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L’isola dei…

C’è una terra molto adatta alla coltivazione di banane, ananas, fagioli, mais. Su questa terra hanno messo le mani delle multinazionali interessati al biocarburante: hanno imposto la coltivazione intensiva della palma. Addio a banane, ananas, fagioli, mais.

C’è una terra in cui un contadino che possiede dei terreni può trovarsi all’improvviso senza le sue proprietà perché qualche ricco possidente è riuscito a corrompere il catasto. E se il contadino protesta viene ammazzato.

C’è una terra in cui aborti, deformità alla nascita, sterilità, morti di cancro sono stati causati dal pesticida Dagon, utilizzato dalla Standard Fruit Company.

C’è una terra in cui Katia Figueroa Franco ha ottenuto di passare qualche ora del giorno di san Valentino in carcere col marito. Katia è morta nell’incendio che ha ucciso altri 350 detenuti.

Ecco, mi piacerebbe che, ogni tanto, fossero questi i FAMOSI di quell’isola, che poi, ricordiamocelo, è la loro isola. Ah sì, si chiama Honduras.

(liberamente ispirato a un articolo di Tonio Dell’Olio comparso su Nigrizia del 15 marzo 2012)

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Dal dentro al fuori

In due immagini il passaggio repentino dall’apprezzamento all’odio, il tutto in meno di una settimana… Dall’entrata, all’uscita. Dall’inclusione all’esclusione. Dal dentro al fuori.

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L’orecchio del cuore

Periodo di consigli di classe: non ho molto tempo per aggiornare il blog. Lascio una frase al volo (tra l’altro tratta da un libro regalatomi dai ragazzi di quinta dell’anno scorso):

“… uscire da quello che facciamo per rientrare in quello che siamo… far tacere quello che ci assorda per tornare a utilizzare l’orecchio del cuore” (Enzo Bianchi)

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Prove di laicità in Tunisia

Nel paese di religione islamica più laico dell’Africa, la Tunisia, il partito che ha preso più voti alle recenti elezioni è stato Ennahda: esso ora si è rifiutato di introdurre la sharia alla base della legislazione, contrapponendosi così ai salafiti. Qui un breve approfondimento di Asianews.

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Pena di morte nel 2011

Ecco i dati del 2011 sulla pena di morte nel mondo appena pubblicati da Amnesty.

Nel 2011 sono state messe a morte almeno 676 persone in tutto il mondo, 527 esecuzioni nel 2010. L’omicidio di stato è aumentato in modo allarmante in Arabia Saudita, Iran e Iraq. Resoconti credibili indicano che in Iran siano state messe a morte, in segreto, centinaia di persone. Un dato che raddoppierebbe il numero di esecuzioni ufficialmente riconosciuto. I dati del 2011 però non comprendono, inoltre, le migliaia di persone che si ritiene siano state messe a morte in Cina. Arabia Saudita e Iran sono gli unici paesi al mondo che continuano a mettere a morte minorenni, persone che avevano meno di 18 anni al momento del reato. Sentenze capitali su minori sono state emesse in Mauritania, Sudan e Yemen.

Sebbene gli Usa siano l’unico paese del G8 ad aver eseguito condanne a morte nel 2011, l’Illinois è diventato il 16° stato abolizionista. A novembre, inoltre, il governatore dell’Oregon ha annunciato che non saranno eseguite condanne a morte durante il suo mandato. Nel resto del continente americano sono state emesse pochissime sentenze capitali in alcuni paesi caraibici.

Nella regione Asia e Pacifico, non sono state registrate esecuzioni in Giappone, per la prima volta in 19 anni, e a Singapore. In entrambi i paesi le autorità dimostrano un costante e forte sostegno alla pena capitale. Dibattiti pubblici sulla pena di morte e la sua abolizione sono stati tenuti in paesi come Cina, Corea del Sud, Malesia e Taiwan. La Mongolia è ora riclassificata come abolizionista nella pratica.

Nell’Africa Subsahariana, la Sierra Leone ha istituito una moratoria ufficiale sulle esecuzioni ed è confermato che una moratoria è stata attuata anche in Nigeria. In Ghana, la Commissione per la revisione della Costituzione ha raccomandato l’abolizione della pena di morte nel nuovo testo.

Altre info qui

 

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Sogni “economici”

L’estate scorsa scrivevo: «Questa sarà una estate di cui resterà memoria. Non solo perché da una diecina di giorni il termometro segna inesorabilmente 38 gradi. Ancor più della canicola è la mia temperatura umorale che è al massimo del surriscaldamento. E non si tratta della solita febbre stagionale per qualche “pestilenza asiatica”, bensì di una vera e propria pandemia a causa di un morbo contro cui non siamo mai riusciti a vaccinarci: il denaro». Oggi, mi pare che le sorti del mondo dipendano solo dal denaro. L’economia degli Stati e quelle familiari non ce la fanno più a tenere dietro ai nostri sperperi. Jacques Delors ha dichiarato: «Apriamo gli occhi. L’Europa e l’euro sono sull’orlo di un precipizio». Ma come, apriamo gli occhi? Fino a ieri ci dicevano che per diventare ricchi bisognava Consumare. E noi ci abbiamo creduto: una vera e propria «dittatura della stupidità». E allora giù, a spendere e spandere fino al piacere assurdo del superfluo. Tanto a pagare-col mutuo-c’è sempre tempo. Ma adesso quel tempo è arrivato e non sappiamo più come fare a saldare il cumulo assurdo del nostro debito. Dove trovare tanto denaro? Per non precipitare nel baratro del fallimento, ecco che per «salvarci» si parla di far ripartire di nuovo i consumi. Ma come, non ci hanno forse appena detto che abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità? Che abbiamo straconsumato fino a indebitarci oltre ogni buonsenso?sconfiggere-la-crisi-economica.jpg
E qui, o «qualcuno» ci ha mentito o non era all’altezza del compito. Per me, ci hanno mentito. Da adesso i conti devono essere fatti bene, dove i numeri sono numeri e i bilanci veritieri. Poi, superata l’emergenza, potrà tornare ancora la voglia di ricominciare con una volontà di riscatto morale e con proposti e progetti in cui riconoscerci tutti. Sogno, utopia? Perché no? Perché a ottant’anni suonati credo ancora nella forza dei sogni. Qualche tempo fa mi ha scritto un sacerdote: «Attenti alle utopie perché esse avvengono». Ma dovrà essere un progetto davvero rivoluzionario, che rechi scandalo a furbi e opportunisti d’ogni sorta, concepito secondo giustizia, nel rispetto di principi e regole di una sana democrazia affidata a cittadini di salda onestà. Uomini e donne che abbiano una mente fervida ma anche un grande cuore. È la Storia che impone a tutti noi l’obbligo di una presenza attiva e attenta nel procedere uniti nel cammino verso il nostro futuro, secondo ruoli e gradi di competenza, ciascuno per quel che saprà fare nel proporre, progettare, mettere in atto, fin dagli atti più modesti, tutto quel che serve per il bene comune. Non dobbiamo temere se verremo criticati per quel che saremo riusciti a fare, ma, più di tutto, non essere colpevoli di quel che non avremo fatto.

Ermanno Olmi sul Corriere

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La lentezza dell’ora

“Non c’è cosa più amara
che l’alba di un giorno
in cui nulla accadrà.
Non c’è cosa più amara che l’inutilità.
La lentezza dell’ora è spietata
per chi non attende più nulla”
C. Pavese

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Così sono le cose, non posso farci niente

001.jpg“Così sono le cose, non posso farci niente. E’ successo”.

La Vita, soffermandosi insieme a me ai piedi del monte della giovinezza, additò qualcosa alle nostre spalle. Guardai e vidi nel cuore della pianura una città dalla strana forma e dallo strano disegno, da cui salivano fumi di diversi colori. Il tutto era velato da nebbia sottile, quasi celato alla vista. Chiesi alla Vita cosa fosse. Rispose: “E’ la Città del passato. Osservala bene”.

Osservai, e vidi luoghi di lavoro e d’azione come giganti tra le ali del sonno.

E santuari di parole intorno a cui si libravano anime

che gridavano di disperazione e cantavano di speranza.

E templi innalzati dalla fede e distrutti dal dubbio.

E minareti di pensieri levati al cielo come mani tese a chiedere l’elemosina.

Torri di progresso erette dal coraggio e rovesciate dalla paura.

Palazzi di sogni devastati dai risvegli.

Taverne d’amore dove gli amanti si ubriacavano, mentre il vuoto si burlava di loro.

Palcoscenici sui quali l’esistenza recitava il suo dramma

finché non arrivava la morte a compiere la sua tragedia.

Questa era dunque la Città del Passato:

una città lontana e prossima; in vista, eppure nascosta.

La Vita s’incamminò avanti a me e disse: “Seguimi: a lungo abbiamo indugiato”. E io: “Dove andiamo adesso?” Rispose: “Verso la Città del Futuro”. Dissi: “Abbi compassione, perché il viaggio mi ha stroncato; ho camminato sui sassi, e gli ostacoli hanno esaurito la mia forza”. “Vieni: solo il codardo indugia, ed è follia guardarsi alle spalle, verso la Città del Passato”. (Kahlil Gibran)

“Quelle parole sembrarono loro un vaneggiare e non prestarono fede alle donne. Ma Pietro, alzatosi, corse al sepolcro; si chinò a guardare e vide solo le fasce; poi se ne andò, meravigliandosi dentro di sé per quello che era avvenuto.” (Lc 24,11-12)

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Prof, ma lei va a messa?

Ci sono delle volte in cui, alla fine delle giornate di lavoro, ti metti a pensare a quello che è successo, alle cose vissute, dette e sentite, e ti accorgi che ci sono dei collegamenti che non eri riuscito a cogliere immediatamente. Vado in successione temporale.

  1. Ieri in seconda “Prof, ma lei va a messa? Ma le piace? Cosa ci trova?”.

  2. Oggi in quinta abbiamo riflettuto e discusso sulla maggiore velocità e immediatezza di internet rispetto alla televisione, soprattutto per certe generazioni. Un esempio? Qualcuno ci dice: “Hai sentito cos’è successo…?”. Il primo “luogo” che viene in mente per trovare notizie non è più la tv, ma la rete.

  3. Dieci minuti fa navigando sui miei siti di riferimento arrivo su vino nuovo e leggo questo pezzo.

Ed ecco che mi ritrovo ad unire i punti 1 e 2 e a chiedermi quanto possa dire a un giovane una messa simboli-twitter-300x288.jpgdomenicale di oggi. Mi è capitato spesso di trovarmi a organizzare veglie di preghiera o momenti di riflessione e a volte capitava di voler usare dei simboli: una cosa che mi è stata insegnata è che un simbolo efficace non ha bisogno di essere spiegato. Se necessita di chiarimenti significa che non è simbolico… Certo c’è bisogno di conoscenze. Anche il codice della strada si basa su segnali e simboli: qualcuno ce li ha spiegati o sono entrati a far parte delle nostre conoscenze con l’esperienza e ora non serve altro. Però a volte vengono aggiornati, soprattutto se non sono più significativi. Per capire dei quadri a tema sacro è necessario conoscere il testo biblico. Un tempo le vicende bibliche erano note e molti simboli non andavano spiegati. Oggi non siamo più in questa situazione: o i simboli vengono spiegati o devono essere cambiati e aggiornati per essere significativi.

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Mi solleverò

Ci sono dei momenti nelle nostre vite o nelle nostre giornate in cui fa piacere che qualcuno ci dia una pacca sulle spalle, una spinta di incoraggiamento, un sussurrato “non mollare”. Così, semplicemente, per chi ne ha bisogno, da “Into the wild” la canzone “Rise” di Eddie Vedder:

Questo è il modo in cui va il mondo, non puoi mai sapere

dove mettere tutta la tua fede e come crescerà.

Mi solleverò bruciando dei buchi neri nei ricordi bui,

mi solleverò trasformando gli errori in oro.

Questo è il modo in cui passa il tempo troppo veloce da domare,

improvvisamente ingoiato dai segni, guarda!

Mi solleverò troverò la mia direzione magneticamente,

mi solleverò giocherò il mio asso nella manica.

Ne “Il coperchio del mare” Banana Yoshimoto scrive: “A differenza che nelle grandi difficoltà della vita, nelle piccole cose, nei momenti che passano in un lampo, risplende quella luce misteriosa che si vede quando si realizza un sogno.”


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Il mio 19 marzo

Oggi è la festa del papà, è il 19 marzo. Personalmente penso di aver festeggiato mio padre in questa occasione solo all’asilo e alle elementari; non so perché, ma non è una festa che è nelle mie corde (c’è par condicio perché le stesse identiche cose valgono per la festa della mamma…). Però oggi il mio pensiero è andato a un collega che il 19 marzo del 1994 è stato assassinato dalla camorra. Giuseppe Diana insegnava sia materie letterarie che religione. Ed era anche un don: è stato ucciso a Casal di Principe mentre stava per celebrare messa. Diceva: “La camorra chiama “famiglia” un clan organizzato per scopi delittuosi, in cui è legge la fedeltà assoluta, è esclusa qualunque espressione di autonomia, è considerata tradimento, degno di morte, non solo la defezione, ma anche la conversione all’onestà; la camorra usa tutti i mezzi per estendere e consolidare tale tipo di “famiglia”, strumentalizzando persino i sacramenti. Per il cristiano, formato alla scuola della Parola di Dio, per “famiglia” si intende soltanto un insieme di persone unite tra loro da una comunione di amore, in cui l’amore è servizio disinteressato e premuroso, in cui il servizio esalta chi lo offre e chi lo riceve. La camorra pretende di avere una sua religiosità, riuscendo, a volte, ad ingannare, oltre che i fedeli, anche sprovveduti o ingenui pastori di anime”.

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Lenin? Hitler?

Un pezzo molto bello di Adam Krzeminski su Internazionale, molto interessante in particolare per le quinte. Il giornalista è esperto di relazioni tra Germania e Polonia, lavora per il settimanale polacco Polytika dal 1973 e collabora con Die Zeit, Der Spiegel e la Frankfurter Allgemeine Zeitung.

Gli indignati non riescono a fornire un progetto preciso della nuova economia, della nuova società odogmatism.jpg dell’uomo nuovo, che dovrebbero sostituire i modelli dell’ancien régime. Tutte le terapie proposte sembrano parziali e nessuna ispira una fiducia assoluta. Dopo il 1917 la Russia aveva trovato la sua formula magica: mettere tutto il potere nelle mani dei commissari politici e del partito unico, nazionalizzare il più possibile. Nel 1932 negli Stati Uniti si è preferito il New Deal: più Stato e commissioni pubbliche per rilanciare l’economia. Nel 1933 la Germania ha applicato una logica simile con in più l’obiettivo bellico: riprendere ai nemici e redistribuire al suo popolo, con le armi come motore di ripresa dell’economia e con le conquiste che    avrebbero ammortizzato i costi. Un Reich, una nazione, un capo supremo. Dopo il 1945 non è stato difficile trovare nuovi mantra. A Est le parole d’ordine erano: nazionalizzazione, industria pesante, pianificazione economica centralizzata, l’individuo non è nulla il partito è tutto. A Ovest si parlava invece di approfittare degli aiuti, di creare delle comunità con gli ex nemici, di dare vita a un’economia sociale di mercato, di concentrarsi sul pluralismo e sul libero mercato anche se controllato e tassato per finanziare le prestazioni sociali che avrebbero assicurato l’equilibrio sociale. Questo modello ha dimostrato la sua efficacia in Europa, ha garantito la ricchezza e le libertà individuali di cui hanno beneficiato tutte le ideologie uscite dalla tradizione del Diciannovesimo secolo: il liberalismo, il conservatorismo, il socialismo. Negli anni Settanta lo Stato assistenziale, nella sua forma socialdemocratica o democratico-cristiana, era il modello assoluto per gli abitanti dei paesi del “socialismo reale”.

Oggi questo modello è in crisi. L’economia è basata sulla fiducia nelle sue regole, sul fatto che il valore di una merce può essere convertito attraverso il denaro in un’altra merce. Prima della crisi i principali protagonisti dei mercati finanziari si sono fidati delle tecnologie di avanguardia, che avrebbero dovuto minimizzare le probabilità di crollo. Ma quando questo si è verificato, si è fatto ricorso ai filosofi stoici dicendo che il futuro è imprevedibile e si è chiesto aiuto ai governi. A sua volta la popolazione ha fatto ricorso alla retorica religiosa, criticando la cupidigia e l’avarizia (uno dei peccati capitali nella religione cristiana) e chiedendo il pentimento. Oggi è impossibile tornare ai modelli utilizzati in passato. E non vi è una risposta semplice e univoca. Le ideologie classiche hanno perso il loro potere di persuasione. Certo, si può sempre difendere la tesi che l’avvento dell’era post-ideologica è solo una manifestazione della cosiddetta ideologia neoliberista dominante, che avrebbe deliberatamente confuso le differenze fra destra e sinistra, fra socialismo e conservatorismo per aumentare la sua egemonia. Tuttavia oggi è molto diffuso il sentimento che non sono le ideologie ad animare la storia ma  dei fattori completamente diversi, cioè i mercati. Le ideologie tradizionali si sono costruite nella certezza giunta con l’Illuminismo che il mondo è una materia malleabile e plasmabile dall’uomo secondo le sue volontà e sulla base di piani razionali. Tuttavia per spingere la gente a credere in un progetto lo si deve sostenere con una storia appassionata, una storia quasi biblica di espulsione dal paradiso e di arrivo nella terra promessa. Per i conservatori questa storia era il ritorno al periodo eroico; per i marxisti una società senza classi; per i nazionalisti uno Stato nazionale unito dalla solidarietà; per i liberali un regno di libertà. Gli intellettuali invece, tradizionali produttori di ideologia, non credono nell’esistenza di una leva talmente potente da sollevare le fondamenta del mondo. La fine dell’ideologia non è ovviamente la fine della politica. Quest’ultima segue la sua strada, ma ha il fiato corto. I tradizionali partiti ideologici, come i cristiano-democratici, i socialdemocratici, i liberali e i conservatori, sono sempre più deboli. L’erosione ideologica indebolisce l’adesione politica. In un contesto in cui i partiti politici fanno fatica a mettere in evidenza le loro differenze, viene meno l’accettazione stessa del sistema dei partiti e tutte le controversie assumono un carattere artificiale, finendo per alimentare solo il narcisismo dei principali attori politici. Chi emerge da questo contesto è il classico politico populista, senza alcun progetto e visione per il futuro; del resto sa bene che non è questo che interessa ai suoi elettori. Nei movimenti ideologici di un tempo la rabbia era concentrata, il risentimento poteva facilmente dare vita a un ethos collettivo. Il populismo attuale è solo un modo per dare sfogo alle frustrazioni e alle tensioni; provoca solo rivolte e distruzione, e non porterà di certo a un nuovo Lenin, Stalin o Hitler. Se guardiamo alle catastrofi prodotte dall’era ideologica del Ventesimo secolo non siamo nella situazione peggiore. Ma neppure nella migliore, perché la crisi ideologica si accompagna a una crisi fondamentale della fiducia nella politica. I cambiamenti di persona sembrano casuali. E l’attività politica, anche se non porterà al vertice dello Stato dei tiranni, non sarà neanche capace di generare dei veri statisti.

Pubblicato in: cinema e tv, Letteratura

Libri

E dopo aver rivisto per l’ennesima volta, a notte fonda, Fahrenheit 451 di Truffaut… “Non riesco a saziarmi di libri. E sì che ne posseggo un numero probabilmente superiore al necessario; ma succede anche coi libri come con le altre cose: la fortuna nel cercarli è sprone a una maggiore avidità nel possederne. Anzi coi libri si verifica un fatto singolarissimo: l’oro, l’argento, i gioielli, la ricca veste, il palazzo di marmo, il bel podere, i dipinti, il destriero dall’elegante bardatura e le altre cose del genere, recano con sé un godimento inerte e superficiale; i libri ci danno un diletto che va in profondità, discorrono con noi, ci consigliano e si legano a noi con una serie di familiarità attiva e penetrante; e il singolo libro non insinua soltanto sé stesso nel nostro animo, ma fa penetrare in noi anche i nomi di altri, e così l’uno fa venire il desiderio dell’altro.” (Francesco Petrarca, Estratto dalla lettera a Giovanni Anchiseo)

 

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Pubblicato in: Etica

Meglio non azzardarsi

ludopatia.jpg«Mio padre – prende la parola un’altra figlia, che ha in serbo parole dure ma le pronuncia con tono amorevole, fissando papà – non c’era mai. Non è stato al mio fianco quando sono stata tanto malata in ospedale, non era con me quando ero felice né quando avevo un problema. Ogni giorno che ha passato giocando lo ha sottratto a me. Lo abbiamo perso entrambi. Adesso mio padre c’è. E ogni giorno che sta lontano dal gioco è un giorno che entrambi guadagnamo».

E’ uno dei passi dell’articolo di Nicoletta Martinelli. In questi giorni se ne sta parlando e scrivendo molto e quindi è più facile essere senibili all’argomento; sarà per questo che solo oggi ho notato che quando devo fare il login per scrivere su questo blog c’è la pubblicità del gioco on-line. Sicuramente è anche per questo che non ho mai accettato di metter dei banner pubblicitari che mi potrebbero far guadagnare un po’ di soldini. Oltre all’articolo che ho segnalato e che merita la lettura (non è neppure lungo), segnalo il servizio delle Iene di qualche mese fa

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Pour parler

Sull’edizione on-line di Avvenire ho letto un breve pezzo in cui si smentisce la notizia già comparsa molte volte sulla stampa, l’ultima sul Foglio, della scomunica, risalente al 1963, di Fidel Castro. Scrive Gianni Gennari: “Falso nei fatti e anche nella logica. Si può scomunicare un «non credente»? Si può chiudere una porta non aperta? Si può cacciare da una stanza uno che non vi è entrato?”. Ma poi l’attenzione si sposta sulle motivazioni dell’apparizione di temi religiosi sui giornali: “La religione tira? Parlatene, ma prima leggetene! Informatevi! Nessuno in altri ambiti oserebbe certi salti mortali da spezzare il collo. In religione cattolica tutto è permesso?”. Ecco, è la stessa sensazione che ho spesso navigando su fb, quando leggo affermazioni e discussioni che lasciano cogliere tra le righe una profonda ignoranza e soprattutto un’enorme supponenza di conoscenze.

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Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, Filosofia e teologia

Se ne saranno accorti?

A volte mi diverto ad appoggiare in mezzo alla spiegazione in classe un contenuto falso in maniera evidente, o quantomeno un dato diverso da quanto notoriamente saputo. La settimana successiva spiego l’inghippo. Lo faccio per solleticare lo spirito critico dei miei studenti. L’ho fatto anche oggi. Se ne sarà accorto qualcuno? Dai, metto qui sotto un piccolo aiutino visivo…

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Pubblicato in: blog life, Scuola

Luci nel buio

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Piccolo post dedicato a tutti gli studenti convinti di non essere visti nel buio dell’aula multimediale :-)))

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Adulazione

Scrive Anthony de Mello in un suo libro:

Il filosofo Diogene stava cenando con un piatto di lenticchie. Lo vide il filosofo Aristippo che viveva nell’agiatezza adulando il re.
Aristippo disse: “Se tu imparassi ad essere ossequioso con il re non dovresti vivere di robaccia come le lenticchie”.
Rispose Diogene: “Se tu avessi imparato a vivere di lenticchie non dovresti adulare il re”.

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Cattolico: chi è costui?

Ancora un articolo che fa molto pensare sempre su Vino Nuovo. Questa una delle parti centrali del pezzo di Gilberto Borghi:

cattolico1jr-thumb-300x356-9.jpg“Quindi, secondo voi, un cattolico è obbligato a non pensare con la propria testa e a seguire invece ciò che gli dice la Chiesa”. “Eh, prof, non è così? – ancora Mattia – per me un cattolico è chi crede nella Chiesa, o no?” “Più che credere nella Chiesa – gli dico – un cattolico crede la Chiesa”. “Cosa vuol dire prof?”. “Vuol dire che lui stesso è dentro la Chiesa, non è estraneo. Crede cioè che anche lui fa parte di quella cosa che dice cosa va creduto e cosa va fatto. E crede che tutti i cattolici, per prima cosa, vogliono ascoltare e capire cosa gli dice Dio attraverso la sua Parola, i Sacramenti e la vita spirituale. Certo tutti si ritrovano su alcune idee che sono la base della fede, quelle espresse nel credo che si recita la domenica a messa. Ma ci credono perché usando la loro testa, vivendo le proprie esperienze, confrontandosi con chi è più saggio e ha un ruolo di guida, hanno capito che quelle idee hanno un senso, non solo perché glielo ha detto qualcuno. Ma scusate, sarebbe un insulto a Dio, che lo ha creato, se un cattolico non usasse anche la sua testa per decidere se e come credere”.

Qui l’intero pezzo. Di mio aggiungo un riferimento che ho sempre ritenuto fondamentale per me, ed è il n° 16 della Gaudium et Spes: “L’uomo ha in realtà una legge scritta da Dio dentro al cuore; obbedire è la dignità stessa dell’uomo, e secondo questa egli sarà giudicato. La coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli è solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità.”

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Un papa da deporre

Qualche settimana fa ho avuto la fortuna di ascoltare il vaticanista Aldo Maria Valli presentare un libro cul card. Martini. Ora sono appena tornato da scuola, ho acceso il pc e su Vino Nuovo ho letto un suo sogno che mi ha fatto sorridere.

BasilichediRoma.jpgPer prima cosa il nuovo papa decise di traslocare. Eletto dopo un conclave estenuante, in mezzo a mille polemiche e contrasti, e dopo che il regno del suo predecessore era finito tra lotte di potere tanto sotterranee quanto violente all’interno della curia, decise di dire addio al Vaticano. Basta, bisognava dare un segnale. Fosse stato per lui, si sarebbe trasferito ad Assisi, la città del poverello, ma Pietro, dopo tutto, ha conosciuto il martirio a Roma. Dunque il nuovo papa ordinò: “Roma deve restare la città del successore di Pietro, ma niente più Vaticano. Vado a vivere a San Giovanni in Laterano. Lì ho la mia cattedra in quanto vescovo di Roma, e siccome il papa è papa perché vescovo di Roma, e non viceversa, è giusto che abiti in Laterano”.

Seconda decisione: niente pomposità, niente guardie, niente gendarmi, niente maggiordomi di sua santità, niente corte pontificia. Via tutto. Abolito ogni residuo segno di potere, il nuovo papa scrisse una documento di una sola riga. Diceva così: “Il servo dei servi di Dio deve vivere con evangelica povertà. Ne va della sua credibilità”.

Terza decisione: revoca di tutti gli incarichi di curia e radicale riduzione degli uffici. Dato lo squallido spettacolo offerto all’opinione pubblica da monsignori carrieristi e cardinali maneggioni, il nuovo papa azzerò tutto. Via i presidenti dei dicasteri e dei pontifici consigli, via i segretari, via i consiglieri, via le accademie, abolizione delle congregazioni. Fu istituito un solo ufficio, con un solo compito: preghiera ininterrotta per la pace e contro tutte le ingiustizie. Fu azzerato anche l’intero collegio cardinalizio, e il compito di suoi principali consiglieri il papa lo affidò ad alcuni bravi preti di Roma (tra i quali parroci e missionari) ma anche ad alcune suore e a qualche laico. Con il che si ottenne, fra l’altro, un indubbio beneficio economico, perché la curia, con il suo apparato, costava moltissimo.

Quarta decisione: rinuncia al titolo di capo di Stato. “Che c’entra – disse il nuovo papa – un ruolo politico con il Vangelo di Gesù, quel Gesù che esortò a dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio?”. Il ruolo di capo dello Stato della Città del Vaticano fu affidato a un laico, un bravo e mite professore, e il papa si sentì molto più leggero, oltre che più libero.

Quinta decisione: convocazione di un grande concilio ecumenico Vaticano III, ma non a Roma, bensì in Terra Santa, per discutere a viso aperto di tutti i problemi della chiesa e della fede stando proprio lì, dove Gesù visse, predicò, pregò, fece i miracoli, scacciò i demoni e offrì la sua vita per la redenzione del mondo. Il nuovo papa invitò non solo i vescovi di ogni continente, ma anche preti, religiosi, religiose, laici, laiche, e diede diritto di parola a tutti, compresi i rappresentanti delle confessioni cristiane non cattoliche, senza porre limiti né di argomenti né di durata dei lavori conciliari.

Sesta decisione: il nuovo papa disse no al concordato. “Concordare” qualcosa con uno Stato, anche se lo si fa con le migliori intenzioni, vuol dire introdurre un principio di do ut des, ovvero vuol dire ragionare in termini politici. “Il regime pattizio – spiegò il nuovo papa – non fa per noi. La chiesa povera non ha bisogno di concordati. La chiesa povera vive grazie all’aiuto dei fedeli”. Fu così abolito anche l’otto per mille, e a chi si lamentava per il mancato introito il papa ripose con poche ma sentite parole: “Non potete servire Dio e mammona”.

Settima decisione: il nuovo papa stabilì che all’elezione del futuro pontefice non dovessero partecipare i cardinali, ma i preti della diocesi di Roma, ovvero i suoi preti. Avrebbe voluto coinvolgere molti altri rappresentanti del mondo cattolico, ma pensò che per il momento poteva andar bene così. Stabilì inoltre che non fosse necessario un conclave nella Cappella Sistina, con quel cerimoniale complicato. Appuntamento per tutti in piazza San Giovanni, all’aperto. In effetti, il nuovo papa soffriva un po’ di claustrofobia.

Ottava decisione: aprì il territorio vaticano alle visite di tutti coloro che desiderassero entrarvi. Niente più barriere, niente più cancelli. Palazzi, sale, chiese e giardini furono messi a disposizione della popolazione. Gestiti da una fondazione senza fini di lucro, questi luoghi diventarono pubblici. Non roba da museo, ma beni dell’intera umanità. Bambini e ragazzi erano particolarmente benvenuti, specie ai giardini vaticani, dove potevano correre e giocare, ed ebbero libero accesso anche in Laterano. E quando i collaboratori gli fecero notare i rischi di confusione, il nuovo papa rispose, anche questa volta, con poche ma sentite parole: “Lasciate che i bambini vengano a me”.

Nona decisione: il nuovo papa, per i suoi spostamenti a Roma e dintorni, decise di fare a meno di auto lussuose, “papamobili” ed elicotteri. Mise tutto in vendita e incominciò a prendere l’autobus, il tram e la metropolitana. Gli addetti alla sicurezza, prima di essere congedati per sempre, inorridirono, ma il nuovo papa li tranquillizzò: “Ma chi volete che se la prenda con un povero prete che usa i mezzi pubblici?”. In effetti il papa decise di non indossare più la veste bianca, ma una semplice talare nera. Così viaggiava indisturbato, e stando in mezzo alla gente poteva rendersi conto dei problemi quotidiani dei cittadini e del loro modo di pensare.

Decima decisione: il nuovo papa scrisse un’enciclica brevissima. Diceva così: «In quel tempo, Gesù, entrato nel tempio, si mise a scacciare quelli che vendevano, dicendo loro: “Sta scritto: ‘La mia casa sarà casa di preghiera’. Voi invece ne avete fatto un covo di ladri” ». Erano parole del Vangelo, ma alcuni ex cardinali reagirono malissimo. Incominciarono a dire che il nuovo papa era chiaramente impazzito e doveva essere deposto. Mandarono alcune ex guardie svizzere e alcuni ex gendarmi vaticani per prelevarlo, ma il nuovo papa ebbe difensori efficaci: i bambini. Furono loro a reagire, impedendo il rapimento. E poi andarono tutti a mangiare pane e marmellata.

Al che mi sono svegliato.