Pubblicato in: musica

Vivere di passione 20 anni dopo la morte dell’Uomo Ragno


Hanno ucciso l' uomo ragno 2012 - Back.jpg

Ho appena finito il quarto anno di liceo. E’ il 1992, è estate e in radio c’è una canzone che domina le hit: Hanno ucciso l’uomo ragno degli 883. Dopo 20 anni Max Pezzali rifà l’album in collaborazione con alcuni rapper italiani. Lo sto ascoltando su grooveshark e, sinceramente, non sono molto convinto dell’operazione. In ogni caso, su Dimensioni Nuove ho trovato questo articolo di Claudio Facchetti.

“Il 2012 è l’anno dell’Uomo Ragno. Al cinema, dove è ritornato con il film The Amazing Spider-Man, ma anche nella musica, grazie a Max Pezzali che, in occasione del ventennale dalla sua pubblicazione, ha rispolverato Hanno ucciso l’Uomo Ragno, l’album con cui aveva esordito, siglato allora 883, ottenendo un clamoroso successo. All’epoca, era il 1992, gli 883, alias Max Pezzali e Mauro Repetto, si affacciavano sulla scena italiana portando grande scompiglio con le loro micidiali canzoni pop. Erano melodie che entravano subito in testa e fotografavano meglio di un reportage la vita della provincia di tanti ragazzi, tra discussioni al bar, ragazze da rimorchiare, giri su improbabili auto, tasche sempre vuote, amicizie, amori e delusioni. Il ritratto veritiero di un mondo che, trasformato in musica, vendette oltre 600 mila copie, aprendo la strada della grande popolarità agli 883. Il seguito è noto. Mauro Repetto lascerà presto il solo Max come titolare del “marchio”, che porterà avanti fino al 2000 senza perdere mai colpi. Dal nuovo millennio, Pezzali decide di mettere in soffitta la celebre “griffe” e firmare i cd con il suo nome e cognome. Un cambiamento che coincide anche con la crescita musicale dell’artista che prosegue mantenendosi sempre al top delle classifiche. Adesso è spuntato questo progetto, la riedizione di Hanno ucciso l’Uomo Ragno 2012, che segue il filo della nostalgia, ma solo per un po’. Pezzali, difatti, ha avuto l’idea di incidere nuovamente tutti i brani e riarrangiarli con i maggiori esponenti della scena rap nostrana. È scesa così in campo una squadra di rapper da Champions League formata da Entics, Ensi, Club Dogo, Two Fingerz, Emis Killa, Dargen D’Amico, Fedez, Baby K e J-Ax che ha dato vitalità e attualità ai brani. Un restyling che ha contagiato ovviamente anche il suono dei pezzi, che l’artista pavese ha colorato in buona parte con maggiore energia rock, pur rispettandone la contagiosa cantabilità. Prova ne sia l’unico brano inedito inciso per l’occasione insieme a J-Ax, Sempre noi, il singolo di lancio che ben rispecchia il mood del cd. Ed è interessante notare come da questo “viaggio nel passato”, dice Max, «sia emerso che i sogni, le paure, i bisogni e le emozioni dei ragazzi non sono poi così cambiati negli ultimi vent’anni». Non si sa se prenderla come una bella o cattiva notizia.

Quando è maturato questo progetto? È stato pianificato per i 20 anni o è scaturito per caso?

È nato in maniera estemporanea l’anno scorso a Torino, in occasione degli “MTV Days”. Nel giorno in cui era prevista la mia esibizione, partecipavano anche i Club Dogo e altri rapper della scena piemontese che, alla fine del mio concerto, mentre facevo un medley di vecchi brani, sono saliti sul palco. Ho visto, con sorpresa, che sapevano a menadito i miei pezzi e mi sono chiesto come mai artisti che provenivano da una realtà musicale così diversa dalla mia, conoscessero a memoria quei brani.

Cosa hai scoperto?

Che tutti erano cresciuti ascoltando i primi cd degli 883. Così, parlando con il produttore dei Club Dogo, ha preso corpo l’idea di rifare Hanno ucciso l’Uomo Ragno in occasione del ventennale dalla sua uscita coinvolgendo altri rapper. Lui ha contatto gli artisti della scena hip hop, nessuno si è tirato indietro e con mia soddisfazione ho iniziato a lavorare al progetto.

Ti sei sentito a tuo agio nel confrontarti con un mondo così lontano dal tuo?

Sì, senza dubbio. Ho trovato negli artisti grande professionalità, cosa che forse per qualcuno potrebbe sembrare sorprendente. L’ambiente dell’hip hop è spesso visto con dei pregiudizi, si pensa ci sia molta improvvisazione in ciò che fanno i rapper, invece producono brani di alto livello e lavorano con serietà, non a caso oggi dominano le classifiche e “parlano” ai giovani come pochi altri sanno fare.

Perché ci riescono così bene?

Sono persone dalla grande cultura, che sanno un sacco di cose e con le quali è divertente parlare. D’altra parte, se tu costruisci la tua professione sull’uso intelligente e sul gioco delle parole, devi avere per forza dei “contenuti” dentro di te, perché altrimenti rischi di dire delle banalità, se non addirittura nulla. Il rapper, dunque, è spesso più profondo e capace di leggere la realtà di un cantautore.

Nel “ridipingere” le canzoni ti sei sbilanciato verso sonorità rock abbastanza inconsuete per te. Come mai?

È un momento piuttosto strano per la musica italiana e tutto sembra assomigliarsi un po’. C’è un diffuso appiattimento, provocato anche dai talent. Intendiamoci, da questi programmi escono interpreti spesso di valore dal punto di vista tecnico, cresciuti nel giro dei tre mesi di durata dello show, capaci di fare un buon compitino, ma non può essere il tutto. Purtroppo, visto la crisi del mercato, per le case discografiche è una scorciatoia comoda che taglia tante spese, ma dispiace perché così si penalizza l’altra anima della musica, quella che ha sempre avuto un ruolo di rottura, di libertà, di slancio nell’uscire dagli schemi. Ecco perché ho sentito la necessità di avvicinarmi a un suono più grezzo e immediato nel cd, e di riappropriarmi dell’aspetto ludico della musica, di giocare con le note favorito dall’approccio con i miei ospiti.

Non hai avuto timore di cadere nell’effetto nostalgia?

Il pericolo c’era e per questo ho cercato di dare altra linfa al progetto. Il valore aggiunto doveva essere l’unione delle nuove realtà, senza scivolare da una parte nella retrospettiva e dall’altra nel tentativo sterile di riattualizzare le canzoni. Credo di essere riuscito a integrare bene le due anime, rendendo il lavoro moderno e contemporaneo.

Si è instaurato una sorta di confronto tra te e i tuoi ospiti?

È stato uno scambio quasi intergenerazionale. Mi spiego. La figlia di mia moglie, che ha 16 anni, è una fan dell’hip hop e quando ha ascoltato il cd ha visto in me qualcosa che si collegava al mondo dei rapper, quasi una specie di corto circuito. Questo mi ha fatto capire che sbagliavo nel criticare alcuni pensieri e atteggiamenti dei giovani di oggi. Non sono degli smidollati o dei viziati, come vogliono dipingerli certi sondaggi, ma vivono una crisi, come è accaduto a qualsiasi altra generazione. Ecco che allora torna utile osservarsi in uno specchio diverso dal solito per scoprire che, accanto alle istanze odierne, certe problematiche non tramontano mai. È stato quindi molto costruttivo per me lavorare con questi artisti.

Alcuni problemi, dunque, sono uguali a quelli di vent’anni fa, forse solo riverniciati.

Le grandi preoccupazioni di quando sei giovane sono sempre quelle: sentirsi incompresi dal mondo, soffrire la solitudine, la difficoltà nel confrontarsi con l’altro sesso e così via, tutta una serie di dinamiche che non sono poi tanto cambiate rispetto al passato. Piuttosto, registro una sorta di rassegnazione che un tempo non c’era nonostante le difficoltà.

In che senso?

Nel periodo in cui uscì l’album ricordo che la società non era messa bene: c’erano tangentopoli e le stragi di mafia, un’Europa in forte cambiamento dopo la caduta del muro di Berlino, oltre ad altri seri problemi. Eppure, si reagì con forza, scendendo per esempio in piazza in massa dopo l’uccisione di Falcone e Borsellino, e trovando gli stimoli per guardare al domani con positività. Oggi la differenza con ieri è palpabile: per tanti giovani il clima è cupo, sembrano attendere una catastrofe imminente, il futuro non può cambiare… Questo atteggiamento mi spaventa, consapevole che non è semplice dare risposte al “momento” che si sta vivendo, ma rassegnarsi non è la soluzione.

Si è spenta forse la fiamma della passione, che citi nel ritornello del singolo Sempre noi,che alimenta tanti sogni?

Quando ero giovane, sono cresciuto con alcuni “dogmi” trasmessi dai genitori: la laurea, il posto fisso, un tetto sulla testa, ecc., argomenti importanti dettati dal comprensibile filo delle ragione. Ma tutte le cose, belle e brutte, che ho fatto nella vita mi sono arrivate dalla passione, dal seguire irrazionalmente un obiettivo, che era di comunicare e divertirmi con la musica. Oggi, che quel percorso a tappe obbligate del passato non esiste più, l’unica possibilità per salvarsi è la passione, dire a se stessi: “Mi butto in un mestiere che mi piacerebbe fare”, qualsiasi esso sia. Insomma, vivere di passione può portarti lontano o perlomeno renderti felice.”

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