“Questa gemma parla di una delle mie chitarre a cui sono più legato: mi è stata regalata dopo che sono guarito dalla frattura di un osso che mi sono rotto facendo sport. È stata una lunga guarigione e siccome questo strumento originariamente era di color legno ho deciso di farla dipingere in modo da ricordare quell’”avventura”. Infatti è presente un quadrifoglio, simbolo della buona fortuna, un osso spezzato e un simbolo della pace fatto di fiori. Sono veramente felice di possedere uno strumento del genere!” (M. classe seconda).
“Anche quest’anno si è rivelato difficile dover scegliere soltanto una tra tutte le cose che mi porto nel cuore e, proprio per questo, ne sono profondamente grata. Sono stati tanti i momenti, le esperienze e le persone che hanno reso speciale questo anno, ma ce n’è uno che più di tutti ha catturato il mio cuore. Questa foto ritrae uno degli ultimi scatti della vacanza studio a Londra che ho avuto l’opportunità di vivere quest’estate, un’esperienza che porterò con me per sempre. È stata resa ancora più emozionante dalla compagnia di due delle persone più importanti della mia vita: una mia cara amica e il mio migliore amico. Era la nostra prima esperienza all’estero da soli, siamo partiti in tre e siamo tornati con un bagaglio colmo di emozioni, ricordi e consapevolezze che ci accompagneranno per sempre. Durante questo viaggio abbiamo conosciuto un gruppo di persone uniche, con le quali abbiamo condiviso ogni momento della vacanza. In poco tempo siamo diventati una vera e propria famiglia, come se ci conoscessimo da sempre. Abbiamo riso, scherzato, parlato a lungo e creato legami sinceri tra noi. Questa fotografia, in particolare, rappresenta l’ultima serata trascorsa su quella che ormai era diventata la nostra spiaggia del cuore: un luogo che ci vedeva arrivare ogni sera alla stessa ora, restando fino a tardi, spesso rischiando di perdere il bus pur di non andare via. È uno scatto spontaneo, nato quasi per caso, ma che racchiude uno dei momenti più intensi e significativi di tutta l’esperienza. Con un sottofondo malinconico, quella sera ci siamo fermati a riflettere, ognuno traendo le proprie conclusioni su ciò che quella vacanza ci aveva lasciato. In quel silenzio carico di emozioni ho capito quanto fosse stato prezioso quel viaggio: non solo per i luoghi visitati, ma soprattutto per le persone con cui l’ho condiviso e per ciò che mi ha insegnato. Questa gemma non è solo una foto, ma il simbolo di un’estate che mi ha fatta crescere, sentire libera e profondamente felice. È il ricordo di un momento che continuerà a vivere dentro di me, ogni volta che ripenserò a Londra, a quella spiaggia e a chi era al mio fianco”. (G. classe quarta).
“Come gemma quest’anno ho deciso di portare una persona: mio fratello. Nonostante i nostri tre anni di differenza abbiamo un rapporto bellissimo sin da quando eravamo piccoli; infatti, ci raccontiamo sempre tutto, ci copriamo e ci supportiamo. Quest’anno non vive più con me e i miei genitori e sento tantissimo la sua mancanza ed è per questo che ho deciso di portarlo come gemma” (E. classe terza).
“Oggi come gemma ho portato due oggetti che parlano di due persone davvero importanti per me. Il primo è un anello con un’ape. L’abbiamo preso qualche giorno prima di iniziare la seconda superiore e da quel giorno lo indosso sempre, per me è un modo per avere sempre con me questa amicizia. Il secondo oggetto è una scatola che mi è stata regalata per i miei 17 anni, con dentro 17 bigliettini che leggo spesso quando sono triste o ho una giornata storta. Entrambe queste persone contano tantissimo per me: sono state una parte fondamentale in questi anni e onestamente una delle poche cose della scuola che apprezzo davvero, perché proprio qui ho avuto l’occasione di conoscerle. Senza di loro i giorni a scuola sarebbero stati molto più pesanti, infatti riescono spesso a strapparmi un sorriso anche quando sto male. Non so nemmeno se si rendono conto di quanto io voglia loro bene, infatti sono davvero grata di averle incontrate e di aver costruito un legame così forte. Quello che spero è che questa amicizia continui anche dopo le superiori. Anche se saremo lontane e non ci vedremo più ogni giorno, cercherò comunque di restare in contatto con loro. O anche se in futuro magari ci perderemo un po’ di vista, perché ognuna andrà avanti con la propria vita, so che mi ricorderò sempre di loro e di tutto quello che hanno fatto per me, anche semplicemente per esserci state” (A. classe quinta).
“Come gemma di quest’anno ho deciso di portare un posto per me molto importante, ovvero l’Albania. Quando penso a quel luogo penso alla mia infanzia, alle estati calde e belle che ho passato con la mia famiglia. Purtroppo, però, quando ci penso, penso anche a quanto in fretta passino gli anni e a quanto lontani stiano diventando quei ricordi. É da ormai tanti anni che io non ci torno più e la nostalgia che provo diventa sempre più grande. Nonostante ciò, però, sono felice di aver passato bei momenti come quelli e sono felice che facciano parte di me. Spero davvero, un giorno, di poterci tornare e rivivere i ricordi che hanno segnato la mia vita. So che non sarebbe più come una volta, ma so che tornarci mi farebbe sentire felice e in pace” (G. classe terza).
“Come gemma, ho deciso di portare un’esperienza indimenticabile che ho vissuto quest’estate: il concerto di Billie Eilish. Insieme ad altri due miei cari amici, l’8 giugno di quest’anno sono andata a Bologna, al mio primissimo concerto. Da quando ho iniziato ad ascoltare quest’artista, ho sempre giurato a me stessa che il mio primo concerto sarebbe stato suo, e così è stato. Per quanto molti la possano considerare una cantante come altre, io la considero come un vero e proprio posto sicuro; la sua musica mi accompagna da molti anni, e mi ha sempre aiutato e consolato nei momenti difficili. Sono molto grata di aver avuto la possibilità di sentirla dal vivo, con persone che condividono la mia medesima passione. Porterò quel giorno per sempre nel cuore!” (B. classe quinta).
“Come gemma quest’anno ho deciso di portare mia cugina S. Nonostante la differenza di età di 10 anni, abbiamo un legame molto forte e lei è tra le persone della mia famiglia con cui passo più tempo e a cui tengo di più. Siamo molto uniti e con lei ho condiviso moltissimi momenti belli e brutti della mia vita, da concerti, vacanze e giri con la sua moto a incidenti, perdite e momenti bui attraverso i quali mi ha supportato e per questo le sono molto riconoscente e le voglio un mondo di bene” (G. classe terza).
“Questa foto l’abbiamo scattata lo scorso anno io e il mio gruppo di amici. Ho deciso di portare loro come gemma di quest’anno già verso la fine della seconda. E ciò perché loro sono stati per me un punto di riferimento in questi 5 anni di liceo. Nella foto però manca un membro perché ha cambiato scuola qualche anno fa e purtroppo non avevo foto col gruppo intero. Nonostante ciò, ogni singolo membro è estremamente importante per me e tengo tantissimo ad ognuno di loro e spero vivamente che dopo il diploma resteremo in contatto e riusciremo a ritrovarci in futuro” (V. classe quinta).
“La gemma che ho voluto portare quest’anno è la collana che indosso tutti i giorni. Quando ho lasciato casa l’anno scorso, mia madre mi ha dato questa collana, che era di mio nonno; purtroppo non sono mai riuscito a conoscerlo anche se mi sarebbe piaciuto tantissimo. Da quel momento in avanti la collana è diventata parte di me, è come se mio nonno e tutta la mia famiglia stessero sempre con me in qualunque momento difficile e bellissimo; anche se a 800km di distanza so che ci saranno sempre per me e spero che mio nonno mi protegga da lassù e sia fiero di me” (G. classe quarta).
“Per questa gemma ho deciso di portare una persona che rappresenta per me un esempio costante di forza, dedizione e amore autentico: mia madre. Ho deciso di portare questo tema perché credo che ciò che è “buono” nella vita non sia solo ciò che fa stare bene nell’immediato, ma ciò che costruisce, sostiene e ispira. E lei è tutto questo. Mia madre è una presenza stabile, una di quelle persone che non hanno bisogno di grandi parole per trasmettere ciò che provano. Lo fa attraverso i gesti: la cura quotidiana, l’ascolto, i sacrifici silenziosi, la capacità di esserci anche quando nessuno glielo chiede. È una persona pratica, ma allo stesso tempo capace di un’affettuosità discreta che fa sentire compresi e accolti. Quello che ammiro di più in lei è la determinazione. Nonostante le difficoltà che può incontrare, mantiene sempre un equilibrio che mi colpisce. Mi ha insegnato ad avere pazienza, rispettare gli altri, riconoscere i propri errori e rialzarsi con dignità. Sono lezioni che non si trovano sui libri, ma che valgono molto di più. La sua presenza ha modellato il mio modo di vedere il mondo: il rispetto per le persone, il valore dell’impegno, la capacità di dare senza aspettarsi nulla in cambio. E quando penso a ciò che nella mia vita rappresenta davvero un bene, qualcosa che mi aiuta a crescere e a migliorare, penso al suo esempio. Parlare di lei oggi è il mio modo per riconoscere tutto ciò che, spesso in silenzio, ha costruito intorno a me: una base solida, un senso di sicurezza e un affetto che non è fatto solo di emozioni, ma anche di responsabilità e di presenza quotidiana”. (M. classe prima).
“Quest’anno per la gemma ho voluto portare due persone: mio papà e il mio fidanzato. L’anello rosso me l’ha regalato M., il mio ragazzo, mentre quello argento mio padre. Hanno due caratteri molto diversi, ma sono entrambi fondamentali per me. Io assomiglio caratterialmente molto a mio papà, può sembrare chiuso e serio, ma in realtà è una persona meravigliosa. Spesso mi dice che invece io dovrei cercare di non essere come lui su questi aspetti, ma per me diventare come lui sarebbe un orgoglio. Anche se i miei genitori si sono separati, è sempre stato molto presente nella mia vita e ha sempre cercato di rendermi felice in qualsiasi modo e, se il modo non c’era, se lo inventava. Per questo, quando sono insieme a lui per me è sempre un momento speciale, quando d’estate andiamo in spiaggia o quando in inverno andiamo allo stadio insieme. Anche con M. non è stato tutto rose e fiori, per dei mesi non ci siamo nemmeno parlati, però ora siamo più uniti di prima. Ormai é come se facesse parte della mia famiglia e io della sua. Mi aiuta e mi ascolta sempre e, come mio papà, fa di tutto per farmi stare bene. È un ragazzo con un cuore d’oro e così tanto che, a volte, forse è anche troppo buono con me. Anche se la nostra relazione non è gradita a qualcuno, noi cerchiamo sempre di migliorarci ed impegnarci per stare bene insieme. Voglio tantissimo bene ad entrambi e li vorrei ringraziare per tutto quello che fanno per me.” (A. classe terza).
“Ho portato questo libro perché è uno dei pochissimi oggetti che mi sono rimasti dal periodo in cui vivevo in Brasile. Me l’hanno regalato i miei compagni di classe quando stavo per trasferirmi in Italia. Dentro ci sono tutte le loro firme e un biglietto che dice: “ti mandiamo Lineia perché non ti dimentichi di noi e nemmeno delle capuchinhas”. Le capuchinhas sono dei fiori, e in Brasile questa frase è un modo affettuoso per dire: “ricordati non solo di noi, ma anche di tutto quello che faceva parte della tua vita là”. Il libro in sé è un racconto per bambini, pensato per far conoscere l’arte di Monet attraverso gli occhi di due ragazzini, la sua casa, i suoi giardini, il suo mondo. In realtà non l’ho mai letto fino in fondo. Per me finirlo sarebbe come chiudere quel capitolo della mia vita. Io ho cambiato spesso paese e ho dovuto lasciare quasi tutto indietro ogni volta. Questo libro invece mi ha seguito in tutti gli spostamenti. Non lo guardo quasi mai, non è un oggetto a cui penso nella vita di tutti i giorni… ma forse proprio per questo significa così tanto: è uno di quegli oggetti che senza volerlo finisce per raccontare una parte di te, anche quando tu non ci pensi più.” (A. classe quinta)
“Oggi ho deciso di portare un libro che, a prima vista, potrebbe sembrare insolito. In realtà, dietro quella copertina semplice si nasconde una storia straordinariamente profonda e tenera, e non potevo non sceglierlo. Me lo ha regalato un’amica di mia nonna: si chiamava A. Quando penso a lei, mi torna alla mente il suo viso pulito, le guance paffute e rosate, e quello sguardo limpido e innocente di un’anziana che viveva ogni giorno con gratitudine, cercando di rendere più bella anche la vita degli altri. A. era esattamente così. Mi ricorderò per sempre che, quando andavo a trovare mia nonna, incrociavo spesso gli occhi di A.: per strada mentre passeggiava con il suo cagnolino, oppure quando andava a dare da mangiare alle sue amate pecore. La sua casa era splendida, un po’ nascosta nel bosco, proprio come piace a me. Quando decidevo di andarla a trovare , provavo un piacere sincero nel sedermi su quella sua panchina e ammirare il panorama che da lì si apriva. Lei mi aspettava sempre con gioia. Parlavamo di tantissime cose: mi raccontava una quantità infinita di aneddoti curiosi della sua vita, riuscendo ogni volta a coinvolgermi. È vero, a volte era stancante starle dietro, perché parlava così tanto che rischiavi di perderti qualche pezzo; ma in fondo adoravo quei momenti. Era come se mi prendesse per mano e mi portasse indietro nel tempo: quando ricordava suo marito, suo figlio, quando raccontava di quando da giovane insegnava ai bambini i nomi dei fiori e delle foglie…era stata un’insegnante d’asilo. La cosa che amavo più di tutto, però, era sentirla parlare di libri: il suo argomento preferito. Qualsiasi discorso, prima o poi, finiva sempre lì. Ed era meraviglioso, mi perdevo sempre nelle sue parole. Non dimenticherò mai il giorno in cui mi ha portata a vedere lo studio di suo marito mancato da alcuni anni, ma sempre vivo nei suoi pensieri: due poltrone molto antiche, coperte da un velo di polvere e appoggiate al muro con incredibile delicatezza; e poi libri, ovunque. Ogni volta che la salutavo tornavo a casa con una pila di volumi che,ad annusarli, avevano quell’odore di antico, di vissuto, di memoria. Così era lei: gentile con tutti, sempre pronta ad aiutare, sempre capace di farti sentire accolta. Ho scelto di portare questo libro in suo onore, per mantenere vivo il suo ricordo nell’animo di tutti voi. È venuta a mancare pochi giorni fa, mercoledì 26 novembre, e da quel momento ho sentito un vuoto improvviso farsi largo nel mio cuore. Per me lei era come una seconda nonna, una compagna di vita, di avventure, un’amica sulla quale potevi contare in ogni situazione, una persona che sapeva ascoltarti, darti consigli preziosi e dimostrarti tutto l’affetto che poteva darti attraverso i suoi libri. Questo libro parla di pedagogia e racconta il percorso che porta a diventare un buon insegnante: proprio il lavoro che sogno di fare. Lei lo sapeva e mi ha sempre sostenuta in questa scelta. Quando le raccontavo che aiutavo tutti a scuola, mi diceva sempre: «Che bella questa cosa, tesoro. Sono molto grata di aver fatto l’insegnante, e sono felice che anche tu voglia seguire questa strada». Questo libro sarà sempre con me, con la speranza che il suo ricordo continui a vivere non solo dentro di me, ma anche in chi ascolterà questa storia. Perché le persone come A. non se ne vanno davvero: restano negli sguardi, nelle parole, nei gesti gentili che ci hanno insegnato. E questo è il mio modo di dirle grazie: per le sue parole, per la sua gentilezza, per tutto ciò che, senza saperlo, mi ha lasciato dentro. Oggi lei è qui con me ❤️.” (M. classe quarta).
“Come gemma ho deciso di portare una mia esperienza in Ecuador ma anche in Colombia e in Norvegia. L’ultima volta a lezione ho citato questa associazione con cui ho fatto un po’ di viaggi. L’associazione si chiama CISV nato dall’acronimo Children’s International Summer Villages, ma in realtà ora è diventata una parola intera. CISV è un’associazione internazionale indipendente affiliata all’UNESCO, che offre l’opportunità a bambini, ragazzi e adulti di sperimentare il fascino e la ricchezza delle differenze culturali. L’educazione alla pace è la base su cui si formano tutti i principi CISV ed è dal 1951 che organizza programmi di scambi internazionali e progetti sul territorio in più di 70 paesi nel mondo. Parlando della mia esperienza, questi programmi a cui ho partecipato mi hanno aiutata veramente tanto a crescere come persona, in particolare quello di questa estate, e soprattutto mi hanno aiutata a capire molte cose che prima non capivo. Ho imparato davvero molto su vari fronti; a parte le altre culture che ho incontrato, ho iniziato a capire il significato di amicizia e ho davvero trovato una seconda famiglia. In Norvegia ci sono stata nel 2022 quindi nell’estate tra la quinta elementare e la prima media. Il programma per questa fascia d’età prevede di stare via per quattro settimane, come sempre insieme ad un adulto e altri tre ragazzi della stessa età. Diciamo che questo è il programma più giocoso e a cui partecipano più persone. Oltre ad aver superato molti ostacoli e ad aver migliorato decisamente il mio inglese e la mia capacità di comunicare con persone che non conoscono la mia lingua, ho imparato l’importanza e la profondità che alcuni legami possono avere. Essendo più piccolini ho perso quasi del tutto i contatti che avevo con queste persone (che venivano da più o meno qualunque parte del mondo) ma non dimenticherò mai la spensieratezza di quei giorni. Ho visto un enorme cambiamento invece con il viaggio che ho fatto in Colombia un anno fa. Qui erano previste due settimane ed ero molto più lontana da casa. Essendo due settimane non ho avuto la possibilità di legare veramente con molte persone. Questa è una cosa soggettiva perché effettivamente per avere un vero legame con qualcuno io ho bisogno di molto più tempo rispetto ad altre persone, però ho mantenuto molto di più i contatti ed è stata veramente un’esperienza da cui sono tornata come una persona diversa. Ma il viaggio che mi ha cambiata di più è stato senza ombra di dubbio quello in Ecuador di quest’estate. Oltre ad aver imparato moltissime cose ho capito molto più a fondo quello che è questa associazione e cosa significa farne parte, ho avuto la fortuna di incontrare di nuovo due persone che avevo incontrato l’anno prima in Colombia ed è stato veramente emozionante. Ci sono stata tre settimane e non scherzo quando dico che sono state tra le più belle della mia vita. Con le persone di quest’anno sono rimasta molto più in contatto (anche perché è passato poco tempo) e vorrei veramente tanto rivederle un giorno. Oltre a questo, data la fascia d’età, è un programma che ti fa maturare perché sei molto più indipendente e prendi più decisioni da solo. Ho incontrato persone fantastiche e creato ricordi indimenticabili e spero di avere la possibilità di fare molte più esperienze simili”. (B. classe prima).
“È iniziato tutto 18 anni fa, quando sono nata. Alla mia nascita, mio padre, ha deciso di regalare questo anello a mia madre in segno di gratitudine, e poi venne consegnato a me il giorno del mio diciottesimo compleanno, il giorno in cui da ragazzi si diventa adulti, pieni di responsabilità e con il mondo che ci pesa sulle spalle. “La mia vita, la tua vita” è il bigliettino che mi sono ritrovata vicino alla scatolina il giorno più importante della mia vita. Prima di ricevere questo regalo ho passato dei mesi intensi, fatti di ansia, stress, studio e lavoro. Voglio ringraziare i miei genitori di come mi siano sempre rimasti accanto, davanti ad ogni difficoltà, continuando a supportarmi e incoraggiarmi per il futuro, per l’amore che mi donano ogni giorno. So di non essere una persona semplice e con carattere molto forte ma nonostante questo sono grata per i miei genitori” (G. classe quinta).
“Quest’anno ho deciso di portare come gemma la casa al mare. Con il passare degli anni mi sono accorta che l’unico luogo che mi ha davvero visto crescere e cambiare è stata proprio lei: la casa al mare. È il posto dove passo tutte le mie estati da quando ero piccola. Ogni volta che arrivo lì mi sento subito a casa, come se il tempo non fosse mai passato. Le giornate sono sempre state piene di giochi insieme ai miei cugini: correvamo sulla sabbia, costruivamo castelli, inventavamo giochi e ridevamo per qualsiasi cosa. Le sere d’estate sono quelle che ricordo meglio. Ogni sera mangiavo un gelato mentre guardavo il mare. Era un momento tranquillo, in cui potevo pensare a tutto o anche a niente. La casa al mare non è solo una casa: è il luogo che mi ha accompagnata nella crescita e che conserva i miei ricordi più belli. A 17 anni, rimane per me un posto speciale, dove mi sento sempre me stessa” (S. classe quarta).
“Quest’anno come gemma ho deciso di portare l’esperienza fatta a Paestum questo settembre. Ancora in seconda, una prof ci aveva parlato di questo progetto e ci aveva consigliato di partecipare, ed io non ci ho pensato due volte e mi sono iscritta appena è uscita la circolare. I mesi precedenti all’esperienza, ne parlavo con le mie compagne e pensavo a quanto ci saremmo potute divertire, e così è stato. Non avevo alcun dubbio, abbiamo passato 6 giorni faticosi ma divertenti allo stesso tempo, abbiamo avuto la possibilità di lavorare dentro ai templi greci e tra le antiche vie di Paestum, alcuni di noi (tra cui me) hanno avuto inoltre la possibilità di far parte del team di restauro del sito, perciò hanno pulito degli oggetti tra cui dei piccoli vasi ritrovati durante gli scavi. Durante il progetto abbiamo avuto anche la possibilità di visitare il sito di Pompei e quello di Velia per conoscere ancora meglio la storia di quell’epoca. Dopo le attività, avevamo sempre un po’ di tempo libero, di solito andavamo in spiaggia a fare un tuffo insieme per parlare della giornata che avevamo trascorso. Ho trovato questa esperienza fantastica perché abbiamo avuto la possibilità di lavorare in maniera diversa e in luoghi affascinanti, ma soprattutto perché ho conosciuto meglio le mie compagne di classe e le mie amiche. Spero che chi ci andrà l’anno prossimo si diverta come mi sono divertita io, o semplicemente che a qualcuno, leggendo la mia gemma, venga voglia di fare questa esperienza”. (V. classe terza).
Una decina di giorni fa avevo pubblicato il primo articolo di Gabriella Greison per la rubrica Interferenze di Avvenire. Qualche giorno fa è uscito il secondo dedicato a Marie Curie.
“Marie Curie non aveva tempo per i dogmi. Non amava i riti, non cercava consolazioni nei libri sacri. Eppure la sua vita è una delle testimonianze più radicali di cosa significhi credere in qualcosa che non si vede. Non pregava, ma vegliava per notti intere sopra un forno improvvisato. Non cercava miracoli, ma li provocava senza saperlo. Quando scoprì la radioattività, non sapeva ancora cosa fosse. Non c’erano parole, né modelli teorici, né manuali per spiegarla. Sapeva solo che da quelle pietre di pechblenda che le arrivavano sporche di fango e carbone, in sacchi da tonnellate, si sprigionava un’energia misteriosa. Una luce invisibile che attraversava la materia, che lasciava tracce su lastre fotografiche dimenticate in un cassetto, che si rivelava con una luminescenza tenue nei suoi laboratori scuri. Non si vedeva a occhio nudo, ma era lì, reale, tangibile. Una presenza che sembrava più spirituale che materiale. Marie Curie non lavorava con strumenti sofisticati: aveva provette spaiate, pentole crepate, mani segnate dalla fatica. Il laboratorio era poco più di una baracca: d’inverno il freddo entrava dalle finestre rotte, d’estate il caldo scioglieva il piombo. Eppure, in quelle condizioni, scoprì che l’universo custodiva una scintilla segreta. Una scintilla che illuminava senza fiamma, che scaldava senza fuoco, che parlava senza voce. Una dedizione totale a quello che faceva. Forse la sua spiritualità era questa: restare fedele a una ricerca che non prometteva nulla, se non il brivido del mistero. Non cercava un Dio personale, ma neanche si accontentava di un mondo già catalogato. La sua fede era nel lavoro, nella sua dedizione, nella possibilità che dietro l’apparenza ci fosse altro. E mentre gli uomini intorno a lei facevano carriera nelle accademie, Marie continuava a rimestare tonnellate di materiale grezzo. “Ho dovuto trascinare carri, spezzare pietre, accendere forni, come un contadino”, raccontava. Eppure, mentre sudava e tossiva in quella baracca, si accorgeva che stava accendendo una luce nuova sul mondo. C’è una frase di Marie che mi colpisce sempre: «Nella vita non c’è nulla da temere, solo da capire». È un manifesto che potremmo appendere ovunque. Significa che la paura nasce dal buio, e che la conoscenza è una forma di luce. Eppure, proprio lei che aveva acceso quella luce, pagò il prezzo più alto: il suo corpo assorbì lentamente la radiazione che non sapeva ancora come domare. Le sue ossa si incrinavano, le sue mani tremavano, i suoi taccuini restano ancora oggi radioattivi, custoditi in piombo nelle biblioteche di Parigi. In questo c’è una grande lezione di spiritualità: si può credere al punto da consumarsi, si può amare il mistero fino a farlo entrare nelle ossa. Non perché si sia fanatici, ma perché si riconosce che la vita ha senso solo se ci si dona a qualcosa che ci supera. Marie Curie non parlava di Dio, ma ci ha consegnato un’idea che gli somiglia: la convinzione che nell’invisibile ci sia la verità. E che la nostra parte più autentica non si trovi in quello che possediamo, ma in quello che siamo disposti a cercare. Forse la sua eredità non sono solo l’uranio o il polonio, né i due premi Nobel, né le onorificenze che le hanno consegnato troppo tardi. Forse la sua vera eredità è averci insegnato che la luce non è solo quella che vedono gli occhi. Ce n’è un’altra, più sottile, che ci chiede di avere coraggio, pazienza, dedizione. Perché la sua grandezza non sta solo nell’aver aperto una strada nuova alla scienza, ma nell’averci ricordato che il mistero non si doma: lo si accompagna. Si vive accanto a lui, lo si accetta, lo si interroga. Si lascia che diventi parte di noi. Eppure, per capire Marie, bisogna tornare all’inizio. Una ragazza di Varsavia, in un tempo in cui alle donne non era concesso quasi nulla: non le aule ufficiali, non le cattedre, non il diritto a una curiosità senza permesso. Studio clandestino, libri presi di nascosto, una fame di sapere che non si spegne. È lì che nasce la sua “preghiera laica”: imparare, anche quando tutto intorno dice di no. Poi l’incontro con Pierre: due vite che si uniscono non per completarsi, ma per moltiplicarsi. Non un altare, ma un banco da lavoro; non promesse solenni, ma una cassa di legno piena di minerali, campioni, strumenti. L’amore, per loro, è un’alleanza con la materia. E quando la materia restituisce il suo segreto, loro lo chiamano con nomi di patria e affetto: polonio, radio. Nella scelta dei nomi c’è la loro geografia interiore: il luogo da cui si parte e il fuoco che si è trovato. E poi la perdita. Un carro, un incidente, il mondo che si spezza. Marie rimane davanti a un’assenza che non ha linguaggio. Non scrive preghiere, non chiede risarcimenti al cielo. Torna in laboratorio, accende il forno, rilegge gli appunti. È una fedeltà senza spettacolo: l’idea che la vita riprenda senso stando vicino alla sorgente di luce che si è accesa insieme. Quella fedeltà è una forma di spiritualità: restare dove arde, anche quando brucia. E arriva la guerra. Non una parentesi, ma una chiamata. Marie prende la luce invisibile e la porta dove serve: sul fronte, negli ospedali, nelle baracche di fortuna. Addestra infermiere, guida camion, spiega come mettere a fuoco un’ombra dentro un corpo per salvare un arto, una vita. Non discute teorie: accende apparecchi. La scienza, in quelle ore, è una carezza che vede ciò che l’occhio non vede. La sua spiritualità è diventata azione: non parole, ma voltaggi e immagini che rimettono insieme ciò che la guerra rompe. E c’è la fama, che non consola. Premi, medaglie, scandali, sospetti. La diffidenza verso una donna “troppo donna per la scienza, troppo scienza per il salotto”. Marie non risponde. Lavora. Quando la vita di superficie si agita, lei scende di un livello e tace, come fanno i minatori quando la galleria vibra. È un gesto spirituale: scegliere la profondità quando la superficie fa rumore. Se guardiamo bene, tutto in lei è un esercizio di presenza. Restare, anche quando fa male. Cercare, anche quando non c’è garanzia di trovare. Illuminare, anche quando nessuno ringrazia. È una mistica senza dogmi, una scienziata senza retorica. La sua “preghiera” è una formula semplice: “continua”. Ed è proprio in questo verbo che la scienza e la spiritualità si toccano: nella perseveranza che non pretende risultati immediati, ma tiene aperta la possibilità. E allora la domanda diventa nostra: cosa ce ne facciamo, oggi, della sua luce invisibile? In che modo possiamo rimanere accanto a ciò che non capiamo, senza fuggire? Possiamo imparare anche noi a “vedere dentro” — nelle cose, nelle storie, nelle persone — con un apparecchio che non ha manopole ma ha un nome antico: attenzione. Forse l’attenzione è la radiografia dell’anima: mette a fuoco l’invisibile e lo rende abitabile. Ecco perché Marie Curie appartiene a questa rubrica: perché ci ricorda che la scienza, quando tocca l’invisibile, diventa preghiera. Non detta formule, ma ci invita a restare in ascolto. Non costruisce dogmi, ma apre spazi. Non ci promette risposte definitive, ma ci regala la capacità di non smettere di domandare.
PS: Scrivo questa rubrica anche per questo: perché sento il bisogno di rileggere figure come Marie Curie non solo come scienziate, ma come donne e uomini che hanno interrogato il mistero. Anch’io sono — come tutti, forse — alla ricerca di un nuovo significato da dare alle cose del mondo. Non basta spiegare, non basta calcolare. Voglio trovare parole che tengano insieme ragione e stupore, numeri e silenzi. In questo cammino, anche Marie Curie diventa per me una compagna di viaggio, come Einstein e altri fisici che hanno scavato nel profondo per riemergere con nuove illuminazioni. Non tanto perché abbiano trovato risposte definitive, ma perché hanno avuto il coraggio di convivere con l’invisibile. Domanda per voi: qual è la vostra luce invisibile, quella a cui vi affidate nei momenti bui?”
1995: era personalmente un’estate felice. La mia vita aveva avuto due svolte importanti. Avevo deciso di lasciare la facoltà di scienze geologiche che frequentavo a Trieste e di iscrivermi all’Istituto Superiore di Scienze Religiose a Udine e a Scienze dell’Educazione nel capoluogo giuliano. A giugno poi era iniziata la relazione con Sara e certo, in quel momento, a 21 anni, non potevo immaginare che poi lei sarebbe diventata mia moglie e madre dei nostri figli. Ma di quell’estate ricordo ancora molto bene anche un evento tragico, legato a un nome che non mi ha più lasciato: Srebrenica. Lascio la parola a un estratto di dialogo tra Mario Calabresi e Paolo Rumiz risalente allo scorso luglio. Qui la fonte.
“«Tutti si ricordano dov’erano l’undici settembre 2001, quando sono cadute le Torri gemelle, ma pochissimi hanno presente dove erano quando è avvenuta la strage di Srebrenica che ha fatto il triplo dei morti di New York. Io ero a casa mia, ero appena stato al funerale di Alex Langer, il pacifista che per la Bosnia si era speso fuori misura fino al suicidio. Qualcuno mi telefonò e mi disse che era accaduto qualcosa di terribile da quelle parti. Ma non era ancora del tutto chiaro. Io ero stato lì alcuni mesi prima, nell’autunno del 94, e chiesi: “Ma non erano protetti?”. “No, no, li hanno chiusi dentro e li hanno fatti fuori come in una tonnara”». Il racconto è di Paolo Rumiz, giornalista e scrittore, una voce unica nel raccontare e ricordare cosa è successo nei Balcani dopo il crollo del Muro di Berlino. L’11 luglio 1995, esattamente trent’anni fa, a Srebrenica, una cittadina situata nella Bosnia orientale – era un’enclave sotto il controllo dell’esercito bosniaco ma attorniata da città serbe -, vennero sterminati ottomila bosniaci musulmani con l’intento di una pulizia etnica che è stata poi riconosciuta come genocidio. Due anni prima, durante la guerra che era nata con la dissoluzione della Jugoslavia, quest’area era stata posta sotto la tutela della missione Unprofor delle Nazioni Unite. Seicento caschi blu olandesi erano stati incaricati di proteggerla. Tuttavia, nel luglio del 1995 le forze militari serbe invasero la città, uccidendo tutti gli uomini ed espellendo sistematicamente donne, bambini e anziani. I caschi blu delle Nazioni Unite assistettero al massacro senza reagire. Una strage rimossa e dimenticata, il più grande massacro avvenuto in Europa dopo la Seconda guerra mondiale, a cui abbiamo voluto dedicare un podcast in quattro puntate che si chiama “Srebrenica – Il genocidio dimenticato” in cui l’attrice Roberta Biagiarelli – che da oltre 20 anni porta in scena uno spettacolo teatrale dedicato a quel massacro – e Paolo Rumiz, che ha coperto quel conflitto da inviato, ricostruiscono la storia della guerra in Bosnia e del suo tragico epilogo. «Soltanto il giorno dopo – continua a raccontare Rumiz – mi resi conto della gravità di quanto era accaduto. La cosa atroce è che si erano affidati a noi. Cioè non era una battaglia, non era un bombardamento a tappeto. No, erano entrati in una zona considerata sicura e protetta. Ricordo che la rabbia mi esplose e piansi e in preda alle lacrime e alle convulsioni, ricordo che chiamai il vescovo di Trieste per dirgli quello che era accaduto. E durò un’ora questa telefonata, tanta rabbia si era accumulata in me. Mi resi anche conto che i musulmani erano vittime di serie B. E questo me lo conferma l’attualità, perché anche oggi 100 morti a Gaza fanno notizia come cinque morti a Kiev». Conosco Paolo da molti anni, è un grande giornalista perché è un grande osservatore e, prima di tutto, un ascoltatore. Ha bisogno di studiare e di capire e con la storia dei Balcani e dell’Europa ha un rapporto fisico, costruito attraverso un numero infinito di incontri, di viaggi e di cammini. «Sono nato nello stesso giorno in cui il confine è stato tracciato attorno a Trieste, il 20 dicembre 1947 e questo segna il mio pedigree. E da questo confine ho registrato non soltanto il passaggio di diversi popoli, uno dopo l’altro, a conferma di questa destabilizzazione continua che dobbiamo fronteggiare soprattutto a Oriente. […]». Nel podcast, Rumiz analizza le radici del male, la storia di come è cominciata la guerra nella ex Jugoslavia e poi racconta cosa vide lui: «All’inizio di aprile ‘92 ho attraversato il confine della Bosnia, venendo dalla Serbia, sul fiume Drina. Ero lì con la mia interprete che mi disse: “guarda a controllarci i documenti è il comandante Arkan”, uno che poi si è macchiato di orrendi delitti e che probabilmente in quegli stessi giorni stava ammazzando decine se non centinaia di musulmani». Ma la cosa più impressionante, nei ricordi di Rumiz, è che la gente non si rendeva conto di quanto stava per accadere. «Arrivai a Sarajevo e mi dicevano: “No, sono ragazzi, vedrai. I serbi sono fatti così. Vedrai, sparano in aria, fanno festa, sono fuochi artificiali”… Ma bastava viaggiare nei dintorni per capire che in tutti i villaggi a maggioranza serba si scavavano trincee in vista di una guerra. Ricordo una famiglia che in quei giorni stava partendo per l’Italia per visitare dei parenti. Quando la figlia diciassettenne chiese di portarsi dietro l’album delle fotografie e le cose più care le dissero di no, convinti di tornare dopo pochi giorni. Quelle fotografie la ragazza, che oggi è una donna, non le ha mai più riviste. C’era un vecchio partigiano ottantenne che aveva annusato che la guerra stava venendo, aveva riempito il frigorifero di cibo. Poi vennero le figlie che lo presero in giro e lui si vergognò al punto che regalò tutto ai vicini. E invece aveva ragione lui: la guerra sarebbe arrivata di lì a poco». Ma cos’era Sarajevo allora, cosa rappresentava? «Era un luogo dove le religioni convivevano abbastanza in pace, pur con le solite incomprensioni. Ma non era una città musulmana. Ricordo ancora lo stupore dei soldati italiani quando si trovarono davanti ragazze musulmane con le gonne corte, che mangiavano tranquillamente prosciutto e non andavano in moschea. E quello stupore mi dice quanto poco ci siamo resi conto che avevamo a disposizione un Islam europeo che poteva fare da magnifico cuscinetto contro l’islamismo che premeva da altre parti, soprattutto da Oriente. Mi chiedo spesso se ci rendiamo conto di cosa abbiamo perso, cosa ci siamo lasciati scappare dalle mani. Sarajevo era il luogo dove la coesistenza tra religioni era tale che in molte case di cristiani, si teneva una pentola che non aveva mai toccato la carne di maiale per poter essere usata nel caso fossero venuti a trovarti degli ebrei o dei musulmani. Credo che niente più di questa pignatta dica della tolleranza di questo mondo». Per Paolo la Bosnia è molte cose e molti ricordi, parlarne gli provoca dolore e cerca di parlarne il meno possibile: «È doloroso perché lì hanno abitato molte anime care perdute. In trent’anni ho cercato di dimenticare, di farmi perdonare il fatto di non essere stato all’altezza della sua complessità. Le ho dedicato libri, ma in fondo la Bosnia è presente in tutti i miei libri, anche in quelli in cui non parlo di lei». La Bosnia sono un serie di immagini rimaste nei suoi ricordi, a ricordarci cosa abbiamo perduto: «Un sopravvissuto al lager che mi regala i calzettoni bosgnacchi di lana grezza, uno stagnino che batte con tempo dispari in 7/8, un pentolino che sta costruendo nel cuore di Sarajevo. Un dolce che una donna mi offrì a casa sua, pieno di mandorle e di miele, quel piccolo dolce sembrava essere il cuore della resistenza contro la barbarie che circondava la città. Un ragazzo che si avvicina a due amanti che si baciano e dice loro: “Scusate, fatevi più in là perché devo rubare in questo chiosco!”. La Bosnia sono i teatri che hanno continuato a funzionare. Ecco, per me Sarajevo, la Bosnia in generale, è stato un luogo la cui meravigliosa urbanità era Europa a tutti gli effetti. Sarajevo ha chiamato l’Europa e l’Europa non ha risposto. Era per me il centro del mondo. Era Turchia, era Austria, era Spagna sefardita, era mondo slavo, era Mitteleuropa, era Mediterraneo. Io ero innamorato della Bosnia, della sua fragile femminilità».”
“Il 29 gennaio scorso, verso le quattro del pomeriggio, mi è stato detto qualcosa che non avrei mai voluto sentire. Era un normalissimo pomeriggio, quando ricevetti la chiamata di una mia amica. All’inizio tutto sembrava tranquillo: ci stavamo aggiornando sull’ultimo periodo. Ma lei non era serena come al solito, e quando le ho chiesto cosa ci fosse che non andava, mi ha raccontato che un suo amico aveva avuto un grave incidente in moto qualche giorno prima. Mai avrei immaginato che, chiedendole il nome del ragazzo, ne avrei sentito uno così familiare. Quante possibilità c’erano che fosse proprio lui? Sperando con tutto il cuore che non fosse vero, le ho chiesto il cognome. Era lui. Ho sentito un nodo alla gola. La vita del ragazzo con cui avevo condiviso ogni singolo giorno delle scuole medie, il mio amico più caro, colui che era riuscito a farmi sorridere ogni volta che ne avevo bisogno, era appesa a un filo. Era da tanto che non lo sentivo, ma quella stessa mattina, prima ancora di sapere dell’incidente, mi ero soffermata a guardare il piccolo peluche-portachiavi che mi aveva regalato anni fa. Come se, in qualche modo, qualcosa volesse avvertirmi. Ero arrabbiata e distrutta. Per giorni ho continuato a controllare il telefono, in attesa di quel messaggio che avrei preferito non leggere mai: quello che mi avrebbe detto che avevano staccato le macchine e che lui non c’era più. Sono stati giorni pesanti, in cui non riuscivo a pensare ad altro, nemmeno quando dormivo. Il 31 gennaio quel messaggio è arrivato. Non riuscivo a realizzarlo, e spesso scoppiavo a piangere senza motivo. Io e la mia amica ci siamo sostenute a vicenda, fino al giorno del funerale. Nessuna delle due voleva crederci. Quando sono andata a salutarlo per l’ultima volta, ho cercato di rimanere forte. Ma sono crollata appena l’ho visto. In quel momento ho realizzato davvero tutto, e un’ondata di emozioni mi ha travolta, fino a farmi inginocchiare a terra. Suo padre mi è venuto incontro e mi ha stretta forte. Anche se era lui ad aver perso un figlio, è riuscito a trasmettermi un po’ della sua forza. Ci penso quasi ogni giorno, e mi chiedo ancora: perché proprio lui? Un ragazzo pieno di vita, che metteva tutto sé stesso in ogni cosa che faceva, e in ogni persona che aveva accanto. Forse non c’è un vero perché. Ma una cosa è certa: fa riflettere su quanto la vita possa essere inaspettata, fragile e spesso troppo breve. E per quanto io stia ancora male, continuo a pensare che, proprio per questo, dobbiamo usare il tempo che abbiamo nel modo migliore possibile.” (S. classe quinta)