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Facebook e Down

In questi giorni si sta parlando di quel gruppo su facebook contro i ragazzi con la sindrome di down. Eugenio Finardi è un cantautore italiano che 26 anni fa ha avuto una figlia down e a lei ha dedicato la canzone Le ragazze di Osaka che vi posto qui sotto.

 

Mi sento solo in mezzo alla gente
osservo tutto ma non tocco niente
mi sento strano e poco importante
quasi fossi trasparente e poi
resto fermo e non muovo niente
la sabbia scende molto lentamente
l’acqua è chiara e si vede il fondo
limpido finalmente
Ma no, non voglio essere solo no,
non voglio essere solo no,
non voglio essere solo mai.
Ma no, non voglio essere solo no,
non voglio essere solo no,
non voglio essere solo mai.
Al nord del tempio di Kasuga
sulla collina delle giovani erbe
mi avvicinavo sempre di più a loro
quasi per istinto e poi
sagome dolci lungo i muri
bandiere tenui più sotto il sole
passa un treno o era un temporale
sì, forse lo era.
Ma lei chinava il capo poco
per salutare in strada
tutti quelli colpiti da stupore.
Da lì si rifletteva chiara
in una tazza scura
in una stanza più sicura.
Ma no, non voglio esser solo no,
non voglio esser solo no,
non voglio esser solo mai.
No, non voglio esser solo no,
non voglio esser solo no,
non voglio esser solo mai

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Mountain Goats e Dio

Prendo da http://www.ondarock.it/interviste/mountaingoats.htm l’intervista postata qui sotto

Mountain Goats. Il morso della realtà

intervista di Gabriele Benzing, Martino Buora

Ci vuole coraggio per guardare in faccia l’esperienza. Soprattutto quando la realtà sembra contraddire il desiderio. Quelle dei Mountain Goats sono da sempre canzoni coraggiose: affrontano la vita in tutti i suoi aspetti, anche quelli più crudi. Sulla scia di “The Life Of The World To Come”, John Darnielle ci svela la stoffa delle sue canzoni, sempre tese a interrogare ogni circostanza per cercare di catturarne il significato, senza timore di paragonarsi con una possibilità di risposta. Un’occasione per andare alla riscoperta della fitta discografia di uno dei più brillanti autori di canzoni degli ultimi anni, dallo spartano fai da te degli anni Novanta fino alle più rifinite atmosfere degli album realizzati per la 4AD. Sempre all’insegna di un songwriting dallo spirito letterario e di una vibrante e incontenibile urgenza.

I tuoi primi dischi sono fatti di nudi bozzetti a base di voce e chitarra acustica. Hai mai creduto in una sorta di “estetica lo-fi” o si è trattato semplicemente di una questione di necessità?

Entrambe le cose, più o meno… Nel senso che non avevo a disposizione niente di più sofisticato di un registratore a cassette, ma la ragione per cui l’ho usato è che mi piaceva come suonava. Se non mi fosse piaciuto il suono, probabilmente non avrei continuato a registrare. L’estetica aveva un’attrattiva, ma non era la cosa principale, era più come una bella sorpresa.

Pensi che anche l’imperfezione possa essere usata come mezzo espressivo?

…Non proprio. Le imperfezioni vanno bene, ma quando si è in un certo senso consapevoli della propria imperfezione, vantandosi di mettere in mostra le imperfezioni, si tradisce lo scopo di tutto l’esercizio, capisci? Diciamo che le imperfezioni vanno bene in qualcosa perché portano un tocco umano, ma questo accade solo quando sono oneste. Se qualcuno semplicemente non si sta impegnando fino in fondo, non è affascinante, è stucchevole.

Qualche mese fa hai presentato al talk-show The Colbert Report il tuo ultimo disco, “The Life Of The World To Come”. Stephen Colbert ha battezzato la tua musica come “allegra desolazione”: che cosa ne pensi di questa definizione?

Sì, penso che fosse appropriata. Il punto delle storie che racconto è che c’è una sorta di orgoglio animale che puoi avere nelle circostanze della tua vita, non importa di che circostanze si tratti. Anche nella situazione peggiore, c’è qualcosa di divertente, o un raggio di luce, mi pare.

Nel tuo ultimo disco ogni brano trae ispirazione da un versetto biblico. Secondo te che cosa rende quelle parole capaci di parlare ancora oggi al cuore dell’uomo?

Oh wow, questa è una domanda complessa. Voglio dire, per la società occidentale, le storie contenute lì dentro sono il nostro immaginario collettivo; sono le storie che più o meno conosciamo tutti. È qualcosa di profondo; una storia condivisa è una valuta comune, un linguaggio comune. E poi c’è il modo in cui tutti noi abbiamo sentito quelle parole un sacco di volte; i protestanti dicono che la ripetizione è inutile, ma io sono cattolico e per me le parole ripetute hanno un vero potere e così una frase che hai ascoltato più e più volte assume un potere ipnotico e fondamentale. Ci sono moltissime ragioni per cui i versetti biblici conservano il loro potere, e lo aumentano persino.

In una recente intervista, hai detto che la maggior parte della gente della nostra generazione vuole dire di pensare con la propria testa, mentre a te interessa di più pensare con la testa di un altro e poter dire “Mi fido di te”. L’idea di fede che emerge da “The Life Of The World To Come” non è quella di un’illuminazione irrazionale, ma di un percorso che porta a fidarsi di qualcun altro. Da che cosa nasce per te questa concezione?

Penso che la fede sia questo: guardare fuori da sé stessi. E penso di avere appreso questa definizione dalla lettura che i primi padri della Chiesa hanno dato della vita di Cristo: una prospettiva di dono di sé, del sacrificio di sé per trovare l’unione con Dio. È necessariamente un percorso, penso, perché il primo istinto è quello di pensare di essere tu al primo posto tra le cose importanti della tua vita, giusto? Ma, come dico sempre, in realtà non ho fede. Cerco, ma alla fine sono un uomo moderno come il resto di noi. Voglio solo cercare di fare esperienza della fede, e cantare e riflettere su questo.

Pensi che i personaggi delle tue canzoni, con tutto il loro carico di contraddizioni e speranze, possano essere considerati in qualche modo dei testimoni della possibilità di vivere avendo fiducia in qualcuno o in qualcosa?

Sì, penso di sì. Penso che sia il motivo per cui racconto le loro storie; per vedere come ci si sente, per vedere come si sentono altre persone, per fare esperienza di questo sentimento.

Pensare alla “vita del mondo che verrà” potrebbe suonare consolatorio. Le tue canzoni, però, sono percorse dall’esigenza che di questa vita sia possibile fare esperienza qui e ora, nonostante la morte e il dolore…

In inglese sono le ultime parole del Credo che si recita al termine della Messa: “Credo nella resurrezione dei morti e nella vita del mondo che verrà”. In latino è semplicemente vitam aeternam, ma la frase inglese è piena di meraviglia e mistero per me.

Pensi che sia possibile trovare una positività anche nelle cicatrici del passato, come suggerisce “Genesis 3:23”?

Non ho una risposta chiara su questo! A volte sì, altre volte mi sento come se cercare di raccogliere qualcosa di buono da un passato malato fosse soltanto inutile. Penso sempre a questa domanda!

Nelle tue canzoni hai messo spesso a nudo i tuoi ricordi più intimi. C’è qualche brano che non riusciresti mai a suonare in pubblico o per te è comunque una sorta di esperienza catartica?

Sì, ce ne sono un paio. Semplicemente non li suono, e di solito non li pubblico nemmeno. Ci sono un sacco di canzoni che sono private e sono fatte per rimanere tali.

Che cosa occorre a una canzone per riuscire a raggiungerti in profondità?

La cosa principale sono delle buone liriche. Tutto il resto è secondario. Allo stesso tempo, però, stamattina ho ascoltato soprattutto rock strumentale e ci ho trovato moltissimo da apprezzare, per cui è difficile da dire. Una grande melodia può penetrare tanto profondamente quanto un buon testo. Ma quanti grandi autori di melodie ci sono in giro? È difficile trovarne.

Senti mai il bisogno di esprimerti in una forma letteraria più ampia della canzone, come un romanzo?

Sì, ne ho scritto uno che è stato pubblicato nel 2008 (“Master Of Reality”, ispirato all’omonimo album dei Black Sabbath, ndr) e sto lavorando a un altro.

Ci racconteresti qualcosa della tua collaborazione con un altro brillante songwriter come John Vanderslice? Avete trovato un terreno comune?

Oh sì, abbiamo lavorato insieme per anni, ma solo di recente abbiamo realizzato un disco come collaborazione (“Moon Colony Bloodbath”, pubblicato nel 2009, ndr). Abbiamo deciso che il modo migliore per registrarlo fosse assumere un produttore esterno e lasciarlo dirigere, così abbiamo preso come produttore Chris Stamey (dei dB’s). È stato un piacere!

Nella scena musicale attuale c’è ancora spazio per un songwriter nel senso più classico del termine?

Sai, non riesco proprio a pensarci… Pensare troppo alle “scene” e cose simili, ai songwriter classici contro quelli moderni o quello che è, sono cose che non fanno per me. Posso solo fare quello che faccio. Se stessi a pensare alle scene, allora starei spendendo la mia energia creativa nei posti sbagliati.

Nei tuoi versi si trovano spesso riferimenti al cinema horror. Che cosa occorre secondo te a un film dell’orrore per essere davvero spaventoso? Se fossi uno sceneggiatore, quale sarebbe la trama del tuo film horror?

Ci deve essere qualcosa di insensato perché un film horror funzioni, qualche punto in cui la logica semplicemente smetta di operare. Oltre a questo, l’elemento più importante è l’atmosfera. Ogni cosa in un film horror è secondaria rispetto all’atmosfera, che deve essere costantemente inquietante per gli spettatori. Penso che, se ne scrivessi uno, vorrei realizzare un film come “La casa dalle finestre che ridono” (cult horror italiano diretto da Pupi Avati nel 1976, ndr). Un film che si sviluppa molto lentamente e che è fatto al 100% di atmosfera, con un sanguinoso momento di rivelazione nel finale.

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Islam e pregiudizi

In IVDL, in attesa di andare al Centro Balducci di Zugliano, abbiamo ripassato l’argomento “Islam” affrontato l’anno scorso dando un’occhiata a stereotipi e pregiudizi. Pubblico i tre files letti stamattina in classe.

Intervista alla prof Calasso.doc

Non mi piacciono i film di fantascienza.doc

Principali pregiudizi.doc

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Alla fiera di Pasqua

Penso che moltissimi abbiano ascoltato o canticchiato una volta nella loro vita la filastrocca “Alla fiera dell’est” di Angelo Branduardi. Ebbene, ecco cosa ho trovato su internet.

 

Da http://www.branduardi.info/innisfree/alla_fiera_dell_est.htm

Il canto originale scaturisce dall’antichissima tradizione della cena per la Pasqua ebraica, in cui si celebra il miracolo della liberazione dalla schiavitù egiziana. Al termine della lettura del libro della Narrazione della Pasqua, interrotta secondo tradizione dalla cena pasquale dopo aver mangiato l’ultimo pezzo di pane azzimo (rappresentante il pane dell’afflizione assaporato nel Deserto), si intonano le 10 strofe di questo bellissimo canto. Nella versione originale, però, non si parla di un topolino, ma di un capretto. Il canto, come tutto il testo della Narrazione, cela una quantità di significati profondi

1.        Un capretto, un capretto che mio padre comprò per due soldi. 

Nella tradizione ebraica il padre di cui si parla nel canto rappresenta il dio di Abramo, che prima della creazione era solo con sé stesso. Il capretto è lo stesso Abramo, comprato per due soldi: acquistare qualcosa implica l’attribuire al denaro lo stesso valore di ciò che vogliamo acquisire. I due soldi (monete d’oro) rappresentano l’intera creazione (cielo e terra), che vale esattamente quanto Abramo, il primo uomo a riconoscere l’opera del Creatore.

2.        E venne il gatto, che mangiò il capretto, che mio padre comprò per due soldi.

Il gatto (una specie di gatto selvatico) rappresenta il secondo regno, quello di Babilonia, sotto il re Nimrod. Il re, che odiava il Creatore e il suo messaggero Abramo, venne e mangiò il capretto. Secondo la tradizione ebraica, infatti, Abramo fu gettato in una fornace ardente, da cui uscì però miracolosamente.

3.        E venne il cane, che morse il gatto, che…

Il cane simboleggia il terzo regno, quello del faraone, che morse il ‘gatto’ di Babilonia. «Un cane», insegna la tradizione ebraica, «ritorna sui propri escrementi, così come un pazzo alla propria follia». Proprio come il faraone che, a dispetto delle piaghe citate nel libro dell’Esodo continuava a rifiutare la libertà al popolo ebraico. L’Egitto superò Babilonia nella potenza senza mai però affrontare uno scontro diretto: ecco perché «morse» ma non «mangiò» l’avversario!

4.        E venne il bastone, che picchiò il cane, che…

Il bastone sarebbe la verga che Dio consegnò a Mosè per colpire gli Egizi, lo strumento prodigioso che si tramutava in serpente, toccava le acque del Nilo per trasformarle in sangue e che spezzò, infine, la dura schiavitù. Simboleggia il quarto regno, quello d’Israele sulla propria terra, dove gli ebrei, sotto il segno dello scettro (di nuovo il bastone) del regno di Giuda costruirono il santuario di Gerusalemme. Fino a quando non venne il fuoco…

5.        E venne il fuoco, che bruciò il bastone, che…

Quando il popolo ebraico si allontanò dalla Torah, un leone di fuoco scese dal cielo, assumendo la forma del regno babilonese di Nabucodonosor e bruciando il bastone (il potere temporale) d’Israele: il tempio fu divorato dalle fiamme, gli ebrei deportati in schiavitù. Ma contro il fuoco c’è un rimedio…

6.        E venne l’acqua, che spense il fuoco, che…

Il sesto regno è quello di Persia e Media, le cui fortune si sollevarono come le onde del mare sommergendo la potenza di Babilonia. «Le loro voci ruggiscono come le onde marine», scrive il profeta Geremia riferendosi alla Media.

7.        E venne il bue, che bevve l’acqua, che…

Il toro è il segno celeste che secondo la tradizione ebraica contraddistingue le fortune della Grecia, una presenza che i saggi del Talmud associano all’oscurità spirituale: i greci cercarono di oscurare la vista degli ebrei riproponendo loro l’immagine del bue e ricordando di aver perduto la connessione con il Creatore a causa dell’episodio legato a un quadrupede della stessa specie, il vitello d’oro. Il toro della Grecia macedone si bevve in un sorso l’acqua della Media.

8.        E venne il macellaio, che uccise il bue, che…

Il destino del bue di Macedonia finì poi nelle mani del macellaio di Roma! Nessun’altra cultura più di quella romana è tinta nella tradizione ebraica con maggior decisione nel rosso del sangue. Affermatosi sotto il segno guerresco del pianeta Marte, Roma è la discendente spirituale di Esaù, il  primo figlio di Isacco, che nacque, secondo la Genesi, coperto su tutto il corpo di una peluria rossastra. Roma rappresenta il dominio di una cultura materialistica, lo stesso al quale secondo la tradizione rabbinica sottostiamo ancora oggi attraverso il potere dei suoi eredi spirituali.

9.        E venne l’angelo della morte, e uccise il macellaio, che…

Secondo la cultura ebraica, l’arrivo del Messia sarà preceduto da un periodo di grande confusione, durante il quale l’ordine naturale è destinato a essere sovvertito. La barbarie sarà spacciata per cultura e la cultura apparirà vuota di significati. La brama di consumare e di possedere crescerà a dismisura, ma troverà sempre meno occasioni di placare la propria voracità. Il materialismo rappresentato da Roma sarà percorso da una rapacità che lo condurrà all’autodistruzione, fino a diventare l’angelo della morte nei confronti di sé stesso. Ma da questa caduta risorgerà la dinastia messianica del re Davide. Secondo i profeti vi saranno tre guerre e quindi l’avvento del penultimo regno, quello del Messia.

10.       E venne l’Unico, benedetto egli sia, e uccise l’angelo della morte, che uccise…

Alla decima strofa il cerchio si chiude con il necessario ritorno al punto di partenza. L’Eterno rimuoverà definitivamente tutto il veleno spirituale cosparso sulla Terra. Anche l’istinto di fare del male (l’angelo della morte) sarà sradicato. «Allora Dio»,  promette il Talmud,  «asciugherà le lacrime da ogni viso e riprenderà possesso del suo regno». Solo quando il circolo sarà completo la gioia potrà regnare in un riconciliato rapporto tra l’uomo e il suo Creatore. 

Pubblicato in: cinema e tv

House, dottore in ricerca

Il Dottor House un uomo in ricerca? religioso?

http://spiritualseeds.wordpress.com/2010/02/08/il-dottor-house-e-la-religione-i-rapporti-indagati-in-due-recenti-volumi/

Pubblicato in: Etica, Filosofia e teologia, Storia

Quali diritti per chi verrà?

Chi verrà dopo di noi, può già rivendicare oggi dei diritti? Tutelare i diritti di chi vivrà nel futuro può aiutarci anche a vivere meglio il presente?

Sono interrogativi che possono trovare risposte in questo interessante articolo che ho trovato su un sito che si occupa di filosofia del quotidiano: http://www.filopop.com/i-diritti-delle-persone-future.html

Pubblicato in: Scuola

Viaggi d’istruzione

Oggi sul Corriere è uscito questo articolo sul fatto che sempre meno insegnanti siano disponibili ad accompagnare le classi in viaggio. Che ne pensate?

http://milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/10_febbraio_10/gite-1602435544474.shtml

Pubblicato in: Filosofia e teologia

Scienza e fede secondo Veronesi

Sky tg24, pochi giorni fa, ha intervistato l’oncologo Umberto Veronesi (ex ministro della Sanità) il quale ha dichiaratoveronesig.jpg

“Scienza e fede non possono andare insieme perché la fede presuppone di credere ciecamente in qualcosa di rivelato nel passato, una specie di leggenda che ancora adesso persiste, senza criticarla, senza il diritto di mettere in dubbio i misteri e dogmi che vanno accettati o, meglio, subiti”.

Personalmente penso non sia affatto così e che la fede intesa alla Veronesi sia un’ideologia e non una fede che ha come baluardo ultimo la coscienza. Al Concilio Vaticano II nella Gaudium et Spes 16 si è scritto:

“L’uomo ha in realtà una legge scritta da Dio dentro al cuore; obbedire è la dignità stessa dell’uomo, e secondo questa egli sarà giudicato. La coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli è solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità. Tramite la coscienza si fa conoscere in modo mirabile quella legge che trova il suo compimento nell’amore di Dio e del prossimo. Nella fedeltà alla coscienza i cristiani si uniscono agli altri uomini per cercare la verità e per risolvere secondo verità numerosi problemi morali, che sorgono tanto nella vita privata quanto in quella sociale.”

Pubblicato in: musica

Battiato spirituale

Stamattina in edicola, come ogni mese, ho acquistato il mensile Rolling Stone. Dentro c’era un’intervista interessante di Luca Caminati a Franco Battiato, di cui ora vi posto la parte per me più intrigante

franco-battiato.jpg

Possiamo dire che nel suo lavoro c’è un elemento di proselitismo?

E’ necessario. Noi siamo strumenti, un ponte fra cielo e terra. Se tu fai questo lavoro perché in realtà ami il successo, hai tradito il tuo compito. I regni inferiori ti aspettano nel futuro. Sono condanne, e non è che si scherza con queste cose.

Più vado avanti e più scopro che molti capolavori musicali sono certezze di esistenze superiori. Ma come può un umano nato dal caso, da una stupida e inerte materia, scrivere cose del genere? I movimenti dei flessori di una mano che prende un bicchiere sono incredibilmente complessi, un meccanismo impressionante. Come può un individuo essere inferiore a una sua parte meccanica?

Però… anche lei è un eretico: da una parte ama parlare del suo spiritualismo, a volte anche vicino alla tradizione cattolica, dall’altra ama presentare un canone di pensatori, artisti e musicisti assolutamente estraneo alla tradizione occidentale.

La mia vicinanza al cristianesimo è univoca: non posso in alcun modo pensare al Vaticano e all’aspetto burocratico e diplomatico della Chiesa. Io sto con i mistici cattolici che seguono vie esperienziali. Uno che non ha esperienze mistiche non sa capire né accettare. San Giovanni della Croce era considerato un eretico, ma i veri eretici sono quelli che parlano di Dio senza avere neanche un “osso sacro”.

Battiato esploratore dell’anima e della mente: ci sono molti come me che rimangono spiazzati di fronte a questo estremismo spiritualista. Canzoni come Haiku, ad esempio, che lei non esita a definire devozionali…

Ma senza il passaggio alla meditazione non si può arrivare a niente. Tecnicamente, per entrare nel sacro devi abbandonare il pensiero materialistico. Bisogna arrivare alla chiarezza della visione. Haiku esprime abbastanza bene la dimensione meditativa, attraverso l’esperienza del silenzio, interessantissima. Quando la provi, non puoi più tornare indietro.

Qual è il suo metodo?

Pratico la meditazione da circa 39 anni. A poco a poco, dai mistici indiani al buddismo tibetano, dal sufismo al sistema analitico di Gurdjieff, sono arrivato a un metodo più personale. Noi viviamo spesso nella mente e non sentiamo il corpo. Immagina di camminare per strada, e invece di essere completamente preso dai tuoi pensieri come spesso succede, immagina di sentire ogni singola parte del tuo corpo: un controllo totale.

Pubblicato in: Etica

Aggiornamento dati pena di morte

Traggo da www.nessunotocchicaino.it i dati sulla pena di morte aggiornati al 31 luglio 2009

Abolizionisti: 96
 
Albania, Andorra, Angola, Argentina, Armenia, Australia, Austria, Azerbaigian, Belgio, Bermuda*, Bhutan, Bolivia, Bosnia-Erzegovina, Bulgaria, Burundi, Cambogia, Canada, Capo Verde, Cipro, Città del Vaticano*, Colombia, Costa d’Avorio, Costarica, Croazia, Danimarca, Ecuador, Estonia, Filippine, Finlandia, Francia, Georgia, Germania, Gibuti, Grecia, Guinea Bissau, Haiti, Honduras, Irlanda, Islanda, Isole Cook*, Isole Marshall, Isole Salomone, Italia, Kirghizistan, Kiribati, Liechtenstein, Lituania, Lussemburgo, Macedonia (Ex Repubblica Iugoslava di), Malta, Mauritius, Messico, Micronesia (Stati Federati della), Moldova, Monaco, Montenegro, Mozambico, Namibia, Nepal, Nicaragua, Norvegia, Nuova Zelanda, Paesi Bassi, Palau, Panama, Paraguay, Polonia, Portogallo, Regno Unito, Repubblica Ceca, Repubblica Dominicana, Romania, Ruanda, Samoa, San Marino, São Tomé e Principe, Senegal, Serbia, Seychelles, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Sudafrica, Svezia, Svizzera, Timor Est, Togo, Turchia, Turkmenistan, Tuvalu, Ucraina, Ungheria, Uruguay, Uzbekistan, Vanuatu e Venezuela.
 
Abolizionisti per crimini ordinari: 8
Brasile, Cile, El Salvador, Figi, Israele, Kazakistan, Lettonia e Perù.  
 
Abolizionisti di fatto (non eseguono sentenze capitali da almeno 10 anni, tra parentesi l’anno dell’ultima esecuzione, oppure paesi vincolati a livello internazionale a non applicare la pena capitale): 43
Antigua e Barbuda (1991), Barbados (1984), Belize (1985), Benin (1993), Birmania (1988), Brunei Darussalam (1957), Burkina Faso (1988), Camerun (1988), Comore (1997), Congo (1982), Corea del Sud (1997), Dominica (1986), Eritrea (non risultano esecuzioni dall’indipendenza del paese nel 1993), Gabon (1985), Gambia (1981), Ghana (1993), Giamaica (1988), Grenada (1978), Guyana (1997), Kenia (1987), Laos (1989), Lesotho (1995), Liberia (2000), Madagascar (1958), Malawi (1992), Maldive (1952), Marocco (1993), Mauritania (1987), Nauru (nessuna sentenza eseguita dall’indipendenza, 1968), Niger (nessuna esecuzione o condanna a morte dal 1976), Papua Nuova Guinea (1957), Repubblica Centroafricana (1981), Santa Lucia (1995), Saint Vincent e Grenadine (1995), Sierra Leone (1998), Sri Lanka (1976), Suriname (1982), Swaziland (1982), Tanzania (1994), Tonga (1982), Trinidad e Tobago (1999), Tunisia (1991) e Zambia (1997).
 
Paesi che attuano una moratoria delle esecuzioni: 5
Algeria, Guatemala, Mali, Russia e Tagikistan.
 
Mantenitori: 45
Afghanistan, Arabia Saudita, Autorità Nazionale Palestinese*, Bahamas, Bahrein, Bangladesh, Bielorussia, Botswana, Ciad, Cina, Corea del Nord, Cuba, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Etiopia, Giappone, Giordania, Guinea, Guinea Equatoriale, India, Indonesia, Iran, Iraq, Kuwait, Libano, Libia, Malesia, Mongolia, Nigeria, Oman, Pakistan, Qatar, Repubblica Democratica del Congo, Saint Kitts e Nevis, Singapore, Siria, Somalia, Stati Uniti d’America, Sudan, Taiwan*, Thailandia, Uganda, Vietnam, Yemen e Zimbabwe.
 
 
Fonte: Nessuno tocchi Caino
 
Sottolineati, i Paesi (2) impegnati a livello internazionale a non applicare la pena di morte
In grassetto, le democrazie liberali1 (10) che mantengono la pena di morte
In corsivo, le novità (6) rispetto al 2007
 
* Stati non membri dell’ONU
 
1 La classificazione “democrazia liberale” si basa sui criteri analitici usati in “Libertà nel mondo 2009”, il rapporto annuale di Freedom House sulla situazione dei diritti politici e delle libertà civili paese per paese (www.freedomhouse.org).