Gemma n° 2022

“Il primo video l’ho portato perché mi ritrovo nelle parole di Rkomi. L’album è uscito il 30 aprile dell’anno scorso e l’ho ascoltato spesso; tutti i video sono canzoni con altri artisti mentre lui è al volante. Mi rispecchio nella sua musica ed è come se mi lasciassi guidare da lui. Alla fine dice che lo scopo nella vita non è pensare solo a se stesso ma anche agli altri, è come se stesse pensando a me, a chi ascolta la sua musica.

La seconda canzone definisce un po’ l’amico che vorrei e che magari avevo in passato e che ora non  ho più per vari motivi o proprio perché il colore che vedeva lui non era quello che vedevo anch’io. Mi è sempre mancato un amico con cui sfogarmi, rispecchiarmi, dire tutti i miei problemi, essere me stesso al 100%. Infatti mi ritrovo molto anche nel titolo Amico dove sei?

L’ultima canzone mi serve per definire un po’ la mia visione del mondo di oggi, secondo me veramente rovinato dai social. Riconoscendo di esserne vittima, cerco di allontanarmi dai social perché constato che rovinano tante amicizie e identità. Spesso si preferisce stare sui social che viversi la vita al di fuori. Mi rispecchio nel video e mi emoziono molto ogni volta: mi fa riflettere una parte del testo, quella che fa: “la gente come me morirà da sola”. Difatti il bambino fino alla fine rimane solo e anche la ragazza muore da sola senza essere ricordata”.

Che casualità! L’ultima gemma di quest’anno scolastico porta il numero dell’anno in cui siamo. Se l’avessi voluta questa coincidenza non sarei riuscito ad ottenerla. E questa proposta da G. (classe terza) è una gemma densa, offre tanti spunti di approfondimento. Ne scelgo uno dal primo video proposto. Le ultime parole di Rkomi sono “Uno dovrebbe cercare di avvicinarsi alle altre persone”. Ebbene, ieri sera stavo rileggendo alcune parole di don Pierluigi Di Piazza, da poco scomparso. Le riporto perché le trovo attinenti a questo “avvicinarsi alle altre persone”.“… Gesù, nel suo modo di vivere, non insegna una dottrina, ma un modo di essere, di relazionarsi. E lo fa certamente con le parole, ma soprattutto con i suoi gesti nel rapporto con le persone. E quando qualcuno gli chiede chi è il prossimo e cosa ognuno di noi deve fare per vivere da uomo di fede, per salvare e per salvarsi, lui racconta quella storia straordinaria che è la parabola del samaritano, in cui quello che conta è la compassione di uno straniero che si china su uno sconosciuto, ferito e abbandonato lungo la strada, perché è mosso a compassione dai suoi gemiti e dalle sue sofferenze. E la compassione lo porta a prendersi cura di quella persona, mentre prima il sacerdote del tempio era passato e aveva guardato dall’altra parte, e la stessa cosa aveva fatto il levita, l’inserviente del tempio. A me ha sempre colpito molto la laicità di questa parabola, perché non vi si nomina mai la fede, non si nomina mai Dio, ma è come se si dicesse che dove un uomo aiuta un altro uomo lì c’è già la presenza di Dio. Senza nominarlo, Dio è presente” (Accoglienza Giustizia Pace. Commenti ai Vangeli di Pierluigi Di Piazza, 2008). Sono parole che muovono le mie emozioni, i miei pensieri e mi determinano ad agire.

Credere ancora nelle persone

Prendersi cura, sentire i dolori degli altri come dolori propri, fare un pezzo di strada con l’altro nel senso di condividerne le sorti, le avventure fino a provare le stesse emozioni, o quantomeno intuirle.

Mi sono venuti in mente due personaggi biblici ascoltando la canzone “Luce” cantata da Fiorella Mannoia e scritta da Luca Barbarossa: il samaritano che si preoccupa in maniera sovrabbondante del malcapitato che incontra per strada (“Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n’ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno.” Lc 10, 33-35) e il giovane ricco (“Il giovane gli disse: «Ho sempre osservato tutte queste cose; che mi manca ancora?». Gli disse Gesù: «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi».” Mt 16, 20-21). Quello che fa Gesù è evidenziare due modi di essere in sintonia con gli altri per riuscire a sentire come propri i figli degli altri, le loro ferite come il proprio dolore, la loro terra come la propria perché ogni vita merita amore. “Fa’ che non sia una follia credere ancora nelle persone… fa’ che non si perda tutto questo amore”.

Non c’è figlio che non sia mio figlio, né ferita di cui non sento il dolore,

non c’è terra che non sia la mia terra e non c’è vita che non meriti amore.

Mi commuovono ancora i sorrisi e le stelle nelle notti d’estate,

i silenzi della gente che parte e tutte queste strade.

Fa’ che non sia soltanto mia questa illusione

fa’ che non sia una follia credere ancora nelle persone.

Luce, luce dei miei occhi dove sei finita, lascia che ti guardi, dolce margherita.

Prendi la tua strada e cerca le parole, fa’ che non si perda tutto questo amore, tutto questo amore.

Non c’è voce che non sia la mia voce, né ingiustizia di cui non porto l’offesa,

non c’è pace che non sia la mia pace e non c’è guerra che non abbia una scusa,

non c’è figlio che non sia mio figlio, né speranza di cui non sento il calore,

non c’è rotta che non abbia una stella e non c’è amore che non invochi amore.

Luce, luce dei miei occhi vestiti di seta, lascia che ti guardi, dolce margherita.

Prendi la tua strada e cerca le parole, fa’ che non si perda tutto questo amore.

Luce, luce dei miei occhi dove sei finita, lascia che ti guardi, dolce margherita.

Prendi la tua strada e cerca le parole, fa’ che non si perda tutto questo amore, tutto questo amore.