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Le diverse quotidianità

Oggi, appena finito di lavorare sono passato per la stazione dei treni dove mia moglie aveva lasciato l’auto e con la chiave di riserva l’ho presa e le ho fatto un po’ di benzina. Quindi sono arrivato a casa, ho acceso il pc, ho controllato la posta elettronica, facebook e ho postato qualcosa sul mio blog. Il tutto mentre mio suocero dava una sistemata al giardino dietro casa. A cena ero dai miei, insieme a mia moglie, per concordare con mio padre una serie di incontri da tenere a gennaio. Da poco sono tornato a casa, ho bagnato fiori ed erba e ora sono davanti al pc, tra poco doccia e poi a letto a leggere un po’ prima di dormire… “Prof! Ma è impazzito? Che ce frega dei fatti suoi?” Niente, niente, è che ho anche appena finito di leggere questo pezzo di Laura Silvia Battaglia…

 Scorci di cielo 026 fb.jpgAmin è seduto su una sedia, sul corso principale della città vecchia di Hebron. Placido. Immobile. Un uomo di cinquant’anni, dalle spalle larghe. Sopra di lui c’è quel che resta del secondo piano della sua bottega, rovinata dall’umidità e dalle liti con i vicini ebrei. Tra le mani ha un ricordo del passato, un trofeo del suo dolore personale: una fotografia che risale alla Seconda Intifada. L’immagine di quel che restò di suo figlio, morto nella guerriglia urbana. Il suo corpo trascinato da due soldati israeliani.

Amin non dimentica ma non imbraccia fucili, in questa terra contesa. Lo dice senza lacrime e senza eccessiva fierezza. Non ha fatto la stessa scelta di chi, il 31 agosto scorso, ha freddato una famiglia di coloni che viaggiavano sulla stessa auto. Tra loro anche una donna incinta. Combattenti che non dimenticano. L’episodio è stato rivendicato dalle brigate al-Aqsa alla vigilia dei colloqui diretti israelo-palestinesi a Washington. Ma proprio qui, a Hebron, nel cuore della Cisgiordania, ci si rende conto perché la pace è così difficile e quante cose ha da insegnare la storia, cose che gli uomini non ascoltano. Dal 1929, quando i nazionalisti arabi scatenarono una rivolta, assassinando gli ebrei residenti nella cittadina, i contrasti tra palestinesi e coloni non si sono fermati.

L’insediamento di Kiryat Arba, costruito dopo il 1967 per ospitare gli ebrei, in base alla ripartizione successiva alla Guerra dei Sei Giorni, non bastò ai coloni che occupano alcuni edifici della città vecchia. La Knesset appoggiò questa azione illegale in silenzio. «Oggi la città è militarizzata. Per ogni colono ebreo ultraortodosso di Hebron ci sono almeno quattro militari appostati sui tetti delle case o agli angoli delle strade, con la consegna di proteggerlo».

Adel Yahia, archeologo, insegna storia orale nelle scuole di Ramallah; qui porta i visitatori che vogliono rendersi conto di persona che cosa sia diventato uno dei luoghi più caldi della Cisgiordania. «Ma ci sono scontri anche tra coloni e soldati, perché alcuni ultraortodossi continuano ad occupare edifici assegnati ai palestinesi», ci dice. In compenso, la città vecchia è sempre divisa in due verticalmente, specchio di una incomprensione secolare. Ebrei e palestinesi sono separati da una rete stesa tra i primi e i secondi piani, tra le botteghe e le abitazioni superiori. E chi sta sopra (i coloni ebraici) la utilizza come pattumiera. L’orizzonte di chi dal basso guarda verso l’alto è sconfortante: sacchi di spazzatura, detriti, sedie di plastica penzolano sopra le nostre teste, trattenute dalla rete, come spade di Damocle di una inospitale modernità. Se Hebron è la storia di questa separazione, il simbolo contemporaneo di un dialogo che sembra non esserci, nonostante le speranze, è Qalqilya: la città dagli orizzonti murati. Siamo a 40 chilometri a ovest di Hebron, dopo gli insediamenti ebraici di Shiloh e a un passo dalla Green Line, il muro che divide la Cisgiordania da Israele. L’accesso a questo luogo di vivaci scambi commerciali è uno solo. La città è un lungo imbuto da cui si entra facendo il conto dei negozietti di lavatrici e televisori e da cui non si esce se non dall’arteria viaria da cui si è entrati, dopo avere superato un check point, percorso prima la Bypass Road (strada a doppio senso, sia per israeliani che per palestinesi), e poi la strada statale, contrassegnata con il simbolo A (cioè per palestinesi e con posti di blocco di polizia).

Samir Dwa-shah è il sindaco di Qalqilya, località di poco più di 38mila abitanti. Alto, ieratico, sa pesare le parole. Ci accoglie con il drappello degli assessori nei giardinetti pubblici della città, donati alla municipalità da Save the children e da Bill Gates. Qui c’è un piccolo zoo. Le famiglie stazionano tranquille. Dwa-shah non si lascia scappare l’occasione per denunciare lo stato di isolamento, «apartheid», lo chiama, in cui versa la sua popolazione: «Questa terra è fertilissima e non si fa difficoltà a trovare lavoro come braccianti o a guadagnare dal raccolto. Ma, dalla costruzione del muro in poi, ci hanno tagliato anche questa possibilità». Dando per scontato il danno gravissimo arrecato alle famiglie le cui case si trovano sul confine, e alla difficoltà di incontrare chi, se parente o amico, vive oltre il muro, si aggiungono anche dei dati in più: «Le terre coltivabili e già coltivate sono tutte dall’altra parte del muro. Così, i prodotti di una terra sempre lavorata da noi non sono più nostri ma sono di Israele. E ciò significa che dobbiamo importarli: è assurdo». I problemi, a Qalqilya, non riguardano solo l’economia che tracolla, la viabilità congestionata, il commercio senza convenienze, l’acqua razionata o l’agricoltura bracciantile.

II dottor Basim Hashem dirige l’unico centro medico della città, convenzionato con la Croce Rossa Internazionale e la Mezza Luna Rossa Palestinese. Fa il possibile, ma le difficoltà sono all’ordine del giorno. E non sempre riesce a salvare una vita. «Le limitazioni alla viabilità in questo luogo, completamente chiuso in enclave, ci danno dei problemi sulle patologie più gravi: infarti e ictus, ad esempio. Qualche volta, lo ammetto, mi è morto un uomo tra le braccia perché non siamo arrivati in tempo all’ospedale più vicino. Tutta colpa dei check-point». Vedere una donna partorire in auto o su un taxi davanti a un posto di blocco non è dunque una rarità, in Cisgiordania. A Qalqilya, alla fine di Tulkam Road, i taxi sono tanti. Le donne pure. Dentro il mercato, in fondo a questo imbuto di mercanzie, c’è l’unico passaggio verso Israele, consentito solo a chi riesca a dimostrare che ha un lavoro dall’altra parte. Per chi contravviene ai divieti scritti sul cartello giallo, è pronta l’eventualità di essere freddati sul posto dall’esercito israeliano. Qui i cancelli si aprono solo due volte: alle cinque del mattino e alle cinque della sera. Tra i fiori, le cassette di frutta e i cespi di verdura, avanzano i braccianti, uomini e donne, dopo otto ore di lavoro. Intorno, il vociare dei bambini. A terra, bicchieri di carta, spazzatura, arnie sventrate. Dalla torretta, si affaccia il viso allungato di un ragazzo, un soldato israeliano. Fa l’ultimo controllo prima di smontare. La giornata è lunga anche per lui.

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Genetica e libertà

Oggi è stato il primo giorno di scuola di questo 2010-2011. Non ho avuto delle classi, per cui il mio vero primo giorno sarà domani. Solitamente posto un articolo di benvenuto o qualcosa per accogliere i neo percotiani. Quest’anno invece parto con un articolo pengio pengio (bon dai facciamo pengetto, altrimenti manco lo leggete) sulla libertà e sul determinismo genetico pubblicato da Avvenire e scritto dal teologo Moltmann, utile in particolare al triennio e agli ex-studenti che passano ancora su questo blog 🙂

 

Moltmann: i geni non spiegano il genio

Determinismo o libero arbitrio? Questo antico dibattito torna oggi d’attualità nella ricerca genetica e in quella sui neuroni. Veniamo generati nei nostri geni? I geni esistono nella loro peculiarità prima che sorga la nostra coscienza? Pilotano il nostro io nei suoi comportamenti? Determinano quindi il corso delle nostre vite e spiegano perché diventiamo come siamo?deter.jpg

Il noto giornalista americano David Brooks ha scritto nel 2007 (Herald Tribune): «Dal contenuto dei nostri geni, dalla natura dei nostri neuroni e dalla lezione della biologia evoluzionista è diventato chiaro che la natura è costituita da competizione e conflitti di interessi. L’umanità non è venuta prima delle lotte per la propria affermazione, le lotte per l’affermazione sono profondamente radicate nelle relazioni umane».

Ne traeva come conseguenza la naturale disposizione alla competitività del capitalismo e una “visione del mondo tragica”: «Siccome la natura umana è predisposta così aggressivamente alla lotta per il potere abbiamo bisogno di uno Stato forte, di un’educazione dura e di una visione del mondo tragica». Si tratta del risultato di una ricerca o dell’interesse di un’ideologia? Io credo si tratti di pura ideologia naturalistica, perché si fonda sulla riduzione dell’imprevedibile sistema “uomo” ai suoi geni e neuroni prevedibili. Così sorge la fatale impressione di vivere in un mondo chiuso nella sua causalità, come se la nostra libertà, che pure percepiamo nel «tormento della scelta», fosse un’illusione. Se così fosse qualsiasi criminale davanti a un tribunale dovrebbe appellarsi all’incapacità di intendere e di volere, per poi essere assolto in quanto non imputabile. Craig Venter è stato il primo a decifrare il genoma umano. Ha decodificato anche il proprio genoma, che è stato pubblicato su tutti i maggiori quotidiani. Se lo potessimo leggere sapremmo poi chi è Craig Venter? Se egli stesso può leggerlo viene poi a conoscere se stesso? Quando l’ho incontrato di persona a Taiwan due anni fa mi ha raccontato quanto la guerra in Vietnam, combattuta da giovane, lo avesse cambiato. Il suo genoma non esprime nulla di tutto ciò, naturalmente, ma allora perché la tesi deterministica secondo la quale saremmo pilotati dai nostri geni e non avremmo alcuna libertà di reagire alle esperienze di guerra in questo o quell’altro modo?

Facciamo ancora un esempio: nella rivista scientifica Nature Genetics è uscito di recente un articolo nel quale veniva dimostrato da ricerche svolte in tutto il mondo che sono i geni a determinare se i giovani diventino o meno fumatori. Lo studio documentava per la prima volta i fattori genetici a causa dei quali nei recettori cerebrali della nicotina si determina in quale modo si sviluppi la dipendenza e il comportamento rispetto al fumo. Io ho fumato molto dal 1956 al 1976, poi ho smesso da un giorno all’altro. Come ho potuto farlo? La ricerca genetica, per quanto ho potuto seguirla, ha da tempo oltrepassato, nei suoi seri esponenti, questo riduzionismo ideologico. L’immagine della competitività del gene egoista, delineata da Richard Dawkins nel 1978, è influenzata dal darwinismo sociale. I geni sono di fatto più flessibili dei corpi solidi, si «attivano e disattivano» e reagiscono essi stessi agli influssi ambientali. Le nostre esperienze e le nostre relazioni con altre persone, in cui facciamo esperienza di accoglienza o di rifiuto, influenzano anche il funzionamento dei nostri geni. Il medico tedesco Joachim Bauer, che si occupa di psicosomatica, afferma quindi: «I geni non pilotano soltanto, sono anche pilotati» (Principio Umanità, 2006). Anche nelle ricerche sull’intelligenza vengono considerate oggi più le condizioni di vita che le predisposizioni genetiche. Giungo al risultato secondo cui il determinismo genetico e neurologico non è in grado di abolire la nostra libertà, la nostra responsabilità né la nostra imputabilità. Lo si può approvare o rincrescersi, ma le ideologie non spiegano solo i risultati di alcune ricerche, rappresentano anche sempre gli interessi di una parte. Chi ha oggi interesse ad abolire la nostra libertà e a rendere manipolabili gli uomini?

Jurgen Moltmann