Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, Etica, Filosofia e teologia

Il paradiso del samurai

Un breve racconto per fare un passo oltre l’egoismo

Dopo una lunga ed eroica vita, un valoroso samurai giunse nell’aldilà e fu destinato al paradiso. Era un tipo pieno di curiosità e chiese di poter dare prima un’occhiata anche all’inferno.
Un angelo lo accontentò e lo condusse all’inferno.
Si trovò in un vastissimo salone che aveva al centro una tavola imbandita con piatti colmi di pietanze succulente e di golosità inimmaginabili. Ma i commensali, che sedevano tutt’intorno, erano smunti, pallidi e scheletriti da far pietà.
«Com’è possibile?», chiese il samurai alla sua guida. «Con tutto quel ben di Dio davanti!».SAMURAI.jpg
«Vedi: quando arrivano qui, ricevono tutti due bastoncini, quelli che si usano come posate per mangiare, solo che sono lunghi più di un metro e devono essere rigorosamente impugnati all’estremità. Solo così possono portarsi il cibo alla bocca».
Il samurai rabbrividì. Era terribile la punizione di quei poveretti che, per quanti sforzi facessero, non riuscivano a mettersi neppur una briciola sotto i denti.
Non volle vedere altro e chiese di andare subito in paradiso.
Qui lo attendeva una sorpresa. Il Paradiso era un salone assolutamente identico all’inferno.
Dentro l’immenso salone c’era l’infinita tavolata di gente; un’identica sfilata di piatti deliziosi.
Non solo: tutti i commensali erano muniti degli stessi bastoncini lunghi più di un metro, da impugnare all’estremità per portarsi il cibo alla bocca.
C’era una sola differenza: qui la gente intorno al tavolo era allegra, ben pasciuta, sprizzante di gioia.
«Ma com’è possibile?», chiese il samurai.
L’angelo sorrise. «All’inferno ognuno si affanna ad afferrare il cibo e portarlo alla propria bocca, perché si sono sempre comportati così nella vita. Qui, al contrario, ciascuno prende il cibo con i bastoncini e poi si preoccupa di imboccare il proprio vicino».
Paradiso e inferno sono nelle tue mani. Oggi.

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L’Afghanistan e noi

Ieri mattina sono deceduti due militari italiani in Afghanistan e subito se ne è tornato a parlare anche in termini di presenza italiana in quelle zone e di prospettive future. Ho trovato un pezzo di Germano Dottori su http://temi.repubblica.it/limes/italia-in-afghanistan-attacco-non-e-una-sorpresa/12816 in cui non fa segreto delle difficoltà future che possono vedere interessati proprio gli elementi delle forze armate italiane. Magari nomi quali Helmand, Marija, Haqqani, Imu diranno poco, ma penso sia importante per lo meno farsi un’idea della complessità della situazione.

Italia in Afghanistan: attacco non è una sorpresa di Germano Dottori

La coalizione ha perso 200 soldati dall’inizio dell’anno. Le nuove operazioni militari nel sud dell’Afghanistan non stanno andando per il verso giusto. Purtroppo, l’offesa di cui stamattina sono rimasti vittime il sergente Massimiliano Ramadù ed il caporalmaggiore Luigi Pascazio, uccisi dall’esplosione di un potente ordigno che ha travolto il loro Lince nella provincia nord-occidentale di Baghdis, rientra nella normalità dell’attuale vicenda afghana. Dall’inizio dell’anno fino ad oggi, infatti, sono già caduti in Afghanistan ben 200 soldati occidentali, il che significa in media uno ogni 18 ore. Il pubblico italiano percepisce la gravità della situazione soltanto quando qualcuno dei membri del nostro contingente perde la vita, come è capitato stamattina, ma lo stillicidio è costante ed è diventato così difficile da gestire politicamente che da qualche tempo la Nato evita nei propri comunicati di menzionare la nazionalità dei caduti. Semmai, la sorpresa era che in questi ultimi mesi i nostri militari fossero riusciti a rimanere indenni: un dato che si spiega soprattutto alla luce del relativo rallentamento delle operazioni nella regione occidentale afghana in cui sono state schierate le nostre quattro Task Force. La prova di forza, in questi primi mesi del 2010, non è infatti avvenuta all’Ovest. Si è invece sviluppata altrove, a cavallo tra l’Helmand e l’attigua provincia meridionale di Kandahar, dove decine di migliaia di militari americani, britannici e canadesi stanno cercando di creare un’ampia zona libera dall’influenza neo-talibana, sia per rafforzare il traballante Governo di Kabul, sia per dimostrare alla leadership della guerriglia che gli alleati hanno la forza e la determinazione necessarie a riguadagnare l’iniziativa e negare ai loro avversari la completa vittoria cui paiono aspirare.

Le cose, tuttavia, non stanno andando per il verso giusto. Lo ha recentemente confermato anche il rapporto sui progressi realizzati in Afghanistan pubblicato dal Pentagono lo scorso 26 aprile. Il distretto di Marija, oggetto della prima parte della controffensiva condotta dal generale Stanley McChrystal – l’operazione Moshtarak – sarebbe infatti già stato nuovamente infiltrato dalla guerriglia ed anche nella zona di Kandahar i neo-taliban parrebbero ben lungi dall’essere schiacciati. All’Est, le attività del network degli Haqqani, forse spalleggiato dall’intelligence pakistana, stanno mettendo a dura prova le alleanze tribali strette negli ultimi mesi dai militari statunitensi, che costituiscono un altro aspetto essenziale della strategia controinsurrezionale approvata nel dicembre scorso dal Presidente Obama. Novità negative si sono infine registrate anche al Nord presidiato dai tedeschi, dove alle iniziative dei miliziani fedeli al Mullah Omar si sono aggiunte quelle dei jihadisti appartenenti all’Islamic Movement of Uzbekistan, l’Imu, che è una delle articolazioni più virulente della galassia del terrore. Era difficile che in questo quadro il “nostro” Ovest continuasse ad esser piatto e tranquillo, per quanto obiettivamente un teatro secondario dell’ampio fronte afghano. Specialmente nei dintorni dell’inquieta Bala Murghab, dove c’è la base avanzata Columbus che abbiamo costruito con gli spagnoli ed ora dividiamo anche con americani ed afghani, l’attività della guerriglia è destinata ad aumentare.

C’è modo di tutelarsi dalle insidie che si moltiplicheranno di qui sino ad ottobre? Probabilmente no: i nostri reparti fanno già il massimo ed è presumibile che continueranno a farlo per tutto il tempo che i nostri alleati maggiori giudicheranno indispensabile a determinare le condizioni di un’uscita onorevole e non destabilizzante dall’Afghanistan. Ci aspettano quindi mesi difficili.

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Pubblicato in: Etica, Filosofia e teologia, opinioni

Una sana e lunga vita mortale?

Brian May ha scritto per i Queen la canzone “Who wants to live forever” che mi è venuta alla mente leggendo questo articolo pubblicato su Dimensioni Nuove http://www.dimensioni.org/maggio10/articolo8.html 

 

“Who wants to live forever?” cantavano i Queen qualche anno fa. E chi non ricorda i film come Cocoon, oppure The Fountain, o Highlander? Pare che vivere almeno 120 anni sia ormai alla portata di tutti. Infatti, la medicina “anti-aging”, quella che combatte l’invecchiamento, sta tornando a far parlare di sé. Perché nasce dalle conoscenze del Dna e si pone l’obiettivo di mantenere il più a lungo possibile la giovinezza delle nostre cellule per prevenire le malattie degenerative legate all’invecchiamento, con il risultato di aumentare la durata della vita. Negli ultimi 20 anni i progressi della medicina, soprattutto nella cura delle malattie cardiovascolari e dei tumori, hanno contribuito ad allungare di due anni la vita media degli italiani: le donne hanno superato la soglia degli 82 anni, gli uomini si stanno avvicinando a quella dei 77. Va chiarito subito che la scienza non si interessa all’immortalità. L’obiettivo non è allungare la durata della vita, ma la durata della sua qualità, cioè intervenire non sul tempo dell’esistenza, ma sul tempo senza malattia. La storica scoperta del professor Pier Giuseppe Pelicci sul “gene 66”, cioè che la durata della vita umana è scritta nei nostri geni, è stata accolta come la ricetta per la vita eterna. In realtà, le indagini molecolari che sta sviluppando all’Istituto Europeo di Oncologia mirano a ridurre il peso delle malattie degenerative come il cancro, l’Alzheimer e il Parkinson. DN lo ha incontrato alla Quinta Conferenza sul Futuro della Scienza, organizzata dalla Fondazione Cini di Venezia.

Prof. Pelicci, perché moriamo?

Morire è biologicamente necessario: è parte del programma di ogni cellula ed è, per me, anche un nostro “dovere biologico”, perché significa lasciare posto a nuove generazioni, sempre più forti, che possono contribuire all’evoluzione. Tuttavia, non vedo perché “eticamente” dovremmo opporci a un prolungamento della vita, in condizioni di lucidità di pensiero e autonomia fisica. Oggi abbiamo moltissime informazioni sull’invecchiamento e la biologia molecolare ci permette di ipotizzare che il controllo sulla vecchiaia, intesa come fenomeno cellulare, sia un traguardo raggiungibile. Se una persona è messa in grado di godere della propria esistenza, non c’è ragione di temere un mondo più longevo.

Ma come possiamo arrivare fino a quella età? Riusciremo a mantenerci in buone condizioni?

La ricerca sta arrivando a decodificare i geni preposti all’invecchiamento, per capire come bloccarli. Bisogna dire, però, che questo tipo di studi non è finalizzato all’eterna giovinezza. Punta, prima di tutto, a curare i mali che accorciano o rovinano la vita. Dal cancro all’Alzheimer. Ed è qualcosa di realisticamente raggiungibile. Me lo sono detto quando, nel 1999, sono incappato in uno dei geni dell’invecchiamento: si chiama p66shc. Ebbene, ho scoperto con la mia équipe che, senza quel gene, i topi vivevano il 35% in più. La notizia ha fatto scalpore: lo studio è finito in copertina sulla rivista scientifica Nature e anche i giornali italiani ne hanno parlato, pensando alla tappa successiva: l’uomo.

Perché gli animali di laboratorio diventavano più longevi?

Ci siamo resi conto che riuscivano ad arginare molto meglio quei danni che fanno invecchiare la cellula e la fanno degenerare, innescando patologie come tumore, demenza senile, infarto, arteriosclerosi. Si capisce, dunque, come il ruolo della ricerca sia duplice: allungare la vita e, soprattutto, eliminare le malattie degenerative.

Invecchiamo per colpa del gene p66shc?

Dopo tanto lavoro, siamo arrivati a nuovi risultati, pubblicati sulla rivista Cell. Abbiamo scoperto il meccanismo di funzionamento del p66 e il motivo per cui nell’organismo esiste un gene che lo danneggia e lo fa invecchiare. La proteina p66, che ha lo stesso nome del gene, favorisce la produzione di acqua ossigenata da parte dei mitocondri, che propongono gran parte dell’energia necessaria alla cellula. L’acqua ossigenata è molto reattiva e induce danno a proteine, lipidi e Dna: quello che si chiama stress ossidativo. La cellula si difende attivando meccanismi di riparazione o, addirittura, un programma di suicidio. Se tutto questo non avviene, degenera e può, per esempio, innescare un tumore.

Qual è la funzione del p66?

Durante l’invecchiamento si ha un aumento progressivo dello stress ossidativo. Come mai? Colpa anche del p66, che induce a produrre acqua ossigenata. E perché fa questo? Per regolare funzioni biologiche come il metabolismo degli zuccheri e il mantenimento della temperatura corporea. Infatti, nelle cellule, questi processi sono sottomodulati dalle concentrazioni di acqua ossigenata. La cellula, per sopravvivere, ha bisogno di energia e l’energia viene prodotta al suo interno da una sorta di centralina elettrica: il mitocondrio. Tutto avviene attraverso uno scambio di elettroni, che corrono da una proteina all’altra fino all’ossigeno. È come l’elettricità in un filo che va verso la lampadina e l’accende. Ogni tanto, uno di questi elettroni salta via dal percorso e va a reagire con l’ossigeno anzitempo, producendo alla fine acqua ossigenata. Gli scienziati hanno sempre pensato che la sua formazione fosse un prezzo da pagare: l’uomo spende energia, la produce mediante la cosiddetta respirazione cellulare, la recupera mangiando e respirando, con un costo finale obbligato che è di acqua ossigenata. Una sorta di rifiuto tossico, causa di malattie e invecchiamento. In realtà, non è solo così: esistono proteine nelle cellule che, per mestiere, prendono gli elettroni dalla catena energetica e formano acqua ossigenata. Una delle proteine è quella prodotta dal gene p66. Ecco la nostra scoperta.

Fra quanto tempo sarà completata la vostra scoperta?

Fra non molto potremo essere facilmente ultracentenari e in forma. Siamo programmati per vivere 120 anni, è scritto nel nostro Dna, a prescindere da malattie e incidenti la nostra durata è fissata. L’obiettivo non è l’immortalità ma vivere più a lungo e più giovani, ammalandosi meno.

Maria & Enrico Marotta

 

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Giornalismo ed etica politica

A volte mi capita di guardare Striscia la notizia e mi chiedo come sia possibile che così spesso dei servizi satirico-giornalistici debbano fare le veci della polizia o della guardia di finanza. E poi mi succede di leggere questo articolo su Internazionale di Tobias Jones (giornalista britannico che collabora con Internazionale, nato nel 1972). Oltre al ruolo del giornalismo, l’altro aspetto a impressionare è ovviamente quello dell’etica nella politica. Come chiedere onestà e atteggiamenti giusti e corretti ai cittadini se poi i loro rappresentanti si comportano così?

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Dai parlamentari ai lord, la politica britannica è scossa dagli scandali. Scoperti dai giornalisti. L’intervento di Tobias Jones

Internazionale, 20 maggio 2009

Lo scandalo che sta sconvolgendo il parlamento britannico è uno scandalo molto compassato, molto british, perché quasi nessun politico ha infranto delle leggi. “Ero in regola”, dicono i parlamentari uno dopo l’altro, “l’ufficio spese ha dato il via libera a tutto”. Siccome erano permessi i rimborsi per la seconda casa (resa necessaria dal bisogno di vivere sia nella propria circoscrizione sia a Londra), i politici ne hanno chiesti per ogni fesseria domestica: dalle spese folli (pulizia del fossato o della piscina) alle cose più piccole (biscotti, letame di cavallo, perfino il tappo della vasca da bagno). Facevano il gioco del mercato edilizio, cambiando la loro seconda casa quando conveniva e intascando profitti pazzeschi. E ovviamente non tutto era in regola. Sono emersi rimborsi per mutui fantasma, o parlamentari sposati che chiedevano rimborsi per due seconde case come se fossero separati. La ministra degli interni ha chiesto il rimborso per il suo pay-per-view, e nella bolletta c’era anche un film porno (suo marito, poveretto, avrà una vita di imbarazzo per i suoi pochi minuti di onanismo). La cosa  assurda è che la scusa più comune è stata: “Scusatemi, non sono mai stato molto bravo con i numeri”. Questa gente vuole dirigere l’economia del paese e adesso confessa che non sa fare bene i conti.

Ci sono anche, meno male, alcuni fatti positivi. Tanti hanno avuto almeno la decenza di dimettersi. Ministri ed ex ministri stanno cadendo come le foglie in autunno. C’è stata una corsa a restituire i rimborsi, con vari politici che staccavano in diretta assegni per decine di migliaia di sterline. Ma forse la cosa più notevole è il ritorno del vero giornalismo investigativo. Chiunque voglia fare il giornalista dovrebbe studiare il lavoro di una giovane donna grintosa che si chiama Heather Brooke. È arrivata in Gran Bretagna quando il governo Blair ha approvato il Freedom of information act, una legge che, per la prima volta, permetteva a qualunque cittadino di indagare e scavare negli archivi dello Stato. Era concepita come una garanzia di trasparenza. Cinque anni fa Brooke ha cominciato a chiedere dati sulle spese dei parlamentari. Riceveva il classico secco rifiuto. Nessuno rispondeva alle sue telefonate. Le davano cifre generiche, ma nessun dettaglio. Più si trovava davanti il muro di gomma, più lei sospettava che cercassero di nascondere qualcosa. Ha fatto ricorso al garante per l’informazione, alla corte d’appello e, alla fine, addirittura all’alta corte. E ha vinto la causa, anche se il parlamento non ha mai reso pubbliche le informazioni che Brooke aveva chiesto. Brooke ha creato il caso sulle spese parlamentari, ma lo scoop non l’ha avuto lei. Gliel’ha scippato il Daily Telegraph e nessuno sa ancora esattamente come abbia fatto. Si dice che il quotidiano abbia ricevuto un cd da una talpa di qualche ufficio parlamentare. Qualunque sia la verità, è chiaro che il caso è trascinato dal giornalismo investigativo. Invece di avere giornalisti che raccolgono le briciole dalla magistratura, qui sono le indagini giudiziarie a partire grazie al lavoro investigativo giornalistico. Si parla anche di una causa privata organizzata dalla Taxpayers’ Alliance (“alleanza dei contibuenti”) con un altro giornale, il Daily Mail, contro i parlamentari spreconi.

Forse la cosa più seria in quest’anno nero per “la madre di tutti i parlamenti” è venuta fuori a gennaio, e anche questa è emersa grazie alla stampa. I giornalisti del Sunday Times hanno fatto finta di essere lobbisti e hanno scoperto che i lord erano in vendita. Uno ha chiesto 72mila sterline all’anno. Un’altro ha detto che c’erano delle regole contro questa pratica, ma che le regole, si sa, “sono fatte per essere violate”. Questa settimana, dopo una lunga indagine, i lord potrebbero decidere di sospendere lord Trescott e lord Taylor. Sarebbero i primi lord sospesi dal lontano 1642 (quando un certo visconte Savile fece l’errore di sostenere il re invece del parlamento). È chiaro che il loro peccato è molto più grave di quello dei rimborsi gonfiati. Nel secondo caso si tratta di avarizia, di meschinità. Ma i lord non volevano intascare soldi pubblici per comprare biscotti. Volevano prendere i soldi privati per fare emendamenti alle leggi. Questa non è avarizia, è corruzione. La crisi ha fatto un’ultima vittima inaspettata. La posizione dello speaker è storicamente super partes. Non entra mai nelle polemiche perché fa l’arbitro. Ma questo speaker è stato inetto e incompetente, ha sempre difeso un sistema marcio, e ora è stato il primo speaker rimosso dal 1695. In un periodo che vede il tasso di interesse più basso dal 1694, il diciassettesimo secolo ci sembra molto vicino. Ma se la politica sta tornando indietro, il giornalismo – almeno questa volta – sembra aver fatto dei progressi.

http://www.internazionale.it/primopiano/primopiano.php?id=22511

 

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Alle origini della religione

In prima abbiamo visto una presentazione in ppt sull’origine delle religioni, sul senso del mistero, sulle domande di senso. Posto l’estratto in word di quella presentazione con alcune piccole aggiunte.

Alle origini della religione.doc

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Questioni di dialogo

FATHER & SON (Dall’album “Tea for the tillerman”, Cat Stevens)

Questa vecchia canzone sta ormai attraversando le generazioni, grazie anche a una versione remix che l’ha fatta conoscere anche a persone più giovani; parla del difficile dialogo tra un padre e il proprio figlio.

cat-stevens.jpgNella I, II e IV strofa è il genitore a parlare, a invitare il figlio a prendere le cose con calma, a non avere premura, a non affrettare i propri passi. Riconosce che non è facile “rimanere calmi quando hai trovato qualcosa che funziona”, tuttavia mette in guardia il figlio e lo fa con una frase molto interessante: “per te sarà ancora qui il domani, ma forse non i tuoi sogni”.

E’ una frase bella e che potrebbe  piacere pure al figlio: invita a conservare i sogni, a mantenerli in vita. Fa paura l’ipotesi di un domani senza sogni, senza quei pensieri belli e carichi di aspettative di cui soprattutto i figli sono capaci. Sono parole che vanno in controtendenza rispetto a un mondo che ci fa fare ogni giorno i conti con la realtà e ci dice continuamente di stare con i piedi per terra.

Al padre risponde il figlio, un figlio arrabbiato che usa parole cariche di astio e rancore. Non entro nella dinamica del rapporto tra i due, ma osservo semplicemente ciò che il ragazzo lamenta. Non si è sentito ascoltato; ha provato a spiegare, ma ha poi concluso che era meglio tenere tutto dentro (ma è la soluzione giusta…?). Ha infine scoperto l’esistenza di una sua strada e ha deciso che è venuto il tempo di andarsene: “Dal momento in cui potevo parlare, mi fu ordinato di ascoltare. Ora c’è una strada e so che devo andarmene”.

E allora, sulla spinta di questa canzone potremmo interrogarci sul rapporto genitori-figli, sulla necessità ma anche sulla difficoltà di dialogo. E pure sul rapporto giovani-adulti, sulla ricerca del loro riconoscimento reciproco: a tal proposito un esempio biblico. Gesù, da ragazzino, si ferma a parlare nel tempio con i dottori della legge e questi si stupiscono per la sua arguzia e la sua intelligenza. Se lui non si fosse posto in tal maniera, non sarebbe stato ascoltato. E’ allora necessario, a mio avviso, chiedersi se si debba arrivare a questo: devo obbligare l’altro a venire sul mio piano per rendere possibile il dialogo? Devo costringere i giovani alla seriosità per parlare agli adulti? Devo costringere mamma e papà ad ascoltare i 50 cent o i Coldplay per riuscire a interagire con i figli? Devo costringere i giovani all’alfabeto ecclesiastico per parlare di Dio? Devo costringere la Chiesa agli slang per parlare ai giovani? Dove si possono incontrare?

 

Father

It’s not time to make a change,

Just relax, take it easy.

You’re still young, that’s your fault,

There’s so much you have to know.

Find a girl, settle down,

If you want you can marry.

Look at me, I am old, but I’m happy.

I was once like you are now, and I know that it’s not easy,

To be calm when you’ve found something going on.

But take your time, think a lot,

Why, think of everything you’ve got.

For you will still be here tomorrow, but your dreams may not.

 

Son

How can I try to explain, when I do he turns away again.

It’s always been the same, same old story.

From the moment I could talk I was ordered to listen.

Now there’s a way and I know that I have to go away.

I know I have to go.

 

Father

It’s not time to make a change,

Just sit down, take it slowly.

You’re still young, that’s your fault,

There’s so much you have to go through.

Find a girl, settle down,

if you want you can marry.

Look at me, I am old, but I’m happy.

 

Son

All the times that I cried, keeping all the things I knew inside,

It’s hard, but it’s harder to ignore it.

If they were right, I’d agree, but it’s them you know not me.

Now there’s a way and I know that I have to go away.

I know I have to go.

 

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Carne e fiato

SEI NELL’ANIMA (dall’album “Grazie”, Gianna Nannini)

Propongo una canzone che personalmente considero un capolavoro: parla di un rapporto finito, con la decisione da parte della cantante (o di chi parla in prima persona) di chiudere definitivamente la porta su questa relazione:

“Vado punto e a capo cosìgiannan.jpg

Spegnerò le luci e da qui

Sparirai

Pochi attimi

Oltre questa nebbia

Oltre il temporale

C’è una notte lunga e limpida,

Finirà”.

La decisione è presa, pur nella consapevolezza che sarà difficile andare avanti, sarà come attraversare una notte, una nebbia, un temporale: è l’unico modo di cancellare l’altro, di farlo sparire, di spegnere le luci. La sensazione è quella di una lotta della ragione contro il cuore e pare che sia proprio la prima ad avere la meglio. D’altronde noi di questo rapporto non sappiamo nulla, non possiamo tifare per nessuno, non sappiamo se sia il caso di dare spazio ai sentimenti o alla volontà. Ma…, sì, c’è un ma: prima del ritornello la Nannini canta:

“Ma è la tenerezza

Che ci fa paura”.

E qui, a mio avviso, c’è una provocazione utile: “siamo ancora capaci di tenerezza?” “Sì, certo”, è solitamente la risposta. Ma forse questa certezza risponde a un’altra domanda, leggermente diversa nella forma ma completamente diversa nel contenuto: “abbiamo bisogno di tenerezza?” Non sto parlando della tenerezza intesa come romanticismo mieloso e appiccicaticcio, ma nel senso così ben reso dalle parole di Henri Nouwen

“A volte immagino che il mio intimo

sia come un posto irto di aghi e di spilli.

Come accogliere qualcuno

se non vi può riposare pienamente?

Un cuore agitato di preoccupazioni,

di rabbia e di gelosie

causa delle ferite a chi vi entra.

Devo creare in me una zona libera

per poter invitare gli altri

ad entrare e guarire…

Ciò significa una interiorità dolce,

un cuore di carne e non di pietra,

uno spazio dove si può camminare

a piedi nudi.”

Penso che la sete di questa tenerezza sia enorme; è tuttavia necessario comprendere che tale sete può essere estinta solo dissetando altre persone con lo stesso tipo di sostanza. La tenerezza può essere costruita, ma può essere edificata solo insieme, altrimenti può essere fraintesa o vissuta soltanto da uno dei due. E quando si è innamorati, e magari alle prime esperienze, non è così facile rendersi conto di chi sta abusando della nostra tenerezza; si rischia di prendere delle scottature che poi raffreddano quel calore che viene naturale quando ci si ama e che magari porta a una certa freddezza di sentimenti:

“Sei nell’anima

E lì ti lascio per sempre

Sospeso

Immobile

Fermo immagine

Un segno che non passa mai”.

Ma… sì, per fortuna, c’è un seconda ma: l’amore è una fonte inesauribile per dare sollievo a quella sete di cui dicevo prima.

“Lascio andare i giorni

Tra certezze e sbagli

E’ una strada stretta stretta

Fino a te

Quanta tenerezza

Non fa più paura”

E anche il ritornello cambia:

“Sei nell’anima

E lì ti lascio per sempre

Sei in ogni parte di me

Ti sento scendere (non più immobile fermo immagine, quindi)

Fra respiro e battito

Sei nell’anima

Sei nell’anima

In questo spazio indifeso (quel luogo in cui camminare a piedi nudi)

Inizia

Tutto con te

Non ci serve un perché”.

E Gianna Nannini conclude con una frase che, se voluta, è una vera chicca: “Siamo carne e fiato”. Non dice il solito carne e spirito o carne e anima, che potrebbe farci pensare a classici dualismi, ma carne e fiato: ora in ebraico spirito è “ruah”, che è appunto l’alito, il respiro, il fiato, la vita stessa (in punto di morte si esala l’ultimo respiro e si rende l’anima o lo spirito). Al rapporto, senza la presenza dell’amato, manca la carne, manca il fiato, manca la vita. Insieme diamo vita a un qualcosa, che è il nostro amore, e che senza di noi muore.

Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, Etica, musica

Un giardino di speranza

BIANCHI E NERI (dall’album “Ci penserà poi il computer”, Nomadi)

La canzone ha 25 anni e non è di certo una di quelle più conosciute del complesso di Novellara: non molto frequenti sono le sue esecuzioni ai concerti. Qui metto un video con Augusto. Il testo è molto semplice e racconta la vicenda di un uomo che in mezzo a un mondo di violenze e odio che contrappone fratello a fratello coltiva un giardino di speranza. L’uomo è interessato al bene delle persone al di là delle loro idee e posizioni, al di là dei loro colori, qui rappresentati, penso metaforicamente, dai bianchi e dai neri.

Così un giorno aiuta un nero moribondo e si attira le antipatie dei bianchi, mentre in un’altra occasione soccorre un bianco e suscita l’odio dei neri. Accade così che una notte, mentre sta camminando in cima ad una collina che divide le due valli dei bianchi e dei neri, l’uomo viene colpito contemporaneamente dalle due fazioni. I due gruppi festeggiano la morte del traditore, senza però rendersi conto che in realtà non è un uomo ad essere scomparso, ma la pietà.
Ora, proprio prendendo spunto da questa canzone, penso possa essere utile riflettere sul legame che può esserci tra pietà e missionarietà. Innanzitutto un chiarimento sul termine pietà, che troppe spesso diventa sinonimo di commiserazione superficiale: per spiegarmi uso la lingua friulana. Uno dei vocaboli per tradurre pietà è “dûl”, una situazione “mi fâs dûl”; ma noi friulani diciamo anche “mi dûl al cûr”, mi fa male il cuore, un dolore fisico che coinvolge tutta la persona e che non può che portare all’azione. Pertanto la pietà non va intesa come una estatica contemplazione dei mali del mondo, lontana dall’agire, dallo sporcarsi le mani, dalla compromissione, tutt’altro. La vera pietà porta alla decisione di agire, di darsi da fare per cercare di dare sollievo, magari nel piccolo, a chi sta soffrendo.
Inoltre penso che pietà sia anche muoversi con delicatezza, non intesa come scarsa determinazione, ma come attenzione a tutte le posizioni, sensibilità e diplomazia, nella convinzione che tutta la verità non è mai da una parte sola.
Concludo tornando all’origine della missionarietà: la decisione di agire. Mi viene alla mente lo splendido brano di Barricco, quando Novecento, il pianista che non era mai sceso dalla nave su cui suonava, è fermo in cima alla scaletta, indeciso se scendere o stare.
Cristo, ma le vedevi le strade?
Anche solo le strade, ce n’erano a migliaia, come fate voi laggiù a sceglierne una
A scegliere una donna
Una casa, una terra che sia la vostra, un paesaggio da guardare, un modo di morire
Tutto quel mondo
Quel mondo addosso che nemmeno sai dove finisce
E quanto ce n’è
Non avete mai paura voi di finire in mille pezzi solo a pensarla quell’enormità, solo a pensarla? A viverla…
Io sono nato su questa nave. E qui il mondo passava, ma a duemila persone per volta. E di desideri ce n’erano anche qui, ma non più di quelli che ci potevano stare tra una prua e una poppa. Suonavi la tua felicità, su una tastiera che non era infinita.
Io ho imparato così. La terra, quella è una nave troppo grande per me. E un viaggio troppo lungo. E una donna troppo bella. E un profumo troppo forte. E una musica che non so suonare. Perdonatemi. Ma io non scenderò. Lasciatemi tornare indietro.”
Penso sia ora di scendere dalla scaletta…


 

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Il dono del cervo

Cosa c’entra una canzone che può essere intesa come una presa di posizione contro la caccia con l’argomento della religiosità? Il brano “Il dono del cervo” di Angelo Branduardi racconta la storia di un cervo che incontra un cacciatore e gli dice «Aspetta, non tirare, perché io sto per morire e ti regalo sette pezzi del mio corpo, così per sette volte rivivrò». Probabilmente, adesso, la nostra è la stessa impressione che ebbe Angelo Branduardi quando, alla fine di un suo concerto a L’Aquila, venne avvicinato da una suora: «Complimenti per la canzone sulla risurrezione». Branduardi tentò di spiegare che forse la suora stava sbagliando cantante, ma ella intendeva proprio la canzone del cervo.

Tutta questa premessa mi serve per dire che molte esperienze, in particolare nell’ambito religioso e spirituale, sono significative per le persone che le vivono e la percezione di esse cambia molto da soggetto a soggetto. Un’esperienza positiva per un gruppo (che ne so, immaginiamo un ritiro spirituale), può essere molto meno positiva per un altro. Non solo; penso che oggi questa differenza percettiva scenda dal livello del gruppo al livello delle singole persone che compongono quel gruppo. Un gruppo funziona se le singole persone che lo formano si sentono soddisfatte da un punto di vista personale: insomma, il gruppo non copre, non risolve più le magagne personali, anzi tende a farle emergere e a lasciarne la soluzione alla persona o al massimo al coordinatore. Lo stesso accade anche nel gruppo-chiesa o comunità locale. L’esigenza primaria che deve essere soddisfatta, almeno a livello giovanile, penso sia quella del soddisfacimento personale: attenzione, non voglio ricoprire di un’accezione negativa il termine soddisfacimento. Voglio solo intendere che se qualche tempo fa la realizzazione del giovane era prima a livello di gruppo e poi a livello personale, ora ho la sensazione che avvenga l’esatto contrario: se manca il soddisfacimento personale, è molto difficile che ci sia una buona esperienza di socializzazione.
Ciò, a mio avviso, comporta vantaggi e svantaggi. Un indubbio vantaggio è che i giovani che stanno facendo una buona esperienza di fede siano convinti di quel che stanno vivendo, siano felici e che quindi riescano a trascinare amici e coetanei. Essi hanno spesso un ottimo rapporto con i loro animatori e anche con il prete (soprattutto se giovane, o meglio, se sa stare con i giovani) e vivono effettivamente bene la dimensione della parrocchia, sovente impegnandosi nei vari ambiti pratici e formativi. Chiaramente ciò comporta un rischio: nel momento della crisi del rapporto personale con l’educatore può andare in difficoltà tutto l’ambito della fede, segno di un modo di credere che ha ancora bisogno di radicarsi, che è ancora a un livello emotivo. Molti oggi cercano proprio l’esperienza emotivamente forte e coinvolgente (si pensi all’emozione suscitata dalla scomparsa di Giovanni Paolo II). Il rischio più grosso, però, secondo me lo corrono tutti quei giovani che non possono fare questi tipi di esperienze, perché magari vivono in piccole realtà o semplicemente perché, e capita, inutile nasconderlo, hanno incontrato le persone sbagliate che non hanno fatto scoprire la vera persona importante nella fede, che è quella di Cristo.
La scommessa per una pastorale giovanile parrocchiale e diocesana, è quella di riuscire a offrirsi in mille modi diversi, a incontrare ognuno dei ragazzi che desidera lasciarsi incontrare, a costruire e progettare mille strade diverse lungo le quali i giovani possano fare conoscenza con l’unico oggetto-soggetto di tale incontro: Cristo. Si tratta di fare un po’ come il cervo, che poi non è nient’altro che il seme che muore per dare frutto
“ed in dono allora
a te io offrirò
queste ampie corna
mio buon signore,
dalle mie orecchie
tu potrai bere,
un chiaro specchio
sarà per te il mio occhio,
con il mio pelo
pennelli ti farai.
E se la mia carne cibo ti sarà,
la mia pelle ti riscalderà,
e sarà il mio fegato
che coraggio ti darà.
E così sarà buon signore
che il corpo del tuo vecchio servo
sette volte darà frutto, sette volte fiorirà…”