Pubblicato in: Etica, opinioni, Scuola

Giudizio a scuola

Nell’ultimo numero di Dimensioni Nuove c’è un articolo molto interessante di Susanna Conti che mi ha fatto venire in mente quella bella frase che dice: “ogni volta che punti il dito contro qualcuno per giudicarlo ricordati che tre dita restano puntate contro di te”. L’aspetto più interessante dell’articolo penso sia quello educativo, che lega l’atteggiamento del giudizio e soprattutto del colpevolizzare a un modo di fare che purtroppo è diventato comune. Ho vissuto sulla mia pelle, nell’età dell’adolescenza in cui si vivono le emozioni a tinte forti, cosa significhi vedere accusata e condannata prima del processo una persona che si ama. Poi la persona è stata riconosciuta innocente ma quelle dita puntate, quelle telefonate anonime di accusa nel pieno della notte sono stampate nei miei ricordi. E’ purtroppo vero che viviamo in un periodo di processi mediatici e ci stiamo abituando allo scontro e non più al confronto: non ci scambiamo più le idee, non è dialogo, ma è solo una lotta a chi grida più forte le proprie ragioni, senza ascoltare, nel vero senso del termine, le opinioni altrui. Concordo con Susanna Conti che la scuola abbia un ruolo molto importante in tutto questo…

Pubblico l’articolo che potete trovare qui http://www.dimensioni.org/giugno10/articolo14.html 

COMPLEMENTO DI COLPA di Susanna Conti

Quel che la scuola dovrebbe insegnare. Analisi (logica) di un diritto dimenticatoDitoPuntato.jpg

Sarebbe bello costruire un elenco di comportamenti e valori che la scuola dovrebbe saper insegnare e poi trattarne un punto in ciascun numero di Dimensioni, almeno per un po’ di tempo. Sarebbe ancora più bello costruire questo elenco assieme, studenti, prof, persone che si occupano di scuola e di giovani. Questa è la proposta da inventare. La condizione è che nessuno dica che la scuola dovrebbe insegnare a scrivere bene o a leggere di più o a progettare saggi e tesine: tutto vero, per carità. Ma soltanto saper scrivere bene quando siano poco chiari alcuni capisaldi del vivere civile e democratico serve tutt’al più a ingannare e a confondere, non a comunicare. Nessuno dica nemmeno che alla scuola si chiede troppo: tutto vero anche questo. Ma è la natura della scuola quella di avere un compito infinito: non istruire a un sistema chiuso di conoscenze e capacità, ma aprire la testa delle persone e ricominciare sempre con persone nuove. Prima di tutto ciascuno con se stesso.

Un complemento spia

Il complemento di colpa del titolo non ha molto a che fare con l’ora di grammatica. Tuttavia il fatto che nelle grammatiche quel complemento si chiami proprio di colpa è spia inquietante di una mentalità radicata. Leggete la definizione tratta da una grammatica di scuola media: Il complemento di colpa indica di che cosa uno è accusato oppure da che colpa viene assolto Capito? Uno è accusato (magari di una cosa che non ha fatto) oppure viene assolto (perché non l’ha proprio fatto) eppure lo si bolla subito con un complemento di colpa, non di accusa o di innocenza… Sarebbe bello riscrivere le grammatiche inventando anche il complemento di innocenza: possibile, questo, in un mondo che non copre i colpevoli veri, ma che tutela i più deboli. Il complemento di colpa del titolo ha a che fare con la mentalità: è quello che ha rovinato l’esistenza a molti accusati innocenti, sia in procedimenti giudiziari sia, più spesso, nella vita comune. È il vergognoso atteggiamento che ha chi giudica un altro (mai se stesso) colpevole fino a quando non ne sia provata l’innocenza. E oltre: una volta provata l’innocenza, “chissà se è vero che non ha fatto proprio niente”… Il complemento di colpa è il pregiudizio di aggiungere colpa agli altri perché elevarsi a giudice dà potere e perché pensare solo il peggio (degli altri) dà la sensazione di essere sempre a posto.

Un articolo spregiudicato

C’è un articolo della nostra Costituzione conosciuto quanto tutti gli altri (e cioè molto poco) dalla comunità, ma decisamente opposto al pregiudizio comune. È l’articolo 27. Esso recita, tra l’altro, che l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Questo sul piano della legge civile. Sul piano della convivenza fanno piuttosto legge i salotti televisivi, quelli pomeridiani seguiti dalle nonne e quelli serali seguiti da padri e madri. I ragazzi ascoltano passando e (forse) si adeguano. I salotti televisivi processano a priori, senza avvisi di garanzia e soprattutto senza garanzie. Siccome non c’erano né La vita in diretta né Chi l’ha visto, Renzo Tramaglino, fra Azzeccagarbugli e cacce agli untori, ha solo dovuto emigrare nel Bergamasco e ha messo su casa senza ulteriori problemi, se non quello di essere chiamato baggiano (come dire rumeno o marocchino in un mondo globale come il nostro). Se ci fosse stata la TV, l’avrebbero scovato anche nel Bergamasco e avrebbero rivelato quale colpa si celasse dietro la vita tranquilla di uno che a suo tempo s’era dovuto perfino cercare un avvocato… Quello che in realtà preoccupa non sono i salotti televisivi, è il fatto che i salotti esistano perché il pubblico li vuole, magari in modalità interattiva. È il fatto che ci sentiamo tutti principi del foro e giudici in ermellino, senza averne la minima competenza. E non è un film.

Un complemento nuovo

Questo è un tempo in cui si parla di giustizialismo e di strapotere dei giudici. Ma noi lasciamo ai giudici il loro mestiere, regolato dalla legge e dalle istituzioni democratiche. Noi qui parliamo di educazione, con alcuni esempi su cui pensare.

Primo esempio Mario è un professore di liceo. Un suo allievo (che chiameremo Claudio) è vissuto in alcune comunità ed è stato “preso in carico” dai servizi sociali. A 19 anni (quando si è considerati maggiorenni dalla legge) ha certamente sbagliato e, durante una riunione familiare, ha perso il controllo e ha compiuto un gesto che è un reato. Ora Claudio è detenuto in attesa di giudizio. Mario è una persona normale, con le paure e le ansie di una persona normale. Siccome però è un prof come si deve, non ha avuto dubbi sul fatto che la scuola non si limita alle ore e agli anni di scuola né tanto meno alle Grazie del Foscolo. Pertanto non ha avuto dubbi nemmeno sul fatto di richiedere il permesso per andare a parlare con Claudio in carcere. Mario è rimasto colpito dal pregiudizio di sospetto e di colpa che percepiscono su di sé perfino i visitatori. È straziante l’attesa prima di entrare in una sala, poi arriva la guardia, c’è la perquisizione, poi un’altra porta, il visitatore dichiara che cosa vuol consegnare e magari scopre che non può: niente libri con la copertina rigida, niente biscotti né merendine, nemmeno arance. Deve consegnare l’orologio e, quando finalmente arriva nella sala colloqui, è preso da uno stordimento senza tempo. Non ha il senso dei minuti che passano, ma solo un’ansia pressante di cui non capisce il perché. Quando arriva la guardia a dire che il tempo è finito, Mario scopre l’ansia degli altri, dei familiari che, fino a quel momento, davanti a tanti tavoli uno vicino all’altro, cercavano di dare e di ricevere (di rubare?) un gesto d’affetto e di confidenza. Nei detenuti Mario scopre la dimensione della disperazione, la paura del vuoto, di essere dimenticati.

Secondo esempio Tonino è un detenuto che sta scontando la pena. È l’anima della biblioteca del carcere e del giornale che (quando è possibile, purtroppo di rado) lui e i suoi compagni realizzano. Tonino ha ricevuto il permesso di andare a trovare sua mamma anziana, assieme ai familiari. Queste sono alcune delle sue parole: non è facile riallacciarsi alla vita normale dopo anni di carcere. Vivi quei momenti come se ti vedessi in terza persona e ti vedi con persone e in un mondo che non è il solito, non vedi le guardie, i cancelli, non ci sono sbarre… Non c’è nulla che la tua mente è abituata a vedere e allora sei un po’ spaventato, sei disorientato e anche intimidito da queste novità, da questi nuovi rumori, dai colori delle pareti, dagli odori, dalle piante, dai fiori e maggiormente dallo spaziare della la tua vista che, solitamente, finisce per sgretolarsi contro un muro di cinta e non va oltre, mai. Questa non è solo una bellissima pagina di scrittura. Tonino sa di condividere queste sensazioni con tutte le persone rinchiuse, ad esempio gli anziani negli ospizi e i bambini negli istituti.

Terzo esempio Appello da parte di una volontaria che opera nel carcere di in una grande città. L’appello è stato letto dopo la messa domenicale: in carcere manca carta igienica, mancano saponette e assorbenti, non c’è mai acqua calda. La volontaria chiede ai presenti di realizzare una raccolta di articoli di prima necessità. Ha ragione lei e ha ragione la signora Flora, pensione sociale e una bolletta del gas triplicata rispetto al solito a causa di aumenti retroattivi. Flora (con parole meno neutre) dice di non dover essere lei a mettere toppe alle carenze istituzionali. Vengono in mente gli ermellini delle toghe cerimoniali, viene in mente la distanza tra il mondo della forma e quello della vita. Vengono in mente anche gli ermellini vivi che sono creature del Signore e non pellicce da allevare in gabbia…

Viene in mente che sarebbe necessario fondare un complemento nuovo: il complemento di dignità, fondamentale in tutta la grammatica della vita. Di fronte a Omar che dal carcere esce non può non esplodere il ricordo del fratellino di Erika, quello che non può più uscire dal buio che lo ha travolto in questo mondo. Ma il discorso è di nuovo collegato con ciò che fa notizia: Omar fa notizia, venti anni di depressione di un uomo finito in carcere per un delitto non commesso non fanno notizia. Quando muore Pietro Vanacore, la voce che circola è che, tutto sommato, chissà che cosa sapeva (e nascondeva) il portinaio dello stabile di Roma… Parliamo di nuovo di umanità negata, non del “giallo di via Poma” che non è affatto un film, ma morte vera.

Riflessione: un uomo, una volta, ci ha insegnato il complemento di perdono. Quasi tutti gli altri lo ritenevano colpevole, non importa di che cosa, purché potessero dichiararlo colpevole. Non dimentichiamolo.