Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, Filosofia e teologia, Letteratura

Verrà

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Verrà come la caduta dell’ultima foglia.

Una notte quando il vento di novembre

ha flagellato gli alberi all’osso, e la terra

si sveglia asfissiando dalla muffa,

dal dispiegarsi del morbido sudario.

Verrà come il gelo.

Una mattina quando la terra rattrappita

si apre sulla nebbia, per trovarsi

bloccata nella rete

di una bellezza sconosciuta, affilata.

Verrà come il buio.

Una sera quando il sole rosso fiammante

di dicembre tira su il lenzuolo

e copre il suo occhio con una moneta per mietere

i campi di cielo nevicati di stelle.

Verrà, verrà,

verrà come pianto nella notte,

come sangue, come rottura,

non appena la terra si dibatterà per liberarlo.

Egli verrà come bambino.

(Rowan Williams, Calendario dell’Avvento)

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La storia di Michele

Michele Aiello è l’uomo che ha ispirato a Fabrizio De Andrè questo brano, molto probabilmente un immigrato del sud a Genova. La vicenda non è complessa: Michè è in carcere e deve scontare vent’anni per l’omicidio di un rivale in amore, l’uomo che voleva rubargli la bella Marì. Solo che Michè non resiste all’idea di stare lontano dalla sua amata per un periodo così lungo e decide pertanto di impiccarsi con una corda, l’unico sistema escogitato per costringere la Corte che lo aveva condannato ad aprirgli la porta del carcere in anticipo. Il gesto viene compiuto di notte, al buio, come sottolinea tre volte De Andrè che si ricorderà di Michè tutte le volte che sentirà cantare un gallo. Viene allora alla mente un’altra notte di circa duemila anni fa, dove risuonò il canto di un altro gallo, quello del Vangelo di Luca (Lc 22, 60: “…E in quell’istante, mentre ancora parlava, un gallo cantò.”.), così come l’atto dell’impiccagione riporta al gesto di Giuda (Mt 27,5: “Egli allora, gettate le monete d’argento nel tempio, si allontanò e andò a impiccarsi.”). Ma Pietro e Giuda sono narrati nella Bibbia come rinnegatore l’uno e traditore l’altro, mentre Michè non tradisce né rinnega nessuno. Anzi, forse ciò che lo ha portato all’omicidio è stata proprio la paura di poter essere tradito, il timore di perdere l’unica ragione della sua vita: Marì. E ora la constatazione di non poter vivere vicino al suo amore e di dover attendere vent’anni lo fanno decidere per la morte; De Andrè canta che Michè con la morte vuole anche mantenere la propria condizione di innamorato, ricordare il bene profondo che prova per la sua amata. Nessuna pietà poi per il defunto Michè neanche da un prete: nessuna messa prevista per un suicida. Solo la consolazione di una croce col nome e la data posta dalla mano di qualcuno nella terra bagnata proprio alla stessa ora della morte di Gesù (Mc 15, 34-37: “Alle tre… Gesù, dando un forte grido, spirò”). Mi piace cogliere in questa immagine piovosa e umida il calore di una speranza che viene dal Cristo, quella speranza che l’uomo di Chiesa non ha saputo dare. De Andrè tornerà su tale questione in Preghiera in gennaio: intollerabile per lui (e non solo) che al suicida, proprio a colui che maggiormente può aver bisogno dell’abbraccio del Cristo sofferente, venga tolta tale possibilità.

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La valutazione

Stamattina assemblea d’istituto. Ho partecipato, parzialmente, solo l’ultima ora. Mi è piaciuta la partecipazione, mi sono piaciuti i temi. Posto questa immagine provocatoria su uno degli argomenti che sono usciti. Che ne dite?

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L’istinto del bello

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 E’ questo immortale istinto del bello che ci fa considerare il mondo e tutte le sue bellezze come un riflesso, come una corrispondenza del cielo. La sete inestinguibile di tutto ciò che è al di là, e che rivela la vita, è la prova più viva della nostra immortalità. Con la poesia e, insieme, attraverso la poesia, con la musica e attraverso la musica, l’anima intuisce la luce che splende al di là della tomba; o quando una poesia perfetta fa nascere le lagrime agli occhi, queste lagrime non sono segno di eccessiva gioia, ma piuttosto indice di una malinconia esasperata, di una esigenza nervosa, di una natura esiliata nell’imperfetto che bramerebbe possedere subito, in questo mondo, un paradiso rivelato.

(Charles Baudelaire, in Art Romantique)

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L’ombrello rosso

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I campi erano arsi e screpolati dalla mancanza di pioggia. Le foglie pallide e ingiallite pendevano penosamente dai rami. L’erba era sparita dai prati. La gente era tesa e nervosa, mentre scrutava il cielo di cristallo blu cobalto. Le settimane si succedevano sempre più infuocate. Da mesi non cadeva una vera pioggia. Il parroco del paese organizzò un’ora speciale di preghiera nella piazza davanti alla chiesa per implorare la grazia della pioggia. All’ora stabilita la piazza era gremita di gente ansiosa, ma piena di speranza. Molti avevano portato oggetti che testimoniavano la loro fede. Il parroco guardava ammirato le Bibbie, le croci, i rosari. Ma non riusciva a distogliere gli occhi da una bambina seduta compostamente in prima fila. Sulle ginocchia aveva un ombrello rosso. (Bruno Ferrero)

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Sulla fede

Prendo dal Corriere della Sera di oggi alcune lettere giunte al Cardinal Martini e le sue brevi risposte.

Eminenza, mi chiamo Luca e ho 25 anni. Come tanti, sin da bambino ho ricevuto una istruzione cattolica, frequentando il catechismo e ricevendo i sacramenti. Fin lì, la fede mi sembrava chiara e semplice. E credevo veramente. Tuttavia, crescendo, soprattutto leggendo (tanto) sia per studio sia per diletto, tutti quei ragionamenti così semplici sono diventati d’un tratto impervi. La fede, se vuole infantile, ha ceduto il passo a una razionalità più matura, figlia della filosofia appresa sui libri e delle esperienze (comuni a tanti) di vita. Perché questo? Perché è così difficile credere? Ecco perché per me oggi credere significa interrogarmi, studiare, riflettere, meditare. Non riesco a professarmi non credente, ma non riesco più nemmeno ad abbandonarmi all’abbraccio del Signore come lei ci suggerisce di fare. Luca Gamberini, Bologna

Premetto che ho fatto otto anni presso l’Istituto Gonzaga di Milano, pagando fior di rette e studiando la vostra cultura giudaico-cristiana da Dante Alighieri al Manzoni per finire con la Dottrina di Sant’Agostino e San Tommaso D’Aquino. Fatta questa premessa, dati gli ultimi eventi internazionali dove l’italiano medio non riesce a tirare la fine del mese, avere un figlio, una famiglia rappresenta un bene di lusso e un bilocale è un sogno di mezza estate e via dicendo… vedo che voi Eccellentissimi Servi di Dio – con la S maiuscola – non solo vestite con la tunica da migliaia di euro da 2000 anni a questa parte, ma siete padroni del 25% del patrimonio immobiliare italiano. P.S. Suggerisco la reintroduzione delle Tasse di Leone X per pagarsi la salvezza dell’anima. Enzo Minacapilli, Cassina de’ Pecchi (Milano)

La vita eterna: me ne parlavano quando andavo a scuola dai Salesiani. Ascoltavo forse un po’ annoiato. Però, evidentemente, le parole hanno lavorato in quello che chiamiamo subconscio. A 55 anni rappresentano per me (quando parlo con me stesso in silenzio) un concetto, una speranza, un’emozione. Fatti attraversare dal dolore, mi ha detto una volta mia madre mentre soffrivo. Spero di esserci riuscito. Sicuramente l’articolo che lei ha scritto in proposito mi aiuta a capire che l’essenza della vita dovrebbe essere quella di dedicarla agli altri. Però, quanto è difficile! Sto cercando. Marco Gregoretti, Milano

Ho 45 anni, sono sposato, ho tre figli. Ho affidato la mia vita totalmente a Dio Nostro Padre e nelle preghiere chiedo sempre di guidare le mie azioni. Nonostante diverse tribolazioni, mi sono sempre ritenuto un protetto perché sono sempre riuscito a superare tutte le avversità. Ma il 3 gennaio 2011 è successa una tragedia che non mi ha fatto perdere la fede ma mi ha lasciato una profonda tristezza e desolazione che grazie all’aiuto di Dio cerco dei superare. Mio padre, uomo buono e mite che pregava tanto, all’età di 76 anni in seguito a una lunga depressione ha deciso con un gesto insano di porre fine alla sua vita terrena. Sono certo che Dio lo ha perdonato. Affido il mio dolore a Gesù. Antonio Mancuso, Roma

Ho scelto alcune di quelle lettere la cui sostanza si riflette in molte altre. È abbastanza chiaro che le interrogazioni o le inquietudini a riguardo della fede e della Chiesa si riscontrano in tutti noi. Qui si verifica uno di quei casi del comune sentire che avvolge tutti come in una sola nube di linguaggio, che va tenuta presente nel leggere correttamente un testo. Per questo non vado in tilt quando ricevo lettere che mostrano attenzioni o scelte diverse dalle mie. Solo richiedo da tutti un certo rispetto ed educazione, perché gli scivolamenti in questo terreno sono facili. Che cosa significa credere? Non necessariamente tutte quelle cose che si propone di fare il primo corrispondente, come studiare, leggere, riflettere ecc., anche se una certa attività mentale è caratteristica di molti che la vita pone di fronte a decisioni gravi. Ma l’atto di fede è molto più semplice. È un atto in cui l’uomo manifesta che il suo riferimento assoluto è Dio. Allora perché è tanto difficile? Forse perché nel cuore c’è un qualcosa che non inclina a sottoporsi «al disonor del Golgota»? La prima delle lettere che abbiamo scelto ci mostra ciò che avviene quando la fede di un fanciullo si incontra con una razionalità un po’ sofisticata. Luca, ti chiederei di mettere tra le tue letture anche qualcosa di quanto hanno scritto, negli ultimi decenni, riguardo alla fede. Troverai un atteggiamento di rispetto e di serietà, che qualche volta mancano in coloro che scrivono contro. Pur con la massima buona volontà non si può non riconoscere che le accuse portate alla Chiesa da Enzo sono esagerate e che esse non sarebbero prese sul serio da nessun conoscitore della materia. Per esempio, non so che cosa sia la tunica costosissima portata da duemila anni dagli addetti al lavoro. Quanto all’accusa riferita al patrimonio immobiliare italiano, al di là della verità delle cifre, ci vuol poco per capire che la Chiesa non è come una società anonima. I possessi appartengono dunque a quei cittadini, o gruppi di cittadini, che ne esigono un provvido uso. Per la maggior parte si tratta di chiese, che servono ai fedeli e come tali vanno custodite e difese. A Marco, che sta cercando, auguro di comprendere che la fede non è né un concetto né una speranza e neppure un’emozione, ma è fondata saldamente sulla promessa di Dio. Noi viviamo di fiducia fin dalla nascita. Senza questa fiducia di fondo non potremmo sopravvivere. Vorrei poter consolare con parole appropriate il carissimo Antonio; ma vedo dalle sue parole che egli appare come un uomo buono, mite e orante a imitazione di suo padre. Affidi il suo dolore a Gesù, che sarà per lei un buon maestro.

Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, Filosofia e teologia

Attesa

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Domani inizia l’Avvento. Il 2 dicembre 1928 Dietrich Bonhoeffer così predicava:

“Celebrare l’Avvento, significa saper attendere, e l’attendere è un’arte che, il nostro tempo impaziente, ha dimenticato. Il nostro tempo vorrebbe cogliere il frutto appena il germoglio è piantato; così, gli occhi avidi, sono ingannati in continuazione, perché il frutto, all’apparenza così bello, al suo interno è ancora aspro, e, mani impietose, gettano via, ciò che le ha deluse. Chi non conosce l’aspra beatitudine dell’attesa, che è mancanza di ciò che si spera, non sperimenterà mai, nella sua interezza, la benedizione dell’adempimento.”

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La raccolta delle clementine

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Non posto tutto l’articolo perché lunghetto, lo trovate qui. Si racconta di sfruttamento, ‘ndrangheta, clementine (sì, sì, i frutti), immigrazioni, omertà, sopravvivenza…

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Ulisse e cinema come esperienza di soglia

Un video di presentazione di un libro sul rapporto tra cinema e filosofia

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Entra nel tuo cuore

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Disse il maestro all’uomo d’affari: “Come il pesce muore sulla terra asciutta, così tu muori quando resti intrappolato nel mondo. Il pesce deve tornare nell’acqua… tu devi tornare alla solitudine”. L’uomo d’affari era atterrito: “Devo rinunciare ai miei affari ed entrare in convento?”. “No, no. Continua nei tuoi affari ed entra nel tuo cuore”.

(Da Un minuto di saggezza, di Anthony de Mello)

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Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne

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E’ il 25 novembre 1960: le sorelle domenicane Mirabal, Patria, 36 anni, Minerva, 34 anni, Maria Teresa, 24 anni, si recano in prigione a far visita ai mariti delle due sorelle minori. Il marito di Patria è rinchiuso in un carcere diverso. Gli agenti del Servizio Segreto militare le fermano, le portano in un luogo nascosto, le torturano, le massacrano di botte e le strangolano. I tre corpi vengono messi nella loro auto che viene fatta precipitare in un burrone per simulare un incidente. Per conoscere meglio la storia delle sorelle che hanno combattuto contro la dittatura(1930-1961) del dominicano Rafael Trujillo, con il nome di battaglia Las Mariposas (Le farfalle), consiglio questa pagina. Dal 1999 il 25 novembre, per volere dell’ONU, è la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.

Qui sotto posto un video che arriva da Genova.

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La patrona di teologi, filosofi e studenti

Domani è Santa Caterina d’Alessandria patrona dei teologi, filosofi e studenti. Visto che tocca da vicino il mondo della scuola, ecco una sintesi della sua storia.

Caterina è una diciottenne cristiana, figlia di nobili e vive ad Alessandria d’Egitto. Qui, nel 305, arriva Massimino Daia, governatore di Egitto e Siria. Per l’occasione si celebrano feste grandiose, che includono anche il sacrificio di animali alle divinità pagane, un atto obbligatorio per tutti i sudditi, e quindi anche per i cristiani, ancora perseguitati. Caterina si presenta a Massimino, invitandolo a riconoscere invece Gesù Cristo come redentore dell’umanità, e rifiutando il sacrificio. Massimino allora convoca un gruppo di intellettuali alessandrini, perché la convincano a venerare gli dèi. Ma è Caterina che convince loro a farsi cristiani; per questa conversione così pronta, Massimino li fa uccidere tutti, poi richiama Caterina e le propone addirittura il matrimonio. Nuovo rifiuto, sempre rifiuti, finché il governatore la condanna a una morte orribile: una grande ruota dentata farà strazio del suo corpo. Un miracolo salva la giovane, che poi viene decapitata: ma gli angeli portano miracolosamente il suo corpo da Alessandria fino al Sinai, dove ancora oggi l’altura vicina a Gebel Musa (Montagna di Mosè) si chiama Gebel Katherin. Questo avviene il 24-25 novembre 305. Dal Gebel Katherin, infine, e in data sconosciuta, le spoglie vengono portate nel monastero a lei dedicato, sotto quel monte. A una sua biografia così poco attendibile si contrappone la realtà di un culto diffuso anche fuori dall’Egitto.

 

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Voci dal Buddhismo

Qualche settimana fa avevo dato notizia dell’incontro tra gli esponenti delle diverse religioni di Assisi. Una delle partecipanti è Mae Che Sansanee Sathirasuta, direttrice del Centro Sathira-Dhammasthan, e condivide le sue riflessioni su come costruire una pace “sostenibile”.

“Durante il viaggio, ho visto leader di tutte le religioni scambiarsi opinioni. Ciascuno sembrava deciso a portare pace al mondo. Ma le buone intenzioni non sono sufficienti. Dobbiamo imparare a vivere insieme in armonia, fra persone di fedi diverse, senza essere troppo fieri di noi stessi. Non dobbiamo dividerci in base a razza, classe o lingua. Non dobbiamo dare fastidio a nessuno. Non dobbiamo odiare nessuno. Dobbiamo rispettare gli altri con umiltà ed essere pronti a imparare l’amicizia e la dignità, che porteranno alla vera libertà. Sono sicura che il meeting di Assisi aprirà un sentiero per tutti coloro che vi hanno partecipato, e in particolare per quelli che vi si sono recati dalla Thailandia, per dare grande valore al dialogo fra i fedeli di fedi diverse. Invitati a condividere ciò in cui crediamo con gli altri, lo faremo senza pregiudizi o sospetti, con lo scopo comune di portare pace a questo mondo”.

Intanto hanno fatto il giro del mondo le immagini della monaca buddhista che si è data fuoco. Su Asianews leggo:

I monaci buddisti che si sono auto-immolati con il fuoco per protestare contro il dominiomonaca-tibetana_290x435.jpg cinese in Tibet “hanno una fede molto forte, questo è chiaro. Ma non possiamo sapere quali siano i percorsi che li hanno portati a gesti così estremi, gesti su cui persino il Dalai Lama ha espresso tante riserve. Le loro anime erano mosse dal desiderio di libertà, e sono tutti morti invocando il nostro leader spirituale. La situazione, per loro, è davvero dura”. Lo dice ad AsiaNews il lama geshe Gedun Tharchin, che da anni studia i Cinque grandi trattati del buddismo. Il lama, profondo conoscitore della fede buddista, sottolinea: “Per la nostra religione ogni vita è sacra, e uccidersi è un danno enorme per l’anima. Ma chi vive in Tibet ha fame di libertà, soprattutto religiosa: una fame che sta attraversando tutta la Cina. E il governo è sicuramente molto duro con loro: ho visto i video delle immolazioni apparsi sulla Rete negli scorsi giorni, e non sono riuscito a provare altro che compassione per queste persone”. I video ritraggono sia gli ultimi istanti della vita di Palden Choetso, l’unica donna fra gli 11 monaci che si sono uccisi negli ultimi 3 mesi, che quelli di un altro monaco per ora non identificato. Nei giorni scorsi, intervistato dalla Bbc, il Dalai Lama ha riaffermato ancora una volta che questo metodo di protesta non potrà aiutare più di tanto la causa tibetana e soprattutto danneggia il karma dei monaci morti: “Molti tibetani sacrificano le loro vite: ci vuole coraggio, molto coraggio. Ma con quali effetti? Il coraggio da solo non basta. Occorre usare giudizio e saggezza”. Subito dopo, però, il leader del buddismo tibetano ha aggiunto: “Nessuno sa quante persone vengono uccise e torturate, ovvero muoiono per torture. Nessuno lo sa, ma molta gente soffre. Con quali effetti? I cinesi rispondono con più forza”. Una fonte tibetana (anonima per motivi di sicurezza) spiega ad AsiaNews: “Le rivolte nel mondo arabo, l’avvento di internet, la repressione che peggiora di anno in anno. Questi sono i motivi che spingono tante persone a cercare gesti estremi contro la Cina. Voi vedete le auto-immolazioni perché fanno impressione, ma esistono moltissimi tibetani che fanno scelte altrettanto forti, anche se meno spettacolari. Anche andare in galera, condannati magari a 10 anni, per aver espresso un’opinione è una forma di sacrificio. L’Occidente si parla addosso, ma non capisce. Non capite cosa vuol dire vivere senza la possibilità di decidere nulla della propria vita. C’è il problema della libertà religiosa negata, che per noi è un sacrilegio, ma anche quello del lavoro che non c’è e della società in mano a cinesi di etnia han. L’economia non esiste e qualunque cosa decida il Partito per noi è legge. Così non possiamo andare avanti: siamo sempre di meno, ma intenzionati a combattere fino alla fine”.

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Ora di religione

In questi giorni, come ogni anno, devo compilare i dati su quanti alunni si avvalgono dell’insegnamento della religione e su quanti no. Negli ultimi anni sono in aumento gli studenti che arrivano nelle classi prime e scelgono di non seguire l’ora di religione. Penso siano in pochi quelli che sono spinti da motivi ideologici. Certo mi piacerebbe conoscere le ragioni, discuterne magari. Il rammarico è che secondo me viene persa un’occasione da due parti: dalla parte degli studenti che escono dall’aula perché è un’occasione di crescita, dialogo, conoscenza e confronto (l’alternativa è l’uscire da scuola o lo stare a studiare in biblioteca), dalla parte degli studenti che restano e dalla parte mia perché è un’occasione di crescita, dialogo, conoscenza e confronto 🙂

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Blocco del traffico

Oggi a Udine c’è il blocco del traffico a causa dello smog. In “Tenebre su tenebre” del 2006 Ferdinando Camon scrive:

“Questa civiltà produce smog perché produce tutto ciò che è un affare. Lo smog calerà quando l’antismog diventerà un affare. Quando produrre motori non-inquinanti sarà redditizio. La soluzione sta nei motori alternativi. L’aumento dello smog impone di arrivarci più in fretta e quindi di lavorare di più. Proibire le auto infra-settimana è un errore. La nostra civiltà funziona così. Fermandola, non funziona affatto”.

Era il 2006…

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Miracoli

Un uomo traversò terre e mari per verificare personalmente la fama straordinaria di un grande maestro. “Che miracoli ha operato il vostro maestro?” chiese a un discepolo. Egli rispose: “C’è miracolo e miracolo. Nel tuo paese è considerato un miracolo che Dio faccia la volontà di qualcuno. Da noi, invece, è considerato un miracolo che qualcuno faccia la volontà di Dio”.

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Accorgersi

Mi sono occupato di persone diversamente abili molti anni fa in ambito di volontariato. Poi la vita mi ha fatto reincontrare il tema per vicende personali. Su Dimensioni Nuove ho trovato questo articolo di Patrizia Spagnolo che provoca le nostre coscienze.

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Nel giugno scorso, in un comune abruzzese, alcuni consiglieri comunali, assessori e giornalisti si sono seduti in carrozzella per provare direttamente le difficoltà che le persone disabili devono affrontare ogni giorno sulle strade cittadine (la stessa cosa ha fatto il sindaco di Udine Honsell poche settimane fa, ndr). Un gesto plateale e forse un po’ retorico, da alcuni giudicato offensivo, che si inserisce in un quadro più ampio di iniziative con cui l’amministrazione di Montesilvano intende diffondere la cultura dell’integrazione e dell’inclusione dei diversamente abili. Ma questi signori che per una manciata di minuti hanno smesso gli abiti di “normodotati” si sono realmente resi conto di quanto sia difficile la vita di chi ogni giorno della propria vita si trova di fronte a veri e propri percorsi di guerra, incontra svariati ostacoli, lotta e suda, studia infinite strategie per essere in grado, prima di tutto, di svolgere i compiti più elementari?

Handicappati, portatori di handicap, persone con handicap…: mentre si continua a dibattere su quale termine sia più corretto usare, coloro che oggi sono definiti “diversamente abili” continuano a pagare sulla propria pelle molteplici disattenzioni, degni soltanto di familiari pacche sulle spalle da parte di perfetti sconosciuti che si rivolgono a loro come se fossero bambini e dandogli del tu. Disattenzioni di politici inadempienti, certo, ma anche di quei cittadini che, ad esempio, parcheggiano auto, moto e bici sui marciapiedi, rendendo la vita difficile a chiunque – compresi anziani e mamme con bambini in carrozzina – non sia in grado di muoversi agevolmente tra un ostacolo e l’altro. Eppure, come ha sottolineato di recente Margaret Chan, direttore generale dell’Organizzazione mondiale della salute, “la disabilità è parte della condizione umana. Quasi tutti noi sperimentiamo una forma di disabilità temporanea o permanente nell’arco della vita. Dobbiamo fare di più per rompere le barriere che segregano le persone disabili, in molti casi spingendole ai margini della società”.

Proprio l’Oms, insieme con la Banca Mondiale, ha recentemente diffuso il primo Rapporto mondiale sulla disabilità: oltre un miliardo di persone, circa il 15 per cento della popolazione mondiale, vive con qualche forma di disabilità, di cui almeno un quinto è costretto ad affrontare difficoltà “molto significative” nella vita di tutti i giorni. Percentuali destinate a salire a causa dell’invecchiamento della popolazione e dell’aumento globale delle malattie croniche. Discriminazione, mancata assistenza sanitaria e di riabilitazione e barriere architettoniche (trasporti pubblici, edifici e tecnologia informativa inaccessibili) causano una salute generalmente più precaria rispetto alla media, scarse possibilità formative e professionali, povertà ed un livello d’istruzione minore per le difficoltà di accesso agli studi superiori. Non a caso i Paesi a basso reddito registrano percentuali decisamente più alte di disabilità rispetto a quelli ad alto reddito. Inutile dire che l’Italia – dove nel 1970 è stata approvata la legge sulla eliminazione delle barriere architettoniche – non è tra i Paesi più virtuosi, anche per quanto riguarda l’osservanza delle più elementari regole di vita civile. E con i massicci tagli alle politiche sociali, la situazione dei disabili (e delle loro famiglie) non può che peggiorare. È sufficiente avere la sfortuna di rompersi – per davvero, non per finta – una gamba o un braccio per sperimentare di persona cosa significhi non essere in grado di compiere gesti prima scontati, banali. E allora provi sensazioni di impotenza, frustrazione, soffri e sei imbarazzato perché dipendi dagli altri, dalla loro capacità di aiutarti, dalle loro attenzioni, dalla loro sensibilità. Però sai che durerà poco, perché poi riprenderai la tua solita vita, il lavoro, gli studi, ricomincerai a guidare, a nuotare, a correre…

Simona, 28 anni, non sa quando riprenderà l’uso del braccio destro, che improvvisamente ha chiuso i contatti col cervello: non si muove, è un peso morto. I dottori ipotizzano di tutto e di più, sottopongono la malcapitata a tutti gli esami possibili, pensano sia una reazione psico-somatica allo stress o a eventi traumatici. Sono trascorsi 5 mesi e Simona continua ad essere “monca”. Eppure continua a fare tutto quello che faceva prima: lavora, esce con gli amici, per giunta vive da sola. È ammirevole quando la vedi infilarsi i collant con una sola mano senza chiedere aiuto. Non si è mai lamentata. “Che senso ha lamentarsi? – dice – Tanto la situazione non cambia e di dipendere dagli altri non ho alcuna intenzione”. Sarà un caso che adesso il suo migliore amico è Gianni, un ragazzo costretto dalla nascita su una sedia a rotelle? “Gianni è una persona splendida – racconta Simona – Fa sport a livello agonistico, è sempre sorridente e ottimista, lavora, anche se adesso è in cassa integrazione, conduce una vita ‘normale’, neanche ti accorgi della fatica che fa ogni giorno. Mi sta aiutando tanto, mi incoraggia, mi sta trasmettendo una gioia di vivere che non credo di avere mai provato. La sua vicinanza, la sua storia, la sua situazione mi spronano a lottare, ad andare avanti senza commiserarmi e senza cercare la pietà degli altri. Lui non può fare alcune cose, forse, ma non per questo si sente incapace di desiderare, sognare, costruire un futuro. Ecco, adesso mi sento più forte”. Consentire ai disabili di poter sperare in qualcosa di più della sopravvivenza, rimuovere per quanto possibile quegli ostacoli che rischiano di emarginarli è degno di un Paese civile. Ma, soprattutto, è importante “accorgersi” di loro. “Quando la gente si rende conto che sono cieca diventa subito premurosa – dice Silvia, 30 anni – Pretende di aiutarmi a fare cose che so già fare da sola, mi prende il braccio anziché porgermi il suo, distrae il mio cane… Io non voglio tutte queste attenzioni. Ho imparato ormai a cavarmela da sola. Vorrei però che chi non ha disabilità agisse sapendo che al mondo ci siamo anche noi. Quelle stesse persone che sono subito pronte a farmi attraversare la strada, magari strattonandomi, sono magari poi le stesse che parcheggiano di traverso sul marciapiede o corrono come matti in bicicletta sotto i portici”. In un mondo dove i ritmi sono sempre più frenetici, le persone più “lente” danno fastidio. Quante volte ci arrabbiamo perché, quando siamo di fretta, c’è sempre qualche impedimento di fronte a noi: un anziano col bastone, una mamma che spinge una carrozzina, una cassiera un po’ imbranata, un disabile in carrozzella… Se questa è la sorte che tocca ai “diversamente abili”, allora, ragazzi, a maggior ragione chi ve lo fa fare a lanciarvi da un ponte o guidare pericolosamente – magari da ubriachi o drogati – un’automobile?

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Due bocche di papaveri

In molti abbiamo letto l’Antologia di Spoon River, in molti l’abbiamo anche ascoltata nelle canzoni di Fabrizio De Andrè nell’album Non al denaro, non all’amore né al cielo. Ma una delle più belle epigrafi, a mio avviso, è quella della teologa Adriana Zarri, scomparsa il 18 novembre dell’anno scorso.

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è triste e funebre.

Non mi vestite di bianco:

è superbo e retorico.

Vestitemi

a fiori gialli e rossi

e con ali di uccelli.

E tu, Signore, guarda le mie mani.

Forse c’è una corona.

Forse

ci hanno messo una croce.

Hanno sbagliato.

In mano ho foglie verdi

e sulla croce,

la tua resurrezione.

E, sulla tomba,

non mi mettete marmo freddo

con sopra le solite bugie

che consolano i vivi.

Lasciate solo la terra

che scriva, a primavera,

un’epigrafe d’erba.

E dirà

che ho vissuto,

che attendo.

E scriverà il mio nome e il tuo,

uniti come due bocche di papaveri.