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Uccidere in nome di Dio

In questi giorni in III stiamo parlando dell’Islam e degli Islam, mentre in V a breve inizieremo a trattare l’argomento del terrorismo di matrice ideologica e religiosa. Allora posto questo articolo di Nicola di Mauro tratto dall’ultimo numero di Dimensioni Nuove.

Tanto negli States quanto in Europa. Allarmi improvvisi, che per fortuna rientrano, creano tensione e insicurezza. Con la crisi economica che sembra non finire, il terrorismo aprirà le porte a un futuro inquietante?

I guerriglieri martiri, i terroristi, le cellule integraliste islamiche, i kamikaze della Jihad, la guerra santa in nome di Maometto, hanno una nuova, sconcertante identità: vengono formati anche tra giovani occidentali, di nazionalità, per esempio, belga, olandese, o francese, che i servizi segreti europei azzardano a definire come «più pericolosi e fanatici». Caso paradigmatico di questa inquietante realtà relativa al terrorismo internazionale di matrice integralista islamica, in base alla documentazione rilasciata dalla polizia belga, è quello di Muriel Degauque, una giovane donna di nazionalità belga, di 37 anni, con i capelli biondi e gli occhi chiari.

Si era fatta esplodere in Iraq. Proveniva da Charleroi, una cittadina povera a sud di Bruxelles (dove abitano molti italiani ex minatori). La sua esistenza poteva comunque già definirsi di quelle «a rischio». Aveva un temperamento svogliato e aggressivo. Frequentava cattive amicizie, faceva uso di droga, svolgeva qualche lavoretto saltuario. Il padre impiegato della Previdenza sociale, e la madre segretaria in uno studi medico. La ragazza si era sposata con un turco, ma la relazione non continuò, così fece la conoscenza a Bruxelles di Issam Goris, un belga di genitori marocchini, e di sette anni più giovane di lei. Viene convinta a convertirsi all’islam, prende il nome di Myriam, studia anche l’arabo, porta il velo, il burka e si trasforma in una jihadista, una guerrigliera integralista. Il 9 novembre 2005, a Baghdad, Muriel, la prima kamikaze di origine europea, s’immola facendo una strage in nome di Allah. Da allora sono passati cinque anni, e l’onda rosa delle kamikaze aumenta.

«Ad abbracciare l’islam radicale sono giovani precari, per lo più senza lavoro, non frequentano le scuole, e vivono in aree fortemente urbanizzate». Di questo tenore era un’informazione passata dai servizi segreti transalpini a proposito dei giovani che vogliono sacrificare la propria vita come «combattenti islamici». Oggi sappiamo che non è più così. Possono essere benestanti e acculturati, parlare tre lingue e amare la bella vita. I proseliti e seguaci sono anche di nazionalità europea. Il processo di conversione all’islam avviene intorno ai 30 anni. È il salafismo la forma di culto a cui tendono ad aderire. Si tratta di un movimento religioso che educa all’odio verso l’Occidente, ha come fine precipuo la rottura definitiva con la cultura, i costumi, il modo di vivere occidentali, definiti «corrotti», perciò da annientare. Da un’indagine resa pubblica dalla testata francese di Le Monde, nel 37% dei casi sono giovani nati in suolo francese, con genitori maghrebini, e abitanti nelle periferie; il 27% diventa salafista in seguito a matrimoni o concubinati; il 15% è oggetto o vittima di predicazione, plagio e proselitismo; il 4% si converte all’islam integralista anche dietro le sbarre, in prigione. E se quasi il 50% di questi giovani non ha un diploma, molti sono laureati. Ma quello che spinge è il consenso che questi gesti trovano presso le masse islamiche, specie fra i disoccupati. Questa base sostiene le «cellule dormienti». Per loro, basta un niente e scatenano l’inferno.

In Europa ci sono venti milioni di musulmani: di origine algerina in Francia; marocchina in Spagna; turca in Germania; pakistana in Gran Bretagna. Sono in molti a volersi integrare e salire la scala sociale. Ma da parte dei figli e nipoti islamici europei di seconda e dunque terza generazione, si sta verificando un preoccupante dietro-front. Che si configura nella non volontà a integrarsi, ad assimilarsi culturalmente, trovando nella fede islamica una barriera di opposizione efficace, decisa e perentoria. Questi giovani possono costituire un potenziale di contrasto violento non indifferente, già manifestatosi in maniera eclatante nelle rivolte recenti delle periferie parigine, facilmente adescabile dai predicatori fondamentalisti islamici. Diventano facile humus per il terrorismo di matrice islamica, per la Jihad. Non a caso, la rivista Time li ha identificati con l’espressione generation Jihad.

Morire martire in Iraq o in Afganistan è il sogno del più fervente terrorista islamico. Chi abbraccia l’ideologia di Al Qaeda ed è pronto a eseguire attentati suicidi o sparare a morte contro soldati e gente innocente proviene per la maggior parte dai Paesi confinanti o circostanti: saudiani, siriani, kuweitiani, giordani, maghrebini, algerini, tunisini, marocchini, libici. L’aspirante suicida o guerrigliero di Allah ha un’età compresa tra i 19 e i 25 anni; è studente in scienze, genio civile, medicina, diritto religioso, studi islamici, informatica; è anche sposato; possiede o no figli; e vive anche agiatamente, quasi da benestante; fa il commerciante o svolge una professione amministrativa. Solo una bassa percentuale è reduce dall’Afghanistan, dalla Cecenia o dal Kashemire. Molti poi non hanno nemmeno un’esperienza militare, non provengono tutti da campi d’addetramento, e imparano però presto a imbracciare e usare il kalashnikov.

A volte non esiste nessun legame diretto con Al Qaeda, Bin Laden o Abu Zarqawi. Il terrorista, che può agire con il suo carico di morte in una qualunque città europea, è soltanto animato da odio e da una fanatica e insensata determinazione a uccidere. Possono essere soggetti – secondo le descrizioni fornite da intelligence europei, in particolare britannici -, che svolgono la loro missione assassina, senza coordinazione alcuna, senza che vi sia dietro un «cervello», collegato con una rete del terrorismo internazionale. Cellule isolate e impazzite. Può trattarsi di persone che non sono state indottrinate in moschee, ma che hanno deciso di immolarsi per Allah, di propria iniziativa, decidendo di comune accordo con altri all’interno di un bar, di una casa privata, di una palestra. Costituiscono pertanto una minaccia difficile da controllare e intercettare, essendo «unità autosufficienti, che possono colpire in ogni momento», così almeno trapela dai documenti d’indagine delle polizie occidentali.

I terroristi – in base alle informazioni e le analisi dei servizi segreti europei, americani e israeliani – possono interagire secondo tre modalità d’attacco. La più catastrofica delle ipotesi di strage prevede l’esplosione nel centro di una metropoli di un mini-ordigno nucleare primitivo, venduto al mercato nero e proveniente dagli arsenali ex-sovietici, che si può installare nell’interno di uno zainetto. Con danni irreversibili e incalcolabili, che richiederebbero 4 anni prima che la vita torni normale nell’area devastata. Il secondo scenario comprende l’uso di agenti chimici come il gas nervino, che può arrivare a uccidere il 95% delle persone che si trovano nel raggio d’azione, con danni per 350 milioni di euro. Il ritorno alla normalità è previsto intorno ai 4 mesi. Una terza opzione di aggressione terroristica è quella configurabile con bombe di costruzione artigianale o meglio casalinga, fai-da-te, che possono essere fatte scoppiare dentro stazioni, mezzi di trasporto, luoghi pubblici frequentati o metropolitane. Il numero di morti può essere limitato, ma l’impatto psicologico di questo tipo di attacco è molto forte, l’effetto bomba è poi continuato dalla diffusione mediatica della notizia della strage terroristica. A noi non resta che una domanda: si può uccidere in nome di Dio?

http://www.dimensioni.org/marzo10/articolo4.html

Pubblicato in: Etica

Due uomini

Posto uno dei racconti che abbiamo letto in prima in questi giorni:

Due uomini, entrambi gravemente ammalati, occupavano la stessa stanza d’ospedale. Uno dei due doveva sedersi sul letto un’ora giorno durante il pomeriggio per espellere delle secrezioni polmonari e respirare meglio. Il suo letto si trovava di fianco all’unica finestra nella stanza. L’altro uomo era costretto a passare supino le sue giornate.
I due compagni di sventura si parlavano per ore. Parlavano delle loro moglie delle loro famiglie, descrivendo le loro case, il loro lavoro, la loro esperienza al servizio militare ed i luoghi dov’erano stati in vacanza.
Ed ogni pomeriggio, allorché l’uomo nel letto vicino alla finestra si poteva sedere, questi passava il tempo a descrivere al suo compagno di stanza tutto quello che vedeva fuori. L’uomo nell’altro letto cominciò a vivere nient’altro che per questi periodi di un’ora durante i quali il suo mondo si apriva ed arricchiva di tutte le attività e colori del mondo esterno.
Dalla camera, la vista dava su di un parco con un bel lago. Le anatre ed i cigni giocavano nell’acqua, mentre i bambini facevano navigare i loro modelli di battelli in scala. Gli innamorati camminavano a braccetto in mezzo a fiori dai colori dell’arcobaleno. colori3.jpgDegli alberi secolari decoravano il paesaggio e si poteva intravedere in lontananza la città profilarsi. Mentre l’uomo alla finestra descriveva tutti questi dettagli, l’altro chiudeva gli occhi e si immaginava le scene pittoresche. Durante un bel pomeriggio, l’uomo alla finestra descrisse una parata che passava lì davanti. Sebbene l’altro uomo non avesse potuto udire l’orchestra, riuscì a vederla con gli occhi della propria immaginazione, talmente il suo compagno la descrisse nei minimi dettagli.
I giorni e le settimane passarono. Una mattina, all’ora del bagno, l’infermiera trovò il corpo esanime dell’uomo vicino alla finestra, palesemente morto nel sonno. Rattristata, essa chiamò gli addetti della camera mortuaria perché venissero ritirare il corpo.
Non appena sentì che il momento fosse appropriato,l’altro uomo chiese se poteva essere spostato in prossimità della finestra.
L’infermiera, felice di potergli accordare questo piccolo favore, si assicurò del suo confort e lo lasciò solo. Lentamente, sofferente, l’uomo si sollevò un poco, appoggiandosi su di un sostegno, per gettare un primo colpo d’occhio all’esterno. Finalmente, avrebbe avuto la gioia di vedere lui stesso quanto il suo amico gli aveva descritto. Si allungò per girarsi lentamente verso la finestra vicina al letto….. e tutto ciò che vide fu un muro! L’uomo domandò all’infermiera perché il suo compagno di stanza deceduto gli avesse dipinto tutta un’altra realtà.
L’infermiera rispose che quell’uomo era cieco, e che non poteva nemmeno vedere il muro. “Forse ha solamente voluto incoraggiarvi “, commentò.

Vi è una felicità straordinaria nel rendere felici gli altri, a discapito delle nostre proprie sofferenze. La pena condivisa riduce a metà il dolore, ma la felicità, una volta condivisa, si ritrova raddoppiata.