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Tema

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Capo chino sul foglio, non più di dieci centimetri tra gli occhi e il banco. La schiena fa un arco che a quell’età non offre la rigidità dei miei anta. Le narici di tanto in tanto si muovono ad annusare la leggera fragranza di violetta che esce dalla penna colorata: “Prof, posso scrivere in viola? o devo ricopiare con una penna normale in bella copia?”. Odiavo copiare i temi. Al triennio del liceo cercavo sempre il buonalaprima: un’unica versione dei miei pensieri senza dover passare attraverso la forzatura della trascrizione. Che poi capitava sempre di modificare qualcosa che pareva migliorare le cose, e invece…

I lunghi capelli non sono raccolti in una coda, parte scende sulle spalle, parte si adagia sul banco. Le labbra si muovono ad accompagnare le parole: sussurri che spingono il movimento della mano sul foglio. Piccole rughe, che a quell’età possono solo essere grafia di concentrazione, si formano sulla fronte. Come ti sei addormentata ieri sera? Come ti sei svegliata stamattina? Non so se la mente e il cuore siano leggeri o pesanti, se hanno ali capaci di sollevarti l’anima al cielo o se hanno ancore che te la inchiodano alla terra.

Gli occhi si muovono veloci e spaziano: il foglio, la parola appena scritta, il banco, lo smalto sulle unghie, il muro, una compagna, me, il mondo fuori, la parola ancora da scrivere, il proprio riflesso sullo schermo dello smartphone. Cercano, afferrano, studiano, scoprono, leggono, indagano, mangiano, amano, scelgono, escludono, capiscono, illuminano. Dove li poserai domani?

La mano si stacca dalla carta e stende un appunto veloce sul banco, servirà più tardi, quando le veloci parole dell’immediato lasceranno spazio alla lentezza del pensiero. Poco dopo gli passi sopra la gomma e soffi sui rimasugli, resti di un pensiero fugace.

“Prof, posso scrivere in matita?”. Sì. Il sibilo della mina che si accorcia lasciando la grafite sul foglio: ti dona quello che ha di più caro, la sua anima, consumandola. Quali saranno i tuoi fogli bianchi?

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Ex cathedra

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Non serve traduzione, vero?

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Scorci di cielo 013 fb

E’ un titolo che non attira, che non cattura, quello che ho scelto per questo post. Ma chi frequenta il Liceo dove insegno, capisce.
Domani quinta ora, lunedì prima, mercoledì seconda, giovedì terza. Preferirei non arrivassero. Ci sono alcuni momenti nel mio mestiere che non mi piacciono proprio, anzi, che mi fanno male: quell’Arrivederci mormorato l’ultima volta che esco da una quinta e che invece so bene essere un Addio. E’ senz’altro un momento ricco anche di soddisfazioni, di immagini legate ai cinque anni passati insieme, ai cambiamenti, loro e miei. Mi capita spesso di ripensare alle prime lezioni, nel febbraio del 1998 alle scuole medie di Latisana: tutto preparato nei minimi dettagli, al minuto, persino quando fare una battuta… nulla lasciato al caso… tutto sotto controllo e ben poco naturale, col terrore che qualche alunno alzasse la mano per fare una domanda. Ripenso con un sentimento di tenerezza a quel che sono stato. Ma tornando a quelle quattro ore che mi aspettano, e a tutte le altre volte di questi anni, in quell’attimo in cui do le spalle alla classe ed esco, sento la mancanza di un rapporto che si è costruito; e più avanti vanno gli anni, più è forte quel sentimento che diventa immediatamente nostalgia. E’ vero, dico “arrivederci”: ci si vedrà ancora, durante gli esami, dopo gli esami, in giro, su fb… Ma non posso negare di sentire che è anche un addio a quella classe e a quel gruppo; e ciò indipendentemente dal fatto che siano stati uniti o meno tra loro. E’ semplicemente qualcosa che non ci sarà più e che avverto come qualcosa di mio e che trovo difficile spiegare. Vero, bellissimo, stimolante e affascinante vederli crescere e diventare adulti, però la nostalgia resta. Chi saranno nella loro vita? Chi decideranno di essere? Saranno felici? Realizzeranno le loro aspettative? Faccio un respiro profondo e li accarezzo tutti col pensiero: “Arrivederci”.

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Ultima fila

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Siedo in ultima fila per non farmi beccare.
Siedo in prima fila perché tanto i prof tengono d’occhio solo quelli in fondo.
Siedo in mezzo perché è comunque la posizione più comoda: non partono mai da lì per chiedere qualcosa.
Ricordo con piacere gli insegnanti che mi hanno collocato semplicemente davanti ai loro occhi e nei loro pensieri; la posizione che assumevo in classe non aveva alcuna importanza. Contava la mia posizione nella loro attenzione.

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Sfide

Premessa: in questo breve post userò il genere maschile come genere neutro.

Martedì mattina un collega mi avvicina “Sai, mi sono molto arrabbiato con XX l’altro giorno. E’ stato molto scorretto. Vedi se riesci a parlarci tu”. Oggi ho parlato con XX: “Cos’è successo con il prof ZZ? Era arrabbiatissimo!”. Mi risponde XX: “Sì, lo so prof, ho già chiarito: ho chiesto scusa perché a un adulto non posso rivolgermi così. Però sono stato offeso e lì non c’ho visto più…”.

La sfida dell’essere adulti coerentemente: per studenti e insegnanti.

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