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Stare sulla soglia

Quella di Simone Weil è una figura della quale ho sempre subito il fascino. Pubblico qui uno scritto di Simone Novara pubblicato su Filosofiablog.
Simone_Weil_04Simone Weil ha sempre opposto una strenua resistenza a quei cattolici suoi conoscenti, in primis il suo confidente spirituale, Padre Perrin, che la esortavano a ricevere il sacramento del battesimo. Dietro il suo rifiuto ci sono diversi motivi. Innanzi tutto si sentiva indegna per il suo stato di imperfezione. Il domenicano padre Perrin riteneva che la Weil rifiutasse il battesimo per eccesso di scrupoli. Ella, inoltre, non ebbe nemmeno il tempo di completare il suo itinerario spirituale, dal momento che morì all’età di trentaquattro anni, lasciando una marea di pensieri espressi in modo provvisorio [1]. Lo stesso Perrin era d’accordo con questa tesi: “Ha espresso le sue idee in una forma provvisoria, non destinata alla pubblicazione. Le sue sono solo delle note, sia quelle consegnate a me, sia la lunga lettera destinata al padre Couturier. Sono state pubblicate, commentate e perfino idolatrate da alcuni, ma si tratta pur sempre di note” [2]. Un’altra ragione per la quale Simone Weil non avrebbe accettato il battesimo è rappresentata dal fatto che ella credeva sinceramente che Dio stesso le avesse chiesto di rimanere fuori dalla Chiesa. Simone riteneva che Dio stesso la volesse lontana dalla Chiesa per una qualche ragione misteriosa, che per lei corrispondeva ad una vocazione. Nelle dense pagine di Attesa di Dio si può cogliere come ella desiderasse stare dalla parte dei lontani, per potersi così confondere con la massa dei tanti, che appartengono a tutte le razze e culture, che non hanno avuto la fortuna di incontrare il Cristo nel passato e nel presente. Era troppo importante per lei restare vicina ai non credenti, agli eretici, ai credenti di altre religioni. La Weil sentiva che il suo posto era tra loro. Padre Perrin la paragonò ad una campana che sta all’esterno dell’edificio e suona invitando ad entrare in chiesa. Per Simone diventava cruciale mantenere una posizione esterna. Il suo era uno stare sulla soglia. L’intellettuale E. Vilanova è un grande sostenitore di questa teoria, tanto che scrive in proposito: “Simone Weil può essere collocata tra i carismatici della soglia, tra quei “teologi non computabili ecclesiasticamente” che hanno ricevuto un dono simile a quello del Battista” [3]. Un altro studioso, Dom G. Aubourg, parlando di Simone Weil, crede che ella si sentisse parte integrante di quei cristiani fuori della Chiesa, i quali aiutano coloro che sono dentro ad essere più consapevoli della loro vocazione universale, in sintonia con il Padre [4]. La Weil, inoltre, rifiutò sempre di concepire l’autorità ecclesiale come espressione di potere, in grado di definire che cosa sia la verità, avocando a sé il compito di esercitare l’intelligenza. Senza dubbio attribuiva grande importanza alla libertà dell’intelligenza, che, secondo lei, doveva essere assoluta nel suo campo e rigorosamente individuale nel suo metodo; proprio per questo ella non riusciva ad accettare che Dio scegliesse degli uomini cosiddetti “privilegiati”, col compito di pensare per tutti arrivando a formulare una verità in modo dogmatico. Allo stesso modo, la Weil non poteva sopportare che Dio avesse un popolo “eletto”. Riteneva infatti che la nozione stessa di elezione fosse del tutto incompatibile con il Dio di tutti. Tuttavia, nonostante le espressioni piuttosto irruente contro l’abuso di potere della Chiesa, in alcuni appunti le riconobbe un ruolo di indirizzo: “Le riconosco la missione, in quanto depositaria dei sacramenti e custode dei testi sacri, di formulare decisioni su alcuni punti essenziali, ma solo a titolo di indicazione per i fedeli” [5]. È inevitabile domandarsi come sia stato possibile per Simone Weil restare in una posizione che appare per molti versi del tutto individualistica, dopo aver fatto un’esperienza di comunione spirituale con il Cristo. A detta sua coloro che vivono la vita intima di unione con il Cristo costituiscono di fatto la vera Chiesa, che siano o meno membri della Chiesa visibile. A più riprese dichiarò che l’amore per tutto ciò che stava fuori dal cristianesimo la tratteneva fuori dalla Chiesa visibile; questo “attesta che ella sente di appartenere alla famiglia degli amici del Cristo, figli del Padre, guidati dallo Spirito, in sintonia con la schiera innumerevole e invisibile di gente che viene nutrita costantemente e segretamente dal Cristo” [6]. Per Simone Weil la Chiesa invisibile si fondava sugli apostoli, i quali conobbero la gloria e la potenza di Dio, e si decisero a partecipare all’avventura della Chiesa nascente, mentre la Chiesa visibile, quella istituzionale, ha costruito il suo prestigio e la sua visibilità sociale esclusivamente sulla Risurrezione. La figura evangelica corrispondente alla Chiesa invisibile non si identifica con Pietro e neanche con Maria o Giovanni, bensì con il buon ladrone, messo dalla sorte vicino al Cristo crocifisso. Il buon ladrone apre dunque le fila di coloro che vengono salvati per una via inedita, non accreditata che dall’amore imponderabile di Cristo. La Weil si riconosceva nel buon ladrone, sia per il significato simbolico esemplare di un tale personaggio, sia perché egli non si converte per i miracoli, per l’attrazione della potenza visibile della Chiesa nascente, ma solo dal momento che s’inchina di fronte al mistero della condanna a morte di un innocente: “se non potrà essermi concesso di meritare di condividere un giorno la croce di Cristo, spero mi sia data almeno quella del buon ladrone. Fra tutti coloro di cui si parla nel vangelo, al di fuori di Cristo, il buon ladrone è quello che invidio di più. […] Essersi trovato al fianco di Cristo, nella sua stessa situazione, durante la crocifissione, mi sembra un privilegio molto più invidiabile dell’essergli alla destra nella sua gloria” [7]. Essere vicini al Cristo della Croce è il compito di quaggiù, essergli vicino nella gloria, quello di lassù. Il buon ladrone esprime la capacità di penetrare il senso misterioso della sventura dell’innocente anche da parte di chi non ha fede esplicita in Dio, dimostrando che non è la certezza della fede la via obbligata [8].”

[1] Di Nicola-Danese, Abissi e vette, percorsi spirituali e mistici in Simone Weil, Libreria editrice Vaticana, Città del Vaticano 2002, p. 87.
[2] D. Canciani, Tra sventura e bellezza. Riflessione religiosa e esperienza mistica in Simone Weil, Esperienze, Fossano 1998, pp. 33-36.
[3] E. Vilanova, Storia della teologia cristiana, vol. 3, Borla, Roma 1995, p. 484.
[4] Dom. G. Aubourg, Simone Weil, un signe dressé sur le seuil de l’Eglise, Correspondance et documents (1950-1967), Association ‹‹Les amis du Père Aubourg››, Paris 1986, p. 47.
[5] Di Nicola-Danese, Abissi e vette, percorsi spirituali e mistici in Simone Weil, p. 90.
[6] Ivi, pp. 206-208.
[7] Ivi, p. 209. Cfr. Lc 23, 40-43: ‹‹L’altro invece si mise a rimproverare il suo compagno e disse: “Tu che stai subendo la stessa condanna non ha proprio nessun timore di Dio? Per noi due è giusto scontare il castigo per ciò che abbiamo fatto, lui invece non ha fatto nulla di male”. Poi aggiunse: “Gesù, ricordati di me quando sarai nel tuo regno”››.
[8] Ibid.

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Gemme n° 318

In un periodo un po’ complicato della mia vita ho ricevuto una preziosa lettera da una mia amica; desidero leggerne l’ultima parte. In sostanza mi dice di lottare, un po’ come il protagonista del video che prende coscienza di sé e decide di riscattarsi.
«Tutto questo, oltre ad essere un riassunto di un libro, è il mio tentativo di dirti di non aver paura. Si lo so non so esprimerti quello che vorrei dirti per cui te lo scrivo con le parole di Chesterton.
Non aver paura di quello che hai di fronte a te. Niente potrà far smettere di lottare qualcuno che sa chi lotta. Per cui capisci per chi lotti, non contro chi, non con chi ma per chi. Purtroppo non ci scegliamo coloro che ci sosterranno nella lotta, sarà Dio a sceglierli per noi, magari saranno le persone che più ti stanno sul cazzo ma saranno quelle che lotteranno con il tuo stesso ideale. Non sceglierai contro chi lottare perché alle volte lotterai contro te stessa, e saranno le battaglie più dure che affronterai. Quando lotterai per non cedere a quella voglia di appoggiare la spada, alla voglia di smettere di vivere, di smettere di alzarti dal letto, lì capirai che tu da sola non hai la capacità di vincere. Non riesci a salvarti.
Una canzone dice ‘farti non sai e pur sei fatto, amar non sai e sei amato’. Solo un Padre può amarti così tanto da farti, da donarti continuamente a te ogni istante.
Tu dicevi di voler dare un senso alla tua vita. Eppure la bellezza della vita è che non c’è vita senza senso, non c’è attimo sprecato, tutto è fatto. E il senso di questo tutto è che è fatto per te. Il senso delle montagne e del mare, dei professori e degli amici, di me che ti scrivo ora, è che è fatto per Deborah. E le cose hanno un senso perché fanno ciò per cui sono state create. Quindi se vuoi dare un senso alla tua vita fai ciò per cui sei stata creata, che vuol dire banalmente domani alzati per prendere la corriera e andare a scuola, banalissimo, ma stavolta fallo guardando alla bellezza delle cose. Guarda a quelle piccole cose che ti colpiscono, un gesto o un fiore, e pensa che sono per te.
Non è il problema del bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto, ma il problema di chi abbia messo il bicchiere e riempito di acqua. Se tu avessi sete e uno ti porgesse un bicchiere di acqua mezzo pieno penseresti che questo è mezzo vuoto o che quel tipo, magari sconosciuto, ha avuto una tenerezza tale di te e del tuo bisogno da darti l’acqua?
Ti lascio con questa frase di Cesare Balbo che Tecla mi scrisse tanto tempo fa e chi io conservo leggendola nei momenti di debolezza.
Solo i codardi chiedono al mattino della battaglia il calcolo delle probabilità; i forti e i costanti non sogliono chiedere quanto fortemente né quanto a lungo, abbiano da combattere, ma come e dove, e non hanno bisogno se non di sapere per quale via e per quale scopo, e sperano dopo, e si adoperano, e combattono, e soffrono così, fino alla fine della giornata, lasciando a Dio gli adempimenti.”
Tu non sai il bene che ti voglio scrivendoti questa lettera, vorrei abbracciarti forte ma la distanza me lo impedisce.
P.S. Quando capirai la pochezza del tuo essere niente e contemporaneamente la grandezza del tuo essere continuamente creata e amata alla promettimi che verrai in lacrime a dirmelo. Sottolineo in lacrime perché piangerai di gioia.»”
La gemma di D. (classe quarta) è già molto ricca così com’è; suggerisco solo una canzone e invito ad ascoltarne con molta attenzione il testo, magari ascoltandola più volte…

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Gemme n° 169

Voglio proporre come gemma la canzone «Un senso» di Vasco Rossi, primo perché Vasco lo ascolto da sempre e secondo perché mi piace il testo: rispecchia quello che può pensare un ragazzo come noi, giovane, che si chiede il senso di ciò che capita e si interroga su cosa debba fare nelle diverse situazioni. Penso che il domani arrivi comunque, anche se a volte non se ne trova immediatamente il senso”. Queste le parole di V. (classe quarta).
Afferma Vasco: “La vita è bella se la prendi tutta, mica solo le parti belle. E’ come i film: per arrivare al sublime devi attraversare il dolore o la noia o il casino o le difficoltà. Una volta amavo solo la domenica e odiavo il lunedì. Poi ho capito che se non esistesse il lunedì, non arriverebbe nemmeno la domenica successiva”. Personalmente, il verso che mi fa sempre riflettere è “senti che bel vento”. E’ una delle cose a cui mi affido quando, appunto, non trovo il senso: solo che a quel vento do il nome di Spirito. Qualcuno lo chiama soffio vitale, intuito, coscienza, atman, respiro, angelo, io con significati di volta in volta diversi.

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Gemme n° 33

Ho scelto la scena finale di un grande film per tre motivi:

  1. spesso gli uomini costruiscono prima la scatola del contenuto. Andrebbe fatto il contrario
  2. Si racconta di una grande amicizia, e penso che questo sia l’unico legame che resti vivo anche dopo morte
  3. Gatsby ha cercato di seguire un proprio sogno, ne ha fatto una ragione di vita, anche se, come dice la sequenza l’aveva già superato perché lui valeva più del suo stesso sogno”

Queste sono state le parole di H. (classe seconda) ad accompagnare la sua gemma. A vedere la scena iniziale del video con quella solitudine agghiacciante mi è venuto in mente questa struggente canzone di “Antony and the Johnsons” che inizia così: “Spero che ci sia qualcuno che si prenderà cura di me quando morirò, me ne andrò? Spero che ci sia qualcuno che libererà il mio cuore, che mi stringa gentilmente quando sono stanco”. I brividi, ogni volta che la sento.

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Allergie

Corsica_557 copia smallSono allergico alle graminacee, alle composite e alle betullacee. Sono allergico a chi giudica, a chi crede di aver sempre ragione, a chi pensa che la via percorribile sia una sola, che guarda caso è la sua. Sono allergico a chi si ritiene indispensabile. Penso che le cose non siano solo nere o bianche, che ci siano le sfumature e i colori, che ci sia spazio, che le strade siano molte e con esse le curve e gli incroci e che ognuno sia libero di cercare, scoprire e percorrere le sue. Credo nell’inedito, nel potenziale di tutto quanto non è stato ancora espresso, nella possibilità di potermi meravigliare, nello stupore, nella strada non ancora battuta, convinto che anche lì ci sia il senso di cosa ancora non so.

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Le strade che abbiamo scelto

Oggi un po’ di introspezione e di pensieri in libera associazione. “Imparare dal vento” è un brano dei Tiromancino dell’album Illusioni parallele (2004). La canzone si apre con l’invidia da parte dell’uomo nei confronti di alcuni elementi naturali, quali il vento (per la sua capacità di respirare), la pioggia (per il suo saper cadere), la corrente (per la sua abilità di riuscire a portare le cose là dove vuole lei) e le onde (per “la pazienza di andare e venire”). Un aereo che vola veloce si contrappone all’uomo che invece si ferma e dedica un pensiero a tutti coloro che “partono, scappano o sono sospesi per giorni, mesi, anni in cui ti senti come uno che si è perso tra obiettivi ogni volta più grandi”. Mi immedesimo in uno dei discepoli di Gesù, chiamati ad un grande compito, col cuore colmo di aspettative, sogni, desideri e poi spiazzati da quest’uomo che difende gli ultimi, che si abbassa a servire, che lava loro i piedi, che l’unico innalzamento di sé che compie è quello sulla croce. Lo smarrimento è strabordante: “Succede perché, in un instante tutto il resto diventa invisibile, privo di senso e irraggiungibile per me, succede perché fingo che va sempre tutto bene ma non lo penso in fondo”. Più di qualcuno tentenna, dubita come potrebbe fare chiunque davanti a un compito improbo, a una sfida alta. Sembra di sentire nella coscienza la domanda di Gesù: “volete andarvene anche voi?”. La risposta mi piace pensarla non come il sì forte e chiaro, quasi gridato, di un fedele infervorato e super convinto, ma come quello meditato, vissuto, sofferto, ma per questo meglio radicato: “Torneremo ad avere più tempo, e a camminare per le strade che abbiamo scelto, che a volte fanno male, per avere la pazienza delle onde di andare e venire, e non riesci a capire…”.

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Un deserto da attraversare

C’è una canzone semplice semplice degli America, scritta all’inizio della loro carriera, nei primi anni ’70. Il compositore Dewey Bunnell afferma: “Ero alle prese con le accordature aperte. Ho accordato il LA giù verso il MI e ho trovato questo piccolo accordo, ho solo mosso le dita su e giù, e l’intera canzone è venuta praticamente da tra accordi. Volevo catturare l’immagine del deserto, perché stavo seduto in questa stanza in Inghilterra, ed era nuvoloso. La pioggia stava arrivando, e volevo catturare il deserto ed il caldo ed il clima secco”. L’ho riascoltata poco fa e mi sono venute in mente due cose, la prima più superficiale, la seconda meno. La prima è che si tratta di una canzone adatta a questa estate umida e fresca, come non si ricordava da anni (“Ed il cielo senza nubi, il calore era così caldo, ed il terreno secco…”). La seconda è legata all’immagine del deserto. Nella Bibbia esso è spesso il luogo della prova, della tentazione, della messa in discussione; è un luogo che non si può evitare, aggirare, sorvolare, ma solo attraversare e, addirittura, scegliere. E una volta che ci sei dentro ti ritrovi davanti a te stesso, sei tu a dover prendere in mano le redini di quel cavallo senza nome. Nessuno a indicarti o suggerirti la via per l’oasi e nessuno da accusare o su cui far ricadere le colpe dell’esserti perso: “Nel deserto puoi ricordare il tuo nome, perché non c’è nessuno che può farti soffrire”. Deserto è quello che a volte è necessario fare dentro per mettere a tacere il rumore esterno, le distrazioni, il superfluo che distoglie dall’essenziale. Il 20 agosto Paolo, un collega, scriveva su fb: “In una società così superficiale e arrogante come quella attuale e, come tale, continuamente sottoposta a un costante bombardamento di stimoli sensoriali, visivi e acustici, privi di senso profondo della vita, dove tutto deve essere il più velocemente consumato, diventa atto rivoluzionario sostare di fronte alla propria unicità per ascoltare la propria vocazione, per comprendere la propria missione e trovare la strada che ci indica il nostro cuore.” L’ultima strofa di “A horse with no name” dice: “Dopo nove giorni, ho lasciato libero il cavallo, perché il deserto era diventato un mare. C’erano piante e uccelli, e rocce e cose, c’erano sabbia e colline e spirali. L’oceano è un deserto, con la vita sotterranea ed un perfetto camuffamento sopra. Sotto le città giace, un cuore fatto di terra, ma gli umani non gli danno amore”.
(traduzione e citazioni sono prese da questo blog)

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Dissipando la nebbia

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Sono state settimane di pensieri e riflessioni “professionali”. Ci sono delle volte che, senza che ce ne accorgiamo, si fa largo nella nostra mente un pensiero; all’inizio è fumoso, come avvolto nella nebbia e siamo costretti a percorrere la strada che ci porta ad esso per cercare di sollevare un po’ quella coltre. Altre volte, anche se vicini, dobbiamo aspettare le ore calde del sole per cogliere la portate di quel pensiero. Una volta messo a fuoco, non è finita la strada… Quel pensiero ci piace o no? Fa per noi o no? Ci coinvolge? Ci chiede un’adesione? Solo teorica o anche pratica? Cosa comporta? Quali conseguenze? Questo è stato nelle ultime settimane. Ora la decisione è presa. Non si torna. Fatto bene? Non lo posso dire ora. Francesco Bacone, citato da Ravasi in “Breviario laico”, sosteneva che “chi scava in profondità nella realtà attraverso il pensiero scopre orizzonti sempre nuovi che lo conducono ad essere molto più esitante nell’attribuire alla ragione risposte definitive”. Di certo questo è il momento delle risposte parziali. Il futuro dirà. Forse…

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Femminile plurale

A volte qualche studente mi chiede: “Prof, ma come si fa a scegliere di essere una suora di clausura? Che vita è?”. La mia mente va subito a un incontro che ho avuto in quarta liceo: gita di classe in Umbria, giornata ad Assisi, monastero di S. Chiara. Lì ho potuto ascoltare il racconto di vita di una clarissa e ho potuto respirare la pace che arrivava dalle sue parole. Oggi, sul Corriere ho trovato due articoli. Il primo riporta gli esiti dell’incontro tra la giornalista Laura Ballio con la clarissa Nella Letizia (lo ammetto, il nome fa sorridere…), il secondo è una testimonianza diretta della stessa monaca.

2957040519_2ec871e392_m.jpg“Quando ci pensavo immaginavo mura spesse, grate, buio, silenzio, isolamento, la ruota dove venivano lasciati i neonati abbandonati, il “di qua” e il “di là”, la separazione, l’oblio. Come il Manzoni descriveva il monastero di Gertrude, la monaca di Monza. E come mi ricordo da qualche vecchio reportage televisivo, con ombre di veli dietro reti fitte e voci deformate per renderle irriconoscibili. Invece, no. A Rimini, qualche settimana fa, ho conosciuto suor Nella Letizia, 45 anni, viso aperto al sorriso, velo beige su tonaca marrone-francescano, e ho scoperto – da laica ignorante di cose di chiesa – che la clausura nel 2012 è tutta un’altra cosa. L’incontro è avvenuto durante il Festival Francescano dedicato a Femminile, plurale, nella chiesa del Convento delle Clarisse di Rimini, dove suor Nella Letizia vive da 17 anni con 9 consorelle. Quel pomeriggio la chiesa era gremita, donne, uomini, anziani, ragazzi e bambini, seduti anche per terra e dentro i confessionali. Lei, che mi chiedevo come potesse essere una monaca di clausura, era in piedi dietro una cancellata puramente simbolica, e parlava di Chiara d’Assisi e dell’esperienza del corpo nella preghiera: con lievità e sapienza, declinando il suo femminile plurale, concludendo con un «la preghiera porta allegria e voi non lasciatela solo alle suore». E poi ha abbracciato decine di persone, stretto mani, scambiato battute. E a me – che la guardavo francamente sorpresa – ha dato il suo indirizzo di posta elettronica, attraverso il quale abbiamo avviato una conversazione che ha portato al post che segue questo, nel quale suor Nella Letizia (un nome, una garanzia) racconta la sua scelta e la sua vita di clausura. Nel 2012.

Ps. 1) in Italia ci sono circa 90mila suore, di cui 7mila sono in clausura e l’ordine religioso con più monasteri (nel 2004 erano 114, dati più recenti non disponibili) è quello delle clarisse.

2) la prima blogger religiosa è stata suor Elvira de Witt, ex cantante lirica olandese, così attiva sul facebook del suo paese (Hyves) e così abile nel muoversi nella rete, che il 13 luglio del 2011 è stata chiamata a tenere una lezione a porte chiuse per poche elette sul tema La suora nell’epoca digitale.

3) l’altra sera un’amica psicologa mi raccontava che, tra tutti i suoi pazienti, a prescindere da sesso età e occupazione, nessuno le ha mai posto il problema della spiritualità

 

“Femminile, plurale”: è l’originale titolo di una manifestazione svoltasi a Rimini dal 28 al 30 settembre scorso. Niente a che vedere con quanto la location potrebbe far pensare, bensì un ricco programma di conferenze, mostre, celebrazioni, spettacoli e tanto altro, incentrato principalmente su S. Chiara d’Assisi, nell’VIII centenario della sua consacrazione, nell’ambito del Festival Francescano. In quei giorni circa 30.000 persone sono state in qualche modo attirate da una donna vissuta tra il 1100 e il 1200, che ha trascorso 42 dei suoi 60 anni tra le mura di un monastero. Lo trovo sorprendente, anche se non dovrei essere sorpresa dal fascino suscitato da Chiara, dal momento che faccio parte di quel “femminile plurale” generato dal suo carisma e da quello del suo “piantatore” Francesco, come amava definirlo lei. Da clarissa non sono abituata alla frequenza di questi grandi numeri e, seppure nel nostro monastero non siano passati tutti e 30.000 (neanche allargando i nostri spazi all’ennesima potenza avrebbero potuto…), ho guardato con stupore le diverse migliaia di persone di tutte le età che hanno gremito quasi ininterrottamente la chiesa, per venerare le reliquie di S. Chiara e di S. Elisabetta d’Ungheria ospitate per l’occasione, e per partecipare alla nostra liturgia e ai due incontri sull’esperienza della preghiera di S. Chiara che ho proposto. Ho guardato con stupore e mi sono resa conto che, a mia volta, sono stata guardata con stupore, come per esempio dalla giornalista del Corriere, che è la causa della mia presenza su questo blog. Provo ad interpretare lo stupore che ho colto sul suo viso e su quelli di molti altri. Il primo inevitabile passaggio di meraviglia è susseguente ad una domanda: “Va bene che una donna come Chiara abbia vissuto la vita claustrale 800 anni fa, ma che ci fa una donna del XXI secolo tra quattro mura?” Immediatamente dopo, è la memoria degli studi liceali (o degli stereotipi che ne sono seguiti…) a far constatare con sorpresa che la claustrale che si ha davanti non ha nulla a che vedere con la Gertrude di manzoniana memoria. Non sembra monacata a forza, anzi addirittura sembra felice della sua scelta; non vive in catacombe buie e solitarie, ma in una comunità di sorelle, che si ritengono davvero tali, e si relaziona al mondo “di fuori”, talora anche via internet. Rispondo brevemente per chi ha avuto la pazienza di continuare a leggere fin qui. Non so spiegarmi perché si continui a pensare e a presentare la vita delle claustrali con tinte fosche e misteriose. Nei monasteri oggi non abitano più “monache di Monza”, ma donne normali, che provengono da estrazione sociale, professione, regione e talora anche nazione diverse (un piccolo mondo davvero variegato e plurale!), che insieme cercano di vivere la propria vocazione con amore e nell’amore, come qualsiasi persona, servendosi anche di quanto la tecnologia ci mette a disposizione, per incontrare e ascoltare i fratelli e le sorelle e offrire loro la vicinanza di preghiera.

Riguardo al senso della vita di clausura, devo dire che anch’io mi sono fatta questa domanda quando per la prima volta ho conosciuto le clarisse. La loro vita, apparentemente inutile, è stata per me utilissima, perché mi ha spronato a cercare il significato della ma esistenza, non accontentandomi dei vari surrogati di felicità a cui pure potevo avere accesso. Tuttavia, non avrei mai pensato che la loro vocazione sarebbe potuta diventare la mia, perché mi sembrava irragionevole vivere col Signore in un full time, e non con un più conveniente part time… E invece eccomi qui donna del XXI secolo, irragionevolmente ma felicemente, clarissa da quasi 20 anni, innestata in un Ordine ottocentenario nella Chiesa bimillenaria, di cui talora si vedono solo le “rughe”, ma non è solo così, almeno fino a quando continuerà a generare figure come Francesco e Chiara, e come i tanti santi/e, che hanno costellato la sua storia e continuano a costellarla (vedi don Oreste Benzi, di cui qui a Rimini sta per aprirsi la causa di beatificazione), rivelando un modello di persona che, pur non perseguendo le logiche del successo e del piacere ad ogni costo, si rivela realizzata e lieta. Guardo a questa schiera beata con la viva speranza di farne parte anch’io, insieme alle sorelle della mia comunità, e così auguro anche a te lettrice/lettore, offrendoti la nostra preghiera.