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Una storia della salvezza fantasy

Quando, alla fine della prima, parliamo dei miti faccio riferimento anche alla saga di Narnia e ai contatti tra il leone Aslan e la figura di Gesù. Sul Corriere, a proposito del genere fantasy, di Tolkien e di Lewis, c’era questo articolo di Dario Fertilio.

tolkien, lewis, inkling, miti, salvezza, fantasy, narnia“Se avesse potuto scegliere dove nascere, J.R.R. Tolkien avrebbe dichiarato immediatamente: «l’Islanda». Senza pensarci avrebbe messo da parte Bloemfontein in Sudafrica, dove casualmente era venuto al mondo nel 1892, come pure l’Inghilterra dei genitori e la Oxford del prediletto Magdalen College, dove avrebbe mosso i primi passi verso la fama, e letto ad alta voce i brani del suo Signore degli anelli. Anche se, a dire la verità, persino l’Islanda era un’approssimazione: perché quello che veramente lo attirava fin da ragazzo era il «Nord senza nome». Da un lato le distese fumanti di lava e ossidiana, dove le forme modellate dal vento ricordano le rovine di città perdute, e là dove anneriscono sembrano l’ingresso nel regno del male, quello di Mordor. Dall’altro le saghe dell’«Edda» e di Snorri Sturluson, da leggersi in quella stessa lingua vichinga che affascinava più o meno negli stessi anni Jorge Luis Borges. Solo che per Tolkien – da leggersi correttamente lasciando scivolare l’accento sulla i – la vocazione era arrivata prestissimo. Orfano di padre a quattro anni, e di madre a dodici, aveva trovato in un libro di fiabe il racconto di Sigurd il Volsungo, uccisore del drago Fafnir. Da allora, probabilmente reagendo così alla solitudine e al grigiore di Birmingham dove viveva, era caduto nell’incantesimo dell’altrove. Che un biografo avrebbe così sintetizzato: «desiderava i draghi con profondo desiderio».

Ma come si passa dalle innocue infatuazioni infantili a quella specie di allucinazione adulta che sconfina nella grande letteratura? La risposta all’interrogativo si può sintetizzare in una parola sola: «inkling». Termine difficilmente traducibile, che include l’idea dell’inchiostro e quella dello schizzo informe: negli anni Trenta diventò il nome di una confraternita speciale di letterati. Si riuniva ogni giovedì sera nel salotto oxfordiano del Magdalen College, sotto la direzione di C.S. Lewis, destinato alla celebrità per il ciclo di Narnia. Al suo fianco sedeva Tolkien insieme a un altro scrittore, Charles Williams, anch’egli attratto dalla magia, preferibilmente nera. La loro trinità tenne a battesimo il moderno genere fantasy (il quarto, Owen Barfield, era sopratutto un teosofo). All’interno di questo circolo ristretto si verificò però un fatto strano. Ispirati dal cattolicesimo rigoroso di Tolkien, gli altri inkling cominciarono a mettere in relazione le loro predilezioni per il fantastico con la fede in Dio. In un’epoca che sperimentava le ideologie totalizzanti e la crudezza realistica della guerra, gli inkling concepirono l’idea antitetica che il dovere di uno scrittore cristiano consistesse anzitutto nel riflettere l’immagine di Dio. Ma poiché quest’ultimo esisteva dall’inizio dei tempi – questa era una delle argomentazioni chiave di Tolkien – anche le invenzioni dell’immaginazione umana dovevano derivare da lui, e di conseguenza riflettere parte della verità eterna. Ecco dunque il segreto della loro forza narrativa: la convinzione che i grandi miti del passato, non meno di quelli destinati a uscire dalla loro galoppante fantasia, fossero non solo da prendere sul serio, ma addirittura da considerarsi «arte sacra». Altro che deliri di onnipotenza per adulti frustrati, come i critici più malevoli avrebbero detto a proposito dei romanzi apocalittici di Philip Dick o di quelli eroici del Robert Howard di «Conan il Barbaro»! I personaggi di tolkien, lewis, inkling, miti, salvezza, fantasy, narniaTolkien parlano nientemeno che della lotta fra il bene e il male come percorso soprannaturale di Salvezza.

Il bello è che tutto ciò funzionò: Lewis, ad esempio, si convertì al cristianesimo per la forza di queste argomentazioni. E Tolkien visse un matrimonio esemplare con la moglie Edith (la quale al cattolicesimo si era convertita per lui). Eppure, sulla loro tomba (lui le sopravvisse di poco e morì nel ’73) volle che fossero incisi i nomi dei due incrollabili amanti di una sua saga pagana: Luthien e Beren.”

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Il peso del futuro… e dello spreco…

Difficilmente scrivo dei post per il gusto di fare polemica. Ora, sono 5 giorni che aspetto di scrivere questo post. Nel nostro liceo, come nelle altre scuole superiori, sta arrivando il libercolo “Vie al futuro” prodotto (e deduco finanziato) dalla nostra Regione (o quantomeno pagato da un altro ente pubblico). Lo sconcerto nasce dalla grammatura della carta: sono anni che non mi capita di sentire uno spessore del genere all’interno di un libro! L’ho anche messo sul dorsetto: sta in piedi da solo… In un periodo come questo è necessario? Essendo diretto a ragazzi di quinta, che su internet ci navigano come Giovanni Soldini sul mare, si potrebbero iniziare a immaginare dei canali informativi che utilizzino tali strumenti… a tutto vantaggio di toner e carta risparmiati. Mi scuso per lo sfogo, ma era una cosa a cui tenevo.

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Cosa sperano di ottenere?

Ho seguito spesso, nei mesi passati, la vicenda delle proteste estreme di alcuni monaci e monache tibetane che sono arrivati a darsi fuoco per protestare contro l’oppressione cinese. Ne ho anche scritto. Ieri un amico, Federico, mi ha spedito via mail questo articolo molto molto interessante: tira in ballo alcune domande chiave su tale questione. E noi? Ma che senso ha? A cosa serve sacrificare addirittura una vita intera se poi non cambia niente? Su “La Stampa” del 16 dicembre 2012 Enzo Bianchi scrive:

buddhismo, tibet, cina, monaci, monache, suicidio, sacrificio“Ormai rischiamo l’assuefazione: una notizia d’agenzia ripresa ogni tanto nelle pagine interne, qualche colonna una volta all’anno nella «giornata mondiale per il Tibet», un rapido accenno in margine a una visita del Dalai Lama, un box accostato a un resoconto di incontri diplomatico-commerciali. È tutto quello che giunge a noi della tragedia del popolo tibetano e della testimonianza di quanti non cessano di urlare, con le loro vite e la loro morte, alle nostre orecchie divenute sorde. Certo, il sentimento di rassegnazione prevale quando si misura l’impotenza di fronte alla realpolitik, ma la coscienza ci impedisce di lasciar tacere la provocazione nonviolenta dei monaci tibetani, ormai un centinaio dall’inizio della protesta, che decidono di darsi fuoco per denunciare l’oppressione del loro popolo, della loro cultura, della loro religione. Credo che i monaci stessi sappiano che il loro gesto difficilmente varcherà le frontiere e tanto meno potrà mutare le decisioni del potere. Certo, qualcosa smuove nelle coscienze di chi ne viene a conoscenza, altrimenti non si spiegherebbe perché le autorità cinesi stiano cercando di reprimere il fenomeno, arrivando ad arrestare quanti sostengono e incoraggiano i candidati al martirio, ma non ci si può illudere che una maggiore consapevolezza da parte di pochi possa cambiare la situazione di oppressione del popolo tibetano. Allora, perché ci sono sempre nuovi giovani pronti a darsi alle fiamme? A chi vogliono parlare con quel gesto estremo? Cosa sperano di ottenere? E da parte nostra, se siamo convinti di non poter fare nulla perché le cose cambino, che senso ha continuare a seguire vicende che disturbano la nostra coscienza tranquilla?

In realtà, ci siamo talmente abituati a misurare le azioni solo in base al risultato, a breve o lungo termine, che fatichiamo a concepire che qualcuno decida di agire gratuitamente, solo perché così ritiene giusto fare, senza attendersi successi o ricompense. Forse, vale allora la pena di lasciarci interrogare da questi monaci disposti a consumare la propria vita tra le fiamme come incenso. Ora, le persone a cui vogliono parlare non sono i media occidentali, così lontani, distratti e preoccupati, come i loro governi, di mantenere buone relazioni; non è l’opinione pubblica mondiale, salvo quando qualche evento globale come le olimpiadi fa da potente cassa di risonanza. No, il destinatario di questo gesto estremo, divenuto ormai quasi quotidiano, è il loro stesso popolo: con la loro vita e la loro morte vogliono affermare la grandezza di una religione e di una cultura che non accetta di piegarsi al male, vogliono testimoniare a chi è scoraggiato dall’oppressione che si compiono azioni perché è giusto farle, che esistono ingiustizie che vanno denunciate a ogni costo, che ci sono valori per cui vale la pena dare la vita fino alla morte. Questo è il messaggio forte che possiamo recepire anche noi in Occidente, è l’interrogativo lancinante che ci porta a ripensare le nostre priorità, la nostra capacità di reazione al male, la nostra disponibilità a pagare un prezzo per ciò che per noi non ha prezzo. E non si creda che questa forma di protesta sia nata negli Anni Sessanta in Vietnam e sia divenuta così ampia in Cina in questi anni: non è legata al confronto-scontro con un potente nemico esterno, espressione di un ambito etico e culturale diverso. È pratica antichissima, attestata fin dalla prima metà del V secolo in Cina, con raccolte di biografie degli asceti buddisti immolatisi nel fuoco: queste testimonianze – una decisiva la si trova in un capitolo della Sutra del Loto – rivelano che non si è mai di fronte a un gesto impulsivo, ma che invece una lunga prassi di ascesi e purificazione fatta di digiuni e meditazioni ha preparato il sacrificio estremo di donarsi al Buddha per il bene degli altri. Il martire che si nutre e si ricopre di incensi e profumi per poi ardere compie un’offerta libera e totale per la salvezza di tutti: non mira unicamente alla propria rinascita, ma al rinnovamento del mondo. E questo lo fa attraverso un’azione nonviolenta nel senso forte del termine, un’azione cioè che accetta di assumere su di sé la violenza senza replicarvi, senza rispondere alla violenza con la violenza, spezzando così la catena infinita dell’ingiustizia riparata con un’ingiustizia più grande. È come se di fronte al male e a chi lo compie il monaco affermasse non solo che il malvagio non potrà avere il suo corpo ma anche, verità ancor più destabilizzante, che non riuscirà a fargli assumere lo stesso atteggiamento malvagio. Sarebbe improprio tracciare un parallelo con il servo sofferente di cui parla il libro di Isaia, con l’atteggiamento di Gesù di fronte ai suoi persecutori o con i martiri cristiani – che non si danno da sé la morte ma la «accolgono» dagli altri -, eppure questa capacità di assumere su di sé la violenza per estinguerla e al contempo per professare ciò che è bene e giusto per tutti interpella cristiani e non cristiani, noi post-moderni sempre tentati di rimuovere la domanda su cosa è giusto per interrogarci solo sull’opportunità del nostro agire: «vale la pena?» è diventato il nostro unico interrogativo, ormai sempre più accompagnato da un’immediata reazione negativa. Abbiamo dimenticato la fulminante risposta di Pessoa: «Tutto vale la pena, se l’anima non è piccola». La grande anima di questi giovani monaci tibetani ce lo ricorda, se solo vogliamo ascoltare il loro grido silenzioso, lasciandoci illuminare da quel fuoco nonviolento.”