Gemme n° 205

Propongo questa canzone perché mi ricorda mio nonno che non c’è più da un po’ di tempo. In questo momento lo sento importante. Legati a lui sono i momenti più spensierati della vita; inoltre questa canzone mi ricorda le persone che per un motivo o per l’altro non fanno più parte della mia vita, quindi non la ascolto molto perché mi macina il cuore”. Questa è stata la gemma di C. (classe terza).
Jovanotti descrive uno stato di solitudine, di abbandono, una condizione che fa male e destabilizza perché gli uomini non hanno il dizionario giusto per comprenderla, non la sanno leggere, si sentono persi: “Sono solo stasera senza di te, mi hai lasciato da solo davanti al cielo e non so leggere, vienimi a prendere, mi riconosci, ho le tasche piene di sassi. Sono solo stasera senza di te, mi hai lasciato da solo davanti a scuola, mi vien da piangere, arriva subito, mi riconosci ho le scarpe piene di passi, la faccia piena di schiaffi, il cuore pieno di battiti e gli occhi pieni di te”.
Causa dello stato precedente, ma anche sua soluzione, penso siano racchiuse nei versi successivi: “Sbocciano i fiori sbocciano, e danno tutto quel che hanno in libertà, donano, non si interessano di ricompense e tutto quello che verrà; mormora, la gente mormora, falla tacere praticando l’allegria, giocano a dadi gli uomini, resta sul tavolo un avanzo di magia”. Vivere con dentro al cuore la passione, penso sia questa la soluzione: ho aggiunto una rima alla canzone di Jovanotti 🙂 Magari un giorno scrivo un post su cosa penso sia questa passione…

Gemme n° 154

«La morte non è niente. Sono solamente passato dall’altra parte: è come fossi nascosto nella stanza accanto.
Io sono sempre io e tu sei sempre tu. Quello che eravamo prima l’uno per l’altro lo siamo ancora. Chiamami con il nome che mi hai sempre dato, che ti è familiare; parlami nello stesso modo affettuoso che hai sempre usato. Non cambiare tono di voce, non assumere un’aria solenne o triste. Continua a ridere di quello che ci faceva ridere, di quelle piccole cose che tanto ci piacevano quando eravamo insieme.
Prega, sorridi, pensami!
Il mio nome sia sempre la parola familiare di prima: pronuncialo senza la minima traccia d’ombra o di tristezza.
La nostra vita conserva tutto il significato che ha sempre avuto: è la stessa di prima, c’è una continuità che non si spezza. Perché dovrei essere fuori dai tuoi pensieri e dalla tua mente, solo perché sono fuori dalla tua vista? Non sono lontano, sono dall’altra parte, proprio dietro l’angolo.
Rassicurati, va tutto bene. Ritroverai il mio cuore, ne ritroverai la tenerezza purificata. Asciuga le tue lacrime e non piangere, se mi ami: il tuo sorriso è la mia pace.»
Questa poesia di Sant’Agostino mi è stata data da mio padre quando è mancata una persona cara. La dedico a lei e a tutte le persone che stanno vivendo una perdita. E’ importante non dimenticare le persone che perdiamo, ci stanno sempre vicine.”
Ecco la gemma di C. (classe seconda).
In un tratto della canzone “L’arcobaleno” Adriano Celentano canta delle parole che richiamano i pensieri e le emozioni di Mogol mentre pensa allo scomparso Lucio Battisti. Il rimando al brano di Sant’Agostino mi sembra evidente:


Mi manchi tanto amico caro davvero
e tante cose son rimaste da dire
ascolta sempre solo musica vera
e cerca sempre se puoi di capire.
Son diventato sai il tramonto di sera
e parlo come le foglie di aprile
e vibro dentro ad ogni voce sincera
e con gli uccelli vivo il canto sottile
e il mio discorso più bello e più denso
esprime con il silenzio il suo senso”.

Gemme n° 140

BraccialettoSinceramente all’inizio non sapevo cosa portare come «gemma», ma sicuramente avrei raccontato ai miei compagni la storia di un oggetto che simboleggia un bel momento della mia vita e magari molto di più. E’ questo braccialetto, che mia mamma mi aveva comprato circa un anno e mezzo fa. Era l’estate del 2013, i miei genitori, mio fratello ed io siamo andati in Sicilia. Non mi ricordo questa vacanza nei minimi dettagli ma ho comunque il vivido ricordo di due settimane fantastiche in compagnia della mia famiglia. E’ grazie a loro se mi trovo qua a raccontarvi una banale storia su questo oggetto attorno al mio polso, comprato in una piccola baracca in un paese di cui non ricordo nemmeno il nome. Credo che dentro questo braccialetto (ma anche in molti altri oggetti) siano rinchiusi tutti gli affetti che mia mamma mi dà ogni giorno. Credo che per ogni persona la propria madre sia una delle persone più importanti del mondo. Oltre a considerarla «mamma» la considero anche come «amica», le chiedo dei consigli e lei mi aiuta in qualsiasi situazione, sia negativa che positiva. Purtroppo ci sarà, prima o poi, un momento in cui dovrò separarmi da lei, sarà difficile anzi, difficilissimo, ma grazie a mia mamma riuscirò a cavarmela!”. Così E. (classe terza) ha motivato la scelta della sua gemma. Mi limito a fornirle la colonna sonora:

Gemme n° 117

leleganza-del-riccioHa presentato un libro come gemma G. (classe seconda): “L’eleganza del riccio”. “L’ho letto la scorsa estate, mi ha colpito perché tratta temi profondi”. Ha poi raccontato la vicenda ai compagni, cosa che non faccio qui per non rovinare la sorpresa a chi voglia leggerlo. “Desidero regalare una delle pagine che più mi sono piaciute”.
Non bisogna dimenticare.
Non bisogna dimenticare i vecchi con i corpi putrefatti, i vecchi vicinissimi a quella morte a cui i giovani non vogliono pensare. Non bisogna dimenticare che il corpo deperisce, che gli amici muoiono, che tutti ti dimenticano e che la fine è solitudine. E neppure bisogna dimenticare che quei vecchi sono stati giovani, che il tempo di una vita è irrisorio, che un giorno hai vent’anni e il giorno dopo ottanta.
Io ho capito molto presto che la vita passa in un baleno guardando gli adulti attorno a me, sempre di fretta, stressati dalle scadenze, così avidi dell’oggi per non pensare al domani…
In realtà temiamo il domani solo perché non sappiamo costruire il presente, e quando non sappiamo costruire il presente ci illudiamo che saremo capaci di farlo domani, e rimaniamo fregati perché domani finisce sempre per diventare oggi, non so se ho reso l’idea.
Quindi non bisogna affatto dimenticare. Occorre vivere con la certezza che invecchieremo e che non sarà né bello né piacevole né allegro. E ripetersi che ciò che conta è adesso: costruire, ora, qualcosa, a ogni costo, con tutte le nostre forze. Avere sempre in testa la casa di riposo per superarsi continuamente e rendere ogni giorno imperituro. Scalare passo dopo passo il proprio Everest personale, e farlo in modo tale che ogni passo sia un pezzetto di eternità.
Ecco a cosa serve il futuro: a costruire il presente con veri progetti di vita.”
Posto un video a commento, la canzone “Ora” di Jovanotti.

Gemme n° 70

Ho scelto questa canzone perché nell’ultimo mese mi ha accompagnato. Mi fa pensare al nonno, scomparso da poco; penso di lui le cose positive, il bene che mi ha fatto. Penso che il rapporto nipote-nonno sia una di quelle cose che restano per sempre. Nella canzone anche i termini pregare e piangere sono importanti per me. Questa canzone è dedicata al nonno”.


Penso sia una canzone molto significativa quella scelta da A. (classe seconda). Ne riporto il testo:
Ora che ti guardo, vedo solo il buono che rimane quando sai che tutto è perso, tutto è rotto ormai. Considerando noi soli in queste circostanze nuove, lasciamoci così perché un legame sempre resterà. Pregherò, piangerò per desiderarti tanto, per lasciare ogni rimpianto e no. Non lo sò che farò quando avrò finito il tempo e sarà tardi per l’inverno che nel cuore ho, per te io pregherò. Tu non hai mai creduto che se noi siamo qui è per cambiare faccia, per cambiare tutto quello che si può. E mi hai lasciato sola senza una parola, senza fiato e senza peso, un inferno condiviso mai. Pregherò, piangerò per desiderarti tanto per lasciare ogni rimpianto e no. Non lo sò che farò quando avrò finito il tempo e sarà tardi per l’inverno che nel cuore ho, per te io pregherò. Io non ti aspetto più, non hai coraggio tu come un pugno in faccia adesso sei. Sarà possibile tornare a vincere contro il disincanto che mi dai ma tu come fai…”
Giunto ormai alla settantesima gemma, mi guardo indietro e noto che un certo numero di esse sono dedicate al ricordo di persone che non ci sono più. La cosa mi piace, perché lo scopo delle gemme è quello di regalare agli altri una cosa che si ritiene preziosa. Vuol dire che si sono vissuti rapporti significativi, importanti e che si desidera immortalare anche in questo modo. Grazie ragazzi 🙂

Gemme n° 23

anello

La mia gemma è un anello, il regalo che mi ha donato mia nonna per la Cresima, immediatamente prima di andarsene. Non ho avuto sempre un grande rapporto con lei, ma ho fatto l’esperienza della verità della frase «capisci il senso di una cosa solo dopo averla persa». Per me lei significava soprattutto il ritrovarsi di tutta la famiglia: siamo in tanti e ogni volta è una grande festa”. A. (classe terza) ha presentato così la sua gemma: non poteva saperlo, ma proprio oggi ero al funerale della nonna di mia moglie. Sono quelle morti “accettabili”, nel senso che fanno parte di quello considerato come lo scorrere normale delle cose. Le associo sempre all’immagine di un albero; gli alberi sono diversi e vari, nella forma, nella forza, nel numero di rami, di foglie, nella resistenza, nell’adattabilità, nella durezza, nella generosità. Hanno tutti una storia e, indipendentemente da quello che sono stati in vita rispetto a noi, il loro abbattimento mi mette tristezza nel cuore.

Gemme n° 6

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La prima gemma di oggi l’ha proposta S. (classe IV). Era un oggetto: una moneta di 5 centesimi portata come pendente di una collanina. “L’anno scorso è mancato il nonno e la nonna mi ha fatto questa per portarmi fortuna. Non lo fa sempre, ma mi fa ricordare di lui, di quanto per lui ero importante e di tutto il bene che mi ha voluto”.
Maria Rita Parsi afferma che “I nonni sono coloro che vengono da lontano e vanno per primi, ad indagare oltre la vita.” Io i nonni non li ho più accanto a me, al mio matrimonio non ho potuto godere della vicinanza di nessuno di loro ed è l’unica cosa triste di quel giorno. Però grande è il calore che sento nel cuore ogni volta che penso a loro…

Tra sapere e non sapere

Se fossi stato a casa invece che nell’aula insegnanti nel momento in cui ho girato l’ultima pagina di “Centomila Centomilagiornate di preghiera”, sarebbero scese calde lacrime di commozione ed emozione. Pochi i disegni forti, di quelli che da soli fanno volgere lo sguardo da un’altra parte, direi quasi inesistenti. Molti quelli che fanno pensare, riflettere, muti per lasciare spazio ad un attonito silenzio. Bellissime alcune intuizioni (un canarino prima ascoltatore muto delle confidenze del ragazzino protagonista, poi mentore che racconterà al giovane la storia del padre; un buco nero nel pavimento della camera a indicare l’intimo, l’interiorità; l’atmosfera cineraria della Cambogia di Pol Pot). Su tutto i reali protagonisti del fumetto: il rapporto tra il passato e il presente, la fatica della memoria, il tentativo di rimozione del doloroso ieri, una riconciliazione che non può significare far finta di nulla. C’è un breve scambio che dice tutto:
– “Non lo so cosa preferisco”
– “Tra cosa e cosa?”
– “Tra sapere e non sapere”.

Nonostante

s21Ho letto diversi libri e visto diversi film e ascoltato varie testimonianze sui lager nazisti, sui gulag comunisti, sui centri di sterminio cambogiani. Eppure di tanto in tanto compro qualche altro libro e leggo ancora, voglio sapere, voglio conoscere, nonostante mi venga la nausea, nonostante mi faccia star male, nonostante mi venga la voglia di chiudere quelle pagine e pensare ad altro. Oggi ho capito il motivo che sento dentro e a cui fino ad ora non sono riuscito a dare voce, e l’ho trovato proprio in uno di quei libri. Stamattina ho approfittato della bella giornata di sole e mi sono mosso a piedi verso la succursale della mia scuola, quella più distante; essendo, come al mio solito, in anticipo, mi sono infilato in libreria. Ne sono uscito pahncon in mano “L’eliminazione” di Rithy Panh, regista di un film che a volte faccio vedere nelle quinte (“S21. La macchina di morte dei khmer rossi”, 2007). A pag. 25 scrive: “Dunque ho resistito. E’ per questo che la fine di Primo Levi mi amareggia e mi disturba – sì, la parola può sorprendere ma è la verità. L’idea di quest’uomo, sopravvissuto alla deportazione, autore di un grande libro, Se questo è un uomo, senza dimenticare La tregua e Il sistema periodico, che cinquant’anni dopo si butta dalle scale… E’ come se gli aguzzini l’avessero avuta vinta, malgrado l’amore e malgrado i libri. La loro mano ha attraversato il tempo per completare la distruzione, che continua. La fine di Primo Levi mi spaventa.”
Sono parole che mi hanno colpito e che mi hanno fatto pensare che uno dei modi che ho a disposizione per cercare di arginare quella continua distruzione è obbligarmi ad ascoltare, a leggere le parole di chi ha visto e vissuto: nonostante mi venga la nausea, nonostante mi faccia star male, nonostante mi venga la voglia di chiudere quelle pagine e pensare ad altro. No, voglio pensare proprio a quello.

C’è ancora da fare

Cristicchi-Magazzino-18Ho dato un’occhiata alla programmazione televisiva per vedere cosa ci fosse riguardo all’odierna Giornata del Ricordo. Ho trovato che alle 16.24 su Rai Cinque ci sarà il documentario “Trieste la contesa” e che in tarda serata, anzi, diciamolo pure, di notte, alle 23.50, su Rai Uno andrà in onda “Magazzino 18” di Simone Cristicchi. Metterò in moto il registratore per ricavarne due dvd da utilizzare eventualmente in classe: spesso, infatti, mi trovo a scoprire che si tratta di una pagina di storia che non tutti gli studenti conoscono. Per chi volesse, intanto, rimando a questo video di 45′ circa sul sito di La storia siamo noi.

Vorrei sbrigarmi a uscire dalla vergogna

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Sotto Natale ho letto in un boccone “Tutto torna” di Giulia Carcasi. L’inizio per me è stato fulminante, una scossa perché qualche anno fa ho scritto un breve racconto simile al suo incipit. E mi è tornata in mente Anna, mia nonna, e il pensiero oggi va a lei, lassù…

“Il mio bambino, non trovo il mio bambino,”grida una donna, s’aggrappa a chi passa.

Le chiedono: calma, cos’è successo.

Il bambino vuole camminare senza essere tenuto per mano, certe volte s’impunta così tanto che lei lo lascia fare, ma lo segue con lo sguardo, sta attenta. È stato un attimo, giura, un battito di ciglia e il bambino non c’era più. Maledice se stessa.

Le chiedono com’è fatto, quanti anni ha, come si chiama.

È un bambino sensibile al buio, risponde, come bastasse a riconoscerlo tra mille, di notte vuole la luce accesa sennò non s’addormenta. Gesù, se il bambino sta al buio è capace che impazzisce. Lei ha paura soltanto al pensiero che lui possa averne, nessuno in una vita intera, nessuno potrà arrivare a conoscerlo come lei lo ha conosciuto subito da subito, sentirlo come lei fa. Si piega sulle ginocchia e nello spavento si culla.

Quando vedo la folla intorno e lei al centro, porca puttana penso.

Un poliziotto chiede a tutti di stare indietro: un bambino è stato rapito. Mi faccio avanti e dico quello che devo.

“Questa favola la racconterà in commissariato,” m’interrompe l’agente appena inizio a spiegargli: ha il sospetto che io stia tentando d’intralciare o, addirittura, depistare le indagini.

“I documenti,” vuole, intanto guarda lei e ciecamente le promette giustizia.

“I documenti,” ripete mentre li sto cercando e penso che è assurdo: a un’emozione si crede, la verità ha bisogno di prove.

“Non li trova?” insinua, allora gli domando se anche a lei li ha chiesti.

“Le domande le faccio io,” mette in chiaro il poliziotto: non li ha chiesti.

Da una cartella tiro fuori i documenti, i miei e quelli di lei, l’agente li controlla con la faccia di uno che ha mischiato giorno e notte. “Prenda la signora e se ne vada,” mi avverte: che non accada più, come se lei e io avessimo scelta.

Provo ad alzarla da terra, mi scaccia, io la scacciavo quando voleva tenermi per mano. “Mi lasci”, non si muoverà da quel punto finché non ritrovano suo figlio.

Mi avvicino ancora, le parlo sottovoce, è un segreto nostro: il poliziotto mi ha detto che il bambino è in salvo, lo riporteranno direttamente a casa, dobbiamo andare a casa ad aspettarlo, altrimenti busserà alla porta e non la troverà.

“Dice davvero?”

C’è un istante, ogni volta che non mi riconosce, un tempo minuscolo e immenso in cui anche io dubito di me.

Glielo assicuro e non so se sono sincero o mento o tutt’e due, so che non ci farò mai l’abitudine, mentre lei ride ride e ringrazia il cielo. La prendo sottobraccio, gli altri ci fissano, con lentezza lei si alza e io vorrei sbrigarmi a uscire dalla vergogna. “Su, andiamo, mamma.”

Non mi sono perso e non mi hanno rapito.

Sono cresciuto e lei lo dimentica.