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La luce nello sguardo

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A tredici, a quattordici anni io vivevo prevalentemente per strada. Ogni tanto passavo la notte da qualche amica che abitava in campagna. Invece di dormire, trascorrevamo il tempo sdraiate nei campi, incuranti del freddo, dell’umido, e interrogavamo per ore la volta celeste. Importava qualcosa di noi alle stelle lassù? Il fuoco che ardeva in loro era per noi inimmaginabile: quei piccoli soli dal basso della terra sembravano soltanto dei puntini di ghiaccio. Da qualche parte nello spazio siderale era nascosto il nostro destino? O invece era scritto solo nel nostro cuore? Come sarebbe stata la nostra vita adulta? Avremmo fatto un lavoro che ci piaceva? E avremmo trovato prima o poi il grande amore? E i figli? Quel cielo che, da parte a parte, colmava l’orizzonte era la nostra sfera di cristallo.
Nell’adolescenza la grazia delle domande bussa per l’ultima volta spontaneamente alla porta. In un’epoca di rare distrazioni come quella in cui sono cresciuta, bussava quasi con irruenza. Ora invece deve sgomitare nel frastuono per riuscire a farsi aprire se non una porta, almeno uno spiraglio. Ma sicuramente bussa e continua a bussare e, ai ragazzi che osano porsi in ascolto, offre da subito un dono straordinario – la luce che a un tratto irrompe nello sguardo”.
Susanna Tamaro, Avvenire, 21 novembre 2014

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Tante belle teste

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Essendo insegnante in tutte le cinque classi di un liceo mi rendo conto del percorso e della crescita dei miei studenti ai quali cerco di concorrere ponendo ostacoli e quesiti via via crescenti. Non di rado con i grandi dell’ultimo anno forzo un po’ le cose, oso… ricavando a volte le loro rimostranze “prof, ma è incasinata ‘sta cosa!”. Ecco, in questo passo scritto da Mircea Eliade negli anni’30, si può trovare la ragione di quelle sfide:
Comprendere il senso dell’esistenza è divenuto estremamente raro per un moderno. Comprendere l’uomo o il suo destino è ancora più raro. Tutto questo fa si che ci si chieda se l’intelligenza non abbia funzionato per troppo tempo a vuoto, applicandosi a oggetti accessori o a un numero minore di oggetti di quello che era assolutamente indispensabile. La maggioranza delle persone che ho incontrato si guardavano dall’accogliere tutte le domande che si ponevano loro. La superstizione più pericolosa consiste nell’ignorare certe questioni fondamentali, o nel risolverle automaticamente, con una semplice formula che, a un’analisi più profonda, si dimostra priva di senso.” (Oceanografia, pag.8)
E devo ammettere di essere molto cresciuto grazie alle risposte di quelle belle teste che mi sono passate sotto gli occhi in questi 18 anni… (mamma mia! Sono un prof maggiorenne adesso!!!)

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Gemme n° 239

Quella che propongo è la mia canzone preferita, rilassante, trasmette pace, serenità e fa riflettere sulla differenza tra piccoli e grandi, e tutte le certezze che avevamo da bambini non sono più certezze”. Questa la gemma di I. (classe quinta).
Il testo, da una traduzione trovata on-line, dice: “Ma quando ero più giovane avevo la risposta, devo ammetterlo, ma tutte le mie risposte, adesso che sono più vecchio, si son trasformate in domande…”. Seguono alcune domande, alcune delle quali molto profonde e che potremmo comprendere all’interno delle cosiddette domande esistenziali, quelle cioè che si pongono alla ricerca di un senso. L’esperienza che ho fatto io non è tanto quella di una trasformazione delle risposte in domande, quanto quella di un mutamento delle risposte, influenzate dagli studi, dalle letture e soprattutto dai vissuti. Non nascondo che mi piace sentirmi provocato, non mi dispiace, talvolta, lasciare la terra ferma per nuotare in un mare incerto e sconosciuto verso nuovi approdi.

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Gemme n° 169

Voglio proporre come gemma la canzone «Un senso» di Vasco Rossi, primo perché Vasco lo ascolto da sempre e secondo perché mi piace il testo: rispecchia quello che può pensare un ragazzo come noi, giovane, che si chiede il senso di ciò che capita e si interroga su cosa debba fare nelle diverse situazioni. Penso che il domani arrivi comunque, anche se a volte non se ne trova immediatamente il senso”. Queste le parole di V. (classe quarta).
Afferma Vasco: “La vita è bella se la prendi tutta, mica solo le parti belle. E’ come i film: per arrivare al sublime devi attraversare il dolore o la noia o il casino o le difficoltà. Una volta amavo solo la domenica e odiavo il lunedì. Poi ho capito che se non esistesse il lunedì, non arriverebbe nemmeno la domenica successiva”. Personalmente, il verso che mi fa sempre riflettere è “senti che bel vento”. E’ una delle cose a cui mi affido quando, appunto, non trovo il senso: solo che a quel vento do il nome di Spirito. Qualcuno lo chiama soffio vitale, intuito, coscienza, atman, respiro, angelo, io con significati di volta in volta diversi.

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Domande e risposte

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Prima ero innamorato solo delle risposte, ma da quando ho conosciuto te mi piacciono anche le domande. Credo che le risposte rendano saggi, ma le domande rendono umani.”
(L’amica delle 5½, di Vincente Minnelli, con Yves Montand e Barbra Streisand)

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Il responso del mare

mareUna poesia magnifica sul senso della vita, sulle domande dell’uomo, sui tentativi di risposta. Per godersela appieno suggerisco un po’ di musica di sottofondo. Leggendola mi è venuto in mente questo scatto di qualche anno fa: ero a Lignano tra fine maggio e inizio giugno, nel momento fra due temporali. Il bimbo non so chi sia. Mi sembra ci possa stare.

Sulla riva del mare
deserto notturno,
sta un uomo. L’eterno fanciullo
dal petto ricolmo d’ambascia,
dal cuore gravato di dubbi,
con lugubre voce,
interroga i flutti così:
«O flutti, scioglietemi voi
l’enigma crudele antichissimo,
che nomasi Vita;
l’enigma pe’l quale, da secoli,
invano il cervello si cruciano
dei tristi mortali
le tempie recinte di mitrie
istoriate, di nere
berrette, turbanti e parrucche:
l’enigma sul quale,
grondando sudore, si curvano
a mille, da secoli, ansiose
le fronti mortali!
O flutti, svelatemi voi
l’essenza dell’uomo!
Onde viene? A quale meta s’affanna?
O flutti, chi popola i mondi
che brillano d’oro nel cielo?»
Il mare bisbiglia
la sua sempiterna canzone;
fischia il vento; le nuvole corrono;
inesorabili e fredde,
le stelle sull’arco del cielo
risplendono; e un folle
attende il responso del mare.
(Heinrich Heine, Poesie)

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Vivi ora le domande

Ho scritto altre volte dell’importanza, per l’uomo, di interrogarsi. Ed ecco che, quasi all’inizio del libro “Cose che nessuno sa” di Alessandro D’Avenia, a pagina 30, trovo questa citazione:

“Tu sei così giovane, così al di qua di ogni inizio, e io ti vorrei pregare quanto posso di aver pazienza verso quanto non è ancora risolto nel tuo cuore, e tentare di avere care le domande stesse come stanze serrate e libri scritti in una lingua molto straniera. Non cercare ora risposte che non possono venirti date perché non le potresti vivere. E di questo si tratta: di vivere tutto. Vivi ora le domande. Forse ti avvicinerai così, a poco a poco, senza avvertirlo, a vivere un giorno lontano, la risposta.” (Rainer Maria Rilke, Lettere ad un giovane poeta)

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Lo spirito di domanda

41W7yQLm5zL._SL500_AA300_.jpgSull’onda del post precedente ecco che mi imbatto in queste parole di Paolo De Benedetti nel libro Quale Dio? Una domanda dalla storia:

“Dopo Auschwitz (perché è stata la Shoà a far “ricominciare” la teologia, come afferma Johann B. Metz), la domanda sul male ha assunto molte voci, secondo il credere o il non credere degli interroganti: c’è chi, come Elie Wiesel, si è chiesto dov’era Dio, e chi come Primo Levi, dov’era l’uomo. Se la spiegazione è forse in quel volto divino dal quale la morte ci separa, non per questo Dio ci ha liberati dalla domanda: anzi, vien quasi da pensare che quell’alito insufflato nel primo uomo altro non sia che lo spirito di domanda. E tuttavia non c’è dubbio che anche nelle domande più “aperte”, cioè senza risposta, c’è un progresso rispetto alle certezze precedenti. Soprattutto se si va oltre l’abbaglio di una terminologia ingannevole e di una retorica devota.”

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Di domanda in domanda, di risposta in risposta

Ieri sera ero a giocare in trasferta. La partita è iniziata tardi, siamo andati al tie-break e il domandaPV.jpegfischio finale c’è stato solo a mezzanotte meno un quarto. Arrivato a casa, le mie solite due mele, la lavatrice messa in funzione perché stasera mi serve di nuovo la divisa della squadra, il ghiaccio sul ginocchio, l’adrenalina ancora a mille… Conseguenza: occhi sbarrati davanti alla tv e zero sonno. E così, dopo la parte finale di un’inutile replica calcistica di Francia-Georgia mi sono imbattuto, verso le due, in un’intervista di due anni fa a Massimo Cacciari. Sono rimasto incollato perché era registrata a casa del filosofo veneziano ed ero affascinato dalla quantità di libri presenti in ogni stanza e nei corridoi, il tutto diviso per aree tematiche con scaffali allungati fino al soffitto. Mi è venuta in mente una frase di Maurice Blanchot che mi sono appuntato qualche giorno fa: “donde vengono l’ansia di interrogare, l’alta dignità riconosciuta alla domanda? Domandare significa cercare”. Penso che il domandare sia continuo, come il cercare; ma il fatto che essi non abbiano fine, non implica il non trovare. Il fatto è che ogni domanda con il conseguente tentativo di risposta apre alla domanda successiva. Trovo che sia una delle cose più affascinanti della vita e che sia anche di buon auspicio all’inizio della settimana santa.

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Il nome delle cose

Quello che è successo nella scuola di Newtown è una cosa che lascia senza parole, senza fiato. Ti trovi con la sensazione di non riuscire più a chiamare le cose con il loro nome, come se avessero perso l’identità, come se non appartenessero più alla realtà e fossero collocate al di fuori delle coordinate spazio-temporali. E’ questo il momento decisivo per una persona, quando prova a cercare delle risposte ai suoi interrogativi e fa fatica a trovare la strada che la porti a un approdo, se non sicuro per lo meno per un po’ protetto dalla tempesta. Io le mie risposte le cerco nella relazione con Dio, ben conscio che non sia questa l’unica possibile strada; ma sento che questo è il modo, per me, di cercare di capire anche me stesso anche se spesso sento di avere un grande dolore al nervo sciatico. Cosa c’entra? La risposta in questo breve articolo di Antonio Pitta.

dio, confronto, fede, giacobbe, nome, male, risposte, lotta con dio«Il Popolo d’Israele non pronuncia il Nome di Dio, per rispetto alla sua santità” (Catechesi, 209). Per l’ebreo credente all’origine del nome impronunciabile di Dio c’è l’episodio della lotta tra Giacobbe e l’uomo misterioso presso il guado del fiume Iabbok (Genesi 32,23-33). La lotta è senza tregua: attraversa la notte sino all’alba, quando Giacobbe riesce finalmente ad avere la meglio sul nemico. Allora l’uomo misterioso gli chiede di lasciarlo andare e Giacobbe gli chiede di benedirlo. L’uomo lo benedice e gli cambia il nome: non si chiamerà più “Giacobbe”, ma “Israele” perché ha combattuto con Dio e con gli uomini, sino a prevalere. A questo punto Giacobbe gli chiede il nome, ma l’uomo non risponde e come segno della lotta lo colpisce al nervo sciatico. Nella storia umana sono stati dati molti nomi a Dio, ma quello d’Israele non ha un nome e quando si rivela nella storia della salvezza il suo diventa un nome relazionale che non lo identifica in quanto tale. YHWH è il Tetragramma sacro che non può essere vocalizzato affinché non sia pronunciato ed è reso con “Signore”, “Onnipotente”, il Nome, il Luogo, i Cieli. Gesù ha rivelato il nome di Dio: “Abba, Padre!” (Marco 14,36) e ha insegnato ai discepoli a chiamarlo “Padre nostro…”. Dio è luce e amore sostiene la 1Giovanni 1,5; 4,8. Tuttavia si tratta nuovamente di un nome relazionale e non proprio di persona. L’elenco dei novantanove nomi di Allah nel Corano inizia con Il Misericordioso e si chiude con Il Paziente: tuttavia manca proprio “Padre”, nel timore infondato d’identificarlo con un nome proprio. Ogni persona umana è alla ricerca del Nome, ma più lo cerca più avverte lo stiramento violento del nervo sciatico ed è costretto, come Giacobbe, a zoppicare per tutta la vita. La fede non è possesso del Nome, ma è lotta sino all’alba. Questo vale per chiunque si accosti al Dio dell’Antico e del Nuovo Testamento. Altrimenti si cade nell’idolatria, nella presunzione dell’io di fronte a Dio, mentre si è incapaci persino di stare di fronte a se stessi. «Todo hombre tiene dos/ batallas que pelear!:/ en sueños lucha con Dios;/ y despierto con el mar» … «Da combattere ogni uomo ha due battaglie: con Dio nei sogni, e da sveglio col mare.» (A. Machado).