Religiosità, religioni, preghiera

Quando nasce la religiosità? Quando nascono le religioni? Quando nasce la preghiera? Julien Ries prova a dare una risposta su Luoghi dell’Infinito, n. 106, anno XI, aprile 2007, p. 35, tratto da Dimensione Speranza.

La progressiva scoperta del prodigioso patrimonio religioso dell’umanità ha messo gli scienziati di fronte a un fatto: l’universalità del fenomeno religioso, nello spazio e nel tempo. E negli ultimi decenni le straordinarie scoperte fatte nella Rift Valley africana, specialmente in Tanzania e in Kenya, hanno fatto arretrare in modo spettacolare le frontiere della paleoantropologia.
Più di due milioni di anni fa, l’Homo habilis della Rift Valley tagliava gli utensili in amigdale, scegliendo materiali e colori; aveva il senso della simmetria e del simbolo. È la cultura di Olduvai, del tutto sconosciuta prima del 1959. Gli succede l’Homo erectus, che affollerà il mondo antico per scomparire intorno a 150.000 anni fa e lasciare il posto all’Homo sapiens. Con quest’ultimo si moltiplicano gli utensili e, cosa nuova, egli scava tombe per seppellire i defunti. Le tombe più antiche ritrovate a Qafzeh in Palestina risalgono a 90.000 anni fa. Con l’Uomo di Neandertal (da 80 a 40.000 anni fa) la quantità di tombe continua a crescere: numerose le tracce di culti funerari, segni della credenza in una vita ultraterrena. Nelle tombe si trovano ocra rossa, simbolo del sangue e della vita, ornamenti e teschi trattati, segno di protezione per il defunto nella vita ultraterrena. Intorno a 35.000 anni fa, compare l’uomo moderno, Homo sapiens sapiens, creatore dell’arte franco-cantabrica (come le grotte di Lascaux e Rouffignac). Attraverso la decorazione di centinaia di grotte che sono luoghi “d’iniziazione religiosa”, attraverso l’arte mobile, attraverso le tombe, quest’uomo mostra di credere in una Realtà che lo supera: la sua religiosità si afferma nell’arte. Verso i 10.000 anni fa esce dalle caverne e s’insedia all’aperto: i primi villaggi sono stati ritrovati in Mesopotamia, Siria e Palestina. Dopo aver vissuto ancora un po’ di raccolta, caccia e pesca, inventa l’agricoltura, verso l’8000 avanti Cristo. È la grande rivoluzione religiosa e culturale del Vicino Oriente.
Gli archeologi hanno ritrovato le prime immagini di divinità risalenti a quell’epoca. Innanzitutto, due simboli: la donna feconda che sarà la dea-madre e il toro; due culti che si diffonderanno rapidamente in tutto il Vicino Oriente. La località di Catal Huyuk in Anatolia, occupata tra i 6250 e i 5400 anni avanti Cristo, aveva un’intensa attività religiosa. Su 139 edifici emersi dagli scavi, quaranta avevano degli altari. Questi edifici sono i primi santuari conosciuti. Vi si trovano affreschi, bassorilievi, statuette e piccole figure. L’archeologo Jacques Cauvin ha condotto un’analisi minuziosa degli affreschi raffiguranti la dea “madre degli animali e degli uomini” e il toro. Si tratta di grandi figure attorno alle quali ruota tutto un mondo umano raccolto accanto alle due divinità. Affreschi analoghi si trovano nelle cavità tra le rocce dell’Hoggar, nel sud dell’Algeria, dove, attorno a un “Grande Dio”, esseri umani stanno a braccia alzate nella posizione degli oranti. Le stesse figure si ritrovano a sud di Orano. Questi pochi dettagli tratti da un’abbondante documentazione archeologica hanno un significato importante. Verso l’8000 avanti Cristo l’uomo comincia a rappresentare la divinità tra due simboli: la donna feconda e il toro, segni di vita e di potenza. La divinità è vita e potenza. Due millenni più tardi, l’uomo costruisce altari e santuari per le divinità. Le invoca a braccia alzate, nel gesto della preghiera, della domanda, della supplica. Ecco le prime tracce di preghiera. «Qui l’arte — dice Cauvin — riflette un evento psichico. Il sacro è percepito dall’uomo attraverso la credenza in una divinità suprema. Non è più una semplice esperienza del sacro ma un’autentica religione».
orantiTestimonianze analoghe d’epoca neolitica si trovano incise sulle rocce della Val Camonica, una stretta valle della Lombardia a nord di Brescia. Poco prima del 5000 avanti Cristo, comincia la fase climatica definita “atlantica”: introduzione dell’agricoltura, aumento della popolazione. Sulle rocce sono incise molte figure umane, con le braccia alzate al cielo, verso simboli solari e celesti.
Inoltre nella roccia sono scavate, in gruppi, piccole fosse a forma di coppe che fanno pensare a rituali d’offerta. E utile notare che i gruppi di oranti sono incisi su basi rocciose poste di fronte al sole che sorge, verso il quale gli oranti alzano le braccia. Del resto, va osservata la presenza di incisioni idoliformi alte anche due metri. Tali figure di idoli diventano più numerose nel quarto millennio.
Ciò che più colpisce l’osservatore è, da un lato, la posizione degli oranti con le braccia alzate verso la volta celeste e, dall’altro, il fatto che le rocce siano state scelte perché poste di fronte al sole che sorge. Evidentemente l’uomo religioso camuno era impressionato dalla volta celeste. Il fenomeno si ritrova nelle diverse religioni del Vicino Oriente, dell’Egitto, del mondo mediterraneo e dell’Indo durante i millenni che precedono la nostra era. Mircea Eliade ha fatto osservare che il cielo rivela la sua trascendenza, la sua forza e la sua sacralità attraverso la semplice contemplazione della volta celeste. Questa provoca nell’uomo un’esperienza del sacro. “Il cielo si rivela infinito e trascendente. Le regioni superiori, inaccessibili all’uomo, acquisiscono il prestigio divino del trascendente, della realtà assoluta, della perennità” (Trattato della storia delle religioni). In conclusione, la scoperta della cultura d’Olduvai risalente a più di due milioni di anni fa dimostra che, fin dalle origini, l’uomo possiede la facoltà dell’immaginario e la coscienza simbolica. Fin dalle origini l’uomo è stato impressionato dall’universo e in particolare dalla simbolica della volta celeste. Dunque ha potuto fare, fin dalle origini, un’esperienza del sacro di cui abbiamo prova materiale solo a partire dall’esistenza dei riti funerari. Il simbolismo della volta celeste ha avuto il ruolo di rivelare una realtà transumana. Se disponiamo della prova della religiosità umana di 100.000 anni fa, dobbiamo attendere i 10.000 anni avanti Cristo per trovare tracce di religioni organizzate e i 6 mila per vedere uomini in preghiera. Verso i 2000 anni avanti Cristo, Dio risponde alla lunga ricerca dell’uomo. Fu la rivelazione di Dio ad Abramo e la promessa di un’Alleanza con lui.”

Egitto monolatrico

Continuo il viaggio nelle religioni del passato, spostandomi in Egitto grazie a questo articolo di Florence Quentin (da Le monde des religions, mars-avril 2008, n. 28, pp. 30-33). E’ impressionante vedere quante cosmogonie possano nascere all’interno della stessa culla. La fonte è Dimensione Speranza con Fausto Ferrari.
nun_ogdoadLe tenebre avvolgono il Nun, l’Oceano primordiale. Solo e inerte, il demiurgo solare Atum-Khapri fluttua fra le due acque, “senza trovare un luogo dove stare”. Ma ecco che all’alba de “la prima volta”, animato da un soffio di vita che “risveglia il suo spirito” e “fa vivere il suo cuore”, il Creatore “viene da sé all’esistenza” e si posa sulla Collina primordiale, a forma di piramide, emersa dalle profondità del Nun. La prima generazione di dei non è ancora nata, ma vive in seno a Atum-Khapri.
Masturbandosi, il demiurgo androgino fa nascere dalla propria sostanza la prima coppia di dei differenziata sessualmente: Shu, lo spazio aereo e la luce (maschile) e Tefnut, il calore del sole (femminile), gemelli che a loro volta genereranno gli elementi fisici del cosmo, Geb, la terra e Nut, la volta celeste. Da questa unione nascono i grandi eroi delle gesta egiziane: Osiride e il fratello Seth, Iside e la sua sorella Nefthi.
Questa enneade, – gruppo di nove divinità – archetipica è sgorgata dalla fantasia dei teologi di Heliopoli, uno dei grandi centri religiosi della civiltà faraonica, in cui domina il culto del sole. Come egli ha concepito tutto quello che esiste, Atum il demiurgo creerà anche gli uomini. Un passo dei testi delle Piramidi ci offre una visione di quel primo mattino del mondo: “Atum, che è nato nel Nun, quando il cielo non era ancora esistito, quando la terra non era ancora esistita… Prima che i netjer (gli dei) fossero nati, prima che la morte fosse avvenuta, prima che fosse avvenuta la lite, la voce, la collera e la maldicenza…”.
Gli altri grandi santuari egiziani non rimangono indietro e ognuno dà la sua propria versione della “prima volta”: Ptah, il demiurgo di Menfi, crea l’universo nel suo cuore e poi, con la sua parola divina (una immagine che prefigura quella della Bibbia), gli dei, gli uomini e gli animali. Il dio caprone Khnun di Elefantina, “signore vasaio”, foggia tutta la creazione sul suo tornio. Il mito di Hermopoli racconta a sua volta che otto divinità sorgono dalle acque primordiali e si accoppiano, facendo emergere la Collina primordiale, detta “l’Isola della fiamma”. E su questa terra il dio Thot, sotto la forma di ibis, colloca un uovo cosmico che genererà il sole. Un altro racconto – narrato nei Testi dei Sarcofagi – ci dice che gli uomini sono nati dalle lacrime di un demiurgo afflitto di cecità temporanea.
Il mondo anteriore alla creazione è dunque un mondo senza dei. Si sa che sono nati o che sono stati creati. Ma c’è un termine alla loro esistenza? Dei e dee egiziani sono forse immortali? L’assassinio di Osiride da parte del fratello Seth sembra provare il contrario. Tornato in vita grazie all’amore, alla magia e alla perseveranza della sposa Iside, Osiride diventa nondimeno il dio dei morti e troneggia per sempre nella Duat, il mondo dell’aldilà. Quanto a Thot, scriba degli dei, egli attribuisce una durata limitata di vita agli uomini, ma anche agli dei.
Però se questi ultimi muoiono, risuscitano anche senza posa, proprio come la natura con le sue alternanze di stagioni. Come giustamente fa notare l’egittologo Éric Hornung a proposito delle divinità: “La loro esistenza – e ogni esistenza – non è una infinità immutabile, ma piuttosto un continuo rinnovamento”. Alla fine dei tempi, dopo aver vissuto, evoluto, invecchiato e persino conosciuto la morte, come Osiride, questi dei, così potenti agli occhi degli uomini, ritornano anch’essi allo stato primordiale del mondo, quello del “non esistente”. Persino il demiurgo regna “fino alla fine”, cosa che include un’idea di limite al di là del quale non è autorizzato ad andare, cioè alla frontiera fra il mondo creato, ordinato, e il mondo tenebroso delle origini (1). Così il nome di Atun significa insieme “la totalità di ciò che è” e “ciò che non esiste più”: il dio porta dunque in sé la creazione e il nulla.
Mortali, senza dubbio, ma gli dei sono onnipotenti? Neppure. La dea Iside per esempio, considerata come la più grande delle maghe, non conosce il nome segreto di Re e deve usare uno stratagemma per sottrarglielo. Essere una divinità egiziana presenta tuttavia qualche vantaggio, come quello di avere occhi e orecchi a profusione che decuplicano il sensi e consentono loro di superare i pericoli. Gli dei hanno però il destino degli uomini nelle loro mani: questo lo rivelano molte massime della Sapienza, letteratura didattica di insegnamento morale: “L’uomo è fango e paglia, il dio è il suo costruttore. Egli rende migliaia di uomini poveri quando lo desidera e fa di migliaia di uomini dei capi quando è nella sua ora di vita” (Insegnamento di Amenofi) o ancora: “I progetti degli uomini non si realizzano mai. Ciò che avviene è ciò che il dio ha ordinato”.
L’elemento più caratteristico della raffigurazione e della concezione egiziana degli dei è la loro forma composita: corpo umano e testa di animale, cosa che causa un rigetto e una incomprensione da parte dell’Antichità (fra l’altro dei Romani). La realtà invece è più sottile: la dea Hathot, per esempio, può presentarsi sotto i tratti di una elegante giovane donna la cui capigliatura è sormontata da un disco solare racchiuso da corni, ma anche sotto la forma di una vacca che allatta il re o ancora, secondo i capitelli detti “atorici”, con un volto femminile munito di orecchie di vacca. Senza dimenticare che la dea dell’amore e della gioia può prendere qualche volta l’aspetto di una feroce leonessa, o di un serpente (uraeus) imprevedibile o di un ippopotamo. Si ritrova questa varietà iconografica per gli dei Anubi (uomo e canide) e Thot (uomo, ibis, babbuino, luna).
Queste raffigurazioni non hanno lo scopo di darci un’immagine fedele del loro corpo, ma piuttosto di informarci sulla loro natura e sulle loro diverse funzioni. Altre religioni hanno trovato le loro soluzioni per raffigurare un dio e il suo attributo: in Egitto tale combinazione uomo-animale non ha nulla di dogmatico e si incontrano di frequente altre alternative. La dea Selqet, per esempio, non inalbera una testa di scorpione, ma porta l’animale in cima alla testa, come il dio solare Khepri porta uno scarabeo. Ma se questi simboli ci rivelano una parte della ricchezza della natura divina, non ci svelano però mai la sua essenza che è “nascosta”, “misteriosa”.
Come classificano gli Egiziani i loro dei, così numerosi e vari nelle loro forme e nelle loro manifestazioni? Attaccati come sono alla nozione di famiglia, essi amonconcepiscono con tutta naturalezza delle triadi divine: Amon, la sua sposa Mut e il figlio Konsu, Sobek, Hathor e Konsu, o anche Osiride, Iside e Horus. Ogni divinità o triade ha la sua residenza fissa dove le è reso un culto assiduo: Amon a Karnak, Sobek a Komb Ombo, Horus a Edfu, Hator a Dendera, ecc.
Per rendersi più accessibili si ritiene che esse discendano nelle immagini cultuali, in quelle statue ospitate nel santo dei santi dei templi, dove solo entrano il faraone e i suoi delegati, i preti. La folla dei fedeli, che non ha accesso nel recinto del santuario, elabora la sua pietà personale partecipando alle grandi feste annuali quando le statue divine sono portate in processione, e pregando davanti agli altari domestici.
Gli dei, insieme materiali e spirituali, possono talora manifestarsi agli uomini, specialmente in sogno, come racconta la celebre stele della sfinge di Guizeh, sulla quale il re Tutmosi IV evoca il suo incontro con Harmakhis (L’Horus dell’orizzonte), ma anche in occasione di teofanie – manifestazioni degli dei nel mondo sensibile – con eventi terrificanti, quando tremano la terra e le stelle. In presenza delle divinità tutte le emozioni degli uomini vengono esacerbate: paura, rispetto, amore. Avviene che gli uomini sentano in maniera più dolce l’arrivo della divinità che si manifesta a loro con la sua aura raggiante, ma anche con il suo profumo incomparabile che evoca quello del “paese di Punt” (la terra dell’incenso).
Una simile diversità degli dei egiziani e il loro numero fanno credere a un politeismo autentico: occorre abbandonare tale affermazione, che ancora è correntemente diffusa. Ricordiamoci che il demiurgo è uno, ma che con il suo atto di creazione diventa molteplice: “Colui che si trasforma in milioni” è un epiteto che si legge sovente a proposito del dio primordiale. Così anche l’invocazione “dio unico, senza eguale” non è rara nell’Egitto antico: ogni dio o dea può essere dunque “il più grande”, “l’unico” per colui che si consacra al suo culto. Il fedele gli attribuisce allora tutti i poteri, non si rivolge più che a lui (o a lei) a scapito delle altre divinità, che egli ignora o persino sminuisce. Questo procedimento religioso, che viene definito come “monolatria” o anche “enoteismo”, cioè venerazione di un dio per volta, ma non di un dio unico, non è specifico dell’Egitto, poiché lo si ritrova in India: ogni divinità è nello spirito del fedele valida come le altre, ma quella che egli ha scelto diventa ai suoi occhi assoluta e suprema. Essa svolge allora un ruolo dominante a confronto delle altre.
Difficile è per noi concepire un dio unico e assoluto, ma dotato di molteplici attribuzioni e sfaccettature. Per il pensiero egiziano, tuttavia, queste formulazioni in apparenza contraddittorie sono, di fatto, complementari. Ogni volta che le si rende un culto, la divinità diviene unica, perché unisce in sé l’insieme del divino, regna su tutto e non condivide il suo potere con nessun altro. La sola parentesi monoteista è quella del faraone Athenaton, che impone il culto del dio unico, il disco solare Aton. Dopo questo episodio, che segna per lungo tempo gli animi, i teologi egiziani adottano “l’idea di un dio nascosto che si manifesta nella pluralità degli dei immanenti al mondo, i quali sono i suoi nomi, simboli, immagini, membra, manifestazioni” (Jan Assmann).
Lo storico greco Erodoto dice degli Egiziani che essi sono “i più religiosi degli uomini”. Per essi, non c’è dubbio, gli dei esistono e sono al lavoro ogni giorno per mantenere il mondo fuori della portata del caos, che essi temono tanto. Unici e molteplici nell’intensità della loro presenza e della loro ricchezza espressiva.
Nota
1) Pregnante, la credenza egiziana in un Oceano primordiale e delle tenebre è adottata nel mondo antico, ma anche dagli gnostici cristiani che la combinano con quella del Caos greco.

Gerarchia di uomini, gerarchia di divinità

Continuo, grazie alla stessa fonte, Dimensione Speranza, il viaggio nell’antichità iniziato ieri. Questo articolo è di Dominique Charpin (da Le monde des religions, mars-avril 2008, n. 28, p. 26) e ci porta in Mesopotamia.
Man mano che si costruiscono i grandi imperi, la società degli dei, come quella degli uomini, si gerarchizza, e il suo capo conquista maggiore potenza.
La religione dell’antica Mesopotamia, fondamentalmente politeista, ha conosciuto una lunghissima evoluzione, senza che mai alcun dogma sia stato definito, né alcuno scritto sia stato considerato sacro. Si tratta di una di quelle religioni tradizionali che si possono studiare con il metodo degli archeologi, distinguendo l’accumulo dei vari strati. Nonostante una fortissima continuità, si esita a parlare del “la” religione mesopotamica al singolare. Il III millennio è dominato dalle tradizioni dei Sumeri, ma i Semiti hanno svolto un ruolo talora cruciale, specialmente con la creazione dell’impero di Accad verso il 2340 a.C.. Nel II millennio si opera una differenziazione fra la Babilonia, al centro e al sud dell’Irak attuale, e l’Assiria al nord. Con la caduta di Ninive nel 612 a.C. i grandi santuari babilonesi divengono gli eredi di tradizioni religiose molto antiche, che il clero cerca di custodire in un mondo che evolve radicalmente con la successiva dominazione di imperi stranieri: l’impero persiano con Ciro nel 539, poi l’impero greco con Alessandro nel 330, e infine l’impero parto nel 141. ziqquratL’ultimo testo cuneiforme risale al 75 d.C.: è contemporaneo della distruzione del Tempio di Gerusalemme da parte di Tito.
Gli accessi alla religione mesopotamica sono molteplici. Dalla metà del sec. XIX gli scavi hanno portato alla luce grandi complessi cultuali in cui i santuari sono dominati da torri a ripiani, le ziggurat, rese famose dal libro biblico della Genesi. D’altronde, proprio dalla ricerca della Torre di Babele è cominciata nel sec. XVI l’esplorazione di quella parte dell’impero ottomano che è ora diventato l’Irak. Gli archeologi hanno scoperto numerose raffigurazione di divinità su bassorilievi, su pitture, sigilli cilindrici e tavolette d’argilla, D’altronde i testi che ci informano sul pantheon e il culto sono innumerevoli: nessun aspetto della civiltà mesopotamica sfugge alle divinità, il cui intervento è ricercato, ma anche temuto. Naturalmente i racconti mitologici o i rituali sono fonti preziose. Lo stesso si può dire degli inni di lode alle divinità e delle preghiere che si rivolgono loro e che ci consentono di cogliere il “sentimento religioso” dei fedeli. I documenti di archivio sono anch’essi ricchi di informazioni. Una semplice lettera può dirci molto su un determinato aspetto del culto che altrove non è ben documentato. Le liste contabili permettono di ricostruire il ritmo delle offerte e il loro contenuto.
Il radicamento degli dei sumeri nella preistoria sfugge in larga misura alla ricerca e ha fatto l’oggetto di speculazioni spesso audaci. Diciamo che all’inizio del III millennio, poco dopo l’apparizione della scrittura nel sud dell’Irak, ognuna delle principali città di Sumer è collocata sotto il patronato di una divinità: Inanna a Uruk, Nanna a Ur e Utu a Larsa. Oltre al loro radicamento locale, questi dei hanno un campo di competenza particolare, legato alla loro personalità. Si tratta prima di tutto di divinità astrali, come il sole (Utu), la luna (Nanna), Venere (Inanna). Altri dei personificano i fenomeni naturali: Ishkur è il dio della tempesta, Enki quello delle acque sotterranee. A poco a poco certe divinità ricevono attribuzioni più astratte: Nisaba, dea del grano diventa la patrona

Enki
Enki

della scrittura e degli scribi. Utu, in quanto dio del sole, vede dal cielo tutto quello che avviene sulla terra: è dunque il garante della giustizia. I Sumeri, e poi gli Assiri e i Babilonesi, hanno una rappresentazione fondamentalmente antropocentrica dei loro dei. Essi sono sessuati, possono formare delle coppie e avere dei figli. Le liste di dei ce li mostrano assistiti da divinità “secondarie”, i cui attributi sono simili a quelli dei membri della corte reale. Belet-seri è la segretaria della dea del mondo infernale, la terribile Ereshkigal, Bunene è il cocchiere del carro del dio solare. La coesistenza fra Sumeri e Accadici nel III millennio porta con sé una specie di sincretismo: si identificano divinità dai nomi differenti, ma con attribuzioni simili, come la sumerica Inanna con la semita Ishtar, Utu con Shamash, Nanna con Sin, Ishkur con Adad.
Il mondo sumerico si caratterizza fin dall’inizio del III millennio per una unità culturale che colpisce, tanto più che esso è politicamente diviso. Il pantheon riflette questa storia: si opera una gerarchizzazione degli dei e la città di Nippur è considerata come la sede del capo degli dei, Enlil. Ma questa dominazione viene contestata durante il II millennio, con la crescita della potenza di babilonia e del suo dio: allora Marduk viene collocato alla vetta del pantheon. Lo attesta un inno particolarmente sviluppato, designato spesso (a torto) come il poema babilonese della Creazione. Nel I millennio il capo del pantheon vede accrescersi la sua potenza. Questo dio è talora considerato come la ricapitolazione di tutti gli altri: è il caso di Marduk a Babilonia e di Assur in Assiria. Una tale evoluzione non può evidentemente essere dissociata dalla vita politica, segnata dalla costituzione di grandi imperi che mirano alla dominazione dell’universo intero. La crescita del potere del re ha la sua controparte nel mondo celeste. Ma si nota anche l’apparizione di tendenze enoteiste. Una iscrizione assira del sec. VIII indica: “Fidati di Nabù, non dare fiducia a nessun altro dio”. Si tratta di un caso classico nell’evoluzione dei pantheon antichi: la devozione a un dio “giovane”, nel caso Nabù, eclissa a poco a poco quella prestata finora a suo padre Marduk, che viene percepito come troppo lontano.
Gli archeologi non hanno finora ritrovato statue di culto, ma i testi ci consentono di raffigurarcele. Esse sembrano composite: un’anima in legno è completata da elementi riportati di pietre semi-preziose e metalli preziosi. La fabbricazione di queste statue pone dei problemi religiosi considerevoli: per i Babilonesi queste statue non rappresentano le divinità, ma ne sono la presenza reale. La prima difficoltà è quella della forma che conviene dare alle statue. Molto spesso gli dei sono raffigurati a immagine degli uomini. Ma l’antropomorfismo non è regola assoluta. Gli dei possono anche essere rappresentati in forma di animali. Gula appare spesso come un cane e Adad come un toro. Infine si può anche ricorrere ai simboli, quello che gli antichi chiamano una “arma”: la folgore per Adad, una mezza luna per Nanna. Decidere come rappresentare un dio non è faccenda umana: il dio stesso deve dare la sua opinione. Così in occasione della fabbricazione di una statua di divinità, un indovino procede a una consultazione oracolare per sapere se essa deve avere una testa di leone o dei lineamenti umani. Egli determina anche il numero di corni che deve comportare la tiara della statua. Un altro problema consiste nel delimitare il momento in cui la divinità prende in qualche modo possesso dei materiali preparati dagli artigiani. Questa operazione si fa in occasione di un rituale chiamato “apertura della bocca”, al quale partecipano degli incantatori. Le statue sono oggetto di cure attente: le lavano, le ungono di oli aromatici, le vestono, le coprono di gioielli. Avviene anche che le statue siano portate fuori del loro tempio, perché gli dei possono farsi visita. Molti miti sumerici lo raccontano, ma vi sono anche esempi concreti di “passeggiate” di statue da una città all’altra. All’epoca di Hammurabi, quando due re concludono una alleanza a distanza, il giuramento prestato da ciascuno di essi deve essere pronunciato davanti alle divinità dei due sovrani. Sono dunque gli dei che viaggiano da una capitale all’altra, senza che i testi precisino in quale forma (statue o simboli). Infine le statue degli dei possono essere catturate dai vincitori: è una maniera di privare i vinti di ogni protezione soprannaturale. In situazioni estreme le statue degli dei possono persino essere distrutte.
Il mito di Atra-hasis ci rivela un concetto fondamentale dei Babilonesi riguardo al posto dell’uomo sulla terra. All’origine, gli dei inferiori (Igigu) lavorano per gli dei superiori (Anunnakku). Un giorno gli Igigu si ribellano alla loro sorte. Allora il dio Enki consiglia al capo degli dei Enlil un sistema per uscire dalla crisi: creare un essere vivente che sia al servizio di tutti gli dei. Tale è l’origine dell’umanità. Si tratta dunque di una visione assolutamente teocentrica dell’universo: l’uomo è quaggiù per lavorare a servizio delle potenze divine. Il lavoro non è, come per la Genesi, una maledizione causata da un peccato originale, ma è la condizione primitiva dell’uomo.
Il servizio delle divinità che l’uomo deve compiere ha un ambiente privilegiato, i templi. Concepiti come la dimora degli dei, essi sono serviti da un personale abbondante e svolgono un ruolo importante nella società. Gli dei vengono nutriti secondo il ritmo che presiede anche all’alimentazione degli uomini. Si servono loro due pasti al giorno, uno al mattino e uno alla sera, che costituiscono le “offerte regolari”. Il loro “menu” non differisce fondamentalmente da quello degli uomini, con un accento messo sui cibi più apprezzati: carne, pesce, crema, dolci, il tutto innaffiato della migliori qualità di birra. Tutto questo viene preparato nelle cucine dei templi, alcune delle quali sono state oggetto di scavi. Si ritiene che gli dei mangino con gli occhi. I “resti” vengono ridistribuiti al personale del tempio, secondo una gerarchia ben precisa. Nel libro biblico di Daniele si trova una visione polemica di questo sistema. I sacerdoti di Baal sono presentasti come imbroglioni. In realtà centinaia di documenti amministrativi attestano la pratica di ridistribuire le offerte. Il calendario religioso contiene molte feste regolari; alcune tornano ogni mese, come la festa della Luna Nuova, altre una volta l’anno, come l’Akitu (Anno Nuovo babilonese, all’inizio della primavera). Al di fuori delle offerte regolari destinate all’alimentazione degli dei, essi ricevono ogni sorta di regali. I re portano loro una parte del bottino di guerra e i mercanti la decima dei loro guadagni. I privati cittadini cercano di rendersi favorevole le divinità promettendo degli ex-voto. Alcune persone svolgono un compito di intercessione per i membri delle loro famiglie: è il caso delle religiose, le naditum, votate alla divinità della loro città, di cui sono considerate come le spose secondarie.

Ritrovamento a Isin
Ritrovamento a Isin

I templi, dimora degli dei, svolgono un compito molto importante nella vita economica, sociale e giuridica, in funzione della “specialità” della divinità che vi risiede. Un tempio della dea della medicina Gula è stato scoperto nella città di Isin. Nelle vicinanze è stato trovato un cimitero di cani. Se si considerano gli ex-voto in forma di cani dedicati a questa dea e l’iscrizione di un re di Isin che ricorda la costruzione di un canile, si comprende che questi animali leccavano le piaghe dei malati che venivano così guariti. Si sa che la saliva dei cani contiene un enzima dal forte potere cicatrizzante. Si spiega così perché il cane è associato alle divinità guaritrici nell’Antichità, come Esculapio (e, più tardi, l’associazione di un cane a san Rocco, protettore contro la peste, dipende dalla stessa tradizione). Il tempio di Gula funziona dunque come una specie di ospedale: ci si preparano unguenti, poiché Gula è “la padrona delle piante della vita”. Non è un caso isolato: il tempio della dea Kittum, il “diritto” divinizzato, serve da “ufficio dei pesi e misure”; quello di Nisaba, dea della scrittura, da archivio; quello di Shamash, dio della giustizia, da tribunale. Un testo pubblicato di recente mostra persino che il responsabile del tempio di Nergal, dio degli inferi, è incaricato dei seppellimenti. In questo contesto deve essere intesa la “prostituzione sacra”: si tratta di un elemento del culto di Inanna/Ishtar, il pianete Venere, che veglia insieme sulle attività dell’amore e su quelle della guerra.”