mi si parano davanti due possibilità: la libreria o il voyeurismo sociale. Se ho tempo, come ieri sera, entrambi. Quando entro in una libreria provo un po’ la stessa sensazione di quando ho incrociato per la prima volta gli occhi di Sara: se non posso avere tutto, almeno qualcosa di quel posto deve essere mio. E inizio la passeggiata, all’inizio casuale, poi, mano a mano che passa il tempo, sempre più mirata. Di solito, all’inizio mettono le ultime novità: sguardo fugace, giusto che non ci sia qualcosa di Follett o Zafòn (gli altri possono attendere l’edizione economica). Poi l’interesse si sposta sulle offerte: la recessione pesa… Mi casca l’occhio su un cartello che mi annuncia il 30% di sconto sull’Economica Universale Feltrinelli (“Bene e anche stasera una cagata me la porto a casa”). La riflessione per arrivare a emettere un verdetto d’acquisto non dura a lungo: c’è Baricco. E non mi occorre neppure annusare il libro: meglio evitare, potrei rendermi conto che c’è un sottofondo di fritto e di pop-corn che arriva dalla hall e rinunciare a tutto. Per evitare discussioni e alterchi interiori ne compro due (“vai mai a sapere, un rimorso…”): Senza sangue e I barbari. Bene, ora che la decisione è presa e i libri sono in mano, mi abbandono a cinque minuti di random per la libreria: arte, fumetti, storia, politica, saggistica, filosofia, romanzi rosa no grazie, cinema… cassa. Lei alza lo sguardo: “Buonasera prof” “Ciao! Lavori qui?” (“No, faccio volontariato, deficit” avrebbe potuto rispondere, ma è gentile) “Eh sì, già da un anno”. “In effetti sono io che è una vita che non vengo al cinema. Come stai?”. Sta bene, ora che manca poco, sta bene; non è stato facile. Ha lo sguardo e il tono di voce di chi sa, di chi ha dentro qualcosa che sta bruciando, ma non riesco a capire se quell’incendio abbia già raggiunto il flashover o sia in fase di estinzione. Mi sale in testa un pensiero che solo un idiota potrebbe dire: te l’avevo detto. E benché nel mondo la percentuale di idioti sia in ascesa, riesco a non dare il mio contributo alla crescita. La incoraggio, invece, e non mi dispiacerebbe rubarla un attimo a quella cassa solo per parlare un po’. Ma sta lavorando: ci sarà un’altra occasione. “In bocca al lupo per il 13” ed esco.
Manca un’ora al film: divanetto-time. Qualche mese fa avrei detto sofà-time, ma da quando c’è un’odiosa pubblicità della Ferrilli che chiosa “sofà sofà sofà e beato chi soo fa il sofà hihihi” ho cancellato il termine dal mio vocabolario. Faccio un giro davanti alle casse per trovare il posto giusto: possibilmente in zona semi-buia, possibilmente senza compagnia, possibilmente con vista sugli schermi di accesso alle sale. Ma i tre possibilmente non si trasformano in realtà: a quale dei tre rinunciare? Purtroppo devo lasciarmi alle spalle due su tre: il semi-buio e la solitarietudine (N. Elia dice che solitudine è l’incapacità di entrare in contatto con gli altri, non riuscire a stabilire un rapporto mentre la solitarietà o “essere solo” è Robinson Crusoe, l’essere costretti a stare soli. Io semplicemente voglio stare solo). Mi siedo e tiro fuori dal sacchetto in nylon Senza sangue e inizio a leggere. Non è una lettura tranquilla e continua: ci sono le voci e le risate di tre coppie accanto a me che giocano ad andare a turno in bagno, ci sono le voci metalliche e amplificate delle cassiere del cinema, di certo più protette di una cassiera di banca, ci sono i tintinnii delle tazzine del bar, ci sono i commenti delle persone che stanno uscendo dalle sale. Ma soprattutto c’è il mio pensiero che vola a Sara che non mi risponde al cell: è ad Atene, a un convegno. Le ho detto un’ora fa che ci saremmo sentiti, ma la batteria del mio telefonino ha avuto un crollo di prestazione simile all’andamento borsistico degli ultimi mesi: velocissimo e inesorabile. Il mio film finisce verso la mezza e ad Atene sono un’ora avanti: meglio avvisarla, ma non risponde. Era preoccupata prima di partire: parlare in inglese davanti a tante persone non la faceva sentire tranquilla. Ma lei è in gamba. Vibra il cell: è lei. E’ un po’ più serena: ha sentito una collega esporre in un inglese decisamente peggiore del suo. Ci diamo appuntamento a domani mattina, sempre al telefono; le sussurro che la amo, sorride; le dico che è importante per me perché è l’unica moglie che ho, ride. “notte”, “notte anche a te”. Penso alla fortuna che ho avuto ad incontrarla quattordici anni fa.
Ricomincio a leggere dopo un po’ di voyeurismo sociale, anche se mi manca lo strumento più adatto: i miei occhiali scuri. Guardare la gente, tutto qui; e immaginare… Entrano in due: sono sui quaranta, forse lei qualcosa di più. Lei la chiamo Silvia, è vestita un po’ démodée, lui lo chiamo Gianluca, è un po’ trasandato e coi capelli raccolti da un elastico che arrivano a metà schiena. Lei si dirige dritta verso la libreria, lui si ferma, lei lo prende per mano e lo trascina; vince Silvia che ottiene da Gianluca un “ok, ma cinque minuti”.
Abbasso gli occhi e leggo.
“… Nina chiuse gli occhi. Si appiattì contro la coperta, e si rannicchiò ancora di più, tirando su le ginocchia, verso il petto. le piaceva stare così. Sentiva la terra, fresca, sotto il fianco, a proteggerla – lei non poteva tradirla. E sentiva il proprio corpo raccolto, rigirato su se stesso come una conchiglia – questo le piaceva – era guscio e animale, riparo di se stessa, era tutto, era per se stessa tutto, nulla avrebbe potuto farle del male fino a quando fosse rimasta in quella posizione – riaprì gli occhi e pensò Non muoverti, sei felice”.
E mi viene in mente la cassiera della libreria… Mi alzo, è passata mezz’ora, devo entrare in sala. Butto l’occhio verso la libreria: vicino alla cassa ci sono Silvia e Gianluca. Ha vinto Silvia.

Il padre, la madre, i Queen

Stamattina, in una prima, parlando dell’amore siamo finiti a parlare di quello nei confronti dei genitori, e mi sono venute in mente due canzoni dei Queen che avevo ripreso in mano proprio ieri pomeriggio. Una riguarda il papà, l’altra la mamma, entrambe contenute nell’album “Queen II”, registrato nell’agosto 1973 e pubblicato l’anno dopo. Siamo nella prima fase della carriera del gruppo.

Nel brano “Father to son” (che nel video è in versione live) si leggono le parole di un padre al proprio figlio, dalle quali emerge una presenza costante e vicina (“Ho combattuto al tuo fianco molto prima che tu nascessi”) e un invito a darsi da fare per costruire il futuro (“Non distruggere ciò che vedi, quello che sarà il tuo paese, semplicemente continua a costruire sul terreno che è stato conquistato”) senza dimenticare le radici (“Non vorresti ascoltarci cantare la canzone della nostra famiglia? Noi te la trasmettiamo ma è tutto già sentito”). E poi si sentono le parole tipiche di un genitore, quelle che danno tanto fastidio a un figlio, quando l’adulto dice al giovane che un giorno futuro si comporterà nella stessa identica maniera nei confronti dei propri figli… (“Prendi questa lettera che ti do, prendila ragazzo mio, conservala con cura, non capirai una parola di ciò che vi è scritto ma la riscriverai uguale prima di morire”). Verso la fine sembra che ci sia un commiato, come se il padre non potesse stare vicino al figlio durante la sua crescita, come se se ne dovesse andare in un altro luogo o in un’altra dimensione (“E’ divertente che tu non senta una singola parola che dico, ma la mia lettera per te ti starà accanto attraverso gli anni finché la solitudine se ne sarà andata”). E restano nell’aria delle parole di grande amore: “l’aria che respiri vivo per dartela”.

Invece, il brano “The loser in the end” parla del rapporto tra madri e figli, e in particolare della crescita della prole fino al momento in cui i figli se ne vanno di casa lasciando alle madri una mancanza (“La mamma ha un problema, non sa che dire, il suo piccolo ragazzino se ne è semplicemente andato di casa oggi”). Vengono messi in luce i tratti scuri del crescere un figlio, e da figlio maschio mi rivedo in molte cose (“Maltrattala e la perderai come amica”… “L’ha lavato e nutrito e vestito e curato per quasi vent’anni e tutto ciò che ottiene è “Ciao ma’” e notti di lacrime”). La madre è vista come la vera perdente in questo rapporto e viene invitata a non trattenere i figli, ma a permettere loro di fare delle esperienze, anche se sceglieranno la via più comoda (“Quindi madri di ogni dove prestate ascolto a un semplice figlio di un’altra madre: Sarete dimenticate col tempo se non lascerete che loro si divertano, dimenticate i dispiaceri e ricordate solo che non è passato molto da quando eravate giovani. Siete destinate ad essere le perdenti alla fine, loro si sceglieranno da soli le scarpe nuove che non sono difficili da allacciare”). MA, un ma grande come una casa, “Siete le mamma su cui loro possono sempre contare”.

 

Tvb? Tvtb? Ta? Tat? No, per oggi Ts

La scorsa settimana ho avuto due giorni di febbre e penso di non essere ancora guarito; l’alternativa è che la febbre abbia lasciato in me degli strascichi preoccupanti. Non so spiegarmi altrimenti il fatto di essermi ritrovato a pensare a mia moglie dopo aver ascoltato una dichiarazione di Enrico Letta. Di ritorno dal Kuwait il premier ha affermato di tornare al lavoro in Italia con maggiore motivazione. Non è la prima volta che lo dice, tanto che mi viene da pensare che le sue motivazioni iniziali devono essere state piuttosto bassine. Un po’ come due amogiovanissimi innamorati che si sussurrano “Ti amo un po’ più di ieri e un po’ meno di domani”. Per mettere in atto tale proposito l’unica via è partire da un livello molto basso e soprattutto calibrare con molta cura gli slanci d’amore. E’ lì che ho pensato a mia moglie e mi sono immaginato mentre le dico “Sai amore, anzi no, amorino. Vorrei dirti che ti amo perché è quello che provo, ma allora cosa potrei dirti domani per andare oltre? Già un “ti voglio bene” temo sia eccessivo. Diciamo allora che ti stimo…”. Vi sono cose che non penso possano essere misurate e una di queste è l’amore: o si ama o non si ama. Non credo che si possa amare un po’, o amare molto, o amare poco. Non credo nel sempre meglio, sempre di più. Altro paio di maniche è invece la relazione tra due persone che è sempre un cantiere aperto intento a costruire un edificio sempre migliorabile. Avrete capito che non sto più parlando del capo del governo… Una paura accompagnerà però queste ore prima di addormentarmi stanotte: temo di appoggiarmi sul materasso e trovare mia moglie che, con la voce di Enrico Letta, mi dice “Ti stimo anche io”.

Se vuotare il sacco non basta

sacco-di-patate--patate--object--sano_3198529Una storia molto carina; questa volta arriva dal taoismo e l’ho trovata qui.
«Un giorno il saggio diede al discepolo un sacco vuoto e un cesto di patate.
“Pensa a tutte le persone che hanno fatto o detto qualcosa contro di te recentemente, specialmente quelle che non riesci a perdonare. Per ciascuna, scrivi il nome su una patata e mettila nel sacco”.
Il discepolo pensò ad alcune persone e rapidamente il suo sacco si riempì di patate.
“Porta con te il sacco, dovunque vai, per una settimana” disse il saggio. “Poi ne parleremo”.
Inizialmente il discepolo non pensò alla cosa. Portare il sacco non era particolarmente gravoso. Ma dopo un po’, divenne sempre più un gravoso fardello. Sembrava che fosse sempre più faticoso portarlo, anche se il suo peso rimaneva invariato. Dopo qualche giorno, il sacco cominciò a puzzare. Le patate marce emettevano un odore acre. Non era solo faticoso portarlo, era diventato anche sgradevole.
Finalmente, la settimana terminò. Il saggio domandò al discepolo. “Nessuna riflessione sulla cosa?”
“Sì, maestro” rispose il discepolo. “Quando siamo incapaci di perdonare gli altri, portiamo sempre con noi emozioni negative, proprio come queste patate. Questa negatività diventa un fardello per noi e, dopo un po’, peggiora.”
“Sì, questo è esattamente quello che accade quando si coltiva il rancore. Allora, come possiamo alleviare questo fardello?”
“Dobbiamo sforzarci di perdonare”.
“Perdonare qualcuno equivale a togliere una patata dal sacco. Quante persone per cui provavi rancore sei capace di perdonare?”
“Ci ho pensato molto, Maestro” disse il discepolo. “Mi è costato molta fatica, ma ho deciso di perdonarli tutti”.
“Molto bene, possiamo togliere tutte le patate. Ci sono altre persone che ti hanno offeso o irritato nell’ultima settimana?”
Il discepolo rifletté per un momento e ammise che ce n’erano. Improvvisamente rimase sgomento, quando si rese conto che il sacco vuoto si sarebbe riempito di nuovo.
“Maestro” chiese, “se continuiamo così, non ci saranno sempre patate nel sacco, settimana dopo settimana?”
“Sì, finché ci saranno persone che diranno o faranno cose contro di te in qualche modo, tu avrai sempre patate”.
“Ma Maestro, noi non potremo mai controllare quello che gli altri fanno. Cosa c’è di buono nel Tao allora?”
“Questo non è ancora il Tao. Quello di cui abbiamo parlato finora è l’approccio convenzionale al perdono. E’ quello che tante filosofie e religioni predicano – dobbiamo costantemente sforzarci di perdonare, perché questa è una virtù importante. Questo non è il Tao, perché non c’è sforzo nel Tao”.
“Allora cosa è il Tao, Maestro?”
“Prova ad immaginarlo. Se le patate sono le emozioni negative, allora cosa è il sacco?”
“Il sacco è… quello che mi permette di trattenere la negatività. E’ qualcosa dentro di noi che ci fa persistere sui sentimenti offesi… Ah, è il mio tronfio senso di auto-stima”.
“E cosa succede se te ne liberi?”
“Allora… le cose che la gente fa o dice contro di me non sembrano più un gran problema”.
“In tal caso, non avrai nessun nome da scrivere sulle patate. Questo significa niente più peso da portare e niente più puzza. Il Tao del perdono è la decisione cosciente non solo di togliere le patate… ma di abbandonare l’intero sacco”.»

Colpo di fulmine

chagall8-295x300In prima stiamo parlando delle relazioni e tra i vari aspetti talvolta si va a finire a parlare di cotta, innamoramento e colpo di fulmine, e succede di doversi chiarire sul significato che si dà a questi termini. Ieri mi sono imbattuto in questa folgorante ed efficace frase di Michail Bulgakov, presa da “Il Maestro e Margherita”:
“L’amore ci si parò dinanzi come un assassino sbuca fuori in un vicolo, quasi uscisse dalla terra, e ci colpì subito entrambi. Così colpisce un fulmine, così colpisce un coltello a serramanico!”.

Per sempre?

Una delle canzoni che ho peggio sopportato nella mia vita, e che puntualmente veniva trasmessa a ogni ora del giorno e della notte da radio e tv, era una canzone di Ambra Angiolini che diceva “ti giuro amore un amore eterno, se non è amore me ne andrò all’inferno … se c’è una crisi la mandiamo via perché i problemi tuoi sono problemi miei”. Mi ha assillato a tal punto da conficcarsi nella memoria delle cose brutte e da riemergere oggi mentre leggevo un’intervista di Raffaella De Santis a Zygmunt Bauman, presa da Repubblica. Argomento centrale? L’amore, ma si parla anche di società, contemporaneità, antropologia, mercato, consumi…
“Amarsi e rimanere insieme tutta la vita. Un tempo, qualche generazione fa, non solo baumanera possibile, ma era la norma. Oggi, invece, è diventato una rarità, una scelta invidiabile o folle, a seconda dei punti di vista. Zygmunt Bauman sull’argomento è tornato più volte (lo fa anche nel suo ultimo libro Cose che abbiamo in comune, pubblicato da Laterza). I suoi lavori sono ricchi di considerazioni sul modo di vivere le relazioni: oggi siamo esposti a mille tentazioni e rimanere fedeli certo non è più scontato, ma diventa una maniera per sottrarre almeno i sentimenti al dissipamento rapido del consumo. Amore liquido, uscito nel 2003, partiva proprio da qui, dalla nostra lacerazione tra la voglia di provare nuove emozioni e il bisogno di un amore autentico.
Cos’è che ci spinge a cercare sempre nuove storie?
“Il bisogno di amare ed essere amati, in una continua ricerca di appagamento, senza essere mai sicuri di essere stati soddisfatti abbastanza. L’amore liquido è proprio questo: un amore diviso tra il desiderio di emozioni e la paura del legame”.
Dunque siamo condannati a vivere relazioni brevi o all’infedeltà…
“Nessuno è “condannato”. Di fronte a diverse possibilità sta a noi scegliere. Alcune scelte sono più facili e altre più rischiose. Quelle apparentemente meno impegnative sono più semplici rispetto a quelle che richiedono sforzo e sacrificio”.
Eppure lei ha vissuto un amore duraturo, quello con sua moglie Janina, scomparsa due anni fa.
“L’amore non è un oggetto preconfezionato e pronto per l’uso. È affidato alle nostre cure, ha bisogno di un impegno costante, di essere ri-generato, ri-creato e resuscitato ogni giorno. Mi creda, l’amore ripaga quest’attenzione meravigliosamente. Per quanto mi riguarda (e spero sia stato così anche per Janina) posso dirle: come il vino, il sapore del nostro amore è migliorato negli anni”.
Oggi viviamo più relazioni nell’arco di una vita. Siamo più liberi o solo più impauriti?
“Libertà e sicurezza sono valori entrambi necessari, ma sono in conflitto tra loro. Il prezzo da pagare per una maggiore sicurezza è una minore libertà e il prezzo di una maggiore libertà è una minore sicurezza. La maggior parte delle persone cerca di trovare un equilibrio, quasi sempre invano”.
Lei però è invecchiato insieme a sua moglie: come avete affrontato la noia della quotidianità? Invecchiare insieme è diventato fuori moda?
“È la prospettiva dell’invecchiare ad essere ormai fuori moda, identificata con una diminuzione delle possibilità di scelta e con l’assenza di “novità”. Quella “novità” che in una società di consumatori è stata elevata al più alto grado della gerarchia dei valori e considerata la chiave della felicità. Tendiamo a non tollerare la routine, perché fin dall’infanzia siamo stati abituati a rincorrere oggetti “usa e getta”, da rimpiazzare velocemente. Non conosciamo più la gioia delle cose durevoli, frutto dello sforzo e di un lavoro scrupoloso”.
Abbiamo finito per trasformare i sentimenti in merci. Come possiamo ridare all’altro la sua unicità?
“Il mercato ha fiutato nel nostro bisogno disperato di amore l’opportunità di enormi profitti. E ci alletta con la promessa di poter avere tutto senza fatica: soddisfazione senza lavoro, guadagno senza sacrificio, risultati senza sforzo, conoscenza senza un processo di apprendimento. L’amore richiede tempo ed energia. Ma oggi ascoltare chi amiamo, dedicare il nostro tempo ad aiutare l’altro nei momenti difficili, andare incontro ai suoi bisogni e desideri più che ai nostri, è diventato superfluo: comprare regali in un negozio è più che sufficiente a ricompensare la nostra mancanza di compassione, amicizia e attenzione. Ma possiamo comprare tutto, non l’amore. Non troveremo l’amore in un negozio. L’amore è una fabbrica che lavora senza sosta, ventiquattro ore al giorno e sette giorni alla settimana”.
Forse accumuliamo relazioni per evitare i rischi dell’amore, come se la “quantità” ci rendesse immuni dell’esclusività dolorosa dei rapporti.
“È così. Quando ciò che ci circonda diventa incerto, l’illusione di avere tante “seconde scelte”, che ci ricompensino dalla sofferenza della precarietà, è invitante. Muoversi da un luogo all’altro (più promettente perché non ancora sperimentato) sembra più facile e allettante che impegnarsi in un lungo sforzo di riparazione delle imperfezioni della dimora attuale, per trasformarla in una vera e propria casa e non solo in un posto in cui vivere. “L’amore esclusivo” non è quasi mai esente da dolori e problemi – ma la gioia è nello sforzo comune per superarli”.
In un mondo pieno di tentazioni, possiamo resistere? E perché?
“È richiesta una volontà molto forte per resistere. Emmanuel Lévinas ha parlato della “tentazione della tentazione”. È lo stato dell'”essere tentati” ciò che in realtà desideriamo, non l’oggetto che la tentazione promette di consegnarci. Desideriamo quello stato, perché è un’apertura nella routine. Nel momento in cui siamo tentati ci sembra di essere liberi: stiamo già guardando oltre la routine, ma non abbiamo ancora ceduto alla tentazione, non abbiamo ancora raggiunto il punto di non ritorno. Un attimo più tardi, se cediamo, la libertà svanisce e viene sostituita da una nuova routine. La tentazione è un’imboscata nella quale tendiamo a cadere gioiosamente e volontariamente”.
Lei però scrive: “Nessuno può sperimentare due volte lo stesso amore e la stessa morte “. Ci si innamora una sola volta nella vita?

Roma20130428_0179 fb“Non esiste una regola. Il punto è che ogni singolo amore, come ogni morte, è unico. Per questa ragione, nessuno può “imparare ad amare”, come nessuno può “imparare a morire”. Benché molti di noi sognino di farlo e non manca chi provi a insegnarlo a pagamento”.
Nel ’68 si diceva: “Vogliamo tutto e subito”. Il nostro desiderio di appagamento immediato è anche figlio di quella stagione?
“Il 1968 potrebbe essere stato un punto d’inizio, ma la nostra dedizione alla gratificazione istantanea e senza legami è il prodotto del mercato, che ha saputo capitalizzare la nostra attitudine a vivere il presente”.
I “legami umani” in un mondo che consuma tutto sono un intralcio?
“Sono stati sostituiti dalle “connessioni”. Mentre i legami richiedono impegno, “connettere” e “disconnettere” è un gioco da bambini. Su Facebook si possono avere centinaia di amici muovendo un dito. Farsi degli amici offline è più complicato. Ciò che si guadagna in quantità si perde in qualità. Ciò che si guadagna in facilità (scambiata per libertà) si perde in sicurezza”.
Lei e Janina avete mai attraversato una crisi?
“Come potrebbe essere diversamente? Ma fin dall’inizio abbiamo deciso che lo stare insieme, anche se difficile, è incomparabilmente meglio della sua alternativa. Una volta presa questa decisione, si guarda anche alla più terribile crisi coniugale come a una sfida da affrontare. L’esatto contrario della dichiarazione meno rischiosa: “Viviamo insieme e vediamo come va…”. In questo caso, anche un’incomprensione prende la dimensione di una catastrofe seguita dalla tentazione di porre termine alla storia, abbandonare l’oggetto difettoso, cercare soddisfazione da un’altra parte “.
Il vostro è stato un amore a prima vista?
“Sì, le feci una proposta di matrimonio e, nove giorni dopo il nostro primo incontro, lei accettò. Ma c’è voluto molto di più per far durare il nostro amore, e farlo crescere, per 62 anni”.”

Poco nitido

E’ un articolo molto interessante quello pubblicato da Roberto Cotroneo su “Sette” il 31 ottobre. Lo riporto qui e lo commento sotto.

Torino_049 fbPrima o poi dovremo fare i conti con quello che ci è rimasto dell’assenza. E prima o poi capiremo quali danni possono fare i social e il web 2.0 sulla nostra vita. L’essere sempre connessi infatti non è soltanto un modo di stare nel mondo, non è solo la meravigliosa sensazione di raggiungere chi vogliamo, sempre e comunque, ma è la cancellazione dei tempi verbali della nostra vita: tutti, eccetto il presente. Voglio dire che ormai non viviamo più con i passati remoti o con i futuri anteriori. Non c’è un luogo della memoria da riempire con immaginazione e verità, non c’è un presente che sfuma verso un passato lentamente fino quasi a lasciare solo piccoli puntini lontani. E non c’è neppure l’attesa del futuro, perché il futuro o si fa presente oppure non esiste. Cosa voglio dire. Voglio dire che i nativi social, che sono una categoria ancora diversa dai nativi digitali, quelli che sono cresciuti usando facebook sin da bambini, quelli abituati a esserci sempre e comunque, hanno un problema con il distacco dalle cose. Hanno un problema con il tempo. Tutto quello che è accaduto nella loro vita, dalle grandi alle piccole cose, non smette di essere, come non si smette di esistere nelle bacheche e nelle timeline. Sta tutto lì. Hai voglia a cancellare, a togliere, a limare. Il passato viene di continuo rovesciato sul presente come fossero detriti e calcinacci che occupano lo spazio della nostra vita, e con cui si deve fare i conti. C’è una vecchia storia, di quando i social non esistevano, che Umberto Eco racconta nel suo Secondo Diario Minimo: «Salvatore lascia all’età di vent’anni il paese natio per emigrare in Australia, dove vive in esilio per quarant’anni. Poi, sessantenne, raccolti i suoi risparmi, torna a casa. E mentre il treno si avvicina alla stazione, Salvatore fantastica: ritroverà i compagni, gli amici di un tempo, nel bar della sua gioventù? Lo riconosceranno? Gli faranno delle feste, gli chiederanno di raccontare le sue avventure tra i canguri e aborigeni, avidi di curiosità? E quella ragazza che…? E il droghiere dell’angolo? E cosi via… Il treno entra nella stazione deserta, Salvatore scende sul marciapiede battuto dal gran sole meridiano. Lontano, ecco un omino curvo, inserviente delle ferrovie. Salvatore lo guarda meglio, riconosce quella figura malgrado le spalle ingobbite, il viso segnato da quarant’anni di rughe: ma certo, è Giovanni, l’antico compagno di scuola! Gli fa un segno, si avvicina trepidante, indica con la mano tremante il proprio volto come per dire: “Sono io”. Giovanni lo guarda, sembra non riconoscerlo, poi alza il mento in un gesto di saluto: “Ehi, Salvatore! Che fai, parti?”». Salvatore era partito, scomparso, e nessuno si era accorto della sua assenza. Forse Salvatore non era un tipo capace di farsi notare. Ma oggi queste considerazioni, l’idea di partire e tornare, la speranza di essere riconosciuti ma in modo nuovo, con il tempo che ci ha attraversato, con il passato che racconta di noi, è impossibile. Oggi Salvatore sarebbe là, come sempre, dall’Australia come dall’Italia. Sarebbe là a twittare o a postare fotografie, a scrivere sui social o a raccontarsi. Come sempre, con le foto che aggiornano il suo volto, che lo mostrano visibile e sempre uguale. Se oggi tornasse ritroverebbe Giovanni, vecchio compagno di scuola, con una battuta, tipo: belle le foto dei canguri. Oppure: ma quanto sono cresciuti i tuoi figli! E se il tempo e la memoria non contano, non conta neppure la nostalgia: non esiste il prima e il dopo, e non esiste il passato, il passato è soltanto un presente rinnovato, riciclato in un certo senso. Niente si chiude, niente si compie in modo definitivo. Tutto resta per tornare. Ex mariti ed ex mogli, fidanzate dimenticate, amici di un tempo, colleghi, e poi compagni di scuola, commilitoni, parenti lontani. Restano tutti lì, aggiornati all’oggi, nitidi, come se non fossero mai usciti da un orizzonte ingombrante di cui non si sente il bisogno. Un tempo lo slogan era: cerca su facebook le persone della tua vita. Ma senza l’assenza il tempo non passa. Senza perdere qualcosa il ritrovare è un concetto vuoto.”

Ho letto queste parole in treno, più di 15 giorni fa, mentre andavo a Torino con Sara; lungo il viaggio tempo e spazio passavano accanto a me e dentro di me, in piena sintonia con le parole del pezzo. Eppure sentivo in me qualcosa di dissonante. L’esperienza diretta dei social mi porta a pensare che le parole di Cotroneo possano valere per una persona totalmente assorbita da essi, una sorta di isolato sociale che abbia solo quella possibilità di socializzazione. Un po’ come quando mi succede di leggere delle nuove generazioni che vivono rapporti falsi, fittizi ed esclusivamente virtuali a causa dei social. Quel che mi capita di vedere e ascoltare in classe è che la maggior parte dei ragazzi coltivano e approfondiscono su internet rapporti già esistenti nella realtà e che le due cose si integrino tra loro. La nitidezza di questo mondo che si sta costruendo è, a mio avviso, molto meno chiara di quanto si possa pensare, ed è in continua evoluzione, come se ci fosse un velo di foschia a non rendere chiari i contorni delle cose. Sarà stato forse per questo, quasi per reazione, che il 7 novembre scrivevo le parole di Pasolini: “Solo l’amare, solo il conoscere conta, non l’aver amato, non l’aver conosciuto”. E sono uno che il passato lo pensa, lo rievoca, lo elabora, lo ama per meglio cogliere il futuro (a esemplificazione di ciò il prossimo post…).

Vivere il presente

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Solo l’amare, solo il conoscere

conta, non l’aver amato,

non l’aver conosciuto.

(Pier Paolo Pasolini, da Il pianto della scavatrice)

Non senza il suo nome

identità, scuola, solitudine, coraggio, relazioni, amicizia, sogno, eva, nightwishImmaginiamo una bambina o una ragazzina sensibile (“un cuore più generoso di tutti gli altri che mi ha sempre fatto vergognare del mio”) che, all’interno della propria classe, se ne resta piuttosto appartata in quanto viene spesso presa di mira dalle prese in giro dei compagni (“Eva vola via, sogna il mondo lontano, in questo crudele gioco di bambini non c’è un amico che chiami il suo nome, Eva prende il largo sogna il mondo lontano”). Eppure, nonostante l’isolamento, Eva non perde la propria identità (“lei cammina da sola, ma non senza il suo nome”). Se ci fosse anche solo una parola gentile sopporterebbe di restare ancora un po’ in quella situazione a cullare il sogno di un mondo migliore, di un paradiso, di un Eden (come la prima donna che aveva il suo stesso nome)… invece ci sono i compagni ad uccidere quel sogno e quel cuore buono. Fino a quando qualcuno, anche uno solo, non fa un passo e apre ad Eva un campo di girasoli…

6:30 di un mattino d’inverno

La neve scende, nell’alba silenziosa

Una rosa di qualche altro nome

Eva lascia la sua casa di Swanbrook

Un cuore più generoso di tutti gli altri

che mi ha sempre fatto vergognare del mio

Lei cammina da sola, ma non senza il suo nome

Eva vola via

Sogna il mondo lontano

In questo crudele gioco di bambini

Non c’è un amico che chiami il suo nome

Eva prende il largo

Sogna il mondo lontano

Il buono in lei sarà il mio campo di girasoli

Derisa dall’uomo fino al più profondo disonore

Una ragazzina con una vita davanti

Per il ricordo di una parola gentile

Rimarrebbe in mezzo ai bruti

Tempo per un altro audace sogno ancora

Prima della sua fuga, splendore dell’Edencampo_di_girasoli.jpg

Che uccidiamo insieme al suo cuore amorevole

Eva vola via

Sogna il mondo lontano

In questo crudele gioco di bambini

Non c’è un amico che chiami il suo nome

Eva prende il largo

Sogna il mondo lontano

Il buono in lei sarà il mio campo di girasoli

(Eva, Nightwish)

Occhio!

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Ne avevo scritto il 24 aprile. Ora, ho appena sentito la notizia: una ragazzina inglese di 14 anni si è impiccata dopo i mesi di insulti subiti su ask.fm. E non è la prima: in autunno una quindicenne e una tredicenne irlandesi, in primavera un quindicenne. Non riporto quanto avevo già scritto in aprile. Mi sento solo di dire, ancora una volta, ai miei studenti, soprattutto quelli più giovani: OCCHIO!

Passaggio memorabile

relazioni, libri, baricco

Alessandro Baricco racconta di un libro molto noioso nelle prime pagine e di come, nonostante ciò, continui ad andare avanti nella lettura. Mi è capitato spesso e il motivo per cui sono andato avanti nella lettura è lo stesso dello scrittore di Torino: “Un motivo, immediatamente percepibile, c’era: nello scorrere lentissimo di quel fiume, ogni tanto passava una barca. Una frase, una similitudine, un’osservazione minuscola, l’esattezza di un colore, la precisione millimetrica di un aggettivo. E non c’era passaggio di barca, per quanto raro, che non fosse davvero memorabile” (Una certa idea di mondo, pag. 76). Bene, mi ci ritrovo in pieno, e per me vale anche per il cinema e la musica. Il fatto è che mi è partito il pensiero che possa valere anche per le relazioni: nel mare (fiume, per restare con Baricco) di persone con cui abbiamo a che fare e che più o meno conosciamo ci sono incontri che cambiano l’umore, che restano impressi nella mente, che danno significato ai giorni. Mi chiedo, tuttavia, se il numero di barche che passano non dipenda anche dalla nostra capacità di scorgerle.

Presenze necessarie

Roma20130428_0067 fb.jpgL’altroieri leggevo delle parole del papa (già dette a giugno ma ripetute in questi giorni): “Quando ho deciso di vivere a Santa Marta non è stato tanto per ragioni di semplicità, perché l’appartamento papale è grande ma non lussuoso. Ho scelto di vivere a Santa Marta per il mio modo di essere, io non posso vivere da solo, chiuso, ho bisogno del contatto con la gente. Posso riassumerlo così. Ho scelto di vivere a Santa Marta per ragioni psichiatriche, perché non posso stare da solo. E anche per ragioni economiche, perché altrimenti avrei dovuto pagare molto uno psichiatra! E’ per stare con la gente. Lì vivono una quarantina di vescovi e sacerdoti che lavorano nella Santa Sede, e sacerdoti, vescovi, cardinali, laici che vengono a Roma vivono lì”.

Mi sono tornate alla mente ieri mentre leggevo il libro “La pazienza del nulla” di Arturo Paoli (100 anni lo scorso novembre). Nel passo che qui riporto si fa riferimento a Francesco, il santo di Assisi, ma…:

“Un amico di Dio, e per un cristiano, un amico di Gesù, che vive con serietà l’esclusività del suo rapporto, è una persona capace di amicizia e di amore al punto che il suo passaggio lascia nostalgia e la sua presenza è desiderata. […] La conversazione di Gesù con i discepoli di Emmaus, durante il cammino, non è precisamente amorosa: comincia col rimproverarli perché hanno una fede abbastanza tiepida, e poi dà loro una lezione di teologia biblica. Eppure, rifacendo un feedback della giornata, i compagni osservano che «il loro cuore ardeva» quando erano con Lui. […] E’ l’amore di Cristo che scende così impetuoso in Francesco e lo rende così fragile che gli amici sono necessari per accoglierlo, ha bisogno non di compagnia, ma di tenerezza, di calore umano. Il «crudo sasso» lo ha lacerato tanto che non potrebbe vivere senza la carezza di mani amiche”.

Non sono nato felice

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Alcune parole di Bertrand Russell (cui ho accennato già mercoledì) che possono diventare una sorgente molti ricca di riflessioni.

“Io non sono nato felice. Da bambino il mio salmo preferito era: «Stanco della terra e carico dei miei peccati». A cinque anni, mi dissi che, se dovevo vivere fino ai settanta, avevo sopportato soltanto, fino a quel momento, la quattordicesima parte di tutta la mia vita, e, intravvedendo davanti a me il tedio che mi attendeva su di un cammino così lungo, lo giudicai insopportabile. Durante l’adolescenza, la vita mi era odiosa e pensavo continuamente al suicidio; ma questo mio proposito era tenuto a freno dal desiderio di approfondire la mia conoscenza della matematica. Ora, al contrario, godo la vita; posso quasi dire che ogni anno la godo di più. Ciò è dovuto in parte all’aver scoperto quali fossero le cose che maggiormente desideravo e all’averne gradatamente acquisite molte, in parte all’essere riuscito a rinunciare a determinate aspirazioni, quali l’acquisizione di una conoscenza assoluta di questa o di quella cosa, perché essenzialmente irraggiungibile. Ma soprattutto ciò è dovuto al fatto che mi sono abituato a preoccuparmi sempre meno del mio io. Come molti di coloro che hanno ricevuto un’educazione puritana, io avevo l’abitudine di meditare sui miei peccati, le mie follie, le mie manchevolezze. Apparivo a me stesso, senza dubbio giustamente, un misero esemplare d’uomo. Gradatamente imparai a non badare a me stesso e alle mie deficienze; giunsi a concentrare sempre più la mia attenzione su oggetti esteriori: le condizioni del mondo, varie branche del sapere, individui ai quali ero affezionato. Gli interessi esterni, è vero, possono essere ognuno causa di sofferenza, il mondo può precipitare nella guerra, la conoscenza di questa o di quella branca del sapere può essere difficile da acquisire, gli amici possono morire. Ma questi dolori non distruggono la qualità essenziale della vita, come fanno quelli che hanno origine dal disgusto di noi stessi. Ed ogni interessamento esterno spinge a qualche attività la quale, fintanto che l’interesse si conserva vivo, è un sicuro preventivo contro l’ennui. L’interesse per il proprio io, al contrario, non spinge ad alcuna attività di carattere costruttivo. Può indurre a tenere un diario, a sottoporsi a un esame psicoanalitico, o forse a farsi monaco. Ma il monaco non sarà felice fino a quando le occupazioni quotidiane del monastero non l’avranno reso dimentico della sua anima. Quella felicità che egli attribuisce alla religione, avrebbe potuto raggiungerla anche diventando spazzino, purché fosse stato costretto a rimanere tale. La disciplina esteriore è la sola via che conduca alla felicità per quegli infelici, troppo dediti all’introspezione per poter essere curati in altro modo.”

Il manovale

babele, jovanotti, buon sangue, conoscere, relazioniTerzo personaggio di Buon sangue e secondo riferimento biblico: un manovale che ha costruito la Torre di Babele. Riporto sommariamente l’episodio (Gn 11, 1-9): nei dintorni di Babilonia un popolo che parla la medesima lingua decide di costruire una città con una torre che arrivi al cielo. Durante il tentativo Dio si accorge delle intenzioni degli uomini e, per impedire loro la riuscita, fa sì che inizino a parlare in lingue diverse. Non potendo più comprendersi l’un l’altro demordono. Il manovale parente di Jovanotti non conosce il progetto nel suo insieme, non sa quale sia il fine, semplicemente apporta il proprio contributo mattone dopo mattone. Qui inizia la bella invenzione del cantautore: coi soldi guadagnati il manovale acquista un vocabolario multilingue, sicuramente utile per comprendere gli altri nel momento in cui Dio confonderà tutte le lingue. Ora quel vocabolario è nelle mani di Jovanotti: la comprensione linguistica è sicuramente agevolata, ma capire gli uomini è tutt’altra cosa. La conoscenza dell’idioma non è sufficiente per capirsi, per andare cioè oltre ad un incontro superficiale. Mi viene alla mente una storiella orientale che sul blog è già presente ma che non mi dispiace riproporre: «Un vecchio rabbino domandò una volta ai suoi allievi da che cosa si potesse riconoscere il momento preciso in cui finiva la notte e cominciava il giorno. “Forse da quando si può distinguere con facilità un cane da una pecora?”. “No”, disse il rabbino. “Quando si distingue un albero di datteri da un albero di fichi?”. “No”, ripeté il rabbino. “Ma quand’è, allora?”, domandarono gli allievi. Il rabbino rispose: “E’ quando guardando il volto di una persona qualunque, tu riconosci un fratello o una sorella. Fino a quel punto, è ancora notte nel tuo cuore.”»

Un vocabolario per capire gli umani potrebbe far comodo, ma non sarebbe comunque sufficiente a garantirci il buon funzionamento del tutto: un elenco di parole non è la conoscenza di una lingua, l’elenco delle caratteristiche di una persona non è la conoscenza di quella persona. Nulla può sostituire l’incontro diretto che, in ogni caso, non è detto sia sufficiente per affermare di conoscere una persona…

Un parente tra i più antichi era un manovale

nel cantiere della grande Torre di Babele.

Il progetto nell’insieme non lo conosceva,

ma mattone su mattone la Torre cresceva.

ad un certo punto con i soldi del salario

pensò bene di comprarsi un vocabolario:

inglese, spagnolo, turco, arabo, giapponese,

swahili, italiano, greco, indo, russo, portoghese.

Quel dizionario in qualche modo adesso è nelle mie mani,

ma è sempre complicato capire gli umani.

Il pensiero dell’uomo

Il modo in cui Alda Merini racconta il suo rapporto con Dio e con Gesù è stupefacente. Mi gesù, dio, alda merini, amore, relazionichiedo come possa essere così sottovalutata nello stesso ambito cristiano. Pubblico qui un breve testo che è una miniera, tratto da “Corpo d’amore”.

“Gesù era stato preannunciato persino dagli elementi, i profeti non erano che forme che custodivano l’ombra di questa grande catastrofe che fu Gesù.

Gesù è stato una grande catastrofe, ci ha avvicinati tutti l’uno all’altro.

Dopo Gesù qualcuno ha imparato a guardare negli occhi, a porsi delle domande, a vedere che l’altro non era solo una merce.

Fu scoperto il pensiero, l’uomo scoprì che il suo simile aveva un pensiero, che poteva leggere nel suo pensiero.

La grande paura fu questa: che gli altri vedessero negli occhi ciò che tu pensavi di loro, per questo abbattevano gli schiavi.

La grande paura dell’uomo è che il proprio compagno conosca ciò che tu pensi e la gioia che abita nel cuore dell’uomo quando lui ama.

Quando si parla di Dio come di un amore, si pensa proprio a questo fenomeno, e che Dio ci ha dato in mano una creatura palpitante, libera, tenerissima, che è il pensiero dell’uomo, talmente labile, talmente piccola, ma che può diventare gigante.”