Gemma n° 1959

“Questa è una foto di circa 10 anni fa scattata in Croazia, l’ultima vacanza fatta insieme ai miei perché poi o per lavoro o per qualche problema di salute non ce ne sono più state. Ancora adesso ricordo di quella vacanza tutti i giorni, tutti i posti visitati e le persone incontrate. Ora vado in vacanza o da solo o con gli amici e sto male per i miei genitori che lavorano tutto l’anno e quelle poche volte che sono a casa non ci vanno. Quest’anno è il loro trentesimo anniversario di matrimonio e mi piacerebbe regalare loro un viaggio.”

Nel film La sedicesima luna il protagonista Ethan Wate afferma: “Sacrificio per molti vuol dire perdita, in un mondo che dice che possiamo avere tutto… ma io credo che il vero sacrificio sia una vittoria, perché richiede una nostra libera scelta per rinunciare a qualcosa o a qualcuno che si ama, per qualcosa o qualcuno che si ama più di se stessi. Non voglio mentirvi, è un rischio. Il sacrificio non allevierà il dolore della perdita ma vincerà la battaglia contro il rancore, il rancore che oscura la luce su tutto ciò che ha davvero valore nella nostra vita.” Sono parole che dedico ai genitori di G. (classe quarta) e anche a G. per il desiderio che ha espresso alla fine.

Gemma n° 1842

“Questi sono i miei gattini. Io sono allergica ai gatti, anche mio padre e mia sorella, mia madre ne è terrorizzata. La quarantena per me personalmente e per la mia famiglia è stato un periodo difficile e ci ha segnati moltissimo tutti. Anche ciò che l’ha seguita, il mio rapporto con la scuola… insomma, un anno disastroso. Un giorno sono tornata a casa e ho trovato un bel gattino che mia mamma mi aveva preso perché mi vedeva sempre più in difficoltà. Ogni volta che torno a casa sono sempre da sola perché i miei lavorano fino a tardi e mia sorella finisce scuola tardi; ora invece non essere da sola e trovarli entrambi mi rende un sacco felice perché mia mamma li ha presi nonostante la sua paura e penso sia una delle cose più belle che abbia fatto per me”.

Questa la gemma di C. (classe quarta). Essere attesi, essere aspettati, essere pensati, essere amati, essere presenti nella mente di qualcuno, sapere che qualcuno è preoccupato o è felice per noi, sapere che qualcuno ha detto una preghiera per noi, essere portati nel cuore da qualcuno. E’ sapere di non essere mai soli.

Gemma n° 1772

“Oggi ho deciso di parlarvi di questa cuffia che ho comprato ai campionati italiani estivi di nuoto pchi mesi fa. Quest’anno purtroppo, a causa del Covid e le numerose restrizioni, è stato abbastanza difficile allenarmi costantemente nella mia disciplina. Ho cominciato a nuotare quando avevo 4 anni e da lì è nata la mia grande passione. Sono già 4 anni che partecipo ai campionati italiani di categoria ma il 2021 è stato un anno particolarmente difficile. Le piscine, per esempio, hanno chiuso per un periodo di tempo e quando hanno riaperto c’era un numero limitato di persone che poteva stare in piscina per questione di spazi e le palestre sono sempre rimaste chiuse, impedendo così il nostro potenziamento fuori dall’acqua. Nonostante tutta la fatica fatta, sono comunque riuscita ad ottenere qualche risultato soddisfacente riuscendo a qualificarmi per Roma 2021. Purtroppo il campionato non è andato come speravo, ma questa cuffia mi fa ricordare la bellissima esperienza che ho vissuto con i miei compagni, il fatto che non ho mollato fino all’ultimo e tutto il duro lavoro che ho svolto durante l’anno per raggiungere il mio obiettivo”. 

Questa è stata la gemma di E. (classe terza). Mi ci è voluto un po’, ma poi sono riuscito a recuperare una frase che attribuivo ad un nuotatore ma non riuscivo a ricordare quale. Si tratta di una frase di Massimiliano Rosolino: “Il nuotatore ha come punto di riferimento i tempi. Il nuoto è uno sport completo che può dare un patrimonio eccezionale ma deve sempre essere vissuto in maniera serena. Il tempo da battere per migliorarsi non deve creare nel bambino ansia da prestazione ma deve essere uno stimolo per impegnarsi ad esprimere il meglio.”

Dare un nome e un cognome

“Che emozione! Che emozione, la mia Trieste… vedervi qui riuniti, è veramente un’emozione grandissima… parlare di mafie in maniera obiettiva, consapevole, e di essere anche io qui, personalmente. Il dolore c’è, ci accompagna quotidianamente, un dolore che non sparisce… impari solamente a conviverci, un dolore che non svanirà finché non ci verrà restituita la verità.” Così ha esordito Silvia Stener, nipote di Eddie Cosina, vittima della strage di via d’Amelio in quanto membro della scorta di Paolo Borsellino. Era presente insieme alle due sorelle di Eddie, Oriana ed Edna, alla plenaria di apertura di Contromafie.

“Io devo dire grazie in particolare al mio papà spirituale, don Luigi (Ciotti, ndr). L’ho incontrato la prima volta nel 2005 o 2006 alla Giornata della Memoria delle vittime di mafia, la prima a cui ho partecipato con la mamma e la zia, e devo dire che è stato veramente liberatorio. Per la prima volta ho pianto, ho pianto davanti a tutti senza vergognarmi e devo dire che mi sono sentita a casa, anche se a chilometri e chilometri dalla vera casa… tutti gli abbracci e l’affetto che ho ricevuti. Soprattutto sono entrata a far parte della famiglia di Libera che accoglie tutti noi, famigliari delle vittime innocenti delle mafie e del dovere; in questi anni ci hanno accompagnati con umiltà, discrezione e tanto affetto, nonché con tantissima pazienza. Ringrazio tutti i ragazzi di Libera, in particolare quelli del Presidio Eddie Cosina di Trieste.

Manca un ragazzo qui, tra noi. Manca Eddie. Aveva trent’anni, ha fatto semplicemente il suo dovere. Ha detto di no due volte alla vita, prendendo il posto del suo collega, sia partendo da Trieste, sia quel giorno del 19 luglio a Palermo, quando era arrivato il suo sostituto e gli disse che avrebbe fatto lui il suo turno così che potesse riposarsi. Io vi voglio lasciare con il messaggio di portare avanti quei valori per cui i nostri ragazzi hanno perso la vita per noi, quei valori che molto spesso la società di oggi ci porta a mettere in secondo piano e a sottovalutare, ma devono essere la base del vivere civile. Quindi, innanzitutto, il senso del dovere, avere il coraggio di fare il proprio dovere e mettere al primo posto il prossimo, piuttosto che noi stessi.

Sono felice anche di essere in un luogo speciale come questo, l’Università: ho detto in più occasioni che quello che desidero, che auspico per la nostra Italia e non solo, visto che il fenomeno mafioso non è una questione meramente italiana, è una sana e buona rivoluzione culturale, che parta dal basso, dai nostri ragazzi, quindi avendo anche il coraggio di parlare nelle scuole di mafie, di legalità. Si parla certe volte anche a sproposito di questi argomenti, bisogna trovare il senso giusto delle parole. E bisogna avere anche il coraggio di dare un nome e un cognome a persone che ci fanno evocare pezzi di storia che invece noi tendiamo a dimenticare.
Quindi, con orgoglio, sono Silvia Stener, nipote di Eddie Walter Max Cosina, agente di scorta del giudice Paolo Borsellino”.

Non ho trattenuto le lacrime.

Gemme n° 489

Ho scelto di portare questo video perché illustra al meglio la mia passione per il motocross. I miei genitori non condividono molto questa mio amore e allora vado a vedere i miei amici. Nel filmato ci sono immagini molto motivanti che fanno anche capire tutto los forzo e la fatica; mi piacciono molto anche la canzone e le parole. E’ uno sport a tutti gli effetti e chi lo pratica prova libertà e felicità.” Così M. (classe quinta) ha presentato la sua gemma.
Il dottor Costa è un medico molto noto agli amanti del motociclismo. Sua è questa frase che bene si addice alla passione trasmessa da M. durante la sua presentazione: “L’amore per la moto riesce, quasi per magia, a liberare l’energia imprigionata nel cuore degli uomini, e a illuminare i sotterranei dell’anima”.

Gemme n° 475

In questo video compaiono dei ballerini che descrivono cosa sia la danza per loro; sono cose che penso anche io, come il fatto che ci siano sacrifici da fare se si vuol diventare bravi. Inoltre, un paio di loro dicono che la danza li ha salvati: lo stesso è stato per me nell’ultimo periodo in cui la danza mi ha aiutato ad essere più serena”. Questa è stata la gemma di G. (classe quinta).
Sono molte le gemme legate alla danza e alla musica. Penso sia dovuto a molteplici motivi e uno di essi a mio avviso è il legame che essi anno con qualcosa di ancestrale nell’uomo. Claude Debussy diceva: “Sono esistiti, ed esistono tuttora, malgrado i disordini che la civiltà reca, piccoli deliziosi popoli che appresero la musica con la semplicità con cui si apprende a respirare. Il loro conservatorio è: il ritmo eterno del mare, il vento tra le foglie, e mille piccoli rumori percepiti con attenzione, senza mai ricorrere a trattati arbitrari. Le loro tradizioni vivono negli antichissimi canti associati alla danza, in cui ciascuno, durante i secoli, ha rievocato il suo rispettoso contributo.”

Gemme n° 461

Ho deciso di portare il mio pattinatore preferito. Il pattinaggio è parte importante della mia vita, è uno sport al quale sono molto affezionata e che seguo molto (sia quello a rotelle che quello sul ghiaccio). Questo è il primo programma di Yuzuru Hanyu dopo un mese difficile dal punto di vista del fisico e della salute e per lui rappresenta un grande riscatto. Mi piace perché è un perfezionista, cerca di essere sempre al meglio e rendere al 100%. Penso che questo dovrebbe essere il pattinaggio: non solo tecnica ma anche eleganza e interpretazione.” Questa è stata la gemma di E. (classe quinta).
Riporto una dichiarazione di Carolina Kostner, che fa eco alla passione trasmessa da E.: “Mi piace l’allenamento, in realtà le gare non mi piacciono tanto… in allenamento mi vesto, mi pettino come voglio, mentre in gara e anche durante gli allenamenti ci sono tutte le persone che ti guardano… però è così, fa parte del gioco… e alla fine è per la gara che si lavora, quindi…”

Gemme n° 447

IMG-20160414-WA0000Mentre mia moglie mi serviva la cena le presi la mano e le dissi: “Devo parlarti”. Lei annuì e mangiò con calma. La osservai e vidi il dolore nei suoi occhi, quel dolore che all’improvviso mi bloccava la bocca. Mi feci coraggio e le dissi: “Voglio il divorzio”.
Lei non sembrò disgustata dalla mia domanda e mi chiese piano: “Perché?”
Quella sera non parlammo più e lei pianse tutta la notte. Io sapevo che lei voleva capire cosa stesse accadendo al nostro matrimonio, ma io non potevo risponderle, aveva perso il mio cuore a causa di un’altra donna: Valentina.
Io ormai non amavo più mia moglie, mi faceva solo tanta pena, mi sentivo in colpa, e per questa ragione sottoscrissi nell’atto di separazione che a lei restasse la casa, l’auto e il 30% del nostro negozio. Lei quando vide l’atto lo strappò in mille pezzi.
Avevamo passato dieci anni della nostra vita insieme e ora eravamo due perfetti estranei.
A me dispiaceva tanto per tutto questo tempo che aveva sprecato insieme a me, per tutte le sue energie, però non potevo farci nulla: io amavo Valentina.
All’improvviso mia moglie cominciò a urlare e a piangere ininterrottamente per sfogare la sua rabbia e la sua delusione, l’idea del divorzio cominciava ad essere realtà.
Il giorno dopo tornai a casa e la incontrai seduta alla scrivania in camera da letto che scriveva, non cenai e mi misi a letto, ero molto stanco dopo una giornata passata con Valentina. Durante la notte mi svegliai e vidi mia moglie sempre lì seduta a scrivere, mi girai e continuai a dormire.
La mattina dopo mia moglie mi presentò le condizioni affinché accettasse la separazione: non voleva la casa, non voleva l’auto tanto meno il negozio, soltanto un mese di preavviso, quel mese che stava per cominciare l’indomani. Inoltre voleva che in quel mese vivessimo come se nulla di tutto questo fosse accaduto.
Il suo ragionamento era semplice : “Nostro figlio in questo mese ha gli esami a scuola e non è giusto distrarlo con i nostri problemi”.
Io fui d’accordo però lei mi fece un’ulteriore richiesta. “Devi ricordarti del giorno in cui ci sposammo, quando mi prendesti in braccio e mi accompagnasti nella nostra camera da letto per la prima volta: in questo mese ogni mattina dovrai prendermi in braccio e portarmi in braccio fino a lasciarmi fuori dalla porta di casa”.
Pensai che avesse perso il cervello, ma acconsentii per non rovinare le vacanze estive a mio figlio e per superare quel momento di tensione in pace.
Raccontai la cosa a Valentina che scoppiò in una fragorosa risata dicendo: “Non importa che trucchi si sta inventando tua moglie: dille che oramai tu sei mio! Se ne faccia una ragione!”.
Era tanto tempo che io e mia moglie non avevamo più intimità, così quando la presi in braccio il primo giorno, eravamo ambedue imbarazzati. Nostro figlio invece camminava dietro di noi applaudendo e dicendo: “Grande papà! Papà ha preso la mamma in braccio!”.
Le sue parole furono come un coltello nel mio cuore. Camminai una decina di metri con mia moglie in braccio. Lei chiuse gli occhi e mi disse a bassa voce: “Non dirgli nulla del divorzio e del nostro accordo, per favore”.
Acconsentii con un cenno, sempre imbarazzato e anche un po’ irritato, e la lasciai sull’uscio. Come ogni mattina lei uscì e andò a prendere l’autobus per recarsi al lavoro.
Il secondo giorno eravamo tutti e due più rilassati, lei si appoggiò al mio petto e potetti sentire il suo profumo sul mio maglione. Mi resi conto che era da tanto tempo che non la guardavo. Mi resi conto che non era più così giovane: qualche ruga, qualche capello bianco. Si notava che portava i segni di un dolore interno. Mi chiesi cosa avessi fatto, come si fosse ridotta così.
Il quarto giorno, prendendola in braccio come ogni mattina, avvertii che l’intimità stava ritornando tra noi: questa era la donna che mi aveva donato dieci anni della sua vita, la sua giovinezza, un figlio. Nei giorni a seguire ci avvicinammo sempre più. Non dissi nulla a Valentina.
Ogni giorno che passava era più facile prendere mia moglie in braccio, e il mese passava velocemente. Ogni giorno che passava la sentivo più leggera.
Una mattina lei stava scegliendo dall’armadio i vestiti: si era provata di tutto, ma nessun indumento le andava bene e lamentandosi disse: “I miei vestiti mi vanno grandi”. In quell’occasione mi resi conto quanto fosse dimagrita in quei giorni. Di colpo realizzai che era entrata in depressione: a causarla erano stati il troppo dolore e la troppa sofferenza, pensai.
Senza accorgermene le toccai i capelli, nostro figlio entrò all’improvviso nella nostra stanza e disse: “Papà, è arrivato il momento di portare la mamma in braccio!”. Per lui quel rito era diventato un momento basilare della sua giornata e della sua vita. Mia moglie abbracciò forte mio figlio ed io girai la testa, ma dentro sentivo un brivido che cambiò il mio modo di vedere il divorzio.
Ormai prenderla in braccio e portarla fuori cominciava ad essere per me come la prima volta che la portai in casa quando ci sposammo. La abbracciai senza muovermi e sentii quanto fosse leggera e delicata. Mi venne da piangere!
Arrivò l’ultimo giorno e aprendomi a lei le dissi: “Non mi ero reso conto di aver perduto l’intimità con te…”.
Mio figlio doveva andare a scuola e io lo accompagnai con la macchina. Mia moglie restò a casa.
Mi diressi verso il posto di lavoro, ma a un certo punto passando davanti alla casa di Valentina mi fermai, scesi e corsi sulle scale. Lei mi aprì la porta
e io le dissi: “Perdonami, ma non voglio più divorziare da mia moglie”.
Lei mi guardò e disse: “Ma sei impazzito?!”.
Io le risposi: “Amo mia moglie. Un periodo di stress, di noia e di routine ci aveva allontanato, ma ora ho capito i veri valori della vita! Dal giorno in cui l’ho portata in braccio mi sono reso conto, osservandola e guardandola, che voglio farlo per il resto della mia vita!”
Valentina pianse, mi tirò uno schiaffo ed entrò in casa sbattendomi la porta in faccia.
Io scesi le scale velocemente, tornai in macchina e mi fermai in un negozio di fiori. Comprai un mazzo di rose per mia moglie. La ragazza del negozio mi chiese: “Cosa scriviamo sul biglietto?”
Le dissi: “Ti prenderò in braccio ogni giorno della mia vita finché morte non ci separi”.
Arrivai di corsa a casa, salii i gradini a due a due ed entrai di corsa, precipitandomi in camera felicissimo e col sorriso sulle labbra.
Trovai mia moglie a terra. Era morta.
Negli ultimi mesi stava lottando contro il cancro e io invece ero occupato a sciupare il mio tempo con Valentina, senza nemmeno accorgermene.
Lei non me lo aveva detto: sapeva che stava per morire e per questo motivo volle un mese di tempo. Sì, un mese… affinché a nostro figlio non rimanesse un cattivo ricordo del nostro matrimonio. Affinché nostro figlio non subisse traumi. Affinché a nostro figlio rimanesse impresso il ricordo di un padre meraviglioso e innamorato della madre.
Lei aveva chiaro quali fossero i dettagli, i semplici dettagli, che contano in una relazione. Non sono la casa, la macchina, i soldi… Queste sono cose effimere che sembrano saldare un’unione e invece possono dividerla. Cerchiamo sempre di mantenere accesa la fiamma, alimentare il matrimonio con giorni felici, ricordando sempre il primo giorno della nostra più bella storia d’amore.
A volte non diamo il giusto valore a ciò che abbiamo fino a quando non lo perdiamo. A volte capiamo il valore delle cose solo quando le abbiamo perdute.
Ho scelto questo brano per la storia, per il coraggio della donna e per la fermezza dell’ultimo mese di vita; penso sia un modello da imitare. Poi, riprende la storia di una mia familiare che fino in fondo ha vissuto col sorriso, nonostante avesse un grosso problema”. Così (qui la fonte) C. (classe terza) ha presentato la propria gemma.
Sono molti gli aspetti messi in luce da questo testo. Mi soffermo sull’importanza della quotidianità. Qui si parla di chi riscopre gesti, sensazioni ed emozioni che col tempo aveva dimenticato; porvi attenzione mentre li si sta vivendo non è facile ed è così che si inizia a darli per scontati. Esercitarsi alla lettura della bellezza nel quotidiano non è facile ma, penso, fortemente arricchente.

Gemme n° 434

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Ecco le mie prime punte di danza. Rappresentano una grande passione, iniziata quando avevo 6 anni: sono state un piccolo traguardo. Le ho potute mettere dopo anni di prove e fatica. Già da subito volevo dare il massimo per arrivare a indossarle: sono il frutto di fatica e determinazione. Ora cerco sempre di dare il massimo e di immedesimarmi nei vari ruoli che interpreto.” Queste le parole di N. (classe seconda).
Uno degli ultimi allenatori della nazionale di calcio non ha terminato bene la propria esperienza in azzurro, eppure era stato uno dei più apprezzati per la sua umanità. Mi sto riferendo Cesare Prandelli, che ha affermato: “La pratica sportiva è un microcosmo della vita fatto di sacrifici, applicazione nel lavoro, rispetto delle regole, successi e delusioni. Ma è soprattutto un modo sano di intendere la vita, a prescindere dai risultati che ciascuno può ottenere.”

Gemme n° 433

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Ho portato la maglietta di un grande capitano che ora si è ritirato dal calcio giocato. Per me è un mito, magari non dotato di un grandissimo talento per il calcio, ma un giocatore che ha sempre messo tantissima grinta senza mai mollare; è stato un campione sempre costante negli allenamenti, e sempre pronto a fare di tutto per la squadra. Mi ispira e mi porta a non mollare mai; penso che cercando di fare sempre qualcosa di più, allenamento dopo allenamento, i risultati arrivino. Il calcio per me è tanto. Anche il numero di maglia mi piace.” Questa è stata la gemma di M. (classe seconda).
Riporto quello che il giornalista sportivo Luigi Garlando ha scritto nel 2013 sulla Gazzetta: “Javier Zanetti è una figurina che ogni padre metterebbe in mano al proprio figlio come un santino, a prescindere dal campanile del tifo: gioca come lui, comportati come lui. Il capitano nerazzurro è da anni una stella polare indicata ai giovani che si incamminano nello sport. La sua lezione più preziosa è la dignitosa accettazione della sconfitta e l’orgoglioso sforzo per ripartire. Una lezione straordinariamente moderna oggi che ai ragazzi si insegna altro: che la sconfitta è la spia del fallimento, da evitare in tutti i modi, e non un passaggio naturale e istruttivo per migliorarsi.”

Gemme n° 407

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Il body che ho portato è legato a due ricordi: la ginnastica e gli europei giovanili in Svezia. Pratico ginnastica da quando avevo due anni e mezzo, e mi ci sono avvicinata seguendo alcune compagne di asilo. Me ne sono innamorata subito, non mi sono mai stufata (sì, ho attraversato dei periodi no ma sono la minoranza), ho fatto sacrifici e sforzi e penso sia il miglior sport di sempre (mi alleno anche di sabato e sento di fare la cosa giusta). Il body l’ho preso nell’estate del 2014 quando sono andata in Svezia. Appena arrivata là l’ho visto e me ne sono innamorata subito ma poi l’ho comprato solo l’ultimo giorno: mi ha sempre portato fortuna ed è il primo che ho scelto io”. Così G. (classe seconda) ha presentato la sua gemma.
C’è uno sportivo che ha pagato un prezzo molto caro a una delle sue passioni, ma che non per questo si è fermato, anzi è come se avesse tratto dal suo incidente ulteriore forza, Alex Zanardi. Afferma: “E’ importante lavorare assaporando il gusto di ciò che fai. Il sacrificio passa inosservato se fai le cose con slancio ed entusiasmo.”

Gemme n° 406

Ho portato come gemma il discorso di Al Pacino nel film “Ogni maledetta domenica”. Mi trasmette una grande carica e mi dà la voglia di correre, di giocare, di lottare”. Questa la gemma di S. (classe seconda).
Adoro Al Pacino, adoro i suoi film. Mi soffermo su una piccola parte del discorso fatto alla squadra: “i centimetri che ci servono sono dappertutto, sono intorno a noi, ce ne sono in ogni break della partita, ad ogni minuto, ad ogni secondo”. Mi ha sempre colpito questa frase: non aspettiamo la grande occasione, non aspettiamo la finale per dare il meglio di noi stessi… Ogni situazione è quella buona…

Gemme n° 399

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Ho portato come gemma due foto che sono molto importanti perché segnano l’inizio e l’attuale punto d’arrivo del mio percorso scout. Nella prima sono nelle coccinelle al primo volo estivo (3-4 giorni in montagna). La ragazza in alto era la capo che ci ha regalato la foto perché lei sarebbe andata via. La seconda foto è con la squadriglia la scorsa estate durante il campo. La squadriglia è per me fondamentale perché siamo come delle vere sorelle: non ci sono segreti, ci raccontiamo tutto, si passa tutto il tempo insieme, si cresce molto (ci sono molti litigi durante questi giorni; nei primi 4 anni, ad esempio ho litigato molto con la caposquadriglia, ma mi ricordo anche i momenti indimenticabili soprattutto nell’ultimo anno in cui invece abbiamo legato tanto). Le amicizie che si sono formate sono tra le più profonde e importanti che ho; abbiamo affrontato insieme i problemi aiutandoci nelle difficoltà, anche nel semplice fatto di rispettare gli impegni del sabato e della domenica. Quest’anno l’ho iniziato con tanta gioia ed entusiasmo e un po’ mi dispiace passare nel gruppo più grande il prossimo anno. Ho anche portato una canzone dei The Sun. Sabato sera ero alla loro testimonianza-concerto. Sono in 4 e 2 di loro hanno fatto un percorso difficoltoso senza vedere il senso del limite. Il leader ha avuto grande cambiamento frequentando la chiesa e ha testimoniato la sua esperienza; gli altri hanno deciso di aiutarlo. La canzone è “Strada in salita”, e soprattutto il ritornello mi ha colpito: “Voglio un sogno e voglio un senso, voglio una partita che mi faccia dare il meglio, che questa vita sia la mia strada in salita, che mi possa guidare in ciò che amo e così sia”. Uno che dice così è molto forte e va contro corrente rispetto ad un mondo che propone un modello di strada semplice e comoda.” Questa è stata la gemma di E. (classe seconda).
Stamattina stavo prendendo il caffè nel bar della scuola e stavo parlando con Valentina, che ci lavora. Ci siamo messi a parlare di una nostra passione condivisa, la pallavolo e di quanto siano in crisi, rispetto al passato, gli sport… “E’ che” abbiamo concordato ad un certo punto, “lo sport è sacrificio”. La dimensione del sacrificio mi fa assaporare in maniera diversa il risultato finale, sconfitta o vittoria che sia. Ne ho vinte e ne ho perse di partite, ma ci sono sconfitte che hanno più sapore di alcune vittorie perché la lotta è stata dura e ho lottato dando il meglio di me. “Ogni giorno della vita è unico, ma abbiamo bisogno che accada qualcosa che ci tocchi per ricordarcelo. Non importa se otteniamo dei risultati o meno, se facciamo bella figura o no, in fin dei conti l’essenziale, per la maggior parte di noi, è qualcosa che non si vede, ma si percepisce nel cuore.” (Aruki Murakami)

Gemme n° 328

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Si è avvicinata alla cattedra con una busta in mano L. (classe terza): “Ho portato la lettera di una persona speciale; non voglio leggerla tutta per rispetto nei suoi confronti. Ne riporto solo l’ultima frase, che poi non è sua: “per aspera ad astra”. Quando sono giù la leggo e capisco che non è sbagliato essere in quella condizione, ma può essere necessario per arrivare a un buon risultato; talvolta i sacrifici sono necessari.”
Ultimamente sto leggendo alcune cose di Rainer Maria Rilke e ieri sera mi sono imbattuto proprio in questa frase: “Quando mai si pretenderebbe da un cigno una delle prove destinate al leone? In che modo un brano del destino di un pesce si inserirebbe nel mondo del pipistrello? Pertanto fin da bambino credo di aver pregato soltanto per la mia difficoltà, che mi fosse concessa la mia e non, per errore, quella del falegname, o del cocchiere, o del soldato, perché nella mia difficoltà voglio riconoscermi.”

Le 12 tesi di Spong. 3

Pubblico la terza tesi di John Shelby Spong. Qui la cornice di inquadramento del suo lavoro e qui la fonte.

Il racconto biblico di una creazione perfetta e compiuta dalla quale noi, gli esseri umani, “siamo caduti” con il peccato originale è mitologia pre-darwiniana e non ha più senso.
(…). Questo mito delle origini includeva cinque grandi principi. Primo, si sono affermate la bontà e la peccato-originaleperfezione originali della creazione. Secondo, è stato l’atto umano di disobbedienza a provocare la caduta dall’opera perfetta di Dio, finendo per prendere il nome di “peccato originale”. (…). Terzo, si è narrata la storia di Gesù in termini di riscatto offerto da Dio per salvare dalla caduta un’umanità peccaminosa e un mondo peccaminoso. Il mito suggeriva che Gesù avesse realizzato tale proposito pagando il “prezzo” reclamato da Dio e assumendo il castigo, castigo che gli esseri umani meritavano in quanto peccatori. Questo atto di redenzione è stato compiuto mediante quello che è stato chiamato “il sacrificio della croce”. Da questa prospettiva teologica del IV secolo sono derivate le parole “Gesù è morto per i miei peccati”, che in un tempo relativamente breve sono diventate un autentico “mantra” cristiano. (…). Il nostro peccato è stato presentato come la causa e come la ragione della sofferenza di Gesù. Così, la colpa è diventata moneta di scambio nel cristianesimo. La salvezza veniva dal riconoscere che la sofferenza e la morte di Gesù per noi si erano prodotte perché Dio, nella persona di suo figlio, aveva assunto il castigo meritato da noi esseri umani.
Si è stabilito il battesimo come forma sacramentale con cui lavare il “peccato originale” di chi è appena nato. (…). L’eucarestia cristiana era il cibo che permetteva di assaporare per la prima volta il regno di Dio. La fede nella resurrezione significava che Gesù aveva vinto la morte dando compimento al castigo reclamato da Dio per il peccato di Adamo che aveva stravolto il mondo perfetto di Dio. (…). Infine, ci è stato insegnato che con il sacrificio della vita di Gesù noi esseri umani siamo stati ristabiliti nella nostra perfezione originaria e che la vita eterna è il culmine della nostra restaurazione. Questo quadro teologico è diventato così forte nella teologia cristiana (…) da impadronirsi di ogni aspetto del messaggio cristiano. (…). Questo quadro teologico ha prodotto anche cose terribili che per secoli non si sono colte. Ha trasformato Dio in un mostro che non sa perdonare. Lo ha dipinto come qualcuno che richiede un sacrificio umano e un’offerta di sangue prima di offrire il proprio perdono. (…). In secondo luogo, questa teologia ha reso Gesù una vittima cronica (…), in quanto i ripetuti peccati degli esseri umani esigono continuamente la sua sofferenza e la sua morte. (…). In terzo luogo, questa teologia ci ha oppresso con uno schiacciante e anche malato senso di colpa. (…). Un’analisi di questi temi, arrivati a costituire quella che abbiamo chiamato “teologia dell’espiazione”, ci convincerà rapidamente del fatto che questo modo di intendere Gesù e il racconto cristiano è distruttivo e contrario alla vita. (…).
Peccato-originale (1)La teologia dell’espiazione assume una teoria sulle origini della vita che, nel mondo astrofisico o biologico, oggi nessuno accetta. È dimostrabile che la premessa da cui parte è falsa. Da quando Charles Darwin pubblicò la sua opera a metà del XIX secolo, sappiamo che non vi è mai stata una perfezione originaria. La vita umana è, piuttosto, il prodotto di un viaggio biologico partito da semplici cellule apparse 3.800 milioni di anni fa. (…). Da 100-80 milioni di anni fa fino a circa 65, i rettili furono i signori del pianeta. (…). Sulla Terra, il dinosauro non aveva eguali e, pertanto, non aveva nemici. Tuttavia, un qualche tipo di disastro naturale colpì il pianeta circa 65 milioni di anni fa e (…) provocò un cambiamento nel clima che avrebbe condotto all’estinzione dei dinosauri e aperto la porta ai mammiferi, dando il via alla loro scalata verso il predominio. Da questi animali dal sangue caldo e vivipari emerse infine la linea dei primati, creature simili agli umani. E questo avvenne circa 4 o 5 milioni di anni fa. In questo tempo, il cervello di tali creature si ingrandì, la mandibola si ritrasse, scese la laringe, si sviluppò la capacità di parlare e, infine, queste creature attraversarono la grande linea divisoria, passando dalla semplice coscienza all’autocoscienza.
Ora, questa creatura era cosciente della propria separazione rispetto alla natura. E assunse anche la propria mortalità. Iniziò a pensare anticipatamente alla propria morte, maturando una sorta di inquietudine esistenziale cronica che nessun animale aveva conosciuto prima. Le inquietudini dell’autocoscienza erano così forti da indurre questa creatura a sviluppare meccanismi di difesa. La religione fu uno di questi. (…).
Tuttavia, nella misura in cui questa creatura umana acquisiva una maggiore conoscenza rispetto alle origini dell’universo, diventava chiaro che non c’era mai stata una perfezione originaria e che la creazione è un processo continuo, mai compiuto. (…). Nulla di ciò che ha a che vedere con la vita è statico. Non c’è mai stato nulla di statico riguardo alla vita e mai ci sarà. (…).
Vediamo ora quello che tali scoperte significano per la nostra comprensione del cristianesimo.
Se non c’è stata una perfezione originaria, non ha potuto esserci una caduta da questa nel peccato. Ciò significa che l’idea del “peccato originale” è semplicemente sbagliata. (…). Se non c’è stato peccato originale, neppure c’era necessità di qualcuno che salvasse da questo peccato o che riscattasse dalla caduta. (…). Improvvisamente, tutto il quadro che per secoli aveva configurato le basi del racconto cristiano è crollato. (…). Pertanto, non possiamo più pretendere di continuare a presentare con questi concetti il racconto cristiano nel nostro mondo contemporaneo. Semplicemente, non funziona. Allora, per molti, la domanda è: possiamo continuare a raccontare la storia di Cristo in qualche modo? Possiamo distinguere tra la realtà di Cristo e il quadro interpretativo del passato nel quale questa realtà è stata colta, e anche così trovare in Lui qualcosa che parla alla nostra umanità e la rende migliore? (…).
Le vecchie parole non ci condurranno mai a queste mete. (…). La ricerca di nuove parole con cui presentare il nostro racconto deve diventare il compito principale della Chiesa cristiana nel nostro tempo. Se non assumiamo questi cambiamenti, non ci sarà speranza di un futuro per il cristianesimo. (…). La salvezza del cristianesimo merita lo sforzo e il costo? Credo di sì. L’appello a una riforma radicale è la sfida a cui la nostra generazione deve rispondere. Comincerà con una nuova comprensione di ciò che significa essere umani. Non siamo peccatori caduti, siamo esseri umani incompleti. Non abbiamo bisogno di essere salvati dal peccato, abbiamo bisogno della forza per accogliere la vita in una forma nuova.”

Gemme n° 118

So che questa canzone è già stata presentata come gemma in un’altra classe, ma mi ha colpito il testo. Ho voluto contestualizzarlo all’interno dei miei rapporti di amicizia: farei di tutto per i miei amici e loro per me. E poi penso sia fondamentale raggiungere un obiettivo e farei di tutto per centrarlo.” Ecco il commento di E. (classe seconda) alla canzone di Marco Mengoni. Questa volta gli abbino una delle canzoni più famose di Franco Battiato, anch’essa incentrata sulla dedicazione di sé ad un’altra persona.

Gemma n° 99

Questa canzone è la mia gemma: non è la mia preferita e non la ascolto spesso, ma è importante perché mi rimanda a momento preciso, quando ho vinto il campionato con la mia squadra, dove gioco fin dall’inizio. Non è una squadra grande, però ci sono molto legato perché è la squadra del mio paese; avrei potuto andare via, ma non ho voluto. Considero i miei compagni come dei fratelli. In questi anni sono anche stato preso in giro perché ho scelto di restare a giocare in una “squadretta”, ma mi sono sempre trovato bene. Mi ero ripromesso di mettere a tacere tutti, soprattutto gli ex compagni che avevano sputato nel piatto in cui avevano mangiato. Dopo tre anni siamo riusciti a vincere. In questa canzone, nel ritornello c’è qualcosa di importante: il lavoro duro, vedere negli altri lo stesso tuo obiettivo. «E ci hanno detto che non saremo mai stati in grado di farcela. Ma ci siamo messi in cammino».” Così M. (classe terza) ha voluto presentare la propria gemma.

Nella seconda strofa della canzone i Linkin Park raccontano la difficoltà prima di prendere la decisione di darsi da fare e poi il momento risolutivo: “Quando tutto questo è cominciato eravamo costantemente rifiutati e sembrava che non avremmo potuto fare nulla per essere rispettati. Nel migliore dei casi, eravamo presi di mira. Al peggio si è detto probabilmente che siamo patetici. Avevo tutti i pezzi del puzzle e solo il modo di collegarli. Combattevo con ogni verso, rafforzando ogni rima senza mai smettere di chiedermi se fossi fuori di testa. E alla fine è arrivato il momento di farlo o lasciar perdere. Quindi abbiamo messo le carte in tavola e detto che era ora di prendere in mano la situazione”. Sembra di ascoltare la parte finale de “La linea d’ombra” di Jovanotti che abbiamo ascoltato in classe poco dopo: “domani andrò giù al porto e gli dirò che sono pronto a partire, getterò i bagagli in mare studierò le carte e aspetterò di sapere per dove si parte, quando si parte e quando passerà il monsone dirò “levate l’ancora, diritta, avanti tutta, questa è la rotta, questa è la direzione, questa è la decisione””.

Gemme n° 92

La mia gemma è mia madre” ha detto C. (classe quinta). “E’ la persona per me più importante, è il mio voceesempio. Da piccola ho avuto la leucemia e i ricordi di quel periodo sono legati a lei. Ho il registratore della bambola che usavo quella volta: l’ho trovato qualche mese fa e mia madre si è commossa a sentirne la voce. Ne è anche nato un gioco, il bacio nell’orecchia per far ridere una persona”.
Nicolás Gómez Dávila afferma: “L’uomo primitivo trasforma gli oggetti in soggetti, quello moderno i soggetti in oggetti. Possiamo supporre che il primo si illuda, ma sappiamo con certezza che il secondo si sbaglia”. Penso che sia bello che a volte ci leghiamo a piccoli oggetti insignificanti agli occhi dei più, ma profondamente significativi per pochi: sottendono relazioni, emozioni, pensieri, immagini che bazzicano i luoghi della memoria e gli angoli del cuore.

Gemme n° 68

Questo video rispecchia la mia passione: la danza. Ma mostra anche un’altra cosa fondamentale: l’importanza dell’amicizia. Le due protagoniste sono cresciute insieme, condividendo molte esperienze e anche se una delle due se n’è andata, ha combattuto strenuamente per la sua passione. Penso che ognuno ne abbia una e debba viverla fino in fondo.”
Le parole di C. (classe quinta) si sono soffermate sul termine passione. Mi ha sempre colpito il legame, presente in questo termine, tra la sofferenza del patire e la travolgente forza del trasporto che si può provare per qualcuno o qualcosa. In una sua canzone poco nota (“Passionalità”) Mario Lavezzi canta così: “Tradito umiliato lasciato, offeso e mortificato, ma molto peggio ignorato; col cuore spezzato ma sicuro di aver amato anche se non ricambiato, consapevole di aver vissuto una passione che rivivrei”.

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