Pubblicato in: Etica, opinioni, Scuola

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Sul sito del Corriere di oggi c’è un pezzo allarmistico che ci mette in guardia sul futuro di internet: dall’estate del 2011 non ci sarà più spazio su internet per un nuovo utente che volesse navigare sol suo nuovo pc o smart-phone. E’ poi sufficiente dare un’occhiata ai commenti dei lettori per ridimensionare notevolmente l’allarmismo generato dell’articolo. Sta di fatto che la questione dell’accesso alla rete è ormai diventata oggetto di rivendicazione dei diritti umani. E in Italia gli amministratori non sembrano averlo capito: non è questione di colorazione politica, perché non vedo grosse differenze. A livello locale ci sono zone dell'”avanzatissimo e produttivo Frìuli” (per dirlo alla TG) scoperte da Adsl o con velocità lentissime… Pensiamo semplicemente alla velocità della connessione nella nostra scuola… Ecco allora due notiziole che arrivano dal nord-europa che ci possono far riflettere non poco: son prese da Dimensioni Nuove

Se è vero che da tempo i Paesi del Nord Europa si distinguono per propensione all’innovazione e attenzione al welfare, negli ultimi mesi i casi di Finlandia e Islanda hanno costituito un interessante connubio di questi due fattori e un coraggioso tentativo di valorizzare le nuove tecnologie, Internet in particolare, per diminuire le disuguaglianze sociali e garantire diritto di informazione e libertà d’espressione.

La Finlandia è il primo Paese al mondo che ha riconosciuto, per legge, la connessione Internet a banda larga come diritto universale per iinternet_la_rete.jpg suoi 5 milioni di cittadini. E’ stata infatti attuata dai primi di luglio del 2010 la legge sul Mercato delle Comunicazioni, che mirava a garantire a un prezzo ragionevole la connessione ad almeno 1 Megabit per secondo all’interno dei servizi di comunicazione di base come il telefono e la posta. Questo ha significato, per i provider, l’obbligo di fornire a ogni residente una linea a banda larga, che, tra l’altro, dovrà raggiungere i 100 Megabit per secondo entro il 2015. Secondo la ministra per le Telecomunicazioni Suvi Linden “i servizi Web non sono più solo intrattenimento, la Finlandia infatti ha lavorato duramente per lo sviluppo della società dell’informazione e un paio di anni fa abbiamo scoperto che non tutti avevano un accesso”, da cui questa legge innovativa e unica per portare l’accesso a tutti. Se si fa il confronto con l’Italia si può solo constatare come, nonostante il susseguirsi di governi di diverso colore, Internet non sia mai stato considerato una priorità e un’opportunità per il nostro Paese. Ci sono sì differenze non trascurabili a livello demografico e ambientale rispetto a Paesi come la Finlandia, ma il punto è che un deciso investimento sull’innovazione, e sulla rete in particolare, nel nostro Paese non è mai stato fatto. Prova ne è l’ultima indagine UE, che fotografa la situazione a metà 2009 e indica un tasso di penetrazione della banda larga in Italia pari al 20%, contro il 37% di Olanda e Danimarca e il 29% di Francia e Germania. E non è un caso se proprio da Wired Italia sia nato il progetto Internet for Peace, la proposta-provocazione di Riccardo Luna di candidare Internet a Premio Nobel per la pace 2010. Non si tratta, a mio avviso, di voler eleggere Internet a panacea di tutti i mali, ma semplicemente di capire come possa avere un ruolo importante nell’informazione e nella partecipazione dei cittadini e come possa, al tempo stesso, diventare un elemento di divisione e disuguaglianza sociale nel momento in cui sia privilegio di pochi.

L’altro caso interessante dell’anno è quello dell’Islanda, il “Paese senza bavaglio”, secondo un provocatorio titolo di Repubblica di quest’estate. In effetti il progetto approvato il 16 giugno dal parlamento islandese, denominato Icelandic Modern Media Iniziative, mira a “garantire uno scudo quasi totale a chi metterà su Internet segreti militari, giudiziari, societari e di Stato di pubblico interesse”, contemplando, tra le altre cose, una considerevole protezione per i blogger e per tutte le fonti, in nome della libertà d’espressione. Sebbene si prevedano per questa risoluzione tempi di attuazione di circa un anno, in tempi di leggi anti-intercettazioni la mossa dell’Islanda coglie piacevolmente di sorpresa, soprattutto se si considera che il parlamento di Reykjavik l’ha votata con cinquanta voti a favore, zero contrari e un solo astenuto. Nel nostro Paese invece si susseguono proposte di legge, dal centrosinistra come dal centrodestra, che cercano di limitare, se non impedire, le attività dei blogger e delle piccole webTV. Così, mentre in Italia la banda larga avanza a passo di lumaca e il mondo dei blog si prepara alla graticola, ci sono fortunatamente Paesi che si muovono e legiferano per garantire diritti come l’accesso a Internet e la libertà d’espressione, candidandosi a diventare la nuova frontiera dell’innovazione e del giornalismo d’inchiesta.

Pubblicato in: Etica, musica, opinioni, Storia

Terre promesse

Ellis_island_1902.jpgIl post precedente parlava di nuove immigrazioni e allora per fare un po’ di contrappeso pensando al passato e per ascoltare un po’ di musica ho pensato a un pezzo del mitico Bruce. La canzone è American Land ed è stata proposta dal vivo la prima volta nel 2006. Viene raccontato il mito della terra promessa americana, la terra dove ogni sogno è possible: là fantastica di recarsi un uomo che dialoga con la moglie. Lei lo raggiungerà per costruire la loro casa in questo paese delle favole descritto nel ritornello. Ma la realtà a cui va incontro l’uomo è ben diversa: sbarca nella baia di New York dove arriva anche la moglie e insieme alla quale costruisce la città e la casa, col proprio sudore e le proprie mani. Sono gli immigrati ad aver costruito gli Stati Uniti: i McNicholas, i Posalski, gli Smith, gli Zirilli (il nome della famiglia della madre di Bruce), i negri, gli irlandesi, gli italiani, i tedeschi e gli ebrei, i portoricani, i clandestini, gli asiatici, gli arabi. E il loro sforzo è arrivato spesso al sacrificio della vita. Dura è l’accusa finale di Bruce Springsteen al suo paese, un’accusa che giunge fino ai giorni d’oggi: “Sono morte per arrivare fin qui cento anni fa e ancora muoiono, le braccia che hanno costruito il Paese che ha sempre cercato di opprimerle.” Il testo rimanda soprattutto per le prime due strofe alla poesia “He lies in the American land” di Andrew Kovaly. Kovaly era un minatore slovacco che aveva così raccontato la storia di un conterraneo che, poco dopo aver spedito a moglie e figli il denaro necessario a raggiungerlo, muore in una miniera.

Eccola qua:

What is this land of America, so many travel there

I’m going now while I’m still young, my darling meet me there

Wish me luck my lovely, I’ll send for you when I can

And we’ll make our home in the American land

Over there all the woman wear silk and satin to their knees

And children dear, the sweets, I hear, are growing on the trees

Gold comes rushing out the river straight into your hands

If you make your home in the American land

There’s diamonds in the sidewalks, there’s gutters lined in song

Dear I hear that beer flows through the faucets all night long

There’s treasure for the taking, for any hard working man

Who will make his home in the American land

I docked at Ellis Island in a city of light and spire

I wandered to the valley of red-hot steel and fire

We made the steel that built the cities with the sweat of our two hands

And I made my home in the American land

Chorus

The McNicholas, the Posalski’s, the Smiths, Zerillis too

The Blacks, the Irish, the Italians, the Germans and the Jews

The Puerto Ricans, illegals, the Asians, Arabs miles from home

Come across the water with a fire down below

They died building the railroads, worked to bones and skin

They died in the fields and factories, names scattered in the wind

They died to get here a hundred years ago, they’re dyin’ now

The hands that built the country we’re all trying to keep down

Chorus

 

Ed eccone la traduzione (Bruce Springsteen Come un killer sotto il sole, Colombati, pag.135)

 

Cos’è questa terra chiamata America dove in tanti stanno andando?

Ci andrò ora che sono giovane; là mi raggiungerai, mia cara:

augurami buona fortuna, amore mio, ti manderò a prendere quando potrò

e costruiremo la nostra casa in terra americana.

Le donne, laggiù, vestono di seta e raso da capo a piedi,

i bambini, cara, e i dolci, ho sentito, crescono sugli alberi

e l’oro sgorga dai fiumi dritto nelle tue mani

se costruisci la tua casa in terra americana.

Ci sono diamanti sui marciapiedi, ci sono rigagnoli dritti come fusi

e, cara, ho sentito che la birra sgorga dai rubinetti tutta la notte

e che ci sono tesori a portata di mano per chiunque lavori sodo

e costruisca la propria casa in terra americana.

Sono sbarcato a Ellis Island in una città di guglie e luce

e ho riabbracciato il mio amore li nella valle di acciaio incandescente;

col nostro sudore e le nostre mani abbiamo fatto l’acciaio per erigere le città

e abbiamo costruito la nostra casa in terra americana.

Rit.

I McNicholas, i Posalski, gli Smith e anche gli Zirilli,

i negri, gli irlandesi, gli italiani, i tedeschi e gli ebrei

i portoricani, i clandestini, gli asiatici, gli arabi lontani miglia da casa

hanno attraversato l’oceano col fuoco nel cuore

(hanno attraversato l’oceano, mille miglia da casa,

con le pance vuote ma col fuoco nel cuore: così nel booklet).

Sono morti costruendo le ferrovie, hanno lavorato fino a ridursi pelle e ossa,

sono morti nei campi e nelle fabbriche – i loro nomi dispersi nel vento.

Sono morte per arrivare fin qui cento anni fa e ancora muoiono,

le braccia che hanno costruito il Paese che ha sempre cercato di opprimerle.

Rit.

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Nuove rotte di immigrazione

Posto un interresantissimo pezzo di Adriano Remiddi tratto dal sito di Limes sulle nuove rotte dell’immigrazione verso l’Europa. Nelle quinte stiamo parlando di globalizzazione e abbiamo accennato al fatto che alcune emergenze possono trovare soluzione solo se affrontate a livello internazionale: fin tanto che ogni stato continua a guardale al cortile di casa sua non ci sono molte possibilità…

Le nuove rotte dell’immigrazione verso l’Europa

La pratica del respingimento in mare dei migranti clandestini ha abbassato del 70% gli sbarchi sulle coste siciliane. Ma i flussi migratori non sono diminuiti: hanno solo cambiato percorso.

La crisi economica ha rallentato i flussi migratori verso l’area Ocse ma la materia è sempre ai primi posti nelle agende dei governi dell’Unione europea. Negli ultimi dieci anni l’Europa ha visto assestarsi alcune principali rotte extra-europee, che incidevano prevalentemente a sud su Spagna e Italia e a est su Polonia e Ungheria. Tuttavia, grazie anche alle politiche migratorie promosse dall’Italia, è in corso una mutazione di tendenza. Di recente il nostro paese ha ratificato il trattato di Bengasi, meglio conosciuto come Trattato di amicizia italo-libica. L’accordo bilaterale firmato il 30 agosto 2008 da Gheddafi e Berlusconi prevede un controllo congiunto del canale di Sicilia allo scopo di contenere il flusso di immigrazione clandestina proveniente dal Nordafrica. Seguendo l’esempio di Spagna e Malta, quindi, anche l’Italia ha rafforzato la pratica del respingimento in mare, suscitando roventi polemiche internazionali.

Nel breve periodo il risultato è stato evidente, perché i controlli hanno ridimensionato consistentemente l’emergenza-sbarchi sulle coste siciliane: c’è stata una riduzione del 71% nell’ultimo anno. Anche il Centro di identificazione ed espulsione (Cie) di Lampedusa, tristemente celebre per il suo cronico sovraffollamento, era ormai deserto in pieno agosto – proprio nel periodo di potenziali sbarchi in massa. Inizialmente, nella controllatissima rotta che dal Nordafrica porta all’Italia, gli sbarchi si sono diretti perlopiù sulla piccolissima isola di Linosa e sulle spiagge agrigentine, ma i continui respingimenti hanno scoraggiato definitivamente questa soluzione. I movimenti dei popoli, ci insegna la storia, sono difficilmente arrestabili e non stupisce quindi che i migranti arginati via mare stiano utilizzando altre rotte.

Nel 2010 infatti, il totale degli ingressi illegali in Europa è aumentato rispetto all’anno precedente, a dimostrazione che i flussi non si sono samos-musumeci-img_2126-2-large.jpgfermati ma sono solo stati deviati. La legge del mercato, della domanda e dell’offerta, trova attuazione anche quando si tratta di vite umane. Non sorprende quindi che sia bastato poco tempo perché si riorganizzassero nuove piste di clandestini via terra. Tantomeno stupisce constatare che la pressione migratoria è cresciuta visibilmente e progressivamente prima in Egitto e in Turchia, poi in Grecia e Albania, paesi di transito che rappresentano la porte d’Europa e dell’area Schengen. Stando ai numeri forniti dal Frontex, l’agenzia europea per il controllo delle frontiere, negli ultimi 12 mesi l’80% degli immigrati è entrato nell’Unione attraverso la Grecia, provenendo dal Nordafrica. Nel 2010 infatti il numero di tentativi di ingresso attraverso la Grecia è più che quadruplicato, passando da 6.616 casi a circa 31.021 (+369%). La chiusura delle rotte nel Mediterraneo ha fatto sì che i flussi africani verso l’Europa si  riorganizzassero su terra, permettendo l’arrivo di migliaia di migranti attraverso la Libia, l’Egitto e la Turchia, che vanno a sommarsi al già gravoso flusso proveniente da Afghanistan, Pakistan, Iraq e Iran. Il problema è che la Grecia dimostra di non saper accogliere questa mole di immigrati che di fatto non riesce a respingere, tanto da essere stata definita “palesemente incapace” dal ministero degli Interni di Istanbul. Parte di questo flusso su terra sembra quindi transitare progressivamente attraverso la penisola balcanica diretta verso Croazia, Slovenia e Italia, paesi nei quali, secondo l’ultimo rapporto annuale della stessa agenzia europea, si è registrato un netto aumento del numero di respingimenti alle frontiere terrestri.

Va inoltre segnalato un sorprendente ritorno degli sbarchi sulla costa adriatica, fenomeno ormai estremamente contenuto dopo la pacificazione della penisola balcanica ma tornato alle cronache durante la scorsa estate dopo gli sbarchi in Puglia e Calabria di nordafricani provenienti dalle coste turche. Proprio in queste settimane, per ristabilire il controllo dei confini europei in Grecia, la Commissione europea ha predisposto l’invio delle Rabit – le Squadre di intervento rapido alle frontiere – prevedendo l’impiego sul territorio di 175 unità provenienti dai paesi dell’area Schengen, che affiancheranno Atene nei pattugliamenti e nei respingimenti. È la prima volta che viene dispiegata un’operazione congiunta di questo tipo e le aspettative dell’Unione sono ovviamente molto alte.

Pubblicato in: Etica, musica, opinioni

Ciò che resta di un eroe

Ho fatto l’obiettore di coscienza, quindi non ho fatto il servizio militare: quando c’era l’anno di leva obbligatorio ero dell’idea che non fosse assolutamente corretto che uno stato obbligasse un giovane diciottenne a imparare come si usa un’arma. Non penso che il sistema corretto per alzare il livello di democrazia di uno stato sia quello della forza, ma penso anche che sia necessario confrontarsi su questo. Penso anche che a volte il dialogo con un regime totalitario sia difficoltoso se non impossibile. Insomma sono convinto che idee e pareri siano molto diversi. Quando però sento di un attentato in cui perde la vita un giovane soldato mi si stringe il cuore al pensiero di chi quel militare ha amato e che ora piange quella vita che non c’è più. Penso alle vittime delle guerre, di quelle combattute ufficialmente (con tanto di nome ridondante) e di quelle ufficiose ma molto più numerose, a tutte le vittime. E allora torna alla mente una delle primissime canzoni scritte da Fabrizio De André: “La ballata dell’eroe”.Senza titolo-2.jpg

E’ la storia di un soldato che parte per la guerra con l’intento di dare il suo aiuto (o il suo sangue, in un’altra versione) alla sua terra: è la stessa motivazione che sento ripetere spesso dai tanti amici che hanno scelta la professione militare, anzi la missione militare, come preferiscono dire loro. Dai superiori il soldato riceve, oltre a mostrine e stellette, il consiglio di vendere cara la pelle (attenzione: non di riportarla a casa…). Riceve l’ordine di andare avanti e commette l’errore di spingersi troppo lontano nella ricerca della verità: davanti agli occhi mi sono passate le vignette del fumetto “Logicomix”, laddove si parla della I guerra mondiale col tentativo da parte del filosofo Wittgenstein di vivere il suo essere umano stando il più possibile accanto alla morte (e concludendo “Spingete un uomo sull’orlo dell’abisso e … se riesce a non caderci dentro… diventerà un mistico o un pazzo… che forse sono la stessa cosa” pag. 256-7).

Dalla morte del soldato derivano due conseguenze.

La prima non riesce proprio a entrare nelle mie corde: la Patria ha un eroe in più da aggiungere alla propria gloria. Troppe sono le domande che si rincorrono nella mia mente: ne pongo solo tre. Che dire di tutti i morti sul lavoro e che lavorano nella società civile, tra mille rischi e accettando anche mille compromessi? Che dire dei soldati tornati dalle missioni con gravi malattie e neppure risarciti? E’ necessario cadere sul campo per dire che la vita è stata vissuta da eroi?

La seconda conseguenza è quella degli affetti, quella che stringe il cuore: quella della donna che amava il militare e che avrebbe preferito il soldato vivo all’eroe morto, di colei che avrebbe voluto avere accanto a sé, nel letto, colui che avrebbe potuto regalarle un caldo abbraccio piuttosto che la gloria di una medaglia alla memoria. E il cuore si stringe. 

Pubblicato in: Storia

Haiti e il colera

Prendo dal sito del corriere di oggi questo articolo di Michele Farina. Mi ha messo addosso tanta tristezza.

NELL’INFERNO DI HAITI

In tre settimane oltre 500 vittime. Camioncini trasformati in ambulanze, flebo appese ai rami

HAITI – Love è steso sul pavimento del deposito medicine, gli occhi svuotati, una maglietta bianca con le vele azzurre. Avrà 10 anni. Lo zio che l’ha portato in spalla tutto il giorno fino a Port de Paix gli sta vicino, con le scarpe senza più suola. Un altro ago: sotto la mia inutile torcia il dottor Tony Alessi cerca la giugulare. L’estremo tentativo di trovare una vena per la flebo. Ma ormai è tardi, il cuore batte troppo fioco e il corpo ha ristretto i vasi, questa sera quando è arrivato Love era già solo pelle raggrinzita e occhi scavati. Le suore di madre Teresa per mezz’ora hanno cercato un varco nei piedi, nelle mani, alle tempie. «Dio neppure la giugulare» mormora Tony. L’ultimo gesto del bambino: stringe il pugno destro. «He’s gone». Se ogni morte è inaccettabile, morire di colera a 10 anni dopo aver superato un terremoto e un uragano forse di più. In tre settimane le vittime a Haiti hanno superato quota 500, con 7mila casi ufficiali. Ma è certo che sia un censimento in difetto. Come difettosa è la risposta delle autorità.haiti_11_672-458_resize.jpg

VESTITI BENE – Il colera può uccidere in 6-7 ore prosciugando il corpo a forza di vomito e diarrea, ma dal colera basta poco per salvarsi: fluidi reidratanti, sodio. Qualche sacca di flebo endovena. Così sull’ondeggante camioncino di padre Rick – diventato ambulanza all’aperto e mezzo anfibio lungo l’allagata strada nazionale numero 1 – stamattina ho visto rinascere un vecchietto sdentato che sembrava moribondo, la piccola Denise, un altro ragazzino di nome Love, una signora anziana ormai più di là che di qua: i parenti la portavano sopra la testa su una vecchia branda con le molle arrugginite, una gonna improbabile con figure di Topolino. I malati sulla strada erano vestiti bene. Un po’ come tutti, quando si va dal medico o in ospedale. L’abito buono perché non si sa mai. Solo che qui nel nord di Haiti spesso gli ospedali sono un disastro e i medici un miraggio. Il colera li ha resi più sfuggenti.

CADAVER KIT – Quattro giorni fa è arrivato l’appello di suor Patsy delle Sorelle della Misericordia: all’ospedale di Port de Paix, 200 mila abitanti, i malati di colera erano abbandonati. «Di notte non c’è un medico, un’infermiera. Siamo andate noi con le nostre flebo ad aiutare. Ma la situazione è insostenibile». Così padre Rick Frechette, direttore di Nph Haiti, è partito con i suoi ragazzi e due camioncini di aiuti dall’ospedale Saint Damien a Port-au-Prince, costruito dalla Fondazione Francesca Rava. Sacchi di riso, acqua, materassi di gomma piuma, fluidi per il colera. Prima notte sul cassone del camion a Gors Morne, in riva a un rigagnolo diventato fiume per le forti piogge. Al buio non c’è modo di passare. Ci proteggiamo dalla pioggia con i sacchi di plastica , i cadaver kit che serviranno a seppellire le vittime del colera. All’alba da oltre il fiume arrivano i primi pazienti, caricati su moto che sfidano la corrente. Vengono assistiti su uno dei camioncini. L’altro, a trazione integrale, prosegue.

LA FLEBO E IL RAMO – I ragazzi locali ci guidano nel trovare il punto migliore per il guado. Cominciamo a prendere a bordo malati di colera e parenti, con posti aggiuntivi su una jeep. Denise portata in braccio dallo zio. Le sacche di fluidi appese a un ramo d’albero che in mano a padre Rick diventa uno strano bastone pastorale. Sei ore per una trentina di chilometri tra colline di banani e scarpate. Fino al mare. Port de Paix. Il centro di assistenza delle suore di Madre Teresa è un avamposto contro l’epidemia. Una cinquantina di malati. Flebo, pulizia. «Il colera è dappertutto» dice sorella Patsy. L’ospedale pubblico fino a domenica non aveva un reparto apposito. Pazienti mischiati. E dalla sera alla mattina l’abbandono totale. Lo visitiamo nel pomeriggio: Medici senza frontiere finalmente ha creato un centro colera in un’ala fatiscente.

haiti_19_672-458_resize.jpgCHIESA OSPEDALE – Anche la chiesina è piena di brande. Ci torniamo la sera, 10 minuti di macchina. Le suore portano un bimbo di 2 anni che si è aggravato. Troviamo un medico e due infermiere locali, queste ultime sedute a una scrivania mentre in una sala contiamo le flebo funzionanti: 2 su 15. «Ma non c’è paragone rispetto alle notti precedenti» dicono le suore. Il medico ci chiede di andare a comprare un rasoio con cui rade la tempia del piccolo e trova una vena buona per la flebo. Love non sarà così fortunato: arriva dalle suore quasi completamente disidratato. Tony, dottore italo-americano volontario dal Connecticut, è subito pessimista. Ma anche lui ci prova fino alla fine. Love viveva a Corail. Lo zio racconta che ha cominciato a star male al mattino: lungo la costa in barca e poi a piedi lo ha portato a Port de Paix. Un giorno di viaggio. Senza incrociare nessuno che potesse salvarlo.

Pubblicato in: Testimoni

Pino Puglisi

Ho sentito l’esigenza di aprire nel blog una nuova sezione che ho chiamato Testimoni. Ne ho sentito il bisogno perché mi sono ritrovato a essere intristito da modelli ed esempi che ci ritroviamo davanti ogni giorno e che ci vengono proposti da mezzi di comunicazione che ormai hanno il solo obiettivo di creare audience, scalpore, disagio, casi… La nuova sezione comprenderà testimonianze sia di fede che di profonda umanità.

Inizio con un articolo pubblicato nel lontano 2002 su Dimensioni Nuove e dedicato a don Pino Puglisi

PINO PUGLISI PARROCO

di Teresio Bosco

 

Salvatore e Gaspare decisero di attenderlo sotto casa. Gaspare gli disse: «Padre, questa è un rapina». Lui si girò, lo guardò, sorrise. Allora Salvatore gli sparò un colpo alla nuca.

 

I ragazzotti lo prendevano in giro, e lui ci stava. Gli affibbiarono il nomignolo «3P» (Pino Puglisi Parroco), e lui se ne appropriò firmando biglietti e lettere allo stesso modo. Mimarono alla sua entrata in scuola la favola di Cappuccetto Rosso: il prete ha bocca grande (e l’aveva) per meglio divorarci, ha mani grandi (e le aveva) per picchiarci meglio, ha piedi grandi (e li aveva) per meglio prenderci a pedate. Lui ci rise di gusto, e aggiunse: «Avete dimenticato la mia pelata grande, per illuminare gli ignoranti!». E risero tutti insieme. Ma quando cominciava a insegnare religione, allora più nessuno scherzava. Parlava piano, cercando con difficoltà le parole giuste. Sembrava che nell’universo, per lui, esistessero solo i suoi alunni. Cercava veramente di comunicare loro ciò che era la luce e la sostanza della sua vita, con lucidità, con ordine perfetto, con una carica di entusiasmo contenuto che andava ben più lontano e più in alto del testo (che del resto usava molto poco). Comunicava le sue certezze, quello per cui viveva, per cui rischiava la vita ogni giorno, nel quartiere Brancaccio di Palermo.Padre_Pino_Puglisi.jpg

«L’ho conosciuto tra i banchi all’ora di religione – testimonia Francesco Deliziosi, che poi diventerà suo biografo con un libro coraggioso e documentatissimo -. Prima di lui entrava il suo sorriso. Entrava in classe infreddolito nel suo immutabile, logoro giubbotto blu. Non l’ho mai visto con un cappotto. Sotto le sue ali siamo cresciuti io e Maria, la compagna di classe che è divenuta mia moglie».

A Brancaccio c’era nato, don Puglisi, nel 1937. Suo padre Carmelo faceva il calzolaio e sua madre Giuseppina la sarta, nella zona più povera di Palermo. Lungo la via del mare, Pino incontrava la chiesa di san Giovanni Bosco. Nel 1950 conosce il vecchio parroco don Calogero. Ricordava: «Era un uomo di grande cultura. Dimostrava una libertà di pensiero non comune, soprattutto per quanto riguardava l’indipendenza della chiesa dai politici. Cacciò via a male parole, sotto i miei occhi, un galoppino elettorale che gli offriva un ricco assegno in cambio di un appoggio al suo deputato. Era amico del grande don Sturzo, aveva aiutato a costruire le casse rurali per sostenere i contadini. Oltreché parroco era professore di greco e latino al liceo Gonzaga di Palermo».

IL SACCO DI PALERMO

Don Calogero lo preparò al seminario, dove Pino fu ordinato sacerdote il 2 luglio 1960. La prima nomina lo manda vice-parroco a Settecannoli, limitrofo a Brancaccio e rettore della chiesa di san Giovanni dei Lebbrosi. Da lì don Pino assiste al «sacco di Palermo», cioè allo stravolgimento della città, lasciata senza piano regolatore per vent’anni. Scrive Deliziosi: «II centro storico fu svuotato a forza, le radici culturali di un popolo sepolte tra crolli e macerie. I poveri furono portati nei casermoni-dormitorio, la borghesia si trasferì nei nuovi quartieri residenziali, costruiti grazie a licenze edilizie consegnate a raffica e con una densità mai viste di edifici multipiano, acciaio e cemento. Finirono in cancrena non solo il cuore della città vecchia ma la Conca d’Oro e l’intera costa orientale, trasformata da stazione balneare in fognatura a cielo aperto».

In quella zona dov’era nato, don Pino mise la sua tenda tra gli ultimi. Abitò in un ammasso di case popolari senza strade asfaltate e senza luce. Poi si trasferì in una bidonville di baracche di legno e di lamiera. E, naturalmente, appoggiò ogni battaglia per i diritti civili della gente, si unì alle proteste che sfilavano in strada, le assemblee le ospitò nella sua chiesa. Accettò le telecamere della tv, diede interviste ai giornali portando i giornalisti sui luoghi del «sacco di Palermo». Fu quindi accusato di essere un «prete rosso». Cominciarono le accuse dei benpensanti: «I panni sporchi si lavano in casa, non alla televisione»; «È ora che la smetta di farci fare brutta figura davanti a tutta l’Italia».

Nel 1967 per il «viceparroco scomodo» Pino Puglisi cominciano i trasferimenti. Cappellano presso l’Istituto per orfani di lavoratori Roosevelt, parroco di Godrano, un piccolo paese arrampicato su un cocuzzolo di montagna.

RICHIAMATO DAL CARDINALE

Nel 1977 a Palermo è cardinale Salvatore Pappalardo, che nomina don Pino direttore spirituale del Seminario maggiore. È come dirgli: «Forma dei preti come te». Il 29 settembre 1990 (a 53 anni) è parroco a Brancaccio, e rimane direttore spirituale del Seminario. Don Pino continua a Palermo la vita dei poveri. Indossa maglietta e pantaloni recuperati alla San Vincenzo. Regala tutto il suo tempo agli altri, non ha conto in banca, ha le tasche vuote e la casa (popolare) con lo scaldabagno rotto e i rubinetti che schizzano acqua dappertutto. Ma ha la parete occupata da uno scaffale pieno di libri, e il tempo che riesce a rubare al sonno lo passa a pregare e a studiare.

Nel gennaio 1992, al «Centro diocesano vocazioni» espone una lucida analisi del luogo e della situazione: «La borgata rurale di Brancaccio aveva tremila persone, oggi sono ottomila. Non esiste una scuola media… Il primo strato sociale è costituito dagli antichi abitanti nati nella zona. Hanno venduto i campi e gli agrumeti, e abitano in palazzi nuovi. Sono agiati… Lo strato più miserabile è formato da famiglie di sfrattati che vivono in una zona posta tra due passaggi a livello. Si vive in catoi, baracche-fantasia affittate per pochissimo. Povertà materiale e morale che fa paura: il bene e il male si stabiliscono in base alle necessità e alla situazione del momento. Non si riconosce nessuna dignità, né propria né altrui. Ragazzi sono stati ospiti dell’istituto penale minorile. Ragazzi e ragazze si mettono insieme a 14-15 anni e si lasciano quando gli pare».

I FATTI CHE FANNO PAURA

Nella «Sentenza» del processo per la uccisione di don Puglisi, alle pagine 73-74, si legge: «Nella variegata galassia delle cosche mafiose, quella di Brancaccio era saldamente nelle mani dei fratelli Giuseppe e Filippo Graviano… Il collaboratore Emanuele Di Filippo ha spiegato che “tutto quello che succedeva (estorsioni, rapine, omicidi), tutto quello che veniva comandato, noi dovevamo saperlo”». Nella relazione al convegno «Chiesa e mafia» don Pino specificò: «Pure la microcriminalità a Brancaccio deve rispettare certe regole. Tutto deve essere fatto “con il permesso di”. Ad esempio, subito dopo l’arrivo degli sfrattati dal centro storico ci fu un’ondata di furti d’auto. Alcuni di questi ladruncoli, per punizione, sono improvvisamente scomparsi. Agivano senza seguire le regole imposte dai mafiosi del luogo: chissà, forse li ritroveremo dentro qualche pilastro di cemento. Poi, evidentemente, c’è stata la sottomissione, e da allora non è più scomparso nessuno. I furti colpiscono, ma colpiscono solo chi non è protetto dalla mafia e non paga puntualmente il pizzo».

I TAVOLI DAVANTI ALLA CHIESA

Davanti a questi fatti, don Pino si circonda prima di tutto di amici e di volontari disposti a lavorare per la comunità senza nessuna ricompensa eccetto quella promessa dal Signore. A essi espone le linee scarne di ciò che occorre realizzare, e con fiducia si incomincia: Primo obiettivo: le fogne. Bisogna mettere fine alla faccenda che spurghi, acqua inquinata e topi siano il luogo dove giocano i bambini.

Secondo obiettivo: l’istituzione del distretto socio-sanitario. Non è tollerabile che Brancaccio sia lontano dall’assistenza medica e dagli assistenti sociali come una zona del Burundi.

Don Pino, per la raccolta delle firme, fa piazzare i tavoli anche davanti alla chiesa, e durante l’omelia della messa invita i fedeli a sostenere l’iniziativa. Terzo obiettivo: si chiede ancora una volta la realizzazione della scuola media, la prima in un rione di ottomila abitanti. Don Pino sa che una scuola media significa togliere dalla strada i ragazzi quando cominciano a ricevere le offerte di manovalanza mafiosa. L’istruzione e la formazione possono dar loro una diversa conoscenza del mondo e di se stessi. La scuola fa crescere. La mafia invece ha interesse che non crescano: non conoscano la Costituzione, i diritti del cittadino, le leggi. Si rassegnino a credere che solo obbedendo alla mafia si ha lavoro, soldi, rispetto.

don-pino-puglisi.jpgAVVERTIMENTI

In quel 1992 la Sicilia è devastata da due orrendi attentati. Vengono assassinati Falcone e Borsellino, due giudici che lottano contro la mafia. Nel primo anniversario, don Pino guida una marcia silenziosa per le vie del quartiere. Sfilano anche i giovani del liceo. La manifestazione, in parte, è trasmessa in diretta dal TG3. Ma a un convegno di assistenti sociali, don Pino dice amaramente: «Per molti di quelli che hanno sfilato, il problema vero è riuscire a mangiare ogni giorno. Nella zona dei catoi, dopo aver agitato bandiere, in una stanza tornano ad ammassarsi sette bambini con papà e mamma disoccupati. Che cosa volete che facciano? La prima proposta della mafia l’accettano come una grazia, per non morire di fame». Bisogna occuparsi urgentemente del lavoro delle famiglie, del pane quotidiano. Il piccolo e mite prete comincia a dar fastidio. Cominciano gli avvertimenti. Una per una vengono incendiate le porte delle case dei suoi volontari. Due giorni dopo la sfilata silenziosa, da una moto gettano bottiglie molotov davanti alla chiesa.

Gli scoppi e le fiamme spaventano la gente.

I DUE KILLER

II 13 settembre 1993, nella cappella del Centro vocazioni, don Pino incontra l’amica Enza Maria Motellaro, e legge con lei un brano della liturgia delle ore di quel giorno. Sono parole di san Giovanni Crisostomo, l’arcivescovo di Costantinopoli martirizzato dai cristiani benpensanti per la sua disturbante coerenza cristiana: «Minacciose tempeste mi sovrastano, ma non ho paura di essere sommerso perché sono fondato sulla roccia. Cosa dovrei dunque temere? Per me vivere è Cristo e morire un guadagno. E se Cristo è con me, di chi avrò paura?». Dieci giorni prima la cupola l’aveva condannato a morte…

Nell’aula del processo, Salvatore Grigoli, il killer incaricato di eliminarlo (aveva già eseguito 39 omicidi) racconterà: «Decidemmo di attenderlo sotto casa. Lui arrivò. E io e Gaspare Spatuzza siamo scesi dalle auto. Il padre si stava accingendo ad aprire il portoncino di casa. Aveva il borsello nelle mani. Lo Spatuzza si avvicinò, gli mise la mano nella mano per prendergli il borsello. E gli disse piano: “Padre, questa è un rapina”. Lui si girò, lo guardò, sorrise – una cosa questa che non posso dimenticare, che non ci ho dormito la notte – e disse: “Me l’aspettavo”. Non si era accorto di me, che ero alle sue spalle. Io allora gli sparai un colpo alla nuca» (Verbale 7 luglio 1997 e Sentenza pp. 117-118).

 

(Da “Dimensioni Nuove” Agosto/Settembre 2002, pagg.50-52)