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Alla riscoperta di Nina Hagen

Il 13 agosto 2010 su L’Espresso è uscito questo pezzo di Giancarlo Riccio. Sotto posto pure un video

Nina Hagen? Eccola di nuovo ‘unterwegs’. O, se si preferisce, on the road, visto che il nuovo album, ‘Personal Jesus’, che uscirà a settembre in Italia, è cantato in inglese. Per lei – la più popolare rockeuse tedesca, 55 anni compiuti qualche mese fa, protagonista della scena punk berlinese dopo un’infanzia trascorsa a Berlino Est sotto le ali del patrigno Wolf Biermann, cantautore dissidente – il 2010 è l’anno del grande ritorno. In tour fino a ottobre (in quasi tutta Europa, inseguita dalla delusione dei fans italiani, costretti a rincorrerla tra la Germania e la Spagna e poi a Budapest, alla Cité de la Musique di Parigi e a Praga), Nina Hagen resta quella icona del rock che ha ammaliato Wim Wenders e Pedro Almodóvar, disorientato l’apparato musicale di una città disincantata e sempre più aperta come Berlino, fino a costruire la leggenda della bad girl che negli anni Ottanta si masturbava in tv, faceva le linguacce ai politici, ma scriveva anche canzoni neoromantiche come ‘Lacrime della natura’ dove ‘nuvole passero svolazzano nel cielo’. Provocatoria, iconoclasta, la Hagen è stata prima la regina della rockszene di una metropoli divisa in due dal Muro, poi è fuggita negli Usa. In California ha cantato, scoperto il gusto di fare l’attrice come pure la madre (a Los Angeles, nell’81, ha avuto la prima figlia, Cosma Shiva, con il chitarrista olandese Ferdinand Karmelk). Poi, tornata in Europa, ma non in Germania, ha attraversato a Ibiza le notti maudit di allora e lì è nato vent’anni fa il secondogenito Otis, somigliantissimo al padre, l’attore Franck Chevallier. Infine, interprete delle storiche ‘Auf Bahnhof Zoo’, ‘Der Spinner’ e ‘Superboy’, è tornata in Germania. Ha informato il pubblico di essere diventata cristiana, di non provare ‘più gusto nel fare l’amore’, e ha confermato, come aveva confidato alla stampa popolare anni fa, che ‘la prima volta è stata a 13 anni’. Nella casa di amici berlinesi, la Hagen – capelli nerissimi, trucco pesante e occhiali scuri – ha incontrato ‘L’espresso’, ma prima di parlare di musica, dice di non sopportare Angela Merkel. E da lì vuole cominciare la conversazione, a riprova che è ancora una donna impegnata come lo era da ragazzina nella Ddr.

Perché tanta insofferenza nei confronti di una cancelliera, donna come lei, venuta dall’Est come lei?

‘Perché la Merkel è come George Bush: una politica che sostiene di essere cristiana, ma mente. Perché una vera cristiana non manderebbe soldati in guerra (le truppe tedesche sono di stanza in Afghanistan, ndr.), non avvallerebbe la costruzione di nuove centrali nucleari. Ma poi lei è solo un ingranaggio del sistema che governa il mondo e che rischia di portarlo alla distruzione. Le lobbies di industrie pericolose minacciano il nostro creato e la natura che ci è stata invece regalata da Dio. Dobbiamo costringere i potenti a cambiare politica, soprattutto verso l’ambiente e per questo abbiamo ancora moltissimo da fare. Ed è chiaro che dobbiamo salvaguardare tutto ciò che è stato creato e diventare una umanità nuova, capace di convivere in pace. Ma in fondo, io sono solo una cantante’.

E allora parliamo di lei, della sua musica, delle parole che scrive. È di nuovo in tour, come ai tempi dei concerti berlinesi e poi di quelli negli States. Con il suo pubblico è cambiato qualcosa in 30 anni?

‘No. Mi riconoscono i vecchi fans, come mi scoprono i coetanei dei miei figli. I miei concerti sono anche narrazioni, ricordi, citazioni dal mio passato. Dal vivo non mi sono mai risparmiata, anche se i miei collaboratori provano a tenermi a freno, ogni tanto. Ma io non ci riesco: perché cantare dal vivo mi dà quella emozione anche fisica alla quale non riesco a rinunciare. Neanche pensando a come mi sentirò dopo nel backstage. Stordita: ma, mi creda, felice’.

Si ritrova addosso energia sufficiente, anche se non è più giovanissima?

‘Io non sono per niente stanca. Anzi. Mi sento più giovane di almeno vent’anni. Vede, per molti anni mi sono occupata principalmente di miei figli. Facevo la mamma, e ne sono contenta. Ora, ambedue sono adulti e fuori di casa. E io posso di nuovo dedicarmi alla mia professione con lo slancio necessario’.

Infatti, finalmente c’è un suo nuovo disco, ‘Personal Jesus’, con il brano guida che non è propriamente una cover dei Depeche Mode. Che cosa significa per lei?

‘Erano un desiderio del cuore e una preghiera del cuore che si sono realizzati. Ho risparmiato molto per questa produzione,visto che non avevo una casa discografica. L’ho trovata solo quando avevo finito di registrare l’album’.

Lei qui canta in inglese. Perché? E che cosa rappresenta invece la lingua tedesca per la sua musica?

‘Questo disco è un omaggio al mio Creatore, all’autore della mia vita Gesù Cristo e a tutti gli uomini che hanno espresso nella musica gospel la buona novella dell’amore per il prossimo e della vita eterna. Per quanto riguarda la lingua, durante i miei concerti propongo musica rock in tedesco e suono brani sia vecchi che canzoni nuove, sempre in tedesco’.

Rock e ballate: qual è il suo nuovo stile?

‘Non ho nessun nuovo stile. Io sono musicista e cantante e ho abbracciato le radici del gospel americano delle origini e la musica rock per tutta la vita. Riascolti i miei dischi di quando avevo 18 anni: vi troverà già molte canzoni gospel, come ad esempio i ‘Mahalia Jackson-Hits’: ‘Right on time’ , ‘Gonna live the life’ , ‘Hold me … Ave Maria’, ‘Spirit in the sky’. E poi, se prende i miei storici brani come ‘Naturträne’, ‘African Reggae’ e ‘Superboy’, è possibile già individuare alcune mie esperienze successive’.

Alcuni critici dicono che lei canta ‘My Way’ meglio di Frank Sinatra. Che cosa ne pensa?

‘Che hanno ragione, no? Seriamente: non credo che abbia senso mettere a confronto artisti diversi. La voce di Frank è esattamente unica come la mia’.

Lei è anche attrice e performer. In quale parte del mondo ha raggiunto il successo maggiore?

‘Nella patria dell’anima. Non è un luogo geografico’. 

Scrive più volentieri la musica o i testi delle sue canzoni?

‘Io amo le canzoni che la gente possa cantare’.

Si è fatta battezzare un anno fa. Che significato ha avuto per lei?

‘Si è trattato di un battesimo meraviglioso. Io ero stata per tutta la vita una cristiana e una seguace di Gesù. Ma ero stata anche per anni una ospite e poi una adepta di una setta induista con un guru che aveva cercato di farmi dimenticare Gesù. Non c’è riuscito, ma le ha provate tutte: persino sacrifici di animali in nome di Dio. Davvero terribile. Ma quando sono riuscita a conoscere le pagine negative e oscure di questo guru, ho avuto la fortuna di incontrare cristiani che mi hanno fatto ritornare alla mia vera fede’.

Insiste nel dire che ama Dio. Perché lo ama?

‘Perché lo conosco. O meglio, mi sono presto resa conto che per trovarlo avrei per prima cosa dovuto fare la sua conoscenza. Dio si è continuamente manifestato nella mia vita. Io sono sua figlia e lo sarò per sempre. È stato lui che mi ha amato per primo’.

È vero che lei vuole cantare per papa Ratzinger?

‘Sì. Io canto per papi e poliziotti, per politici e professori, idraulici e mezzani, principesse e ciarlatani, principi e pionieri, spacconi e chi non lo è. Per tutti’.

Torniamo al suo passato. È nata nella Germania dell’Est. A 17 anni è diventata famosa con la canzone ‘Hai dimenticato di prendere il rullino a colori’ in cui parlava del grigiore della Ddr…

‘Ho lasciato l’Est grazie a Wolf Bierman (dissidente, scrittore, cantante, ndr.), mio padre adottivo, nel 1976. Nella vecchia Ddr, quando ero ragazzina, la gente si incontrava segretamente nelle chiese e lì cercava di fare cose proibite dal regime. Si pregava per la libertà, si proponevano piani per costruire un futuro libero, si cantavano canzoni vietate. Insomma, tanta solidarietà. Poi arrivò la svolta, le manifestazioni di massa e le preghiere che il Muro cadesse, spontaneamente, senza premeditazione’.

E quando il Muro cadde nel novembre 1989?

‘Quel giorno io stavo cantando a Francoforte. Non appena abbiamo saputo del Muro, abbiamo cambiato i nostri piani e siamo partiti di notte per Berlino per esserci: per partecipare alla grande festa della riunificazione’.

Che opinione ha della scena rock berlinese?

‘Molto vivace. Io la amo’.

Lei è una artista poliedrica: teatro, arte, video, musica, cinema. Che cosa preferisce?

‘Tutto. Davvero tutto’.

Ognuno di noi ha bisogno di un ‘Personal Jesus’?

‘Sì. È costruire giorno per giorno un rapporto personale con il nostro Creatore’.

 

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Se io fossi

Ecco la scheda per le prime per l’attività iniziale

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Invito alla civiltà

Siamo all’inizio dell’anno scolastico e nella nostra scuola, come in altre, si attua la raccolta differenziata dei rifiuti. Ritengo sia un fattore di civiltà molto importante perché ci abitua a tenere sempre un occhio di riguardo nei confronti della natura e degli altri. Vorrei però suggerire anche un altro atteggiamento importante, suggeritomi dall’articolo del sindaco di Verbania che posto qui:

STRADE-SPORCHE.jpg“Come sindaco verifico con una certa periodicità l’andamento delle mense scolastiche e in questo senso qualche settimana fa, poco prima della fine dell’anno scolastico, ho assistito al pranzo di alcune classi di una scuola media della città. Quando i ragazzi sono tornati in classe lo stato della sala non solo sembrava un campo di battaglia, ma si potevano notare una gran quantità di panini appena sbocconcellati come tante fette di torta (buonissime) avanzate dopo un rapido assaggio. Qualcuno si era perfino divertito con le punte della forchetta a forare il coperchio dei budini-monodose che quindi, pur non usati, andavano buttati. Ragazzini che crescono così, senza rispetto per nessuno e veramente convinti che lo spreco sia cosa normale. Ne ho parlato a lungo con la preside che è intervenuta con molto impegno, ma davvero – al di là del fatto in sé – resta la consapevolezza che per questi cittadini ormai prossimi a diventare adulti il senso del sacrificio non esiste. Constato, non giudico: sarà colpa delle famiglie, della scuola, della società, delle istituzioni…fatto sta che i nostri figli (o nipoti) crescono troppe volte così, sedotti da ideali che non reggono, abituati allo spreco senza minimamente rendersi conto di come sia dura la vita per centinaia di milioni di loro coetanei in tante parti del mondo e quindi senza neppure provare la gioia e la felicità del godere quello che hanno. Interroghiamoci sui cattivi esempi che diamo e se non sia il momento che tutti – ma proprio tutti – ci si imponga una seria riflessione su questi argomenti, perché la crisi la si combatte tagliando gli sprechi, ma anche insegnando uno stile di vita più sobrio, rispettoso, economico. Quando ero bambino mia nonna mi riprendeva se avanzavo un pezzo di pane “Dovresti vivere un po’ di tempo di guerra” mi diceva e noi – bambini degli anni cinquanta – siamo stati gli ultimi ad ascoltare queste cose ma a vivere lo sviluppo, dopo di noi la corsa si è fatta sempre più sfrenata, ma si sono completamente persi i riferimenti di partenza. Il risultato è sotto gli occhi di tutti.” Marco Zacchera, sindaco di Verbania

 

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Leggenda indù

E allora mettiamoci anche questa antica leggenda indu

Una antica leggenda Indù racconta che un tempo gli uomini erano degli dei, ma abusavano talmente della loro divinità che Brahama, capo degli dei, decise di togliere loro la potenza divina e nasconderla dove non l’avrebbero mai trovata. Scorci di cielo 054 fb.jpgDove nasconderla divenne quindi il grande problema. Quando gli dei minori furono chiamati a consiglio per valutare la situazione, dissero: “Seppelliremo la divinità dell’uomo in fondo alla terra.” Ma Brahama disse: “No, non basta, perché l’uomo scaverà e la troverà”. Allora gli dei dissero: “Bene, allora affonderemo la sua divinità nell’oceano più profondo.” Ma Brahama rispose ancora: “No, perché prima o poi l’uomo esplorerà le profondità di ogni oceano e la riporterà in superficie.” Allora gli dei minori conclusero: “Non sappiamo dove nasconderla perché sembra che non ci sia alcun posto sulla terra o nel mare dove l’uomo non potrebbe, eventualmente, raggiungerla”. Allora Brahama disse: “Ecco cosa faremo con la divinità dell’uomo. La nasconderemo profondamente in lui stesso, perché non penserà mai di cercarla proprio lì.” E da allora, conclude la leggenda, l’uomo è andato su e giù per la terra, arrampicandosi, tuffandosi, esplorando e scavando per cercare qualcosa che aveva sempre racchiusa in sé.

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La storia del bambù

A 14 anni fui colpito da questo racconto proveniente dalla tradizione popolare cinese. Ve lo posto così, semplicemente, senza particolari commenti.

C’era una volta un bellissimo e meraviglioso giardino. Era situato ad ovest del paese, in mezzo al grande regno. Il Signore di questo giardino aveva l’abitudine di farvi una passeggiata ogni giorno, quando il caldo della giornata era più forte. C’era in questo giardino un bambù di aspetto nobile. Era il più bello di tutti gli alberi e il Signore amava questo bambù più di tutte le altre piante. il+bambù,+l'acqua++e+il+ramaiolo.jpgAnno dopo anno, questo bambù cresceva e diventava sempre più bello e grazioso. Il bambù sapeva che il Signore lo amava e ne godeva. 
Un bel giorno, il Signore, molto in pensiero, si avvicinò al suo albero amato e l’albero, in grande venerazione, chinò la testa. Il Signore gli disse: “Caro bambù, ho bisogno di te”. Sembrò al bambù che fosse venuto il giorno di tutti i giorni, il giorno per cui era nato. Con grande gioia, ma a bassa voce, il bambù rispose: “O Signore, sono pronto. Fà di me l’uso che vuoi”. 
“Bambù”, la voce del Signore era seria, “per usarti devo abbatterti”. Il bambù fu spaventato, molto spaventato: “Abbattermi, Signore, me che hai fatto diventare il più bel albero del tuo giardino? No, per favore, no! Fà uso di me per la tua gioia, Signore, ma per favore non abbattermi!” 
“Mio caro bambù, disse il Signore e la sua voce era più seria, se non posso abbatterti, non posso usarti”! Nel giardino ci fu allora un grande silenzio. Il vento non tirava più, gli uccelli non cantavano più. Lentamente, molto lentamente, il bambù chinò ancora di più la sua testa meravigliosa poi sussurrò: “Signore, se non puoi usarmi senza abbattermi, fà di me quello che vuoi e abbattimi”. 
“Mio caro bambù, disse di nuovo il Signore non devo solo abbatterti, ma anche tagliarti le foglie e i rami. Se non posso tagliarti, non posso usarti.” Allora il sole si nascose e gli uccelli ansiosi volarono via. Il bambù tremò e disse appena udibile: “Signore, tagliali!” 
“Mio caro bambù, devo farti ancora di più. Devo spaccarti in due e strapparti il cuore. Se non posso farti questo, non posso usarti”. Il bambù non potè più parlare. Si chinò fino a terra. 
Così il Signore del giardino abbattè il bambù, tagliò i rami, levò le foglie, lo spaccò in due e ne estirpò il cuore. Poi porto il bambù alla fonte di acqua fresca vicino ai suoi campi inariditi. Là, il Signore dispose l’amato bambù a terra: un’estremtà del tronco la collegò alla fonte, l’altra la diresse verso il suo campo arido. La fonte dava acqua, l’acqua si riversava sul campo che aveva tanto aspettato. 
Poi fu piantato il riso, i giorni passarono, la semente crebbe e il tempo della raccolta venne. Così il meraviglioso bambù divenne realmente una grande benedizione in tutta la sua povertà e umiltà. 
Quando era ancora grande e bello, viveva e cresceva solo per se stesso e amava la propria bellezza. Al contrario nel suo stato povero e distrutto, era diventato un canale che il Signore usava per rendere fecondo il suo regno.

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Le diverse quotidianità

Oggi, appena finito di lavorare sono passato per la stazione dei treni dove mia moglie aveva lasciato l’auto e con la chiave di riserva l’ho presa e le ho fatto un po’ di benzina. Quindi sono arrivato a casa, ho acceso il pc, ho controllato la posta elettronica, facebook e ho postato qualcosa sul mio blog. Il tutto mentre mio suocero dava una sistemata al giardino dietro casa. A cena ero dai miei, insieme a mia moglie, per concordare con mio padre una serie di incontri da tenere a gennaio. Da poco sono tornato a casa, ho bagnato fiori ed erba e ora sono davanti al pc, tra poco doccia e poi a letto a leggere un po’ prima di dormire… “Prof! Ma è impazzito? Che ce frega dei fatti suoi?” Niente, niente, è che ho anche appena finito di leggere questo pezzo di Laura Silvia Battaglia…

 Scorci di cielo 026 fb.jpgAmin è seduto su una sedia, sul corso principale della città vecchia di Hebron. Placido. Immobile. Un uomo di cinquant’anni, dalle spalle larghe. Sopra di lui c’è quel che resta del secondo piano della sua bottega, rovinata dall’umidità e dalle liti con i vicini ebrei. Tra le mani ha un ricordo del passato, un trofeo del suo dolore personale: una fotografia che risale alla Seconda Intifada. L’immagine di quel che restò di suo figlio, morto nella guerriglia urbana. Il suo corpo trascinato da due soldati israeliani.

Amin non dimentica ma non imbraccia fucili, in questa terra contesa. Lo dice senza lacrime e senza eccessiva fierezza. Non ha fatto la stessa scelta di chi, il 31 agosto scorso, ha freddato una famiglia di coloni che viaggiavano sulla stessa auto. Tra loro anche una donna incinta. Combattenti che non dimenticano. L’episodio è stato rivendicato dalle brigate al-Aqsa alla vigilia dei colloqui diretti israelo-palestinesi a Washington. Ma proprio qui, a Hebron, nel cuore della Cisgiordania, ci si rende conto perché la pace è così difficile e quante cose ha da insegnare la storia, cose che gli uomini non ascoltano. Dal 1929, quando i nazionalisti arabi scatenarono una rivolta, assassinando gli ebrei residenti nella cittadina, i contrasti tra palestinesi e coloni non si sono fermati.

L’insediamento di Kiryat Arba, costruito dopo il 1967 per ospitare gli ebrei, in base alla ripartizione successiva alla Guerra dei Sei Giorni, non bastò ai coloni che occupano alcuni edifici della città vecchia. La Knesset appoggiò questa azione illegale in silenzio. «Oggi la città è militarizzata. Per ogni colono ebreo ultraortodosso di Hebron ci sono almeno quattro militari appostati sui tetti delle case o agli angoli delle strade, con la consegna di proteggerlo».

Adel Yahia, archeologo, insegna storia orale nelle scuole di Ramallah; qui porta i visitatori che vogliono rendersi conto di persona che cosa sia diventato uno dei luoghi più caldi della Cisgiordania. «Ma ci sono scontri anche tra coloni e soldati, perché alcuni ultraortodossi continuano ad occupare edifici assegnati ai palestinesi», ci dice. In compenso, la città vecchia è sempre divisa in due verticalmente, specchio di una incomprensione secolare. Ebrei e palestinesi sono separati da una rete stesa tra i primi e i secondi piani, tra le botteghe e le abitazioni superiori. E chi sta sopra (i coloni ebraici) la utilizza come pattumiera. L’orizzonte di chi dal basso guarda verso l’alto è sconfortante: sacchi di spazzatura, detriti, sedie di plastica penzolano sopra le nostre teste, trattenute dalla rete, come spade di Damocle di una inospitale modernità. Se Hebron è la storia di questa separazione, il simbolo contemporaneo di un dialogo che sembra non esserci, nonostante le speranze, è Qalqilya: la città dagli orizzonti murati. Siamo a 40 chilometri a ovest di Hebron, dopo gli insediamenti ebraici di Shiloh e a un passo dalla Green Line, il muro che divide la Cisgiordania da Israele. L’accesso a questo luogo di vivaci scambi commerciali è uno solo. La città è un lungo imbuto da cui si entra facendo il conto dei negozietti di lavatrici e televisori e da cui non si esce se non dall’arteria viaria da cui si è entrati, dopo avere superato un check point, percorso prima la Bypass Road (strada a doppio senso, sia per israeliani che per palestinesi), e poi la strada statale, contrassegnata con il simbolo A (cioè per palestinesi e con posti di blocco di polizia).

Samir Dwa-shah è il sindaco di Qalqilya, località di poco più di 38mila abitanti. Alto, ieratico, sa pesare le parole. Ci accoglie con il drappello degli assessori nei giardinetti pubblici della città, donati alla municipalità da Save the children e da Bill Gates. Qui c’è un piccolo zoo. Le famiglie stazionano tranquille. Dwa-shah non si lascia scappare l’occasione per denunciare lo stato di isolamento, «apartheid», lo chiama, in cui versa la sua popolazione: «Questa terra è fertilissima e non si fa difficoltà a trovare lavoro come braccianti o a guadagnare dal raccolto. Ma, dalla costruzione del muro in poi, ci hanno tagliato anche questa possibilità». Dando per scontato il danno gravissimo arrecato alle famiglie le cui case si trovano sul confine, e alla difficoltà di incontrare chi, se parente o amico, vive oltre il muro, si aggiungono anche dei dati in più: «Le terre coltivabili e già coltivate sono tutte dall’altra parte del muro. Così, i prodotti di una terra sempre lavorata da noi non sono più nostri ma sono di Israele. E ciò significa che dobbiamo importarli: è assurdo». I problemi, a Qalqilya, non riguardano solo l’economia che tracolla, la viabilità congestionata, il commercio senza convenienze, l’acqua razionata o l’agricoltura bracciantile.

II dottor Basim Hashem dirige l’unico centro medico della città, convenzionato con la Croce Rossa Internazionale e la Mezza Luna Rossa Palestinese. Fa il possibile, ma le difficoltà sono all’ordine del giorno. E non sempre riesce a salvare una vita. «Le limitazioni alla viabilità in questo luogo, completamente chiuso in enclave, ci danno dei problemi sulle patologie più gravi: infarti e ictus, ad esempio. Qualche volta, lo ammetto, mi è morto un uomo tra le braccia perché non siamo arrivati in tempo all’ospedale più vicino. Tutta colpa dei check-point». Vedere una donna partorire in auto o su un taxi davanti a un posto di blocco non è dunque una rarità, in Cisgiordania. A Qalqilya, alla fine di Tulkam Road, i taxi sono tanti. Le donne pure. Dentro il mercato, in fondo a questo imbuto di mercanzie, c’è l’unico passaggio verso Israele, consentito solo a chi riesca a dimostrare che ha un lavoro dall’altra parte. Per chi contravviene ai divieti scritti sul cartello giallo, è pronta l’eventualità di essere freddati sul posto dall’esercito israeliano. Qui i cancelli si aprono solo due volte: alle cinque del mattino e alle cinque della sera. Tra i fiori, le cassette di frutta e i cespi di verdura, avanzano i braccianti, uomini e donne, dopo otto ore di lavoro. Intorno, il vociare dei bambini. A terra, bicchieri di carta, spazzatura, arnie sventrate. Dalla torretta, si affaccia il viso allungato di un ragazzo, un soldato israeliano. Fa l’ultimo controllo prima di smontare. La giornata è lunga anche per lui.

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Genetica e libertà

Oggi è stato il primo giorno di scuola di questo 2010-2011. Non ho avuto delle classi, per cui il mio vero primo giorno sarà domani. Solitamente posto un articolo di benvenuto o qualcosa per accogliere i neo percotiani. Quest’anno invece parto con un articolo pengio pengio (bon dai facciamo pengetto, altrimenti manco lo leggete) sulla libertà e sul determinismo genetico pubblicato da Avvenire e scritto dal teologo Moltmann, utile in particolare al triennio e agli ex-studenti che passano ancora su questo blog 🙂

 

Moltmann: i geni non spiegano il genio

Determinismo o libero arbitrio? Questo antico dibattito torna oggi d’attualità nella ricerca genetica e in quella sui neuroni. Veniamo generati nei nostri geni? I geni esistono nella loro peculiarità prima che sorga la nostra coscienza? Pilotano il nostro io nei suoi comportamenti? Determinano quindi il corso delle nostre vite e spiegano perché diventiamo come siamo?deter.jpg

Il noto giornalista americano David Brooks ha scritto nel 2007 (Herald Tribune): «Dal contenuto dei nostri geni, dalla natura dei nostri neuroni e dalla lezione della biologia evoluzionista è diventato chiaro che la natura è costituita da competizione e conflitti di interessi. L’umanità non è venuta prima delle lotte per la propria affermazione, le lotte per l’affermazione sono profondamente radicate nelle relazioni umane».

Ne traeva come conseguenza la naturale disposizione alla competitività del capitalismo e una “visione del mondo tragica”: «Siccome la natura umana è predisposta così aggressivamente alla lotta per il potere abbiamo bisogno di uno Stato forte, di un’educazione dura e di una visione del mondo tragica». Si tratta del risultato di una ricerca o dell’interesse di un’ideologia? Io credo si tratti di pura ideologia naturalistica, perché si fonda sulla riduzione dell’imprevedibile sistema “uomo” ai suoi geni e neuroni prevedibili. Così sorge la fatale impressione di vivere in un mondo chiuso nella sua causalità, come se la nostra libertà, che pure percepiamo nel «tormento della scelta», fosse un’illusione. Se così fosse qualsiasi criminale davanti a un tribunale dovrebbe appellarsi all’incapacità di intendere e di volere, per poi essere assolto in quanto non imputabile. Craig Venter è stato il primo a decifrare il genoma umano. Ha decodificato anche il proprio genoma, che è stato pubblicato su tutti i maggiori quotidiani. Se lo potessimo leggere sapremmo poi chi è Craig Venter? Se egli stesso può leggerlo viene poi a conoscere se stesso? Quando l’ho incontrato di persona a Taiwan due anni fa mi ha raccontato quanto la guerra in Vietnam, combattuta da giovane, lo avesse cambiato. Il suo genoma non esprime nulla di tutto ciò, naturalmente, ma allora perché la tesi deterministica secondo la quale saremmo pilotati dai nostri geni e non avremmo alcuna libertà di reagire alle esperienze di guerra in questo o quell’altro modo?

Facciamo ancora un esempio: nella rivista scientifica Nature Genetics è uscito di recente un articolo nel quale veniva dimostrato da ricerche svolte in tutto il mondo che sono i geni a determinare se i giovani diventino o meno fumatori. Lo studio documentava per la prima volta i fattori genetici a causa dei quali nei recettori cerebrali della nicotina si determina in quale modo si sviluppi la dipendenza e il comportamento rispetto al fumo. Io ho fumato molto dal 1956 al 1976, poi ho smesso da un giorno all’altro. Come ho potuto farlo? La ricerca genetica, per quanto ho potuto seguirla, ha da tempo oltrepassato, nei suoi seri esponenti, questo riduzionismo ideologico. L’immagine della competitività del gene egoista, delineata da Richard Dawkins nel 1978, è influenzata dal darwinismo sociale. I geni sono di fatto più flessibili dei corpi solidi, si «attivano e disattivano» e reagiscono essi stessi agli influssi ambientali. Le nostre esperienze e le nostre relazioni con altre persone, in cui facciamo esperienza di accoglienza o di rifiuto, influenzano anche il funzionamento dei nostri geni. Il medico tedesco Joachim Bauer, che si occupa di psicosomatica, afferma quindi: «I geni non pilotano soltanto, sono anche pilotati» (Principio Umanità, 2006). Anche nelle ricerche sull’intelligenza vengono considerate oggi più le condizioni di vita che le predisposizioni genetiche. Giungo al risultato secondo cui il determinismo genetico e neurologico non è in grado di abolire la nostra libertà, la nostra responsabilità né la nostra imputabilità. Lo si può approvare o rincrescersi, ma le ideologie non spiegano solo i risultati di alcune ricerche, rappresentano anche sempre gli interessi di una parte. Chi ha oggi interesse ad abolire la nostra libertà e a rendere manipolabili gli uomini?

Jurgen Moltmann