Un cappotto

Rubo le ultime due battute dell’intervista di Christian Zingales ad Adriano Celentano pubblicata su XL di dicembre:

cele.jpgHai sempre avuto un forte credo in Dio, cosa diresti a chi non ha questa fede? Niente. Gli comprerei un cappotto, per ripararsi dal vento…

Il tuo credo si è sempre combinato allo sguardo venato di utopia, a partire dalle battaglie per l’ecosistema. Il problema di oggi è proprio che manca chi insegna un’utopia. Questo momento di crisi totale sarà superato in tal senso? Il mondo oggi è così malandato che solo l’utopia lo può salvare. E utopia per me significa: rifare il mondo da capo… non è difficile. Ma l’uomo è indolente: “Perché ridare il mondo, solo perché l’abbiamo abbruttito?”. Non sa invece che il primo ad essere tremendamente abbruttito è proprio lui.”

Più frutto che figlio

9%20AM~1.JPGSudavo. Appoggiata di schiena mi tenevo il pancione con due mani per aiutare le mosse del bambino. L’incoraggiavo a bassa voce, col respiro corto. Lo chiamavo. Le bestie alle spalle mi davano forza. Le gambe mi facevano male per la posizione. Mi inginocchiai per farle riposare. «Affacciati bimbo mio, vienimi incontro, mamma tua è pronta a prenderti al volo appena spunta la tua testolina. I muscoli del ventre andavano dietro al respiro, una contrazione e un rilassamento, spinta, rincorsa, spinta. Quando lo strappo era più forte mi mordevo il labbro per non far scappare il grido. Josef era di sicuro davanti alla porta, di guardia. Ho tagliato il cordone, un solo taglio, ho fatto il nodo del sarto e ho strofinato il suo corpo in acqua e sale. Eccolo finalmente. L’ho palpato da tutte le parti fino ai piedi. L’ho annusato e per conferma gli ho dato una leccatina. ‘Sei proprio un dattero, sei più frutto che figlio’. Ho messo l’orecchio sul suo cuore, batteva svelto, colpi di chi ha corso a perdifiato. Al poco lume della stella l’ho guardato, impastato di sangue mio e di perfezione. «Somigli a Josef». Così ho voluto vederlo. «Tuo padre in terra è un uomo coraggioso, tu gli assomiglierai». Mi sono stesa sotto la coperta di pelle e l’ho attaccato al seno. Il bue ha muggito piano, l’asina ha sbatacchiato forte le orecchie. È stato un applauso di bestie il primo benvenuto al mondo di Jeshu, figlio mio. Non ho chiamato Josef. Gli avevo promesso un figlio all’alba ed era ancora notte. Fino alla prima luce Jeshu è solamente mio. È solamente mio: voglio cantare una canzone con queste tre parole e basta. Signore del mondo, benedetto, ascolta la preghiera della tua serva che adesso è tua madre. Quando nasce un bambino la famiglia si augura che diventi qualcuno, intelligente, si distingua dagli altri. Fa’ che non sia così. Fa’ che questo brivido salito sulla mia schiena, questo freddo venuto dal Futuro sia lontano da lui. Lo chiamo Jeshu come vuoi tu, ma non lo reclamare per qualche tua missione. Fa’ che sia un cucciolo qualunque, anche un poco stupido, svogliato, senza studio, un figlio che si mette a bottega da suo padre, impara il mestiere, lo prosegue.

Che vuoto mi hai lasciato, che spazio inutile dentro di me deve imparare a chiudersi. Il mio corpo ha perso il centro, da adesso in poi noi siamo due staccati, che possono abbracciarsi e mai tornare una persona sola.

(Erri De Luca)

Chiara e Francesco

Prendo da Avvenire un articolo di Roberto I. Zanini su san Francesco e santa Chiara.

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 Chiara e Francesco? Molto diversi da come li presenta la vulgata che si è affermata con film, libri, fiction e canzoni. Se proprio abbiamo bisogno di immagini è «meglio affidarsi all’iconografia giottesca di Assisi». Nei fatti, sottolinea la medievista Chiara Frugoni, autrice per Einaudi, del libro Storia di Chiara e Francesco «sono due persone che hanno avuto una vita piena di sofferenze, di incomprensioni. Vivono per un progetto che riescono a realizzare solo in parte. Il Francesco degli ultimi anni, cieco, provato dalle malattie» sfigurato nel volto, quantunque trasfigurato dalle stimmate, «è lontano dal santino sorridente che solitamente ci si immagina. Comincia in maniera gioiosa con l’idea di mettere in pratica il Vangelo, insieme ai compagni di sempre, gente entusiasta e di alto livello. Poi arriva il successo, il numero dei frati aumenta a dismisura e il livello di spiritualità e volontà di sacrificio si abbassa, iniziano le divergenze e le divisioni».

Vuole dire che il “francescanesimo” pensato da Francesco non è quello che si realizza? «Per esempio, nella prima regola (quella non approvata) si afferma, lo ricordo a senso: “Coloro che per divina ispirazione vogliono andare a vivere fra i saraceni o altri infedeli vadano, e il superiore non li fermi”. Nella regola del ’23 (quella approvata), è il contrario: possono andare solo coloro che il superiore (ministro) pensa siano adatti. E non c’è più il concetto del “vivere fra i saraceni”».

Un’idea tanto innovativa da riemergere solo con personaggi come Charles de Focauld, sette secoli dopo. «Francesco pensa a una vita fra i musulmani in reciproco rispetto. Se poi piace a Dio, allora si parli di Dio. Per lui è l’esempio nella carità che diventa lievito. E aveva stima degli islamici, tanto che nella lettera ai Reggitori di popoli, di ritorno dall’Egitto, promuove l’istituzione di persone che dai campanili delle chiese, come dai minareti, invitino la gente alla preghiera».

Gli ultimi sono anni difficili, ma sono anche quelli delle stimmate. «Era disperato, solo, con poca stima dei compagni. Le stimmate ricevute alla Verna, secondo Tommaso da Celano, il primo biografo, costituiscono per lui l’estrema pacificazione: capisce di dover accettare la volontà del Padre come Cristo nel Getsemani».

È il racconto famoso del Santo che per tre volte apre il Vangelo. «In realtà i racconti sono due. Secondo Tommaso da Celano per tre volte lo apre alla pagina del Getsemani a conferma di dover bere al calice della volontà di Dio, che si materializzano nelle stimmate. Anni dopo, Bonaventura da Bagnoregio racconta il medesimo episodio, ma la pagina del Vangelo diventa quella del Golgota, e attraverso le stimmate il sacrificio di Francesco viene accomunato a quello di Cristo».

Diceva di una vita piena di sconfitte. «Dal punto di vista dello storico certamente. Una vita triste, piena di ostacoli. Quattro anni prima di morire Francesco è costretto a dare le dimissioni dal vertice dei frati minori. Chiara vede approvata la sua regola solo il giorno prima di morire e non è la stessa che lei voleva… È la grande spiritualità dei due santi a volgere tutto in gioia».

Che rapporti c’erano fra i due? «Una profonda intesa spirituale. Chiara giovinetta vede in Francesco l’immagine stessa del suo futuro. E colpisce la sua capacità, a 18 anni, di fare una scelta radicale senza più tornare indietro. Resiste alle pressioni di Gregorio IX. Dopo la morte di Francesco si affida a frate Elia che però si schiera con Federico II e viene scomunicato. Trova appoggio nella principessa Agnese di Boemia divenuta monaca, ma il Papa obbliga Agnese a non seguire Chiara. Alla fine diventa la prima donna a scrivere una regola solo per le donne. Anche se dopo la sua morte Urbano IV la modifica ammorbidendola, così che ancora oggi le Clarisse hanno due regole possibili: Monache Clarisse e Clarisse Urbaniste».

Francesco e Chiara avevano un’idea comune della vita religiosa? «Identica. Francesco pensa a un progetto aperto a uomini e donne: Fratres minores e Sorores minores. Gli uni indipendenti dalle altre, ma con la stessa regola. Un progetto uguale e parallelo che fonda sulla grande stima di Francesco per le donne. Poi Francesco, angosciato dalle difficoltà per l’approvazione della regola, visti gli ostacoli posti dalla gerarchia e dai confratelli è costretto a stralciare la posizione del ramo femminile. Però non abbandona mai Chiara alla sua sorte. E mai Chiara si sente abbandonata».

Poi, anche lei trova enormi difficoltà. «Non voleva la clausura, che per molti secoli ancora sarà l’unico modo di concepire la vita religiosa al femminile. Aveva un’idea modernissima di suore che si alternano nella vita contemplativa e in quella attiva fra la gente».

È l’attualità che permea l’idea originaria di Francesco. «Tornando al dialogo con le religioni, invita a cercare i punti che avvicinano, non quelli che allontanano. Ai musulmani, come a tutti, chiede di fare frutti degni di penitenza, intesa nell’accezione evangelica di conversione, perché solo ripensando le proprie scelte si possono trovare punti di contatto. Fa conoscere i concetti di solidarietà e di ascolto, con l’idea di dare la giusta importanza al punto di vista dell’altro».

Due cose totalmente mutuate dai Vangeli. «La vera modernità è nel Vangelo. Francesco e Chiara non fanno altro che metterlo in pratica in maniera radicale».