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Gemme n° 457

Ho deciso di portare questa sequenza perché mi piace molto “Il signore degli anelli” e questa è la mia scena preferita: è un momento di sconforto, i protagonisti non sanno perché sono lì, non trovano un senso. Penso che capiti a tutti un momento del genere. Allora penso sia importante sapere che questi momenti passano e che bisogna tenere sempre presenti propri obiettivi e seguirli, perché alla fine ne vale la pena”. Questa è stata la gemma di G. (classe quarta).
C’è del buono in questo mondo, padron Frodo”: cercare di pensare in modo positivo anche nelle avversità non è cosa facile. C’è una frase di Etty Hillesum che mi porto nel cuore: “Fiorire e dar frutti in qualunque terreno si sia piantati – non potrebbe essere questa l’idea?”.

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C’è del buono

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Non so se nei prossimi giorni aggiornerò il blog. In alcuni periodi dell’anno stacco un po’. Mi piace l’idea di lasciare questa breve riflessione-citazione-abbinamento per questi giorni che precedono e poi seguono la Pasqua.
Sam: «È come nelle grandi storie, padron Frodo, quelle che contano davvero, erano piene di oscurità e pericolo, e a volte non volevi sapere il finale, perché come poteva esserci un finale allegro, come poteva il mondo tornare com’era dopo che erano successe tante cose brutte; ma alla fine è solo una cosa passeggera, quest’ombra, anche l’oscurità deve passare, arriverà un nuovo giorno, e quando il sole splenderà, sarà ancora più luminoso. Quelle erano le storie che ti restavano dentro, anche se eri troppo piccolo per capire il perché, ma credo, padron Frodo, di capire ora, adesso so: le persone di quelle storie avevano molte occasioni di tornare indietro e non l’hanno fatto; andavano avanti, perché loro erano aggrappati a qualcosa». Frodo: «Noi a cosa siamo aggrappati Sam?». Sam: «C’è del buono in questo mondo, padron Frodo: è giusto combattere per questo!»” (‘Il Signore degli anelli – Le due torri’).
Quella narrata da J. R. R. Tolkien è una storia inventata. Leggendo questo passo mi sono venute però alla mente le parole di una pensatrice che ha vissuto realmente e di cui ho scritto già diverse volte sul blog. Etty Hillesum, da perseguitata, afferma: “La barbarie nazista risveglia lo stesso tipo di barbarie in noi […]. Dobbiamo respingere quella barbarie da noi stessi, non dobbiamo coltivare l’odio interiormente perché, altrimenti, il mondo non riuscirà a fare un solo passo fuori dalla melma. Non che la nostra condotta contro il nuovo sistema debba essere ingenua e priva di principi, ma questa è un’altra faccenda. Combattere gli istinti malvagi che quella gente risveglia in noi è qualcosa di molo diverso da un ipotetico essere «oggettivi», dal vedere il cosiddetto «bene» nel nemico – fare questo è solo tergiversare e non ha niente a che fare con ciò che voglio dire. Ma si può essere veri militanti e agire con ricchezza di principi senza essere pieni di odio” (De nagelaten geschriften, tratto da Uno sguardo nuovo, Iacopini-Moser, pag. 29).

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Desiderio del mare

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“…e coloro ai quali quella musica giunge, sempre poi la odono nei propri cuori, e il desiderio del mare mai più li abbandona” (J.R.R.Tolkien, Il Silmarillion)

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Una storia della salvezza fantasy

Quando, alla fine della prima, parliamo dei miti faccio riferimento anche alla saga di Narnia e ai contatti tra il leone Aslan e la figura di Gesù. Sul Corriere, a proposito del genere fantasy, di Tolkien e di Lewis, c’era questo articolo di Dario Fertilio.

tolkien, lewis, inkling, miti, salvezza, fantasy, narnia“Se avesse potuto scegliere dove nascere, J.R.R. Tolkien avrebbe dichiarato immediatamente: «l’Islanda». Senza pensarci avrebbe messo da parte Bloemfontein in Sudafrica, dove casualmente era venuto al mondo nel 1892, come pure l’Inghilterra dei genitori e la Oxford del prediletto Magdalen College, dove avrebbe mosso i primi passi verso la fama, e letto ad alta voce i brani del suo Signore degli anelli. Anche se, a dire la verità, persino l’Islanda era un’approssimazione: perché quello che veramente lo attirava fin da ragazzo era il «Nord senza nome». Da un lato le distese fumanti di lava e ossidiana, dove le forme modellate dal vento ricordano le rovine di città perdute, e là dove anneriscono sembrano l’ingresso nel regno del male, quello di Mordor. Dall’altro le saghe dell’«Edda» e di Snorri Sturluson, da leggersi in quella stessa lingua vichinga che affascinava più o meno negli stessi anni Jorge Luis Borges. Solo che per Tolkien – da leggersi correttamente lasciando scivolare l’accento sulla i – la vocazione era arrivata prestissimo. Orfano di padre a quattro anni, e di madre a dodici, aveva trovato in un libro di fiabe il racconto di Sigurd il Volsungo, uccisore del drago Fafnir. Da allora, probabilmente reagendo così alla solitudine e al grigiore di Birmingham dove viveva, era caduto nell’incantesimo dell’altrove. Che un biografo avrebbe così sintetizzato: «desiderava i draghi con profondo desiderio».

Ma come si passa dalle innocue infatuazioni infantili a quella specie di allucinazione adulta che sconfina nella grande letteratura? La risposta all’interrogativo si può sintetizzare in una parola sola: «inkling». Termine difficilmente traducibile, che include l’idea dell’inchiostro e quella dello schizzo informe: negli anni Trenta diventò il nome di una confraternita speciale di letterati. Si riuniva ogni giovedì sera nel salotto oxfordiano del Magdalen College, sotto la direzione di C.S. Lewis, destinato alla celebrità per il ciclo di Narnia. Al suo fianco sedeva Tolkien insieme a un altro scrittore, Charles Williams, anch’egli attratto dalla magia, preferibilmente nera. La loro trinità tenne a battesimo il moderno genere fantasy (il quarto, Owen Barfield, era sopratutto un teosofo). All’interno di questo circolo ristretto si verificò però un fatto strano. Ispirati dal cattolicesimo rigoroso di Tolkien, gli altri inkling cominciarono a mettere in relazione le loro predilezioni per il fantastico con la fede in Dio. In un’epoca che sperimentava le ideologie totalizzanti e la crudezza realistica della guerra, gli inkling concepirono l’idea antitetica che il dovere di uno scrittore cristiano consistesse anzitutto nel riflettere l’immagine di Dio. Ma poiché quest’ultimo esisteva dall’inizio dei tempi – questa era una delle argomentazioni chiave di Tolkien – anche le invenzioni dell’immaginazione umana dovevano derivare da lui, e di conseguenza riflettere parte della verità eterna. Ecco dunque il segreto della loro forza narrativa: la convinzione che i grandi miti del passato, non meno di quelli destinati a uscire dalla loro galoppante fantasia, fossero non solo da prendere sul serio, ma addirittura da considerarsi «arte sacra». Altro che deliri di onnipotenza per adulti frustrati, come i critici più malevoli avrebbero detto a proposito dei romanzi apocalittici di Philip Dick o di quelli eroici del Robert Howard di «Conan il Barbaro»! I personaggi di tolkien, lewis, inkling, miti, salvezza, fantasy, narniaTolkien parlano nientemeno che della lotta fra il bene e il male come percorso soprannaturale di Salvezza.

Il bello è che tutto ciò funzionò: Lewis, ad esempio, si convertì al cristianesimo per la forza di queste argomentazioni. E Tolkien visse un matrimonio esemplare con la moglie Edith (la quale al cattolicesimo si era convertita per lui). Eppure, sulla loro tomba (lui le sopravvisse di poco e morì nel ’73) volle che fossero incisi i nomi dei due incrollabili amanti di una sua saga pagana: Luthien e Beren.”

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In attesa dello Hobbit

Un articolo per chi è appassionato di Tolkien, un’intervista di Antonio Gaspari all’esperto the-hobbit-poster.jpgPaolo Gulisano.

Lo Hobbit: un “prequel” de Il Signore degli Anelli, una fiaba per bambini, o un’opera minore del grande Tolkien?

Gulisano: Questa storia è molto più che un prequel del Signore degli Anelli, come molti dei lettori- o spettatori- più recenti potrebbe credere. Non è una storia- come molto spesso accade nel caso dei prequel, appunto- per spiegare a posteriori gli antecedenti, i segreti, i misteri di un’opera. Il racconto delle avventure di Bilbo Baggins e di altri personaggi ormai familiari ai lettori della saga dell’Anello, come Gandalf, Gollum, Elrond, nani ed elfi, uscì dalla fantasia di Tolkien molto tempo prima che le vicende della Guerra dell’Anello venissero immaginate. In realtà, il Signore degli Anelli fu concepito come il seguito de Lo Hobbit, e per molto tempo, nella corrispondenza che intercorreva tra Tolkien e l’editore, il libro in gestazione veniva chiamato “il nuovo Hobbit”. “In un buco della terra viveva un Hobbit”. Questa strana frase venne improvvisamente alla mente del giovane professore che in un caldo pomeriggio estivo, nella sua casa di Oxford, correggeva i compiti di ammissione all’università. Uno degli esaminandi aveva lasciato il suo elaborato di letteratura inglese in bianco, e il professor Tolkien, per una misteriosa ispirazione, scrisse su quel foglio bianco quella frase. Era nato un nome, Hobbit, e in breve tempo il nome sarebbe diventato un personaggio, la più originale creatura del vasto mondo fantastico del più geniale scrittore di Letteratura dell’Immaginario. Senza quel buffo personaggio, lo Hobbit, probabilmente tutto l’universo fantastico che Tolkien andava elaborando da anni non avrebbe mai conosciuto la pubblicazione.

Lei scrive nel suo saggio che il libro nacque non solo dall’erudita conoscenza dei miti e delle leggende antiche del suo autore, ma anche dalla sua esperienza di padre…

Gulisano: Esatto. Tolkien raccontava ai propri quattro figli storie di buffi personaggi: Mister Bliss, il cagnolino Roverandom, ed infine favole dove coraggiosi piccoli protagonisti, come gli Hobbit, si battevano contro il male. La storia era nata certamente,nelle intenzioni dello scrittore, come una fiaba per bambini, narrata con un tono colloquiale in cui il narratore si rivolge ai piccoli lettore invitandoli ad avventurarsi loro stessi nella storia. Nel corso dei diversi anni di preparazione del libro, tuttavia, il racconto si arricchì progressivamente dei contenuti del Legendarium tolkieniano. Era una storia dal sapore antico, in cui si avvertiva l’eco delle antiche leggende, e in più arricchita di un piacevolissimo tipo di quella gioia che qualche anno prima Gilbert Chesterton aveva lamentato essere la grande assente dalla narrativa moderna: “Nella sua sostanza, la letteratura contemporanea è quasi totalmente priva di elementi gioiosi. E penso che sia giusto dire, parlando genericamente, che non è abbastanza infantile per essere gioiosa”. Tolkien possedeva questo spirito infantile, inteso non come puerilità, ma come capacità di guardare alla realtà con occhi di bambino, pieni di domanda e di stupore

Anche Lo Hobbit, come Il Signore degli Anelli, è carico di simbologie cristiane?

Gulisano: Ne Lo Hobbit appare per la prima volta il grande tema della rinuncia, del sacrificio, che per Tolkien era una delle più grandi virtù, una delle forme più alte di eroismo, tema che sarà sviluppato profondamente nel Signore degli Anelli. La rinuncia al possesso di qualcosa, non per masochismo, non per un “di meno”, ma per guadagnare “un di più” di umanità e di virtù. Bilbo Baggins della Contea è la testimonianza di come si possa divenire eroi, pur non essendo grandi e grossi, pur non appartenendo ad una élite, affrontando le sfide che la vita pone di fronte, per quanto insormontabili esse possano apparire. L’avventura che aveva vissuto gli aveva inoltre insegnato che le grandi imprese non sono opera di un eroe solitario, ma di una compagnia. L’amicizia fu per Tolkien uno dei sentimenti più importanti della vita, e così anche i suoi personaggi la coltivano con passione. La compagnia reciproca è una delle cose più gratificanti. E’ condivisione di interessi, di sentimenti, e anche di avvenimenti. E’ correzione fraterna, e magari richiamo all’essenziale, come quando, alla fine della storia, ricordando le avventure trascorse insieme, Gandalf rammenta a Bilbo i suoi limiti, dopo aver valorizzato tutti i suoi meriti: “Sei una bravissima persona, signor Baggins, e io ti sono molto affezionato, ma in fondo sei solo una creatura in un mondo molto vasto!” “Grazie al cielo! disse Bilbo ridendo”.

La sua ultima fatica è “La Mappa dello Hobbit”, di cosa si tratta?

Gulisano: Da tanti anni mi occupo di Tolkien: lo leggo e lo rileggo, ne scrivo, ne parlo, ma soprattutto mi accorgo che l’opera di Tolkien è una miniera inesauribile. Tolkien è un maestro che non smette di insegnare, e il suo mondo continua ad essere per me un punto di riferimento, una Casa Accogliente presso cui rifugiarsi nelle traversie della vita. C’è ancora molto da dire, da scoprire, da sottolineare nelle sue pagine. Così ho pensato che sarebbe stato bello consegnare ai lettori, quelli che da anni frequentano i mondi creati dal nostro amato Professore come da quelli che lo scoprono solo oggi, questa sorta di “diario di viaggio” nel mondo dello Hobbit. Una guida, una mappa, appunto. Era un vecchio progetto, che nutrivo fin da quando, anni fa, feci un lavoro analogo per i mondi del Signore degli Anelli e del Silmarillion. Sognavo dunque di completare questa mia trilogia, e quando ho avuto l’occasione di incontrare Elena Vanin, un’artista straordinaria, ben nota nel mondo fantasy per essere l’autrice delle orecchie da elfo in lattice (“Neraluna”) che ogni appassionato vorrebbe indossare, e di vedere il sacro fuoco dell’Arte brillare nei suoi occhi, ho capito che la cosa era fattibile. E così eccoci qua con questa nuova fatica,”La Mappa dello Hobbit” (Editrice Ancora) ovvero libro più “piantina”, che ci auguriamo possa essere gradita a tutti i lettori del mondo tolkieniano e per chi ne voglia sapere di più.

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Sbirciando fra i lembi di nuvole

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“E lì Sam, sbirciando fra i lembi di nuvole che sovrastavano un’alta vetta, vide una stella bianca scintillare all’improvviso. Lo splendore gli penetrò nell’anima, e la speranza nacque di nuovo in lui. Come un limpido e freddo baleno passò nella sua mente il pensiero che l’Ombra non era in fin dei conti che una piccola cosa passeggera: al di là di essa vi erano eterna luce e splendida bellezza” (John Ronald Reuel Tolkien, Il Signore degli Anelli)