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Il selfie di Narciso

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Narciso, Caravaggio, 1594-1596

In questa epoca selfiesta ritengo molto interessante questa riflessione di Pier Davide Guenzi su Il Regno.
Ogni epoca ha il suo mito di riferimento. C’è stato un tempo, ancora nel recente passato, in cui l’immaginazione andava spontaneamente a Prometeo, l’eroe ardimentoso che introduce la civiltà della tecnica tra gli uomini, rubando il fuoco agli dei, facendo uscire dalle caverne coloro che giacevano oziosi in vuota attesa della morte, istituendo la possibilità di curare la malattia e organizzando la vita sociale.
Certo eroe punito dal cielo, ma “felix culpa” quella di Prometeo. Il suo vedere oltre (è questa l’etimologia del suo nome) allude alle possibilità di progresso dell’umanità e all’uomo che assume in prima persona il peso delle sue decisioni orientando il proprio futuro.
Oggi l’eroe (inconsapevole) è piuttosto Narciso. Al modello della progettualità incarnata nell’ideale dell’uomo maturo e adulto succede così, come vincente e convincente, il profilo adolescenziale dell’io in perenne ricerca di conferme su di sé. L’auspicio per una vita bella, piena di fascino, interessante finisce per esporre con maggiore facilità di un tempo l’individuo ai meccanismi ansiogeni e alle patologie depressive.
La ricetta ampiamente divulgata individua i canoni di una vita riuscita nella possibilità di moltiplicare le esperienze e con esse gli esperimenti su di sé, pensati come successione indefinita di momenti di vita ad alto tenore emotivo. Il supporto antropologico a questa ricerca esperienziale risiede nella dilatazione del desiderio in uno spazio, tuttavia, che resta interno all’io e che, nella relazione inter-personale, attira l’interesse per l’altro nel circuito del proprio sé.
La conferma spasmodica su di sé contribuisce a rafforzare, mettendola continuamente in circolo, non la propria identità, ma il proprio simulacro riflesso e la propria precarietà. Così nell’interpretazione del Narciso di Caravaggio del 1599, opera pittorica attualmente conservata a Palazzo Corsini di Roma, nella quale l’impostazione della tela consente al pittore di creare un perfetto doppio tra realtà e immagine riflessa sul pelo dell’acqua, i cui colori sono solo un poco attenuati.
Si crea una perfetta circolarità nella quale la percezione di sé da parte di Narciso ruota attorno a sé. Non ha un punto di riferimento “altro”, da cui è riconosciuto e che può riconoscere oltre a sé. In questa posizione è “costretto a riconoscersi”, ma in tale operazione emerge tutto il suo dramma, perché tale riconoscimento resta incomunicabile.
Lo specchio dell’acqua è lo strumento di un inganno possibile, che si cela dentro la manifestazione di sé: «Fa vedere, ma a patto di rovesciare l’immagine, è dunque strumento di conoscenza di ciò che altrimenti resterebbe invisibile, ma anche fonte di illusione, in quanto propone come reale ciò che è soltanto un’immagine riflessa» (U. Curi).
Tale incomunicabilità è resa ancora più acuminata dall’intreccio tra la vicenda di Narciso e quella della ninfa Eco, ambedue presenti nell’antico mito. Entrambi sono destinati a non ritrovare sé stessi aprendosi all’alterità. Restano imprigionati dal campo ristretto del proprio sé. Narciso resterà eternamente riflesso sull’acqua, fissandosi sulla propria immagine, senza vedere altro che sé.
Eco, protesa con la sua voce verso l’altro, si riduce a un riflesso sonoro che ritorna su di sé e non è raccolto da nessuno. Il doppio mito, ricorda ancora Curi, rivela come «l’incontro fra la piena, compiuta, totale identità, incapace di aprirsi all’alterità (Narciso), e la totale alterità, priva di ogni autonoma identità (Eco), si traduce nell’impossibilità di ogni comunicazione».
Saprà Narciso incontrare Prometeo? Sapendo che la cura di sé non può essere disgiunta dalla capacità di decidere l’esistenza, assumendosene responsabilmente i pericoli. Sapendo che il benessere e la protezione di sé non rappresentano per intero le potenzialità umane. Sapendo che occorre il rischio di comunicare, di condividere con l’altro/altra e gli altri, per compartecipare il dono di esserci e rendere più abitabile il mondo.
Se solo il Narciso di Caravaggio abbandonasse per un attimo il fascino magnetico della propria immagine e allargasse il suo orizzonte, potrebbe affrontare la sfida: essere se stesso, mai senza l’altro.”

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Chi sei, che fai?

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Sto pian piano conoscendo alunne e alunni di prima. Stiamo lavorando sull’identità, su chi siamo e sul fatto di chiederselo. Chi sono io? Chi sei tu?
Poco fa mi sono imbattuto in un passo di Esiodo e mi è venuto in mente che troppe volte la risposta a quelle domande si riduce al cosa faccio o cosa ho fatto, solitamente utilizzata per farmi apprezzare dagli altri. Ti sciorino i successi, così da mostrarti che valgo, anche senza dire chi sono. Siamo forse un po’ figli del tristissimo titolo della trasmissione tv “Tù sì que vales!” e facciamo fatica a scavare in profondità la nostra essenza, fermandoci così alla superficie, destinata alla caducità. Il passo di Esiodo? E’ tratto dal Libro XV delle Metamorfosi: “Finirà il giorno e Febo immergerà nelle profondità del mare i suoi cavalli stanchi, prima ch’io possa elencare con la parola tutto ciò che assume un nuovo aspetto. Mutano i tempi, lo vediamo: così in un luogo popoli diventano potenti, in un altro decadono. Così Troia fu grande per ricchezze e uomini, e per un decennio poté versare un fiume di sangue: ora, rasa al suolo, non mostra che antiche rovine e, come uniche ricchezze, le tombe degli avi. Famosa fu Sparta, potente la grande Micene, e così la rocca di Cecrope e quella di Anfione. Sparta è terra desolata, l’altera Micene è caduta; Tebe, la città di Edipo, al di fuori del mito, che cos’è? E di Atene, la città di Pandione, al di fuori del nome, cosa resta?”.

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Gemme n° 306

La canzone che voglio presentare denuncia episodi di bullismo e omofobia soprattutto a scuola. Secondo me, in una fase iniziale e quando siamo più piccoli, è naturale provare una certa repulsione perché si notano delle diversità; poi, crescendo, possiamo riconoscere gli altri come uguali a noi e amici. Capiamo anche che non si dovrebbe mai cambiare solo perché qualcuno non ci accetta per quello che siamo”. Questa è stata la gemma di F. (classe quarta).
Il video è duro, anche se poi finisce positivamente; i nomi che vengono citati sono quelli di persone la cui vicenda non si è conclusa bene. Penso che troppe volte non ci rendiamo conto del peso che possono avere i nostri gesti, le nostre frasi. Oppure a volte ci rifiutiamo di fare uno degli esercizi più importanti che possano esserci: camminare per un po’ con le scarpe degli altri, immedesimarci in loro e provare a guardare le cose anche dalla loro prospettiva.

Pubblicato in: Etica, Gemme, musica, Società

Gemme n° 288

Per molti mesi questa canzone è stata continuamente trasmessa alla radio; so anche che molti in classe non amano Mengoni, però penso che il testo sia molto bello e dica cose vere. Ritengo sia una canzone che si possa dedicare a chi si vuol bene e il cui bene sta prima del nostro. Io la dedico a mia sorella che ha 6 mesi e mezzo. Gliela farò sentire quando sarà più grande cercando di mettere in pratica quello cui il testo si riferisce. Penso serva a tutti avere accanto una persona a cui dedicare queste parole”. Così M. (classe terza) ha presentato la sua gemma.
La fedeltà, l’esserci, l’interessarsi, l’aprire il cuore all’esistenza di un tu, l’alzare lo sguardo dall’ombelico, il posare l’attenzione un po’ più in là, l’essere volpe per un piccolo principe… sono strade che penso valga la pena provare a percorrere.

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Come state?

keep-calm-and-come-stai-6Oggi pubblico il “Buongiorno” di Massimo Gramellini pubblicato su “La Stampa” mettendo in evidenza in grassetto la condizione per me essenziale: “mi interessi”.
Cosa farei se vedessi un uomo sul cornicione di un ponte con i piedi pronti al grande balzo? Jamie Harrington, dublinese di sedici anni, è salito sul ponte, si è seduto accanto all’aspirante suicida e gli ha gettato al collo solamente due parole: «Stai bene?». Per tutta risposta l’uomo si è messo a piangere. In tre quarti d’ora di monologo ha concentrato le miserie di una vita.
La sensazione di essere invisibile, inutile, inadeguato. Jamie gli ha lasciato finire il racconto e poi ha detto: «Stanotte non riuscirei a dormire se ti sapessi in giro da solo per la città. Chiamerò un’ambulanza perché ti porti in ospedale». L’uomo alla deriva si è lasciato trarre in salvo: più per non deludere il nuovo amico che per altro. Si sono scambiati i numeri di telefono. A tre mesi da quella notte lo smartphone di Jamie ha suonato e lui ha subito riconosciuto la voce: «Stai bene? Sono state quelle due parole a salvarmi». «Com’è possibile che ti siano bastate due parole?», gli ha chiesto Jamie. «Immagina se per tutta la vita non te le avesse rivolte mai nessuno».
Stai bene. Nel comunicare col prossimo, persino con le persone amate, si preferisce usarne altre più intrusive. «Come è andata?», «Con chi sei stato?». E quando si chiede a qualcuno come sta è solo per recitare una formula di cortesia che spesso non prevede di prestare attenzione alla risposta. Eppure, se pronunciate a cuore aperto, quelle due parole pare facciano miracoli. L’uomo che voleva togliersi la vita ne ha appena creata una nuova, con la collaborazione decisiva di sua moglie. Dice che aspettano un maschio e che lo chiameranno Jamie.”

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Gemme n° 31

Ero arrabbiata con il mio ragazzo e lui mi ha inviato questo video. Mi ha commosso perché il giovane fa di tutto per conquistare e conoscere la ragazza. Nelle vere storie d’amore si pensa sempre prima alla persona amata che a se stessi (in “paperman” il protagonista scappa dall’ufficio pur di seguire il suo sogno d’amore). E aggiungo che due persone se sono destinate a stare assieme si ritroveranno indipendentemente dal luogo e dal tempo (è un po’ il ruolo giocato dagli aeroplanini di carta che prendono vita e tessono trame imprevedibili).” Alcune di queste cose D. (classe quarta) me le ha raccontate fuori dall’aula perché in classe, sul momento, non ce la faceva, ma mi ha concesso di scriverle qui.

Anime gemelle, persone destinate a trovarsi, treni che passano nel medesimo istante, colpo di fulmine, la persona giusta… Possibile? Impossibile? Una risposta in un breve video